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"Un esempio di meticciato in etnografia: il caso

  dei caboclo dell'Amazzonia"*

   di Micol Brazzabeni**

 

Difficilmente si può incontrare una definizione chiara del termine caboclo; probabilmente sarebbe più facile definire i caboclo caratterizzandoli per ciò che non sono piuttosto che per ciò che sono. Chi sono dunque i caboclo? Secondo il dizionario della lingua brasiliana, caboclo deriva etimologicamente da kari’boka, una parola tupi, il cui significato è ‘proveniente dal bianco’. Nella lingua brasiliana moderna indica il meticciato tra un bianco e un indio, altrimenti detto cariboca o carijò; oppure caboclo era l’antica denominazione dell’indigeno, usato dagli indigeni Tupì della costa per indicare i loro nemici delle foreste dell’interno, sinonimo in questo senso di tapuia ossia "non tupì"; ancora, inteso nella sua accezione folcloristica, caboclo indica la personificazione e la divinizzazione delle tribù indigene secondo il modello dei culti popolari di origine africana, adornate dei tratti cerimoniali degli antichi tupi.

In realtà alla parola caboclo e ai suoi rappresentanti sono stati attribuiti, a partire dalla sua prima comparsa nel XVI secolo, significati diversi, ognuno con un referente preciso che rispecchia l’ambiente da cui di volta in volta è scaturito.

Il XVI secolo è l’anno dell’arrivo e della conquista da parte dei portoghesi delle coste brasiliane, in quel momento abitate dalle popolazioni tupì, un’unica famiglia indigena che dal Nord al Sud parlava la stessa lingua, la lingua tupì-guarani o lingua geral; lo sfruttamento latifondista, basato sulla monocultura, fu essenzialmente la vera unità di produzione e di ricchezza che importarono i portoghesi. "Bastava soltanto risolvere il problema del lavoro. Sì che, frustrati i primi tentativi di utilizzazione di mano d’opera indigena, si vide che la risorsa più vantaggiosa consisteva nell’introduzione di schiavi africani". (cfr. Buarque de Hollanda, 2000:56). Questa situazione favorì notevolmente il fenomeno del meticciato fisico e culturale, tra bianchi europei e indio, e tra bianchi e neri (mulatti), che tra gli altri aspetti rappresentò per i portoghesi sicuramente un elemento significativo della stabilizzazione nell’ambiente. In questo contesto, caboclo era usato per indicare tutto ciò che era selvaggio in opposizione alla civiltà; tra l’altro i portoghesi, utilizzando la parola caboclo nella sua accezione negativa, che gli stessi tupì applicavano alle popolazioni dell’interno non tupì, perpetuarono l’atteggiamento per cui i tapuia continuarono ad essere profondamente ignorati durante tutto il periodo coloniale.

Con l’arrivo dei Gesuiti in Amazzonia (1610) gli indigeni venero per lo più raccolti nelle missioni, con lo scopo di "proteggerli" ed evangelizzarli. Il risultato fu il caboclo, ossia l’indio acculturato e detribalizzato, ovvero il meticcio nato da padre europeo e madre indigena, oppure il "cafuzo", ossia il meticcio nero ed indio, oppure ancora il "mamelucco", ovvero il discendente di afro-brasiliani e indio. In questo contesto la cultura cabocla perde ogni sua definizione ed identità.

