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Introduzione

Durante l’esperienza di tirocinio svolta nel corso di studi si è potuta constatare la presenza di almeno un utente straniero in ogni reparto frequentato. Si è avuto modo di osservare la gestione dei rapporti con gli utenti stranieri, che non si è dimostrata facile: nella relazione tra utente straniero e infermiere si sono rilevate infatti difficoltà di vario genere. Tali difficoltà restavano spesso irrisolte, perché non molto considerate; ma nei reparti dove la presenza straniera era più significativa ci si trovava a dover riflettere sul fatto che sempre più frequentemente nelle strutture ospedaliere capita di confrontarsi con una realtà multietnica. Questo aspetto risulta particolarmente importante in un momento in cui l’immigrazione costituisce uno tra i fenomeni emergenti che il nostro Paese sta affrontando. L’Italia è al quarto posto, dopo Germania, Francia e Gran Bretagna, per la consistenza del numero di immigrati, con una incidenza del 2,5% sulla popolazione residente. Dai dati statistici si attesta che le presenze straniere hanno acquisito maggior peso rispetto al passato. Per far fronte a questo fenomeno la nostra società sembra adottare, forse come difesa rispetto al nuovo, un atteggiamento di rifiuto, esaltandone la dimensione conflittuale e rappresentando gli stranieri come potenziali fonti di malattia e di contagio; così, enfatizzando le notizie relative ai problemi dell’immigrazione, i mass media creano nell’immaginario collettivo una visione negativa dello straniero.

Durante le lezioni del corso di antropologia, dove ho avuto modo di cogliere gli aspetti della differenza, ma anche dell’universalità dell’essere umano, è sorto in me l’interesse di studiare il rapporto tra immigrazione e sanità tenendo conto del contesto in cui ci si trova e cercando di individuare delle risposte adeguate per un tipo di utenza così diversa, ma in fondo così simile. L’argomento è stato approfondito attraverso una ricerca bibliografica che ha permesso di analizzare il fenomeno dell’immigrazione, attraverso l’incontro con associazioni e strutture che si occupano di questo tema, nonché grazie ad un corso di formazione organizzato dalla Regione Veneto.

Dall’analisi svolta si è deciso di sviluppare in particolar modo l’aspetto della relazione tra infermiere e immigrato, rilevandone le difficoltà e le possibili soluzioni. Dopo aver identificato nel Pronto Soccorso un servizio cui spesso l’immigrato ricorre, è stato scelto tale ambito, in particolare il Pronto Soccorso dell’ospedale S.Bortolo di Vicenza, per condurre un’ indagine sulla capacità di adattamento interculturale del personale stesso, basata sulla somministrazione di un apposito questionario. Lo studio ha permesso di sollevare una questione importante nell’ambito della professione infermieristica che, non avulsa dalla realtà che la circonda, si trova oggi nella situazione di doversi misurare con un’utenza multietnica. Bisogna considerare il ruolo attivo di promozione al cambiamento che l’immigrazione comporta e racchiude in sé: in ogni ambito, l’incontro tra individui appartenenti a culture diverse determina un progresso, e non vi è crescita senza diversità, senza confronti. Tale crescita non può che migliorare l’assistenza infermieristica anche rispetto all’utenza isoculturale, ed ecco quindi che l’immigrazione può essere vista come un’opportunità di sviluppo per la professione di infermiere.

L’antropologo Leslie White (1) ha scritto che nella storia della scienza i fenomeni che sono stati più studiati sono quelli che sono più lontani da noi, e pertanto quelli che influiscono meno sul comportamento umano. L’antropologia si dedica allo studio del genere umano e uno dei suoi obiettivi è quello di valutare le differenze culturali, anche allo scopo di evitare che tra popolazioni diverse si verifichino dei fraintendimenti basati su paradigmi comportamentali non omogenei.

