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CAPITOLO 3

 

3.1 Discussione

Il campione esaminato è costituito per la maggior parte da femmine e questo perché la professione infermieristica è ancora prevalentemente femminile. 28 soggetti su 34 hanno un’età compresa tra i 24 e i 35 anni, il gruppo è sostanzialmente giovane e non solo anagraficamente, ma anche professionalmente: infatti, più della metà dei soggetti opera da più di 3 anni e solo 4 da oltre 15 anni. Il gruppo è giovane anche per quanto riguarda l’anzianità di servizio al Pronto Soccorso: infatti, più della metà vi opera da meno di 3 anni.

La scolarità si può ritenere elevata, più della metà dei soggetti ha conseguito il diploma di maturità. Considerando che solo 4 soggetti sono in possesso di Diploma Universitario di Infermiere, per il quale la maturità è d’obbligo, si può dedurre che la scolarità è superiore a quella obbligatoria.

Infine, circa la metà dei soggetti ha avuto esperienze di vita in paesi esteri, di questi solo 5 per più di un mese.

Tutti i soggetti hanno rilevato una certa difficoltà a lavorare con gli stranieri, chi più chi meno, chi ad un livello piuttosto che ad un altro, questo dimostra che il problema esiste ed è sentito. Solo tre soggetti hanno dichiarato di avere difficoltà con i colleghi nel trattare utenti stranieri, forse perché tutti sono nella stessa lunghezza d’onda (o piuttosto perché il problema viene dal di fuori?).

I punteggi ottenuti nelle quattro dimensioni C.C.A.I. danno un profilo di gruppo sostanzialmente positivo, corrispondente ad una buona capacità di adattamento interculturale. In tutte le dimensioni la media dei punteggi raggiunge un buon livello, la dimensione dell’Autonomia Personale risulta essere la più solida, seguita da Elasticità Emotiva, Acutezza Percettiva e Flessibilità/Apertura. Essendo il range tra i punteggi minimi e massimi piuttosto ampio, non si può però dire che vi sia molta omogeneità. Vi sono dei punteggi individuali abbastanza differenti che darebbero un profilo molto diverso da quello di gruppo (vedi allegato 3 p.46).

Si è visto che maggiore è l’esperienza all’estero, più elevati sono i punteggi di Acutezza Percettiva e questo risulta abbastanza ovvio in quanto trovandosi a vivere in una situazione non familiare in cui la comunicazione risulta essere difficoltosa si è costretti ad acuire la sensibilità percettiva.

All’aumentare del punteggio relativo alla dimensione Elasticità Emotiva si nota anche un aumento di quello relativo a Flessibilità/Apertura, infatti queste dimensioni sono in parte sovrapponibili.

Maggiore è l’anzianità di servizio e minori risultano essere le esperienze all’estero: considerando che una maggiore anzianità di servizio corrisponde in molti casi ad un’età più elevata, questo rispecchia forse il luogo comune che i giovani viaggiano di più rispetto ai colleghi più anziani.

Infine, si è visto che i soggetti più giovani ottengono maggiori punteggi relativamente alla dimensione Acutezza Percettiva: forse ciò è dovuto al fatto che i giovani viaggiano di più, o forse perché prestano più attenzione alla comunicazione rispetto a chi ha un’esperienza maggiore e si sente quindi più sicuro di sé.

 

3.2 Conclusioni

Il presente studio ha dimostrato la validità dell’approccio antropologico globale all’utente immigrato. L’indagine effettuata su un campione ristretto di infermieri, in contatto permanente con la realtà dell’immigrazione a livello sanitario, ha messo in luce un importante risvolto dell’attività infermieristica, e cioè la reazione individuale di fronte al problema delle differenze culturali. Dai risultati ottenuti in questa tesi si è potuto constatare che il campione studiato sembra avere una buona capacità di adattamento interculturale: esso ha raggiunto infatti un buon punteggio nelle dimensioni C.C.A.I., che ha dimostrato un profilo di gruppo sostanzialmente positivo; questo è forse dovuto al fatto che il servizio ha quotidianamente contatti con utenti stranieri, e ciò ha dato modo agli operatori di fare esperienza con questo tipo di utenza, sviluppando in loro tale capacità. Nella consapevolezza che lo studio svolto non è esaustivo in quanto condotto su un campione limitato, e quindi preludendo ad uno studio più ampio, sarebbe interessante verificare se questa caratteristica è propria di questo gruppo analizzando un campione statisticamente significativo, cioè allargando questa inchiesta a tutto il personale infermieristico dell’ospedale. Ciò permetterebbe inoltre di verificare in modo più preciso le correlazioni esistenti tra il punteggio C.C.A.I. e le variabili sesso, età, scolarità, anzianità di servizio, esperienze all’estero, e così via.

