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SERVIZIO DI COORDINAMENTO SOCIO-SANITARIO PER STRANIERI   ULSS n.22 - REGIONE VENETO

Bussolengo (VR)  - Villa Spinola, 37012 Tel. 0456769312

PROGETTO SULLA MEDIAZIONE LINGUISTICO-CULTURALE

Finanziato ai sensi della "Legge Turco" 285/97

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 MEDIAZIONE INTERCULTURALE

Quadro normativo:

Legge n.40/98: Disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero

Legge 285/97: Disposizione per la promozione di diritti e di opportunità per l’infanzia e l’adolescenza

Art. 3: "1. Sono ammessi al finanziamento del fondo di cui all’articolo 1 i progetti che perseguobno le seguenti finalità: a) realizzazione di servizi di preparazione e sostegno alla relazione genitore-figli, di contrasto alla povertà e della violenza, nonché di misure alternative al ricovero di minori in istituti educativo-assistenziali, tenuto conto altresì della condizione dei minori stranieri;"


Qual è il problema:       

-scuola
Minori e famiglia in rapporto con -servizi sanitari
-servizi sociali

 Aree di intervento di mediazione:

 

Obiettivo:  favorire da entrambe le parti il superamento degli ostacoli nella comunicazione

Nell’ottica di:


Il MINT (Mediatore interculturale) è uno strumento, la Mediazione Interculturale è una strategia di lavoro, non la soluzione del problema

Entrambe le parti (operatori e famiglie) si assumono la responsabilità di essere


 Cosa fa il mediatore interculturale:                          

- informa le parti sugli aspetti generali delle culture, per distendere   la comunicazione
- non prende le difese di nessuno
assorbe il disagio      - non è un alleato, ma uno strumento per entrambe le parti
- non dà giudizi sulle culture, sulla situazione, sulle persone
- facilita l’instaurarsi di un relazione di fiducia tra operatore e  famiglia

                       

sta al di sopra delle parti - può astenersi dall’intervento di mediazione nei casi in cui sa che non sarebbe obiettivo (casi di coscienza)

                                        

- non fa da portavoce alla famiglia
non dà soluzioni      - non si sostituisce all’operatore
- aiuta la relazione di aiuto

                  


Chi è il mediatore interculturale 

con le orecchie
 è una persona che

sa ascoltare  

con la mente   

entrambe le parti

con il cuore

    

ha capacità di empatia

la lingua
conosce approfonditamente diverse culture:     usi e abitudini
codici di comunicazione verbale
e non verbale

                                                                             

si trova a proprio agio   nella propria cultura
nella cultura italiana

 

conosce           -i problemi relativi all’essere immigrati (inserimento scolastico dei figli, accesso ai servizi sanitari, ecc.)
 

                         

- i servizi presenti sul territorio (come funzionano, dove si trovano, come collaborare con loro)
garantisce riservatezza  sui problemi affrontati

    


MEDIAZIONE INTERCULTURALE E  INTERVENTO SOCIOEDUCATIVO: SCHEMA DEL PROGETTO

"Progetto Famiglie"

Richiesta:

La scuola media e successivamente anche la scuola elementare, chiedono di intervenire in favore di un gruppo di minori stranieri con gravi difficoltà linguistiche, e in generale lamentano una scarsa partecipazione alla vita scolastica da parte di questi ragazzi e delle loro famiglie

Da questa richiesta nascono gli obiettivi dell’intervento:

  • rafforzare la comprensione e l’uso della lingua italiana per un gruppo di minori stranieri
  • migliorare il rapporto con le famiglie straniere e l’investimento sulla scuola

Il servizio Socio Educativo, in collaborazione con il Servizio Stranieri propone:

Cosa

Chi

Come

colloqui con le famiglie

Scuola + Servizi Socio Educativi +MINT + Famiglie

Traccia di lavoro concordata tra scuola, MINT e servizi

Colloqui in orario scolastico

gruppo di rinforzo linguistico

Animatore + MINT

intervento pomeridiano

incontri con le mamme

Animatore + MINT

intervento pomeridiano

Caratteristica del progetto è l’alto livello di integrazione tra Servizi ed Istituzioni diverse:        

        Famiglie  -  Mediatore Interculturale -  Scuola e Servizi Socio Educativi


Come si svolge in concreto il lavoro di Mediazione Interculturale:

Vari incontri tra Assistente Sociale, Educatore Territoriale, Servizio Stranieri, Mediatrice Interculturale, Insegnanti di classe,

