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CONSULTORIO FAMILIARE E REALTÀ' MULTIETNICA.

             di Mauro Gonzo*

         

            SOMMARIO:

  1. PROBLEMI SOCIOSANITARI DELLA POPOLAZIONEI IMMIGRATA
  2. TIPOLOGIA E PROBLEMATICHE PREVALENTI DEGLI UTENTI EXTRACOMUNITARI CHE AFFLUISCONO AL CONSULTORIO. APPROCCIO DEL SERVIZIO NELLA PRIMA FASE.
  3. DIFFICOLTÀ’ DEGLI OPERATORI NEL RAPPORTARSI AGLI ASPETTI CULTURALI DELLE PROBLEMATICHE PRESENTATE DALL’UTENZA EXTRACOMUNITARIA.
  4. IL FENOMENO DELL’INTERRUZIONE DELLA GRAVIDANZA ALL’INTERNO DEL CONCETTO DI SALUTE E DEGLI SCHEMI CULTURALI DELLE DONNE IMMIGRATE GHANESI E SLAVE. APPROCCIO INTERCULTURALE E PROPOSTE OPERATIVE ATTUATE.
  5. L’AFFIDO DEI MINORI IMMIGRATI ALLE FAMIGLIE ITALIANE : I PROBLEMI DI COMUNICAZIONE FRA FAMIGLIE IMMIGRATE, FAMIGLIE AFFIDATARIE, MINORI, TRIBUNALE PER I MINORENNI,SERVIZI CREANO UN DIFFICILE CONTESTO OPERATIVO. COME E’ STATO AFFRONTATO IL PROBLEMA
  6. CONCLUSIONI  

1. PROBLEMI SOCIOSANITARI DELLA POPOLAZIONE IMMIGRATA

La zona della Valle del Chiampo (Vicenza) ha avuto in questi ultimi anni un intenso sviluppo economico che ha modificato in modo significativo il tessuto sociale, oltre all’ambiente geografico e alle caratteristiche economico-strutturali ed abitative della zona.

L'intenso sviluppo, soprattutto nell'industria della concia, con le lavorazioni particolarmente gravose e nocive che lo caratterizzano, ma anche con la prospettiva di facile occupazione e guadagno, ha richiamato manodopera in gran numero da vari paesi europei ed extraeuropei

L’ondata immigratoria, che si è verificata negli ultimi 10 anni, ha compreso in un primo tempo soggetti adulti prevalentemente di sesso maschile, ma subito dopo si sono aggiunte le donne (anch’esse largamente impiegate nell’industria) e poi, tramite il fenomeno della ricongiunzione familiare e l’elevata natalità che caratterizza gli immigrati (Pinnelli, Raccioppi, 1993; Istat,1992; Montanari & King,1994) si sono aggiunti numerosi individui  in età minorile.

Si tratta, in ordine di importanza numerica, soprattutto di Jugoslavi (Serbi), Ghanesi,  Nordafricani (Marocco, Tunisia, Algeria), Indiani (provenienti da Punjab, Sri Lanka, Bangla Desh), Albanesi.

La percentuale di immigrati regolarmente residenti è attualmente circa il 10% rispetto alla popolazione totale nel Comune di Arzignano, il capoluogo, ma tocca punte molto più elevate nei Comuni dell’Alta Valle (fino al 19 %), dove si sono avuti molti insediamenti abitativi, vista la difficoltà di trovare alloggio in Arzignano e in altri paesi più in pianura. Tenendo conto del fatto che la percentuale media in Italia è circa il 2,5% della popolazione, si ha un’idea delle dimensioni e dell’impatto sociale del fenomeno. I problemi sociali che il fenomeno può comportare, soprattutto in prospettiva, sono molto rilevanti. Basti pensare che i figli degli immigrati giunti in zona o nati negli ospedali dell’Ulss sono molto numerosi (2049 minori stranieri risiedevano nell'Ulss  al 1/1/2000) e che essi saranno a breve termine, o sono già, inseriti nella scuola dell’obbligo, con i notevoli adattamenti e problemi che questo dovrà comportare nelle strutture scolastiche, nei metodi educativi, a livello sanitario, ecc.

I problemi sociali più evidenti di oggi sono soprattutto quelli relativi all’alloggio, mentre quello lavorativo ed economico sono relativamente risolti. E’ difficile infatti trovare casa ed ancora di più trovare case adeguate ed igienicamente accettabili. Vi sono di conseguenza molti problemi sanitari, dovuti alla coabitazione forzata di più nuclei e di persone estranee ed alle condizioni igieniche precarie.

Vi sono poi, dal punto di vista sanitario, le conseguenze delle lavorazioni pesanti ed insalubri; i problemi dovuti alle condizioni ed abitudini igienico sanitarie dei paesi di origine (Malatesta, a cura di, 1992; Sergi, Carchedi, 1991); alle condizioni psicologiche e fisiche di stress che la migrazione comporta, in conseguenza dello sradicamento dal contesto di vita, dalle reti di amicizie e solidarietà dei paesi di origine, dalla propria cultura, dai propri affetti (Jacques, 1977); infine, alla modalità secondo cui gli immigrati concepiscono l’utilizzo dei servizi sociosanitari, a cui attingono spesso solo al momento dell’urgenza e in modo improprio, ricorrendo ad es., in modo eccessivo ai servizi di Pronto Soccorso (Tognetti Bordogna,1988).