Lo strumento d’indagine conoscitiva, che si è dimostrato efficace in quanto permette di individuare i punti di forza e di debolezza del soggetto relativamente alle quattro caratteristiche ritenute importanti per l’adattamento interculturale (Elasticità Emotiva, Flessibilità/Apertura, Acutezza Percettiva, Autonomia Personale), è nato con finalità autovalutativa. In questo studio l’analisi è stata condotta su di un gruppo, ai soggetti era garantito l’anonimato e alla fine si è avuto un profilo generale e non individuale; sarebbe interessante utilizzare in futuro questo strumento da un punto di vista autovalutativo, somministrandolo ai singoli soggetti, che potrebbero in tal modo rendersi conto delle proprie caratteristiche e individuare i propri punti di forza e di debolezza. Poiché queste caratteristiche possono essere modificate con la formazione e con l’esperienza, bisognerebbe garantire ai soggetti l’opportunità di avvalersi di un supporto e di una formazione adeguata. Lo strumento potrebbe essere utilizzato inoltre per selezionare il personale da impiegare laddove l’utenza risulti essere in modo prevalente multiculturale. Il questionario si è dimostrato efficace non solo sotto il profilo conoscitivo, ma anche come mezzo di intervento diretto sugli operatori: la somministrazione dei test è infatti servita anche da stimolo per far riflettere e prendere coscienza del fenomeno immigrazione in relazione alla propria professionalità. Questa analisi ha dimostrato che molto si può fare su questo aspetto e alla fine lo studio svolto sembra essere solo l’inizio di un lungo lavoro.

Questi studi andrebbero allargati ad una realtà più ampia, sia a livello locale, che provinciale e regionale, al fine di avere un quadro più completo dell’atteggiamento del personale infermieristico di fronte ad utenti di diversa nazionalità. La sensibilizzazione di un sempre più vasto strato di persone che si dedicano all’assistenza delle persone immigrate andrebbe supportato con una costante informazione dal punto di vista antropologico. Per affrontare un fenomeno sociale, qualunque esso sia, è necessario andare alle sue radici: fenomeni complessi quali la cultura, la transculturazione e il razzismo avranno un posto sempre più rilevante all’interno della nostra società. L’infermiere deve essere preparato a questa evenienza ed essere messo in condizione di servirsi degli strumenti di indagine necessari ad approfondire ed allargare il suo orizzonte in un momento di transizione culturale come quello che si profila nel prossimo millennio.

Dall’esperienza che ho maturato con questo lavoro di tesi ho tratto una convinzione che ritengo fondamentale: anche l’infermiere, come tutte le altre figure che operano in campo sanitario e sociale, deve abbandonare la convinzione che la nostra attuale società sia il risultato finale al quale hanno contribuito millenni di preparazione ad opera delle popolazioni che ci hanno preceduto, e che questo risultato abbia la caratteristica di rimanere immutabile nel tempo. Ogni paese europeo, compreso il nostro, è in continua trasformazione, anche se ci riesce difficile capire se e come un’ulteriore evoluzione culturale e sociale sia possibile. L’infermiere dovrà adattare la sua prospettiva ad una visione più dinamica della società in cui vive e del mondo e dovrà essere pronto a rispondere agli stimoli socio-culturali di un ambiente di lavoro destinato a cambiare in senso multietnico: capire le esigenze degli utenti immigrati e stabilire un buon rapporto con le altre culture saranno aspetti sempre più importanti del suo lavoro.

All’infermiere è quindi richiesta, oggi più che in passato, una formazione che lo renda capace di fornire un’assistenza multiculturale. Maggiore attenzione deve essere dedicata al processo di comunicazione: una particolare apertura mentale e una modifica di atteggiamenti stereotipici sono necessarie al fine di accettare e capire la diversità. Garantire il diritto alla salute allo straniero vuol dire anche preparare l’infermiere ad accoglierlo e a dargli unassistenza personalizzata. La formazione antropologica, ma anche la riscoperta della relazione interetnica e interpersonale, permettono un migliore approccio con gli utenti di altre culture. Ecco quindi che l’incontro con gli utenti immigrati rappresenta un’occasione per diventare professionisti più competenti anche in ambito isoculturale, oltre che persone umanamente e intellettualmente più ricche.

                        


                            NOTE

 

1) White L.A. La scienza della cultura. Firenze: Sansoni, 1969, pp. 79-129.

2) Kluckhon C. Lo specchio dell'uomo. Milano: Garzanti, 1952, pp. 20-21.

3) Drusini A.G. Popoli senza storia.Lezioni di Antropologia. (in stampa) 2000.

4) Ember C.R., Ember M. Antropologia culturale. Bologna: Il Mulino-Prentice Hall International, 1998, p. 25.