Insegnante referente per

  • definire il problema e gli obiettivi di lavoro
  • definizione dei ruoli e dei compiti (ambiti di azione e risorse disponibili)
  • programmare i colloqui con le famiglie,il lavoro con i ragazzi, l’attività con il gruppo mamme

LA TRACCIA DI LAVORO:

Risponde a diverse esigenze:

  • organizzare ordinare la comunicazione (per non dimenticare niente)
  • sfruttare al massimo l’occasione senza disperdere energie

Equilibrare domanda e offerta nel rapporto con la famiglia (garantire lo spazio per esprimersi anche alla famiglia)

In sede di verifica è emersa anche una lettura diversa di questa esigenza di organizzare il colloquio in modo così rigido

  • bisogno di controllo
  • necessità di ristabilire un orizzonte conosciuto nell’incontro con lo sconosciuto
  • basso livello di fiducia nei confronti della famiglia, nel rapporto di collaborazione con i partner

I colloqui

Sono stati invitati i genitori (padre e madre) dei ragazzi iscritti alla scuola media, utilizzando

  • invito scritto dalla mediatrice in arabo/italiano, curando lo stile in quanto rivolto ad arabi
  • telefonata della Mint per concordare, confermare, ricordare l’appuntamento
  • preparazione di ogni colloquio raccogliendo informazioni sulle famiglie che incontreranno e sull’andamento scolastico dei ragazzi
  • La Mint accoglie i genitori sulla porta della scuola, scambia con loro i saluti e qualche parola sul motivo dell’invito a scuola, fa le presentazioni.

I colloqui durano in media un’ora, si svolgono toccando gli argomenti predisposti nella traccia di lavoro anche se non rigidamente secondo lo schema previsto. Anzi mano a mano che l’affiatamento tra gli operatori cresce, la fiducia aumenta, lo schema viene utilizzato sempre meno e tutti siamo più sicuri nel rapporto con le famiglie.

Da parte dei genitori nessuno ha mostrato di far caso al foglio che inizialmente tenevamo addirittura davanti a noi e la cosa non sembra aver creato ostacoli o diffidenza. Forse perché queste persone sono comunque abituate a rapportarsi con servizi ed istituzioni in posizione debole, a sentirsi in imbarazzo o in difficoltà perché non riescono a capire e a farsi capire, a subire atteggiamenti talvolta anche maleducati negli uffici, pertanto il semplice fatto di vedere questo foglio davanti ad alcuni di noi, e noi che ogni tanto gli davamo un’occhiata non deve essere sembrato nulla di particolarmente fastidioso.

A cinque colloqui si presentano entrambi i genitori, come richiesto caldamente nell’invito; al primo viene solo il padre accompagnato dallo zio con funzione di "controllore".

In due casi la difficoltà linguistica è molto forte perché si somma ad una povertà culturale di base: i genitori sono analfabeti anche in arabo e non capiscono l’arabo standard parlato dalla Mint.

La sua presenza è comunque preziosa per le poche parole che riesce a comunicare e a raccogliere e per la fiducia che ottiene dai genitori che accolgono, grazie a lei, l’invito a parlare, ad esprimersi.

In una di queste due situazioni la povertà linguistica e culturale dei genitori è superiore a quella economica, i genitori si presentano "depressi" (io sono un testa di … e anche mio figlio è così), la madre esprime alla Mint prima del colloquio la vergogna e l’imbarazzo perché non sa se capirà nulla nel colloquio, malgrado la traduzione. Dichiara comunque che è venuta perché non vuole che i suoi figli si trovino mai nella sua condizione di non saper parlare.

In questo caso si termina con la disponibilità dei genitori ad incontrare ancora l’insegnante e, in altra occasione, l’assistente sociale per alcuni problemi del figlio, e con l’intenzione della madre di partecipare al "gruppo mamme", magari accompagnata dalla figlia maggiore.

L’ultimo colloquio è il più critico: non tutti gli operatori sono presenti (fraintendimenti sulle date e sugli orari), intervengono obiettivi diversi (ottenere una certificazione in più...), anche i genitori hanno un atteggiamento diverso dagli altri: sono vestiti con abiti tradizionali, conoscono già il professore con il quale hanno avuto un burrascoso incontro in precedenza a causa della loro figlia maggiore che usciva con un ragazzo italiano più vecchio di lei.

La discussione prende subito toni molto forti, i genitori ricordano l’incontro precedente (risale a qualche anno fa) e riaffermano il ruolo educativo della famiglia in Marocco, soprattutto per quanto riguarda l’educazione delle figlie.