Dal punto di vista sociale più complessivo, oltre a questi problemi urgenti ed immediati, occorre considerare a quale livello di integrazione e di comunicazione si potrà instaurare in futuro, non solo con gli appartenenti alla cd. 1a generazione, i quali hanno vissuto in prima persona e fortemente voluto il progetto migratorio, ma anche con quelli delle generazioni future, che si troveranno a vivere in una realtà alla quale dovranno adattarsi, volenti o nolenti, pur non essendo la più vicina ai modelli culturali appresi nell’ambito familiare.

Con questi problemi, dovranno misurarsi quanti intendono operare nella direzione della salute e della diffusione di modelli adeguati di benessere psicofisico. 


2. TIPOLOGIA E PROBLEMATICHE PREVALENTI DEGLI UTENTI EXTRACOMUNITARI CHE AFFLUISCONO AL CONSULTORIO. APPROCCIO DEL SERVIZIO NELLA PRIMA FASE.

Al Consultorio Familiare di Arzignano si rivolge un'utenza che è composta in misura rilevante da extracomunitari, soprattutto donne che accedono all'ambulatorio ginecologico. Si tratta di donne ghanesi, slave, indiane, albanesi marocchine e di altre nazionalità che presentano problemi ed esigenze di vario tipo: dai comuni piccoli disturbi ginecologici, alla necessità di essere seguite durante la gravidanza e di effettuare le visite prescritte per l’astensione dal lavoro per maternità, effettuare esami e controlli, ecc. .

Grazie anche alla presenza di un ginecologo donna, ed alla collocazione in una zona ben accessibile, queste utenti si sono rivolte fin dall’inizio al nostro Servizio, trovando anche una buona disponibilità da parte degli operatori, sensibili per formazione alle tematiche sociali ed al dialogo con l’utenza, mentre gli operatori delle strutture ospedaliere, forse per la necessità di far fronte alle urgenze e per un’impostazione più ’tecnica’ propria della medicina ospedaliera, non sempre avevano la disponibilità per mettersi in contatto con l’utenza, al di là delle oggettive difficoltà esistenti.

Come si è detto, l’urgenza è spesso la modalità con cui questa utenza si rivolge al servizio, essendo lontana da un’ottica di prevenzione ed anche dallo stesso concetto di cura intesa nel senso più adeguato.

La richiesta iniziale è spesso inerente all'IVG, visto che in zona è presente un ospedale in cui è possibile praticare l’intervento e che esiste un accordo tra la struttura ospedaliera e il consultorio che prevede l'invio dei casi di richiesta di IVG da parte di extracomunitarie a quest'ultimo servizio, al fine di effettuare colloqui informativi e preventivi più approfonditi.

Infatti, risulta che nel Veneto, tra le donne extracomunitarie, il fenomeno dell'IVG è molto diffuso, ed è in aumento, mentre invece risulta in via di graduale diminuzione tra le donne italiane; inoltre le due nazionalità in cui questo fenomeno è più evidente sono proprio quella ghanese e quella jugoslava, le stesse che frequentano maggiormente il nostro Consultorio (Giorio, Dalla Zuanna,1991;Istat,1992; Gonzo,Tirelli,1994).

Il problema è particolarmente rilevante anche dal punto di vista sanitario: infatti, sempre per la regione Veneto, risulta che la motivazione più frequente tra le donne extracomunitarie per il ricovero ospedaliero è appunto l'IVG (ibid.).

Come abbiamo potuto vedere facilmente fin dalla fase iniziale, per le donne di queste nazionalità (al di là delle differenze culturali tra un’etnia e l’altra) l’aborto rappresentava il mezzo normalmente usato per il controllo della fertilità, essendo per loro impraticabile un modello di famiglia numerosa sul tipo di quello vigente nelle culture tradizionali in un contesto sociale ad elevato sviluppo industriale. Ogni donna, quindi, praticava e, in parte tuttora pratica, più aborti nel corso della sua esistenza fertile.

La contraccezione, viceversa, per vari motivi, viene praticata in modo spesso in modo sporadico o incostante, essendo presente una ‘resistenza’ o un ‘rifiuto’ verso di essa. Di conseguenza, almeno in una fase iniziale, tale comportamento suscitava allarme e condanna morale da parte degli operatori, che assumevano a volte un atteggiamento - più o meno consapevolmente - ostile nei confronti di queste utenti, che sembravano poco disposte o interessate a seguire i consigli degli operatori.

Oltre a questi aspetti prettamente sanitari, il Consultorio si trovava ad affrontare numerose altre problematiche relative alla funzione consultoriale: problemi di coppia, dovuti anche alla diversità culturale nelle coppie miste; problemi psicologici individuali dei genitori, spesso dovuti allo sradicamento, come ad es. alcolismo, depressione, che avevano riflessi anche nel nucleo familiare e in particolare sui figli (Colasanti, Geraci, 1991; Picciolini, 1991; Sergi, Carchedi, 1991; Ngah, 1992, Gasseau, 1992; Eleftheriadou, 1992).

Dal punto di vista quantitativo e qualitativo, i problemi dei minori sono stati fin dall’inizio quelli che hanno investito maggiormente il Servizio dal punto di vista psicosociale, essendovi stata nella nostra zona la delega dei minori all’Ulss da parte dei Comuni, ed essendo il Consultorio competente per tale casistica, fino al 1999.