L’Antropologia, in quanto scienza globale, si occupa di ogni aspetto delle culture umane: dall’arte alla tecnologia, dalla biologia all’organizzazione sociale e politica, anche se uno studio che investa tutte le civiltà e tutte le culture sembra a prima vista irrealizzabile. In questa prospettiva, l’antropologo si configura come uno "specialista del generale", e l’antropologia rivela un tipo di approccio che propone una visione unitaria delle società umane nella loro complessità, servendosi delle discipline più diverse, che spaziano dalla biologia alla psicologia alla storia (2). Ampliando i confini dello spazio e del tempo, l’antropologia ci rammenta che oltre a esser parte di una famiglia, di una comunità, di un gruppo, noi tutti apparteniamo all’umanità, e nel fondare questo assunto essa rivendica un principio contrastato da secoli di etnocentrismo e di razzismo: il principio dell’uguaglianza dei diritti umani pur nella diversità biologica e culturale. L’antropologia sarebbe quindi, se gliene venisse data l’opportunità, il miglior antidoto contro tutti i razzismi (3). Non bisogna dimenticare inoltre che gli stati di più recente formazione, come gli stati africani, sentono sempre più la necessità di una ricostruzione storica del loro passato, come se esso fosse loro tuttora negato (le società "primitive" sono state chiamate anche "società senza storia") e come se le società residuali dovessero per forza essere immobili, mentre invece - e ne abbiamo la prova soprattutto oggi - esse si evolvono e cambiano rapidamente sotto la spinta degli avvenimenti sociali e internazionali. Anche l’immigrazione rientra nelle cause di questo cambiamento: e tocca ai Paesi più sviluppati studiarla e affrontarla in maniera adeguata. Come hanno scritto Ember C.R. e Ember M. (1998), "L’intolleranza nei confronti della diversità è dovuta, in parte, all’ignoranza in merito alle ragioni della differenza tra le persone; vi si può dunque ovviare facendo appello al sapere antropologico"(4). Evitare i fenomeni di intolleranza tra gruppi diversi è uno dei fini principali della convivenza civile: l’unica strada per raggiungerlo è la conoscenza interculturale.

Uno degli strumenti principali dell’antropologia sociale e culturale è l’inchiesta. Sebbene gli antropologi abbiano una lunga esperienza in questo campo della conoscenza, non esistono nella letteratura antropologica molte opere dedicate alla tecnica di indagine sul campo. Una delle più complete è senza dubbio quella di H. Russell Bernard (5), che suddivide in questo modo le modalità dell’intervista:

  1. intervista informale (informal interviewing), caratterizzata dalla mancanza di una struttura di controllo;
  2. intervista non strutturata (unstructured interviewing), basata su un controllo minimo delle risposte;
  3. intervista semistrutturata (semistructured interviewing), basata su una lista di domande e di argomenti che seguono un ordine particolare;
  4. intervista strutturata (structured interviewing), in cui i partecipanti sono invitati a rispondere ad un’identica serie di domande disposte su una scheda fornita di adeguate istruzioni che ogni intervistato amministra in maniera autonoma.

Quest’ultimo modello è quello impiegato nel presente lavoro di tesi. Il contenuto del formulario verrà spiegato in dettaglio più avanti.

Per quanto riguarda l’estrazione del campione, bisogna dire che in ambito antropologico il campionamento casuale viene utilizzato solo raramente; d’altra parte, un campione non casuale può essere considerato rappresentativo solo se il ricercatore non ha scelto personalmente i casi da esaminare, mentre andrebbero eliminati i campioni che possono riflettere i preconcetti o gli interessi specifici del ricercatore. Una procedura di campionamento deve riuscire a dare una rappresentazione corretta, e non una selezione preconcetta, dell’universo dal quale viene estratto il campione. L’unica maniera per accrescere la probabilità di ottenere un campione rappresentativo consiste nell’utilizzo di una procedura di campionamento casuale. A questo scopo si attribuiscono convenzionalmente dei numeri ai casi presenti nell’universo statistico e in seguito si utilizza una tabella di numeri casuali per sorteggiare i casi del campione da esaminare.

Il tipo di intervista somministrata in questo lavoro di tesi rientra nell’ambito dei metodi della cosiddetta "antropologia cognitiva"(6), ben delineata nell’opera di Weller e Romney (7). In origine, l’antropologia cognitiva consisteva nello studio di come le popolazioni di differenti culture acquisiscono informazioni dal mondo che le circonda, come elaborano queste informazioni, e infine che decisioni prendono al riguardo. Oggi, l’antropologia cognitiva copre praticamente l’intero campo di inchiesta sul modo di pensare e sulla somma di conoscenze delle varie popolazioni: la sfida naturalmente consiste nell’individuare i metodi che permettano di ottenere delle risposte adeguate e di produrre dati che possano avere una certa validità e che quindi possano essere interpretati in maniera obiettiva.

Il disegno di questa tesi è di esplorare come l’infermiere professionale vive il fenomeno dell’immigrazione all’interno della struttura ospedaliera, e nello stesso tempo cercare di capire qual è il suo atteggiamento di base di fronte all’immigrato nelle vesti di utente, nel quadro del confronto interculturale e interetnico.


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