5)Russell Bernard H. Research methods in cultural anthropology. London: SAGE Publications, 1988.

6) Russell Bernard H. op. cit., pp. 225 segg.

7) Weller S.C., Romney A.K. Systematic Data Collection. Newbury Park, CA.: SAGE, 1988.

8) Geraci S. Migrazioni. In: Geraci S. (a cura di ) Argomenti di Medicina delle Migrazioni (Edizione speciale per la Regione Veneto). Roma: Edizioni Anterem, 2000: 15-30.

9) Pittau F. L'immigrazione in Italia. In: Geraci S. (a cura di ) Argomenti di Medicina delle Migrazioni (Edizione speciale per la Regione Veneto). Roma: Edizioni Anterem, 2000: 31-36.

10) COSES (Consorzio per la ricerca e la formazione). L' immigrazione extracomunitaria nel Veneto degli anni '90. Osservatorio Regionale Immigrazione Veneto 1999; Quaderni di ricerca 4: 11.

11) Colaiacomo A. Dati sulla presenza straniera nel Veneto. In Geraci S. (a cura di ) Argomenti di Medicina delle Migrazioni (Edizione speciale per la Regione Veneto). Roma: Edizioni Anterem, 2000: 259-263.

12) I dati di questo paragrafo sono stati forniti dall'Associazione " L'isola che non c'è" (CGIL-CISL-UIL) c/o Ufficio Accoglienza Immigrati di Vicenza.

13) Geraci S. La salute degli immigrati in Italia: un fenomeno in movimento. L'Arco di Giano 1999; 22: 15-25.

14) Bonollo M. Immigrazione e salute. Cittadini dappertutto 2000; 6/7: 32.

15) Ballardini D.et al. Le malattie infettive.Una storia molto lunga. Panorama della sanità 2000; 30: 29-30.

16) Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286 "Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero", Suppl. ord. Alla Gazzetta Ufficiale n.191 del 18 agosto 1998.

17) Sangiuliano R. Diritto e legislazione sanitaria. Napoli:edizioni Simone, 2000, p. 16.

18) Zanarelli R., Cavalli A. I gruppi di studio del progetto "Immigrazione e salute". Prospettive Sociali e Sanitarie 1995; 22: 24.

19) Brocani O. Infermieri e immigrati. "Prospettive Sociali e Sanitarie 1995; 22: 27.

20) George J.B. Le Teorie del Nursing. Le basi per l'esercizio professionale. Torino: UTET, 1995, pp. 249-250.

21) Marriner Tomey A. I teorici del nursing e le loro teorie(3 ed.). Milano: Mc Graw Hill, 1996, p.407.

22) Gasparini A. Antropologia culturale e Nursing: le premesse teoriche per lo sviluppo delle discipline demoetnoantropologiche nella formazione infermieristica universitaria. Nursing Oggi 2000; 1: 26-29.

23) Piano Sanitario Nazionale per il triennio 1998/2000. Un patto di solidarietà per la salute. Supplemento al N.19 di Panorama della Sanità 1998; p. 56.

24) Geraci S., Mazzetti M. L'approccio al paziente immigrato. In: Malatesta R., Lante I. (a cura di ) Atti del 3 Convegno "Aspetti sanitari dell'immigrazione". Treviso, 12 febbraio 1998: 62.

25) Manara D. Assistenza infermieristica e alterità culturali. Prospettive Sociali e Sanitarie 1995; 22: 11.

26) Mazzetti M. Il dialogo transculturale in medicina. L'Arco di Giano 1999; 22: 37-44.

27) Colasanti R., Geraci S. I livelli d'incomprensione medico-paziente migrante. In: Geraci S. (a cura di) Argomenti di Medicina delle Migrazioni (Edizione speciale per la Regione Veneto). Roma: Edizioni Anterem, 2000: 213-220.

28) Frare B. L'ambulatorio per gli immigrati a Treviso, un approccio multiculturale alla malattia. Cittadini dappertutto 2000; 6/7:35.

29) Cipriani A. L'infermiere e le altre culture. Prospettive Sociali e Sanitarie 1995; 22:17.

30) Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286 "Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero", Suppl. ord. Alla Gazzetta Ufficiale n.191 del 18 agosto 1998.

31)Dati forniti dall'Ufficio Informatica dell'ospedale S.Bortolo di Vicenza.

32) Traduzione/adattamento italiano 2000 (non ancora standardizzata) a cura di Gonzo M.e Silvestri F.

33) Kelly C., Meyers J. CCAI (Cross-Cultural Adaptability Inventory) Manual. Minneapolis: National Computer Systems, 1995.

( Il questionario è stato applicato negli U.S.A. su un campione di 653 soggetti).

34) I dati sono stati elaborati grazie alla collaborazione della dottoressa Franca Silvestri.

 


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