Inoltre, spesso, i genitori, in particolare le madri, che già frequentavano il servizio per l’ambulatorio ginecologico, riconoscendo agli operatori l’attenzione data fin dall’inizio alle problematiche familiari, si rivolgevano a loro per chiedere aiuto per vari problemi riguardanti i figli.

I minori risentono della situazione generale e della situazione familiare; influiscono l’isolamento sociale e scolastico; la coabitazione, la precarietà abitativa, la scarsa igiene e le malattie presenti, dovute anche al "pendolarismo" dei bambini che ‘vanno e vengono’ dai paesi di origine diventando a volte veicolo di malattie infettive e/o parassitarie. Vi è a volte un inadeguato interessamento dei genitori per quanto riguarda lo svezzamento, l’alimentazione, l’effettuazione delle vaccinazioni, il seguimento a livello pediatrico in generale.

Un altro problema è l’accudimento dei bambini, che, non avendo a disposizione lo stesso livello di relazioni nella famiglia estesa e lo stesso livello di sostegno nelle reti sociali goduto dai bambini italiani, si trovano spesso a non avere custodia adeguata, sia in genere quando i genitori lavorano, ma specialmente nel caso in cui vi siano problemi che sopraggiungono nel nucleo, come ad esempio quando uno dei genitori è in ospedale o in altri simili casi.

Dal punto di vista delle problematiche familiari, si riscontrano a volte conflitti di coppia, divorzi, alcolismo, violenza intrafamiliare,   difficoltà scolastiche dei figli, problemi di devianza nella fase adolescenziale, dovuti anche alle difficoltà che le famiglie immigrate incontrano nell’adattamento alla nostra realtà.

Per accennare- per sommi capi - a questo argomento delle ripercussioni della scelta migratoria sulla famiglia, ci soffermeremo sull'impatto che avviene tra la famiglia- coi suoi valori e modelli, che costituiscono la sua identità - e la società in cui la famiglia si inserisce, nei diversi tempi in cui possiamo suddividere la fase di inserimento.

I processi che avvengono, infatti, sono differenti a seconda che si tratti del periodo di arrivo, del momento successivo della tentata integrazione, o, infine, della situazione stabilizzata all'interno di un gruppo etnico che assume caratteristiche minoritarie nel nuovo ambiente (Dumon,1993).

In una prima fase, l'attenzione del nucleo familiare immigrato si rivolge prevalentemente al problema del rapporto con le famiglie (allargate) di origine nella madrepatria, al 'mandato' familiare di cui l'emigrazione rappresenta il compimento (più o meno parziale), agli aspetti affettivi conseguenti il trauma del distacco ed ai primi tentativi di ricongiungimento coi familiari rimasti in patria.

Il mantenimento della struttura familiare è un fattore fondamentale della capacità di adattamento del nucleo al nuovo ambiente (ibid.). In particolare, la ricostituzione o la formazione di una coppia (o di una coppia genitoriale) ha un elevato valore adattivo, così come è importante il collegamento con altri membri della rete parentale nella prima fase di inserimento.

Questa è una fase particolarmente critica, per le conseguenze che essa può avere in seguito, in quanto la problematicità della coppia è alla base delle successive disfunzioni familiari relative ai figli (Haley, 1970).

L'elemento della conservazione dell'identità è prioritario per il sistema familiare, per permettere ad esso di commisurarsi con l'esterno e di elaborare positivamente le comunicazioni con l’ambiente (Maturana, Varela,1985; Luhmann,1990; Donati,1993).

Se noi consideriamo ad esempio gli immigrati ghanesi, popolazione in cui vi sono varie etnie, ma appartenente in misura prevalente al gruppo Ashanti, in cui la struttura tradizionale della parentela è di tipo matrilineare ed in cui tradizionalmente la famiglia di origine della madre prevale rispetto all'importanza nella vita quotidiana, la donna ancor oggi si sente a volte più legata alla propria madre e alla famiglia relativa piuttosto che al coniuge (Sarpong,1977; Fortes,1950; Bukh,1979; Mc Leod, 1981; Gonzo,Tirelli,1994). Il concetto di "coppia" è quindi piuttosto instabile, se paragonato a quello vigente nella coppia occidentale, che è alla base della cd. ‘famiglia nucleare’.

La famiglia è il luogo centrale delle dinamiche di assimilazione ed esclusione anche nella fase successiva, in cui i figli in particolare svolgono un ruolo determinante nel passaggio dall'uno all'altro processo identitario, che avviene non una volta per tutte (il che sarebbe traumatico) ma in maniera iterativa e continua, a mano a mano che essi impersonano ruoli e assumono valori diversi e contrastanti in diverse fasi della loro esperienza quotidiana (ad es. con i genitori e con gli amici) vivendo più identità diverse (Dumon,1993).

Infine, i rapporti fra individui, famiglia e gruppo etnico omogeneo sono cruciali nell'ultima fase, in cui si verifica il livello di elasticità in cui si è avuta la compenetrazione fra i due modelli socio-culturali.

La fase che ci siamo trovati ad affrontare è quella dell’inserimento iniziale e della prima modificazione adattiva della famiglia, in cui si è evidenziata soprattutto l’urgenza dei problemi più macroscopici  (la prima sistemazione, i problemi sanitari, le gravi disfunzioni familiari in cui entra in campo il Tribunale per i Minorenni, l’affido) ed in vi è stato il rischio che passasse in secondo piano il problema del travaglio che queste famiglie vivono al loro interno nell’accingersi a ristrutturare la loro organizzazione per adeguarsi alla nuova realtà.