Non si riesce con loro a trattare gli argomenti previsti, più volte il padre afferma di non aver bisogno di collaborazione per l’educazione dei figli, e dichiara che l’unico problema del ragazzo che frequenta la scuola media è "che non capisce" e per questo si innervosisce e non segue le lezioni.

La madre non interviene nel colloquio, rimane impassibile, non cerca mai neanche con lo sguardo un contatto con noi o con la mediatrice.

Ci si lascia affrettatamente e senza i saluti consueti.


Il ruolo della Mediatrice:

Cosa fa

La funzione di mediazione è di aiuto ad entrambe le parti famiglie e servizi.

Raccoglie la fiducia da entrambe le parti e la "collega", pone in questo modo la base per una negoziazione efficace e soddisfacente per le parti

Risolve il conflitto tra "Competenza"/"Incompetenza"

Per i servizi:

  • impersona concretamente la "competenza" degli operatori nel trattare con gli stranieri (li protegge dalla diversità…)
  • rappresenta la possibilità di verificare concretamente e continuamente il proprio lavoro con un punto di vista "diverso".
  • alla Mediatrice, sia prima sia durante i colloqui viene chiesta continuamente conferma su quanto si va facendo (sguardi…)
  • risponde a domande su vari aspetti (culturali, ma spesso anche personali) con obiettivi che vanno dall’informazione necessaria su abitudini di culture diverse, alla "semplice curiosità" degli operatori

Per le famiglie:

  • rappresenta la competenza linguistica che manca, la sicurezza di potersi esprimere
  • impersona la "chiave culturale di accesso" alla cultura di arrivo
  • è la dimostrazione che si può "entrare" in questo mondo così vicino ma così lontano, e in esso occupare posizioni di significato

Assorbe e risolve il disagio dell’incontro tra persone sconosciute (ma questo è normale) che non hanno in comune il codice comunicativo (verbale e non verbale) e di comportamento.

Ad es. spiega il significato di certi atteggiamenti e posture, lette da noi come sfuggenti e segno invece di rispetto; ci invita a considerare il nostro modo di atteggiarci anche da un diverso punto di vista, ad es. il modo tipicamente italiano di gesticolare, o il mio personale modo di fissare lo sguardo sul viso della persona con cui parlo, per significare tutta la mia attenzione e il mio interesse per lui, cosa che mi fa ritenere maleducata o quantomeno mette in imbarazzo il genitore marocchino che mi sta in fianco.

Contribuisce preziosamente alla definizione del modo di porre la questione dell’educazione dei figli con genitori non italiani, e dà agli operatori italiani alcune "chiavi culturali" per capire meglio la prassi educativa di queste famiglie straniere e le loro aspettative e timori nell’affidare i propri figli ad una agenzia educativa culturalmente lontana dai loro valori (Educazione e Educazione Religiosa).

Contribuisce alla individuazione degli spazi di negoziazione: ad es. la possibilità di non interrogare i ragazzi musulmani durante il periodo di Ramadan, in quanto il loro rendimento scolastico cala a causa del digiuno e dei cambiamenti di ritmo delle giornate.

Durante il colloquio o al termine la mediatrice riprende e sottolinea gli aspetti rilevanti (per la famiglia ma anche per gli operatori) che in un colloquio senza mediatrice potrebbero sfuggire a causa della difficoltà linguistica dei genitori, o per l’errata interpretazione da parte di chi ascolta. Non si tratta qui di dire cose che non sono state dette, ma semplicemente di chiarire cose dette verbalmente o non durante il colloquio.


Come cambia il lavoro quando si utilizza una strategia e uno strumento di mediazione

In generale possiamo dire che co-lavorare con Mint è segno di disponibilità a mettere in discussione il modo abituale di lavorare, desiderio di percorrere nuove strade, di varcare orizzonti sconosciuti (spesso proprio così è sentito l’incontro con lo straniero, col diverso, quando non ci si accontenta di rispondere in termini di adattamento).

Sicuramente è un modo di lavorare molto impegnativo che richiede alti investimenti in termini di risorse economiche (tempi, strutture, personale) ma anche di apertura personale a mettersi in discussione, a ricominciare, a mettersi in gioco in un rapporto di disponibilità e di fiducia prima di tutto con la mediatrice (problema del controllo), ma anche con i colleghi e i collaboratori.


