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"Antropologia delle mediazioni".

Intervista con Barbara Faedda e Letizia Bindi

(a cura di M. Gonzo)

 

 

 

D. Allora, parleremo un pò di mediazione e di intercultura per 'Sistemi e culture', con l'occasione dell'uscita del libro 'Luoghi di frontiera. Antropologia delle mediazioni'. Qual è l'argomento centrale del nuovo volume che presentate?

R. Il testo si occupa di mediazione culturale e rappresenta una vera novità per il panorama librario italiano: infatti è la prima volta che esce un volume dedicato ai problemi della mediazione scritto da antropologi. La questione della mediazione culturale, della prevenzione, gestione e riduzione dei conflitti e della facilitazione del dialogo tra rappresentanti e gruppi culturalmente differenziati a diverso titolo sembrerebbe un classico argomento antropologico e ci si aspetterebbe di trovare l'editoria antropologica degli ultimi anni impegnata in numerosissime pubblicazioni in merito. Al contrario, l'antropologia culturale e l'etnologia in Italia non sono abbastanza rappresentate nel panorama degli studi sulla mediazione, che resta assai più spesso legata o alla semplice competenza linguistica (conoscenza e insegnamento delle lingue, traduzioni in contesti legali e pubblici, ecc.) o all'approccio sociogiuridico che rischia di ridurre la mediazione a forma alternativa di risoluzione dei conflitti, magari per ridurre i costi e i danni eccessivi delle procedure ufficiali.

Al contrario, il nostro testo cerca di affrontare la radicalità antropologica della mediazione e la sua urgenza di approfondimento e sviluppo in connessione ai fenomeni di migrazione e integrazione parziale o difficile tra diversi gruppi etnici, nazionali, religiosi.

D. Per addentrarci di più nell'argomento, potreste spiegare come si suddivide il volume, in quali parti o capitoli, principalmente? 

R. Il testo è un lavoro a quattro mani, scritto da due antropologhe che collaborano insieme da alcuni anni con la Cattedra di Antropologia Culturale della Facoltà di Sociologia dell'Università di Roma "La Sapienza". Le due parti in cui il testo si divide si propongono di sviluppare alcune premesse e questioni generali che le autrici hanno ritenuto necessarie ad inquadrare le tematiche chiave della mediazione, ma anche alcuni specifici ambiti di approfondimento e negoziazione che le stesse autrici hanno ritenuto più utili a mostrare le questioni culturali, politiche e giuridiche che l'integrazione pone alle moderne società postindustriali. E' così che nel testo di Barbara Faedda (Tra mediazione e conflitto. La difficile gestione delle diversità),  con cui il volume si apre, si approfondiscono questioni legate al conflitto tra orientamenti culturali diversi che oggi si presenta tra l'altro tragicamente di attualità e ci si chiede come l'antropologia possa contribuire a interpretare e a costruire strumenti di analisi per tali conflitti. A questa prima sezione generale del saggio seguono alcuni interessanti esempi della concreta gestione delle differenze come quella ad esempio delle carceri, in cui sempre più spesso vengono a porsi problemi di convivenza tra soggetti culturalmente ed etnicamente distinti.

La seconda sezione del testo, scritta da Letizia Bindi (Terre di mezzo. Identità e mediazione culturale), approfondisce i diversi contesti in cui le situazioni di conflitto e tensione culturale vengono a manifestarsi: luoghi, lingue, modalità culturalmente determinate di porsi di fronte all'alterità. Tali contesti segnano, come è sempre più evidente, in senso positivo o negativo, le dinamiche dell'incontro o dello scontro culturale e un'indagine attenta sulle forme e i luoghi in cui tale confronto tra culture viene a realizzarsi si presenta oggi sempre più urgente. In una seconda parte di questo saggio si affrontano quindi più particolarmente alcune recenti normative sull'integrazione dei soggetti migranti (in particolare la normativa italiana varata con la legge 40 del 1998). Il saggio si conclude, e con esso il libro, con un'indicazione culturale e politica  che vede nella mediazione la nuova via di applicazione pacifica della cultura del dialogo - riuscito o mancato - tra tali diversità.