  


3. DIFFICOLTÀ’ DEGLI OPERATORI NEL RAPPORTARSI AGLI ASPETTI CULTURALI DELLE PROBLEMATICHE PRESENTATE DALL’UTENZA EXTRACOMUNITARIA.

La difficoltà di comunicazione con gli utenti extracomunitari sta alla base dei problemi incontrati dagli operatori nel trasmettere messaggi preventivi e di educazione alla salute e nell’intervenire nella problematiche psico-sociali delle famiglie.

Essa si è resa più evidente in due settori particolari, che citeremo in quanto emblematici: quello della prevenzione dell’aborto, dal punto di vista sanitario, e quello dell’affido familiare. In entrambi i casi, il Consultorio, pur non essendo riuscito a trovare quello che comunemente si intende per ‘soluzione’ immediata al problema, ha cercato di porsi in un’ottica di comunicazione transculturale e di lavorare affinché potesse emergere, in prospettiva, una soluzione dall’interazione fra i comunicanti.

Anzi, avendo costituito questi due temi altrettanti nodi problematici dell’interazione servizi-utenti immigrati, è stato, a parere di chi scrive, ancor più significativo aver approfondito queste due tematiche cercando di instaurare un livello di conoscenza come presupposto per la comunicazione.

La comunicazione interculturale, infatti, non si configura come un semplice mezzo per ottenere più adeguati livelli di salute e di benessere psicofisico, ma anche come una finalità più ampia, mirante a ridefinire gli stessi concetti e presupposti di ciò che noi intendiamo come salute e benessere e ad attuarlo nel contesto di un’integrazione sociale positiva.

In altri termini, esiste una circolarità fra i termini educazione alla salute / comunicazione interculturale / integrazione sociale e ciascuno di essi sembra essere condizione degli altri.

La difficoltà di comprensione dei modelli dell’altro, infatti, provoca estraneità ed ostilità, e ciò influenza in maniera reciproca la relazione che si stabilisce, mentre la capacità, o almeno il tentativo, di comunicare creano un contesto favorevole per il dialogo.

Lo stesso concetto di dialogo potrebbe rientrare in una visione più ampia del nostro concetto di salute; se riteniamo che la salute sia un concetto psicologico e sociale, oltre che somatico, e che la rigidità e l’unilateralità dei modelli di pensiero e di comportamento - anziché l’apertura ed il confronto con l’esterno - caratterizzino i sistemi umani in cui il disagio si manifesta (Bateson,1972;1979).

Come abbiamo visto, il problema dell’interruzione della gravidanza, per le ripercussioni etiche ed emotive che comporta e per la profondità degli influssi e presupposti culturali implicati, si prestava in modo particolare a creare delle difficoltà comunicative, nel momento in cui gli operatori non riuscivano ad ottenere delle modificazioni di comportamento ponendosi in un’ottica di prevenzione del problema.

Si è posta allora per il ginecologo, l’assistente sanitaria, l’assistente sociale, lo psicologo, la necessità di operare un salto di livello rispetto alle consuete modalità di intervento, ridefinendo il proprio ruolo in base alla nuova situazione. Occorreva trovare un modo di comunicare che tenesse conto delle culture di origine degli utenti per giungere a concepire interventi accettabili dal loro punto di vista.

Per poter capire le motivazioni delle donne rispetto all’IVG, si è dovuta elaborare un’ipotesi e cercare di identificare i fattori che determinavano il ricorso generalizzato a tale pratica nonché il rifiuto della contraccezione moderna, apparentemente poco spiegabili, sia in base alle sole difficoltà socioeconomiche, sia in base all’aderenza alle tradizioni religiose o culturali tradizionali.

Infatti, ad es., i contraccettivi orali - di cui le donne venivano informate ripetutamente dagli operatori- potevano essere altrettanto, e più, economici e pratici e permettere alla donna di andare al lavoro, accudire i figli, ecc., più che non un’operazione chirurgica dolorosa e pericolosa, che richiedeva almeno uno o due giorni di ricovero ed aveva un costo elevato (almeno per le donne immigrate clandestine che non avevano diritto all’assistenza medica gratuita).

Inoltre, secondo il modo di pensare degli operatori, avrebbero, di per sé, creato minore conflitto con i valori morali delle religioni praticate in Ghana (cristianesimo protestante, religione tradizionale) e in Serbia ( cristianesimo ortodosso), le quali condannano la pratica dell’aborto.

Tale modo di pensare e di agire delle utenti, unitamente ad altre particolarità comportamentali, come il fatto di non curarsi in modo adeguato (secondo i nostri criteri), di giungere spesso in ritardo agli appuntamenti, le difficoltà linguistiche, ecc. risultava poco comprensibile e difficile da accettare da parte degli operatori.

Per quanto riguarda gli aspetti psico-sociali, ed in particolare l’affido, le incomprensioni e le difficoltà nascevano dal fatto che l’affido si era sviluppato fra i ghanesi nei primi anni del loro inserimento in maniera spontanea, cioè su iniziativa di famiglie ghanesi e italiane che erano venute a contatto per vari motivi, a partire dalla necessità di collocare i figli durante l'assenza da casa dei genitori dovuta al lavoro. I servizi sociali venivano a contatto con questi casi, spesso, solo in una fase successiva, quando i casi stessi venivano segnalati dalle famiglie coinvolte o da altri.