L’intervento di mediazione interculturale in ambito socio educativo si presta dunque ad un bilancio complessivo che tentiamo di articolare per punti:

Positivo

Le famiglie sono contente, quasi incredule della possibilità di parlare

I tempi lunghi della traduzione divengono funzionali: si accentua e chiarisce la dimensione dell’ascolto all’interno del dialogo

Nelle comunicazioni con difficoltà e/o divario linguistico e culturale si accentua l’importanza della dimensione non verbale che quasi assume maggiore importanza rispetto al verbale.

Si diviene estremamente recettivi e attenti a quanto avviene nella stanza (è da supporre che la stessa cosa avvenga anche agli stranieri che parlano con noi…)

Addirittura si respira e si suda più intensamente!

L’impossibilità di comprensione della lingua (e l’arabo è decisamente assolutamente incomprensibile per un italiano) porta a costruire nuovi e diversi punti di riferimento (nuovi orizzonti) per il monitoraggio della comunicazione: ad es. parole ricorrenti che si riconoscono (grazie, Dio vi benedica), toni di voce, gesti e atteggiamenti che ci informano sull’andamento del colloquio, danno un rimando sulla comunicazione nelle due direzioni.

Si ascolta e si parla anche col corpo, anzi prima con il corpo (perché la traduzione è successiva!), poi con le orecchie; si colgono diversi livelli di significato relativi ai diversi codici espressivi.La comunicazione si fa globale, a 360°, anzi meglio sferica!

Quando ad es. la Mint traduce che il professore ha detto al padre che suo figlio ha picchiato un ragazzino, la forza della risposta del padre stava nel tono di voce estremamente pacato, sorriso quasi imbarazzato, nel suo sguardo basso, nel contegno rigido del corpo e nelle parole molto forti in arabo che tuttavia rese in italiano dicono poco (sono cose che non si devono fare né una volta né mai e lui non lo farà più), ma che al termine del colloqui la Mint ha precisato nella forza della formula, legata anche al resto del colloqui nel quale il padre aveva sottolineato l’importanza per lui di educare il proprio figlio come un buon musulmano

Negativo

Un efficace lavoro in ambito socio educativo richiede di per se la capacità di operare in rete tra servizi ed istituzioni diverse. L’incontro con lo straniero, ancor più se mediato, mette in luce le difficoltà oggettive di raccordo tra operatori, evidenzia la reale efficacia del lavoro di rete che si fa normalmente (si vedono i buchi…).

L’introduzione tra le possibili collaborazioni della figura del mediatore interculturale può far scattare l’aspettativa che la soluzione venga da altri (il Mint), e una delega più o meno esplicita per la presa in carico delle situazioni problematiche. Nei casi più critici si arriva addirittura a delegare l’operatività affidando alla Mint l’intervento con la famiglia o il minore problematico.

Quando non si supera la prospettiva di Mint /solutore di problemi, da lui ci si aspetta una competenza specialistica su temi più vari (medico, educativo, psicologico, ecc.), e ciò produce spesso false soluzioni basate sulla delega (la famiglia viene affidata a lei) oppure delusione (il MINT non è esperto di ciò che mi serve, quindi lavorare sulla Mint non serve).


Prospettive

L’utilizzo di una strategia e strumento di mediazione nel colloquio con le famiglie straniere mette in luce anche degli aspetti che forse sarebbe interessante tenere presente anche con le famiglie italiane, in quanto, dal punto di vista educativo, stabilire un patto chiaro ed esplicito tra famiglia ed altre agenzie educative rende più coerente ed incisiva l’azione educativa nei confronti dei ragazzi.

  • Si esplicita la negoziazione, la dinamica richiesta/offerta per quanto riguarda l’educazione dei figli (con gli Italiani non si fa, si dà per scontato che ci sia condivisione dei valori per quanto riguarda l’educazione dei figli).
  • Si pongono questioni (per forma e contenuti) che con le famiglie italiane si lasciano impliciti o si danno per scontati (l’accoglienza, la fiducia, gli avvisi, i tempi per occuparsi dei figli, ecc.)
  • Si raccolgono (e si danno!…) molte più informazioni sulle persone, anche grazie all’accentuazione della dimensione non verbale della comunicazione.

Dal punto di vista linguistico si esce dagli schemi comunicativi tradizionali: emergono retroterra diversi delle parole, significati e contesti espressivi, collocazione in paradigmi di significato che possono spiazzare i protagonisti di questi colloqui (ad. esempio quando si parla di educazione ed il padre risponde con religione) ciò obbliga a prestare la massima attenzione al dialogo durante lo svolgimento, e a riflettere successivamente su quanto è stato detto.