 

D. Mi sembra molto stimolante. E' possibile riassumere la tesi del libro?

R. Il testo rappresenta, nelle sue diverse sezioni e attraverso le due diverse esemplificazioni pratiche, il tentativo di affermare le ragioni della mediazione come forma innovativa (per l'Occidente, soprattutto) ed efficace di gestione delle differenze e di riduzione, gestione e prevenzione dei conflitti, oltre che di analisi degli stessi. L'approccio innovativo rappresentato dalle strategie di mediazione permette infatti di ripensare il rapporto tra Stato e diversità culturali, tra diritti e soggettività, tra cittadinanze e forme del dialogo.

 

D. Entrambe avete una formazione di tipo antropologico, con esperienze interessanti in vari campi. Quali tra queste esperienze sono state - per ciascuna di voi - più significative?

R. La nostra formazione antropologica rappresenta sicuramente la base da cui è derivato il nostro comune interesse per la mediazione. Ciascuna di noi ha poi maturato per vie diverse lo specifico oggetto di interesse e studio che l'ha condotta ad occuparsi con notevole sistematicità di queste tematiche.

Barbara Faedda si interessa da alcuni anni di antropologia giuridica e si è occupata a più riprese di strategie dell'integrazione, di tutela e rivendicazioni delltà polite minoranze all'interno dei singoli ordinamenti statali e federali, di diritti dei migranti e dei cosiddetti 'etnodiritti'. Da tempo inoltre sta cercando di istruire e realizzare una ricerca nelle carceri italiane e i problemi posti al loro interno dalla diversità culturale e dal  numero sempre in aumento di reclusi appartenenti alle minoranze culturali ed etniche presenti nel nostro paese.

Letizia Bindi invece, dopo aver studiato per molti anni la cultura greca antica e in particolare le modalità simboliche di costruzione e rafforzamento dell'idea democratica presente nella polis classica (Tesi di dottorato su corporeità e identità politica del cittadino ateniese) ha iniziato uno studio delle politiche di integrazione della diversità culturale e politica all'interno delle moderne società occidentali e in particolare delle modalità di gestione della multiculturalità all'interno dei contesti urbani, che ha ricompreso anche un'indagine sulle forme di esclusione sociale e il disagio estremo nella città di Roma.

Entrambe siamo inoltre molto attente, da tempo, alla riflessione e al contributo che la ricerca antropologica nordamericana ha potuto dare alla conoscenza dei processi socioculturali di integrazione culturale e alla critica del melting pot , così come della difesa sterile della purezza culturale che pure ritorna prepotentemente negli ultimi anni nelle rivendicazioni localistiche e federalistiche di molti movimenti politici europei e nelle loro forme di costruzione retorica.

 

D. Quali aspetti dell'antropologia pensate che siano più attuali? Ad esempio, la mediazione dei conflitti all'interno delle società complesse contemporanee può essere favorita da questo approccio antropologico? E si tratta di un'antropologia riferita ai classici 'mondi altri', lontani da noi, o piuttosto di un'antropologia riferita invece alla nostra attuale civiltà occidentale?

R. Come abbiamo avuto già occasione di affermare a più riprese, l'antropologia può rappresentare il punto di vista privilegiato da cui guardare ai fenomeni dell'integrazione tra diversità culturali e alle strategie del dialogo interculturale e interreligioso oggi sempre più necessarie. L'antropologia è la scienza del dialogo culturale, alla radice stessa del suo paradigma scientifico, e dunque riteniamo fondamentale il suo apporto all'interpretazione dei contesti di mediazione.

 

D. Pensate che la 'mediazione' possa essere basata su un atteggiamento di neutralità rispetto alle parti in conflitto? Potrebbe quindi essere vista come sinonimo di  'pacificazione'?