Accade che le famiglie ghanesi si rivolgano alle famiglie locali chiedendo la loro collaborazione per ovviare ai problemi derivanti dall'impegno lavorativo; le abitazioni infatti sono spesso distanti dai luoghi di lavoro e gli orari di lavoro sono pesanti. Anche le donne lavorano, allo scopo di guadagnare cifre il più consistenti possibili da inviare in patria o, comunque, per accedere a livelli di vita migliori.

Anche il problema delle precarie condizioni abitative ed igieniche incide nella richiesta di aiuto per la custodia dei figli ed è anche il motivo più frequente del mancato ritorno in famiglia dei bambini, una volta che si è arrivati alla decisione interrompere l'affido.

Inizialmente, i bambini vengono inseriti nelle famiglie vicentine come altre famiglie italiane portano i loro figli alla baby sitter o all'asilo-nido, data anche la carenza di quest'ultimo tipo di struttura. In seguito, vi è una progressiva delega di responsabilità genitoriali nei confronti della famiglia 'affidataria' da parte delle famiglie di origine, che chiedono esplicitamente, o di fatto, l'accudimento del bambino per la notte (per motivi di orario di lavoro dei genitori) e poi per tutta la settimana.

Nel giro di alcuni mesi, la permanenza del bambino nella famiglia locale si stabilizza, fino al punto che s’ instaurano legami affettivi significativi con le figure presenti.

Spesso la completa delega viene sancita dal fatto che i genitori tendono a non farsi vivi nemmeno nei week-end e, comunque, anche quando vengono a prendere i bambini, subentrano una serie di fatti che spingono la famiglia affidataria a non restituire il bambino volentieri, in quanto ad es., l'alimentazione peggiora, il bambino rientra la domenica sera con disturbi digestivi, o non sono stati cambiati i pannolini, ecc..

I servizi sociali si sono posti il problema di regolarizzare la situazione, precisando i tempi ed i termini dell'affido e cercando di recuperare alla propria funzione la famiglia di origine.Ciò, tuttavia, non sempre è stato ed è fattibile, sia per i problemi abitativi e sanitari delle famiglie di origine, sia perché a volte la differenza culturale rende difficile inquadrare i problemi effettivi esistenti nel nucleo di origine e proporre delle soluzioni conseguenti.


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 4. IL FENOMENO DELL’INTERRUZIONE DELLA GRAVIDANZA ALL’INTERNO DEL CONCETTO DI SALUTE E DEGLI SCHEMI CULTURALI DELLE DONNE IMMIGRATE GHANESI E SLAVE. APPROCCIO INTERCULTURALE E PROPOSTE OPERATIVE ATTUATE

Come si è detto, era difficile per gli operatori capire le motivazioni che spingevano le donne immigrate all’IVG ed al rifiuto dei contraccettivi moderni. Non era una spiegazione valida la carenza di informazione sulla contraccezione, dato che, per lo meno per le donne che frequentavano il Servizio, vi era stata un’informazione sufficiente in colloqui precedenti.

In base anche a un confronto con gli studi etnografici, abbiamo perciò ipotizzato che i fattori che influiscono sulla maggiore incidenza dell'IVG nelle donne straniere provenienti dai paesi suddetti (Serbia e Ghana) fossero i seguenti:

a)il permanere di modelli culturali propri del paese di origine, sfavorevoli alle pratiche contraccettive ed invece esaltanti la fertilità della donna come valore primario per la donna stessa, in rapporto alla coppia, alla famiglia e alla società; esistenza di una condizione di inferiorità della donna nei rapporti di genere (gender)

b)la situazione sociale e psicologica di difficoltà in cui vive la donna, sradicata dal suo paese di origine, in condizioni abitative, lavorative, igieniche, ecc. precarie, che la porta a trascurare la cura della propria salute e del proprio corpo

c)la difficoltà degli operatori sociosanitari preposti all'educazione alla salute a rapportarsi a tali modelli e valori, per le difficoltà di approccio proprie della situazione di comunicazione interculturale (Tognetti Bordogna,1988)

Nel caso della donna ghanese, ad es., emerge che la fertilità è uno dei pilastri dell'identità femminile, tanto da risultare, all'interno di questa società, fondamentale per essere desiderata da un uomo. Nonostante il prestigio che la donna ha in quella società, in confronto anche con molte altre società africane (e non solo), la donna che non è fertile "non vale niente" e nessuno- in quel contesto- le presta ascolto e rispetto. La donna fertile, viceversa, occupa un posto di prestigio nella gerarchia sociale ghanese tradizionale; è considerata benvoluta dalle divinità e fonte di ricchezza e saggezza per la comunità intera.

Infatti la fertilità, nella religione tradizionale Ashanti riveste un ruolo particolarmente importante, come ‘principio energetico’ sacrale della natura da cui il cosmo trae alimento e vita (Mc Leod,198; Sarpong,1977; Eliade, 1976). La fertilità della donna assicura la fertilità e la prosperità della natura e della società umana. Viceversa l’infertilità si trasmette ‘per contagio’ alla natura ed alla comunità e rappresenta un vero pericolo sociale.

Per questo motivo l’infertilità è duramente sanzionata : essa comportava (in passato) la condanna e l’isolamento. Ancor oggi, la donna che non può procreare, per l'assunzione di contraccettivi o per altri motivi, è quindi, anche se in modo non manifesto all’osservatore non appartenente alla cultura ghanese, e forse in parte inconsciamente da parte degli stessi appartenenti, percepita negativamente all'interno della coppia, in rapporto al maschio e nel suo entourage sociale.