Nel 1755 i Gesuiti vennero espulsi dal Brasile; mentre terminava il periodo delle missioni, il governo portoghese instaurava il Diretorio dos Indios (1755-1789), ossia l’assimilazione pianificata di indio e meticci nella società coloniale. Il progetto governativo sarà un fallimento che porterà nuovamente gli indio e i meticci a ritornare ai loro gruppi di origine nella foresta o più specificatamente lungo le rive del fiume-mare e dei suoi igarapès, lontano dai bianchi, ma anche dalle comunità di appartenenza, secondo lo stile di vita nomade dei caboclo. Il caboclo è dunque ormai assimilato alla figura del contadino amazzonico, che abita nella boscaglia, o sertão, nato da padre bianco e da madre india. Questo passaggio, quasi impercettibile, è molto interessante perché accanto alla connotazione "razziale" se ne affianca per la prima volta una socio-economica. Se è vero, come afferma De Azevedo, che in Brasile "il dogma della cultura prevale su quello di razza" (cfr. De Azevedo, 1966:5), si capisce come i concetti di "colore" o di "bianco" siano da considerarsi nella loro connotazione biosociale, per cui sono relativi simultaneamente al tipo fisico e alla posizione sociale dell’individuo. Il meticciato infatti non è da considerarsi come il risultato della semplice aggregazione fisica di gruppi etnici differenti, bensì il prodotto di condizioni economiche e storiche, per cui il termine caboclo, spogliato dalle più comuni connotazioni etniche e geografiche, assume una valenza prettamente sociale e culturale, designando tutti coloro che occupano i gradini più bassi della società amazzonica; ci basti sapere che in America Latina (Brasile compreso) la popolazione può essere divisa in tre strati che si relazionano con il sistema di organizzazione sociale prima che con la "razza": 1) il gruppo superiore costituito dai bianchi e dai meticci ‘socialmente bianchi’, concentrati nelle classi dominanti e urbane; 2) la grande massa di persone di colore (neri e mulatti), di quelli chiamati mestizos (in Brasile caboclo) e degli indio semi-acculturati, ossia la maggioranza dei contadini e delle persone degli strati inferiori della città. (cfr. De Azevedo, 1966:107). De Azevedo, nel 1966, sosteneva che l’immensa massa di meticciato è nei paesi dell’America Latina forse il più rilevante problema sociale, economico e politico, dal momento che i meticci sono emarginati sia dal punto di vista culturale, sia dal punto di vista dello status che viene loro riconosciuto all’interno della società. Del resto l’esclusivismo di cui erano protagonisti i portoghesi per tradizione e gli attuali brasiliani nei confronti di minoranze etniche, quali potrebbero essere i meticci, i mulatti e i neri, è legato più che alle differenze "razziali", al disonore tradizionalmente associato ai lavori vili, come poteva essere inizialmente la schiavitù (cfr. Buarque de Hollanda, 2000:65).

La seconda metà dell’800 segnò un cambiamento nella configurazione del mondo caboclo, che è poi quella attuale; in quel periodo, infatti, si assistette al boom economico del caucciù, per il quale commercio, piccoli coltivatori poveri delle zone aride del Nord-Est del Brasile si spostano verso le zone amazzoniche dell’estrazione del lattice. Questi ultimi si "caboclizzarono", mentre i caboclo accolsero alcuni elementi esterni, questa volta del nuovo contesto nordestino, conferendo alla loro cultura quel carattere sincretico di cui è tutt’oggi portatrice.

Attualmente in Brasile a livello nazionale si usa la parola caboclo per indicare una persona che vive nell’interno del paese ed occupa una posizione sociale inferiore a quella del parlante. In Amazzonia, per caboclo si intende il meticcio, sia tra indio ed europeo, che fra nero ed europeo, che si dedica alla coltivazione delle sponde dei fiumi ed è inserito nel mercato del lavoro regionale e nazionale come manodopera nell’industria estrattiva (seringueiros), o si intende semplicemente colui che abita nelle zone rurali. In realtà sappiamo che con l’aumentare del fenomeno dell’urbanizzazione l’habitat dei caboclo è sempre più identificabile con quello delle favelas delle città-metropoli portuali, i cui esempi più classici sono quelle di Manaus, Belém e Santarem, città nate dal nulla nell’interno dell’Amazzonia, lungo il Rio delle Amazzoni. Solo a titolo di esempio: Manaus è una città di un milione e mezzo di abitanti ufficiali (in realtà sono molti di più, in particolare nelle proliferanti favelas), è la capitale dell’Amazzonia moderna e caotica. Alla fine del secolo scorso, e fino agli anni Venti del Novecento, è stata la "regina" del caucciù, che ha rappresentato il miraggio di molte persone, impoverite dalle siccità delle terre aride del Nord e del Nord-Est. Forse la caratteristica che più rappresenta i caboclo è proprio la loro mobilità spaziale, tra l’acqua e la terraferma, il loro adattarsi ai più disparati habitat alla ricerca di possibilità di lavoro, e anche di un’ipotetica idea di libertà.