Paradossalmente la Mint apre/rende evidenti i problemi, ma anche i limiti dei servizi e delle persone: quando la domanda è ben chiara, si colgono i limiti della risposta…

Questo può portare ad un aumento del senso di inadeguatezza di servizi e operatori e all’abbandono del lavoro con mediazione. Ma bisogna saper riconoscere che a volte i problemi (non solo degli stranieri) non trovano soluzione (almeno immediata) con strumenti e percorsi già pronti, ed entra nuovamente in gioco (oppure esce definitivamente) la disponibilità delle persone a mettersi in gioco in un prospettiva innovativa.

L’approfondimento della comunicazione e della comprensione linguistica e culturale toglie ogni alibi all’operatore e ai servizi e li fa andare in crisi, ma può anche essere l’inizio di un nuovo modo di lavorare.


Conclusione

Il "progetto famiglie" è un lavoro a carattere spiccatamente educativo, senza implicazioni di altro tipo (ad es. di tipo analitico, antropologico, clinico, ecc.), pertanto il ruolo assunto dalla Mint in altri ambiti e situazioni o in appoggio ad altre figure professionali assumerà certamente caratteristiche diverse.

Il profilo operativo (più che professionale in senso proprio) della Mint nel lavoro socio educativo viene definito in due momenti distinti ma fortemente collegati:

  • coordinamento (lavoro di gruppo + studio + confronto con altre esperienze)
  • operatività (progettazione + lavoro sul campo + verifica)

ed è legato al progetto in questione, alle figure professionali coinvolte e anche al personale interesse ed impegno dei partecipanti.

In generale possiamo osservare che quando la differenza è sentita in termini di problema la funzione della Mint assume caratteristiche (a nostro giudizio) riduttive:

  • assorbe la differenza, la distanza, la deviazione dallo standard
  • assorbe lo choc culturale
  • riconduce l’interpretazione del problema ad una logica comprensibile al servizio, all’operatore, per consentirgli di intervenire secondo un’ottica tradizionale (e dunque ancora di conformare l’utente e il bisogno)

Quando si lavora in questa prospettiva al Mint non viene chiesto di aprire un nuovo punto di osservazione sul problema, ma semplicemente di rendere conforme l’utente alla logica del servizio.

Ma la differenza si può leggere anche in altri termini, con l’obiettivo favorire la negoziazione necessaria per legittimare la coesistenza delle differenze, crearne le condizioni

Il lavoro con i minori stranieri e le loro famiglie assume qui significati completamente diversi.

Si entra nella prospettiva di Integrazione come modificazione del sistema, non come movimento adattivo dell’individuo per entrare in un sistema che si vuol far rimanere immutato.

La mediazione interculturale apre una prospettiva di integrazione come modificazione del sistema e in questo senso equilibra il potere tra stranieri (a cui finora era stato chiesto di integrarsi=cambiare=adattarsi) e società locale che si presupponeva dovesse rimanere immobile e immutata. In questa ottica sono da considerarsi attori dell’integrazione italiani e stranieri allo stesso titolo, coinvolti in un processo (fondamentalmente a carattere negoziale) che produce il cambiamento, il rinnovamento della società.

La chiave del cambiamento è l’ascolto della controparte, reso possibile ed efficace proprio dall’azione di mediazione.

Dal punto di vista educativo essersi incontrati per parlare dei figli e della loro educazione in famiglia e fuori, pone le basi per un cambiamento della situazione delle famiglie straniere ma anche della scuola e dei gruppi di animazione frequentati dai ragazzi stranieri. Tutti si sono fermati a riflettere e a parlare di educazione, e ciò fa bene a tutti!

Lavorando sulla Mint ci si rende conto che "integrare" gli stranieri significa "cambiare" tutti insieme, compreso il nostro modo di lavorare come operatori sociali e scolastici.

E’ un modo di interagire che richiede tempo, energia e risorse da investire; di un alto livello di fiducia tra gli attori e di ferma convinzione rispetto agli obiettivi.

E’ un modo di lavorare possibile solo per gli ottimisti!

Una volta creata la fiducia e allenati all’ascolto, scuola operatori e famiglie dovranno imparare ad incontrarsi e a parlare anche senza la mediazione linguistica (produzione di autonomia)

Utilizzare strategie e strumenti di mediazione interculturale è un modo per restituisce la parola, quindi umanità, quindi ruolo sociale (vedi D. Milani) ai genitori stranieri, fino a questo momento esclusi dai processi educativi messi in atto dalla scuola e dalle altre agenzie educative del territorio.


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