Per quanto riguarda le donne jugoslave immigrate, l’altro gruppo a più alta abortività volontaria ed il secondo per importanza numerica fra le utenti, abbiamo esaminato il loro retroterra culturale ed il loro atteggiamento riguardo al controllo della fertilità, anche basandoci su uno studio condotto da M.Morokvasic (1981).

L’IVG è stata legalizzata in Jugoslavia 10 anni prima che nel mondo occidentale e la frequenza dell’aborto è molto elevata, come in molti altri paesi dell’Est, come Romania e Russia. La frequenza dell’IVG in Serbia è di circa 3 a 1 fra aborti e nati vivi.

La crisi dell’economia tradizionale basata sulla agricoltura con largo impiego di mano d’opera e la concomitante crisi del sistema familiare tradizionale, hanno causato questa forte spinta alla limitazione delle nascite.

Il sistema familiare tradizionale, basato sulla zadruga, che consisteva in una famiglia allargata comprendente le famiglie dei figli maschi di uno stesso padre, sulle quali aveva autorità il fratello maggiore (Cuisenier, 1994) formando così un vincolo socioeconomico per gestire la coltivazione della terra, dava un valore estremamente importante alla fertilità, tanto che la sterilità di una donna comportava quasi sempre il divorzio.

Oggi l’economia è cambiata ed è diminuita considerevolmente la domanda di forza-lavoro agricola ed inoltre non c’è più la necessità di mantenere unito il fondo.

Ma i cambiamenti culturali procedono ad un passo più lento, a volte, rispetto a quelli sociali. Ancor oggi, all’interno della famiglia, viene richiesta alla donna una totale dipendenza dall’uomo dal punto di vista sessuale e nei compiti domestici. Così la donna è costretta ad accettare la non responsabilità dell’uomo rispetto alle conseguenze dell’atto sessuale, e d’altro canto, vive come unico momento contrattuale all’interno della relazione di coppia quello della gravidanza (la fertilità matrimoniale infatti è ancora considerata fonte di prestigio).

Il peso della cultura di appartenenza, quindi, si mantiene, come la Morokvasic ha evidenziato nelle sue ricerche sulle donne emigrate in vari paesi dell’Europa occidentale, nei quali la contraccezione e l’informazione sono diffuse. Le donne intervistate dall’autrice, infatti, preferivano l’IVG pur dovendo recarsi in patria, spesso, per praticarla ed inoltre dimostravano di accettare molti valori coerenti con la supremazia maschile della cultura di origine, affermando ad es., che la donna non doveva usare la pillola ‘per rimanere fedele all’uomo’, oppure vantando un grande orgoglio per la fertilità, dimostrata rimanendo incinte ’ogni volta che incontravano il marito’.

Era evidente che il rapporto di potere nella coppia, il prestigio sociale e la conferma della propria identità femminile, nel momento in cui le risorse identitarie della donna sono in crisi in seguito al travaglio psicologico dell’assimilazione ed alla perdita dei punti di riferimento che costituivano la rete di sostegno precedente (Campani,1993), contavano per le utenti più di altre considerazioni, nonostante l’informazione ricevuta.

Prendendo in considerazione questi fattori, gli operatori del Consultorio hanno cercato di elaborare modalità di intervento che tenessero conto dei presupposti in base ai quali queste categorie di donne vivevano la loro sessualità, la procreazione ed il controllo su di essa.

Il concetto di maternità, e lo stesso concetto di identità femminile, infatti, che stanno alla base del modo in cui queste donne vivono la loro sessualità, il rapporto di coppia e il loro ruolo familiare, come abbiamo potuto vedere, alla luce dell’evoluzione culturale e storica nei differenti paesi di origine e dei modi in cui esso si è trasformato nell’esperienza dell’emigrazione, si dimostra per noi non del tutto scontato ed anche ricco di stimolanti riflessioni, anche se non è per noi facile calarsi in contesti culturali profondamente diversi e lontani.

Si tratta di pensare il contatto con queste utenti e la pur necessaria informazione come momenti di confronto e non di pura trasmissione di pattern di comportamento più confacenti ai nostri schemi ‘moderni’ e ‘scientifici’.

Pertanto, abbiamo elaborato, come primo passo, un questionario-intervista (cfr. Gonzo, Mosconi,Tirelli, 1999), che permettesse, allo stesso tempo, di raccogliere informazioni utili sulle condizioni materiali e psicologiche di vita di queste persone e sulle loro motivazioni nella richiesta di IVG, e di attuare un confronto sui modelli familiari, di coppia e sull’identità femminile senza che ciò risultasse una imposizione di valori e significati, ma un momento partecipativo e di dialogo.

Il questionario esplora inizialmente le condizioni economiche, abitative, lavorative, concernenti l'inserimento nella realtà locale; si rilevano poi le coordinate culturali di origine; la storia e le prospettive rispetto al progetto migratorio; si rilevano i dati riguardanti la composizione della famiglia; si passa poi all'argomento più specifico, la contraccezione e l'aborto.

Il questionario può essere utilizzato per il colloquio psicologico per valutare la richiesta di IVG, previsto per prassi in molti consultori, per raccogliere in maniera sistematica e completa le informazioni utili sull'utente e la coppia, oltre a mettere a fuoco in modo specifico gli atteggiamenti riguardo alla contraccezione, l'aborto, la coppia e gli altri argomenti trattati.