Se gli stereotipi dunque sono il pane comune dell’uomo, il caboclo risponde perfettamente a questa esigenza di semplificazione; non è l’indio, il buon selvaggio, l’altro incontaminato, bensì una "forma ibrida", nata dalla fusione di culture: il meticcio, il quale rappresenta nel pensiero comune brasiliano un’immagine impoverita, destrutturata, e per questo pensata e resa invisibile, del mondo indigeno. Del resto gli stessi caboclo, come neppure gli indio "puri", riconoscono l’esistenza di un’identità cabocla a partire da criteri etnici. Eppure se guardiamo con attenzione ai dati della popolazione rurale dell’Amazzonia, noteremo che su un totale di cinque milioni circa di persone, di cui duecentomila circa sono indio e un’altra percentuale sono bianchi funzionari, militari, missionari e commercianti, un contingente demografico rilevante è costituito proprio da quelle popolazioni meticce chiamate appunto caboclo.

Tuttavia, attualmente si può parlare di una rivalutazione di cosa significhi essere caboclo e della strutturazione, quantomeno, di un’identità simbolica; un processo questo che prende probabilmente ispirazione e forza dai primi movimenti di ribellione di indio, tapuias, neri e caboclo [il movimento del Cabanagem (1834 -1836) e dall’attività politica del seringueiro, leader ambientalista Chico Mendes (1944 –1988)] e che si inserisce esclusivamente in un discorso politico-ideologico di contrapposizione del Nord del paese, sì economicamente arretrato, ma culturalmente fecondo, al Sud progredito ed industrializzato.

Se dunque il ritratto che ne esce del caboclo è all’insegna di un complesso "sincretismo culturale", non lo sono di meno le espressioni del suo mondo magico-religioso.Il caboclo amazzonico è cattolico; una definizione che rischia di essere semplicistica.

E’ vero che, fino al 1900 circa, si manifestavano poche evidenze della presenza di religioni afro-brasiliane nelle zone costiere del Nord-Est brasiliano, in particolare nella città di Belém do Para, dove forte è stata ed è la presenza e l’influenza cabocla. Infatti, prima delle più conosciute nuove religioni popolari afro-brasiliane, il batuque, e l’umbanda, tra i caboclo, che dalle zone rurali migravano verso le città, esisteva la "pajelança" (i pajès sono gli sciamani) una cerimonia che era una fusione tra lo sciamanesimo indiano e aspetti del cattolicesimo più folkloristico.