R. La neutralità dei contesti di mediazione e dello stesso mediatore è un falso problema, in realtà, e rischia di fuorviare l'analisi e la messa in atto delle pratiche di mediazione stesse. Sarebbe infatti impensabile da un punto di vista antropologico pensare ad un soggetto effettivamente neutrale all'interno di un conflitto, del tutto imparziale rispetto alle parti in causa, anche se è ciò cui in ogni caso la pratica di mediazione deve comunque tendere. La neutralità si rivela però assurda come richiesta per il mediatore perché è innegabile che egli stesso, in quanto soggetto, appartenga ad un determinato contesto culturale e dunque questo condiziona in ogni caso il suo punto di vista, o almeno il punto di partenza delle sue analisi e delle pratiche da lui messe in atto per prevenire o ridurre i conflitti e le tensioni culturali che si trova di volta in volta a fronteggiare.

 

D. Voi avete sviluppato questo interesse sull''esclusione sociale estrema nei contesti urbani'. A quali figure o fasce sociali si riferisce, e come si collega il problema al nostro tipo di modello sociale? Come si collega al problema della diversità culturale?

R. La ricerca sull'esclusione sociale estrema nei contesti urbani è stata in particolar modo approfondita da Letizia Bindi nel quadro di una ricerca sui senza fissa dimora a Roma. E' indubbio che i problemi collegati alla mediazione culturale e alla riduzione dei conflitti e delle tensioni culturali e sociali a livello sia di piccole che di grandi comunità abbiano anche a che vedere con l'esclusione e l'inclusione sociale e che essa è pesantemente connessa alla diversità etnica e culturale. C'è una povertà urbana profondamente condizionata dall'appartenenza culturale, anche se non può essere considerata come l'unica causa dell'emarginazione. L'esclusione sociale dei migranti, dei profughi e di molti rifugiati rappresenta un fattore importante della conflittualità più o meno latente presente nelle nostre metropoli.

 

D. Pensate che le attuali vicende internazionali e i cambiamenti legislativi in atto possano modificare in futuro la situazione degli immigrati in Italia? Qual è il vostro augurio?

R. Non si  tratta di un augurio, quanto di una considerazione antropologicamente motivata. L'analisi delle politiche di integrazione che abbiamo a più riprese condotto nei nostri rispettivi saggi e a partire da situazioni contingenti specifiche dimostra come solo una profonda riformulazione del sistema giuridico di accesso e mantenimento della cittadinanza e la consapevolezza del peso che l'appartenenza culturale riveste sempre di più nella moderna vicenda migratoria possano contribuire al mutamento della vita delle popolazioni migranti nelle moderne società occidentali. Certo, i recenti fatti internazionali - non ultimi i tragici fatti dell'11 Settembre - rischiano di vanificare il lavoro lento di accettazione e integrazione delle popolazioni migranti con quelle residenziali. La demonizzazione dell'alterità culturale e religiosa che si sta configurando in questi giorni, il disconoscimento delle differenze interne così come delle somiglianze esterne in nome di un rafforzamento della solidarietà del "noi" contro gli "altri" che sta prendendo forma nelle retoriche pubbliche e diplomatiche ci fa capire come il conflitto culturale sia davvero uno dei nodi centrali del moderno vivere associato, un tratto identificante e pericoloso della postmodernità e della globalizzazione, il suo maggiore fattore di rischio.

Molto bene, direi che su tutto ciò c'è un grosso lavoro di riflessione da intraprendere, prima ancora di passare alla necessaria concreta operatività. Vi ringrazio intanto del vostro contributo e invito tutti ad un approfondimento di queste tematiche, anche tramite l'analisi proposta nel volume delle due autrici.


Letizia Bindi - Barbara Faedda, Luoghi di frontiera. Antropologia delle mediazioni, Punto di Fuga Editore, Cagliari, 2001.

http://www.puntodifuga.it

 


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