Seguendo la traccia delle domande contenute nell'intervista -ed eventualmente ampliandole in determinati punti- l'operatore può costruirsi un'idea delle caratteristiche del nucleo familiare, delle sue origini culturali e storico geografiche, della sua storia, delle dinamiche relazionali presenti, del rapporto di coppia, di ciò che i figli rappresentano, ecc.. In tal modo, il fenomeno dell'IVG viene ad assumere anche un senso rispetto alle relazioni familiari e alla rete di significati condivisi all'interno della famiglia.

Quanto viene appurato tramite queste domande, può venire poi restituito alla coppia o alla donna, con l'effetto di poter aprire un dialogo sulla base di una conoscenza del loro stile di vita e dei loro presupposti cognitivi e culturali, con cui viene messo in relazione il loro comportamento riguardo al controllo della fertilità.

La parte più importante riguarda appunto la famiglia, che viene indagata attraverso un confronto fra la famiglia attuale (così com'è costituita concretamente) e la famiglia invece ideale (come loro desidererebbero che fosse, cioè con quanti figli, quale tipo di rapporti, quale suddivisione di ruoli, ecc.).

Ciò al fine di mettere in luce attraverso tale confronto le aspettative riguardo al numero di figli e gli aspetti di mentalità a ciò collegati, le idee rispetto alla fertilità, ecc., con un certo grado di indipendenza rispetto alle condizioni economico-pratiche esistenti nel paese di immigrazione.

Inoltre, tale metodo è stato scelto per ovviare al fatto che le intervistate, se sollecitate, direttamente ed in modo esplicito, ad esprimere il loro punto di vista sulle motivazioni della loro preferenza per l'IVG, negavano influenze dovute al loro retaggio culturale, forse per un senso di inferiorità socioculturale o per accondiscendere agli operatori del CF che svolgono attività di prevenzione all'IVG.

Le domande riguardanti la situazione ideale vengono estese anche al rapporto uomo-donna nella coppia, agli aspetti di potere nella struttura familiare, alla fedeltà o ai cambiamenti rispetto alla tradizione.

Questo tipo di esplorazione, che avviene attraverso il dialogo tra operatore ed utente, apre una comunicazione con la coppia o il singolo utente immigrato ed innesca un meccanismo di interesse reciproco - pur sempre all'interno di un preciso ambito professionale- fra l'intervistatore con la sua cultura e l'intervistato con la propria, che crea le premesse per una conoscenza proficua (Pearce,1993;Ziglio,1991;Mahler,1991;Castiglioni,1995; Gonzo,Mosconi,Tirelli,1999).

Il dialogo avviene, infatti, senza dare per scontate le premesse culturali e mentali di entrambi, ma anzi cercando proprio di evidenziarle, creando le basi per un confronto anche sul tema delle pratiche di controllo della fertilità nonostante le difficoltà esistenti, non ultime quelle linguistiche.

Il Consultorio, infine, ha inserito questo aspetto specifico nel Progetto Benessere Donna Straniera 1995/96 proposto dalla Regione Veneto e fatto proprio dall’Ulss 5 ‘Ovest Vicentino’, un progetto mirante ad affrontare le problematiche delle donne immigrate ed in particolare l’IVG, il rapporto con la famiglia ed il bambino, l’inserimento sociale (Spaliviero, 1995; Gonzo, Ambrosini, 1997).


 5. L’AFFIDO DEI MINORI IMMIGRATI ALLE FAMIGLIE ITALIANE: I PROBLEMI DI COMUNICAZIONE FRA FAMIGLIE IMMIGRATE, FAMIGLIE AFFIDATARIE, MINORI, TRIBUNALE PER I MINORENNI, SERVIZI CREANO UN DIFFICILE CONTESTO OPERATIVO. COME E’ STATO AFFRONTATO IL PROBLEMA

 

 Per tentare di capire i motivi dell'impasse dei servizi, a contatto con questa nuova realtà operativa, prendiamo ora in esame alcune osservazioni, che possono rappresentare altrettante ipotesi:

1)l'inconsistenza del concetto di coppia e di famiglia nucleare nella mentalità della popolazione ghanese, e invece l'importanza tradizionale degli scambi nelle famiglie allargate, nelle reti amicali e nella comunità , possono favorire la ricerca di solidarietà interfamiliare da parte delle famiglie immigrate, in forme quali l'affido stesso, che in tal caso viene percepito in modo diverso nel contesto di una diversa concezione dei rapporti sociali e familiari. L'affido di un bambino, dal punto di vista delle famiglie ghanesi può anche assumere il significato di un tramite per incontrare un'altra famiglia e quindi instaurare legami ai fini di un'integrazione.