Tuttavia sarebbe ugualmente riduttivo se guardassimo al batuque e all’umbanda solo come manifestazioni religiose di provenienza africana e brasiliana; in realtà il batuque, ma soprattutto l’umbanda sono religioni "creolizzate", intendendo con questa espressione una sintesi "armonica" delle eredità multiculturali del Brasile: il candomblé, Yoruba-brasiliano (trasformazione del culto africano originario bantù), le pratiche rituali del Congo-Angola, lo sciamanesimo indigeno e lo spiritismo europeo. In aggiunta a ciò, la struttura dell’umbanda risente molto delle variazioni regionali (a seconda appunto che siano aree di influenza cabocla o india), per cui si spiega nei rituali umbanda la forte presenza di elementi caboclo o amerindi. Come scrisse Edison Carneiro, un folklorista brasiliano, le religioni afro-brasiliane sono un fenomeno urbano, che riflette il processo di urbanizzazione e di integrazione nazionale. Il sincretismo di cui si parla è dunque all’inizio il risultato della commistione (spesso forzata) di pratiche e credenze magico-religiose del panteismo naturale africano, che i discendenti degli schiavi africani importarono in Brasile, con i riti e i santi cattolici dei loro "patrões" europei; vale la pena notare che, come analizza Brusinsky per la società messicana (La guerra delle immagini), gli africani altro non fecero che "sovrapporre" le immagini cattoliche, che erano state loro imposte, alle loro originarie forme di culto (sono gli orixás dell’umbanda, esseri sovrannaturali di origine divina, ad esempio Olorúm è il dio supremo, oxalá, il sacro cuore di Gesù, oxumaré, la Vergine Maria, bará,  San Gaetano o Sant’ Antonio, yemanja, Vergine del Mare etc.). Tra le forme di rappresentazione antropomorfica dei messaggeri divini troviamo i "Pretos Velhos", "as Crianças" e "Os Caboclos", che ricordiamo citati nel dizionario della lingua brasiliana.

Secondo la concezione magico-religiosa, in particolare cabocla, il fiume e la foresta sono popolati di essere sovrannaturali, con i quali gli uomini devono mantenere costantemente i rapporti per non perdere il loro contatto con la natura; molti di essi non sono altro che divinità del pantheon tupì-guarani che, al momento della loro incorporazione nella religione dei caboclo, sono stati reinterpretati e adattati al nuovo ambiente materiale ed ideologico. Tra questi ci sono i "Companheiros do fundo", creature dalla pelle bianchissima che vivono nelle profondità dei fiumi, i "Currupiras", sono rappresentazioni di indio di bassa statura, dalla pelle molto scura che vivono nella foresta in difesa degli abusi sugli animali, o ancora la "Cobra Grande", una creatura del mondo acquatico della foresta, descritta a somiglianza di una anaconda gigantesco, che avrebbe creato dei grandi solchi, gli igarapés. Esistono, come è ovvio, musiche e danze che accompagnano i rituali magico-religiosi di cui abbiamo parlato; una di queste è il "Caboclo Cobra Coral" che aiuta a richiamare lo spirito del "Cobra Grande" con tre percussioni e doppie campane, un cantante e il coro a seguire.

L’antropologo Burdick sostiene che la religione e la musica, in particolare, possano offrire un’interpretazione alternativa della storia brasiliana e delle relazioni etniche come pure una gradita forma di evasione dai ruoli sociali quotidiani e di creazione di una nuova identità; la religione umbanda, sempre secondo Burdick, enfatizzerebbe "transformazioni spirituali e discontinuità con la società", favorendo una forma di contro-cultura, elaborata prima dagli schiavi neri e poi dalle classi subalterne (tra cui ritroviamo i caboclo), in opposizione allo sfruttamento delle classi egemoni.

 


Bibliografia essenziale:

- Buarque de Hollanda S., Radici del Brasile, Firenze, 2000

- Zaccaria S., Popoli della foresta e del fiume-mare, i caboclo dell’Amazzonia brasiliana. http://www.amazonia.org/htm/it.caboclo.htm

- Amazonia: Festival and Cult Music of Northern Brasil, http://www.skywriting.com/Lyrichord/reference/ref7300.htm

- Puerto A., The Brazilian Black Movement in the Twentieth Century, http://www.sfsu.edu/~hsa/ex-post-facto-puerto.htm

- De Azevedo T., Cultura e Situação Racial no Brasil, Rio de Janeiro, 1966

- Popoli, nn. 8/9 agosto/settembre 1999, n. 12 dicembre 1999

- http://www.aumbhandan.org.br/orisa1.htm


* Una versione precedente dell'articolo è stata pubblicata in http://www.hakomagazine.net

** Psicoantropologa, Verona

 


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