2)il presupposto della famiglia affidataria e del servizio che la famiglia di origine voglia riavere con sé al più presto il figlio e che questo sia l'unico modo di concepire il legame genitore/figlio: questa aspettativa viene delusa in molti casi e ciò comporta automaticamente un giudizio negativo verso la famiglia di origine e la conclusione che sicuramente c'è abbandono

3)vi è come presupposto una diversa idea dell'infanzia; non esiste il concetto di "autonomia" dell'infanzia, maturato nella civiltà occidentale solo recentemente, né una piena consapevolezza dei "diritti del bambino". Come per le famiglie benestanti che fino a questo secolo "davano il bambino a balia", sapere che il bambino andava "a star bene" dal punto di vista materiale era già una motivazione più che sufficiente. Il fatto di assicurare elevate possibilità di sopravvivenza è quindi già considerato indicativo di una buona relazione genitore/figlio; ciò è tipico delle popolazioni che vedono un'alta incidenza di mortalità nei figli (vedasi ad es. Sheper-Hughes, 1994)

4)la dimensione temporale del futuro è carente nelle persone che vivono una "fase depressiva" come appunto accade in seguito allo sradicamento dal paese di origine (shock psicologico conseguente ad un drastico cambiamento ambientale e alla perdita di legami affettivi e di identificazione) (Gasseau,1992; Ngah,1992);

5)l'esistenza, a volte di aspettative non chiare e problemi irrisolti nella famiglia affidataria, che può sperare inconsapevolmente in un illusorio "beneficio secondario" derivante dall'affido

6)nell'interazione entra in gioco (o potenzialmente, ciò può verificarsi) anche il Tribunale per i Minorenni, che, una volta al corrente della situazione, agisce sulla base di una legge (inevitabilmente, almeno finora) basata su dei presupposti culturali che sono quelli nazionali e si trova a sua volta di fronte ad una situazione di difficile soluzione

I presupposti cognitivi e culturali dei partecipanti all'interazione sono concomitanti e si intrecciano fra loro in modo difficilmente districabile creando un contesto comunicativo problematico.

E' necessario che gli operatori inquadrino i comportamenti degli attori in gioco all'interno di contesti di significato comprensibili, comprendendo in essi anche i costrutti in base a cui agiscono le famiglie affidatarie, e gli stessi operatori.

Secondo Pearce (1993) una modalità di comunicazione cosmopolita, che affronti in maniera adeguata il problema della diversità culturale si può instaurare tra etnie e comunità aventi diverse mitologie e diversi presupposti mentali, a patto che i comunicanti considerino gli altri partecipanti all'interazione come "non nativi " della propria cultura, e quindi non diano per scontati i significati veicolati di volta in volta come se appartenessero ad un medesimo contesto originario; privilegiando, infine, nello scambio comunicativo non la "coerenza" bensì il "coordinamento" fra le diverse forme culturali e i diversi significati.

In tal modo, come spiegano Baraldi e Barbetta nell'introduzione al libro di Pearce (op.cit.), si evita di ricostruire i significati a partire da contesti impropri, cosa che può portare ad un fraintendimento di fondo.

Questa incomprensione può derivare dal modo differente di nominare aspetti simili dell'esperienza, o al contrario, da atti comunicativi - verbali o non verbali - uguali nella forma che trasmettono significati diversi (Heredia,Lubnicki,Trevisani,1996).

Occorre invece acquisire una profonda considerazione delle 'risorse' (che qui sta per presupposti culturali) altrui e proprie, come base per costruire nuovi significati che nascono dall'interazione.

In tal modo, l’affido può divenire un’esperienza positiva per le famiglie ed i minori, oltre che per gli operatori che possono apprendere da questa esperienza concetti relativi a forme di vita e modi di ottenere benessere psicologico e sociale innovativi e produttivi.

Operativamente, è stato possibile affrontare tale evenienza innanzitutto attraverso la consapevolezza da parte degli operatori dei diversi servizi e delle famiglie affidatarie delle difficoltà che l’avvio di un affido inter-etnico poteva comportare e quindi di non considerare tale soluzione come prima risposta nei casi di emergenza, ma di ricorrervi solo dopo una valutazione molto attenta delle possibili dinamiche che si possono instaurare. Inoltre, è necessario intervenire precocemente nelle situazioni fornendo un’informazione accurata e ripetuta sugli aspetti legali, affettivi, culturali a tutti i possibili attori dell’interazione.

La possibilità di affidi a famiglie della stessa etnia può essere considerata una soluzione, anche se anch’essa difficile da praticare per la difficile reperibilità di famiglie disponibili.

Occorre, infine, evitare che gli affidi si prolunghino e il bambino si affezioni alla famiglia italiana, stabilendo un programma di recupero alla propria funzione della famiglia di origine, con tempi precisi, concordato con il Tribunale per i Minori.

Il compito degli operatori è quindi quello di favorire la comunicazione tra le famiglie, salvaguardando ed esplicitando i presupposti cognitivi e culturali di entrambe, in una situazione di parità tra i comunicanti.

In tal modo, assumono la funzione di sollecitare un dialogo sociale costruttivo tra gli attori coinvolti e di potenziare le capacità di trovare autonomamente delle soluzioni da parte degli stessi interessati (self-help o self-healing).


 

6. CONCLUSIONE

Il resoconto, sia pure per sommi capi, di quest'esperienza con le donne, le coppie e le famiglie nella realtà multietnica del nostro territorio, è stato riportato affinché possa essere uno stimolo agli operatori appartenenti alla nostra cultura per avvicinarsi con curiosità ai diversi modelli di vita che l'immigrazione propone, tenendo conto della complessità di fattori che incidono sui problemi riguardanti l’educazione alla salute, la prevenzione e la tutela della salute psicofisica delle famiglie e delle persone nel contesto interculturale.

 


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* Psicologo, Psicoterapeuta, Coordinatore del Consultorio Familiare di Arzignano, Ulss 5 "Ovest Vicentino" maugnz@tin.it

 


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