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vitealtrove.JPG (83635 byte) VITE ALTROVE: CONVERSAZIONE CON NATALE LOSI SULLA PSICOTERAPIA NEI CONTESTI INTERCULTURALI

M.G.* - Qual è per te l'intento del volume 'Vite altrove'** e a chi si rivolge?

N.L. (Natale Losi)***- L'intento era ed è innanzitutto quello di intervenire nel dibattito sull'etnopsichiatria o psichiatria transculturale che dir si voglia, in un periodo in cui in Italia c'è un grande interesse per tutto quanto concerne le migrazioni ed i loro "effetti collaterali". Credo ci fossero e ci siano molte improvvisazioni su questi argomenti, sia in Francia - dove le posizioni di Nathan sono spesso banalizzate e strumentalizzate - sia in Italia, dove vedo spuntare improvvisamente etnopsichiatri da ogni dove. Ho cercato di chiarire la mia posizione, dopo sette anni di lavoro clinico a Ginevra, cercando di sviluppare una linea originale che cerchi di coniugare la lezione di Nathan con l'approccio sistemico, ma anche con un uso creativo di strumenti derivati da altre discipline, come l'etnologia, finora inutilizzati in ambito clinico. Un altro intento del libro è quello di mostrare come l'approccio che uso, stimolato e affinato attraverso il lavoro "etnopsicoterapeutico" con pazienti immigrati, in realtà si rivela estremamente utile anche con altri "clienti". Infatti, la diversità e la distanza culturale, evidente negli incontri tra terapeuta e pazienti immigrati, è caratteristica comune a molti altri tipo di incontro. Nello stesso tempo ho cercato di mostrare come il lavoro con gli immigrati non debba né possa seguire degli schemi rigidi precostituiti. Nella seconda parte del volume, dopo un'ampia discussione ed inquadramento teorico, ho infatti lasciato spazio ai casi clinici, con contributi di altri colleghi (italiani e svizzeri) attraverso i quali cerco di mostrare come si possa lavorare positivamente attraverso approcci differenti. Date queste premesse direi che il libro si rivolge prevalentemente a psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, ma ho avuto occasione di incontrare anche assistenti sociali, insegnanti persone che lavorano con gli immigrati che l'hanno letto e ne hanno ricavato spunti per il loro lavoro.

M.G.- Come è strutturata l'esposizione e perché hai scelto quei contributi, con quale criterio? Ci puoi presentare brevemente i diversi contributi?

N.L.- Il libro è strutturato in due parti. Nella prima discuto le premesse teoriche della mia impostazione. Sono circa 120 pagine suddivise in tre capitoli che rendono, attraverso i titoli, il loro contenuto. Sono rispettivamente "La struttura del trauma migratorio nel dispositivo etnopsichiatrico, nei riti d'iniziazione e nella fiaba"; "Etnopsichiatria, visioni del mondo e paradigmi medici"; "Psicoterapie occidentali adattate ai migranti ed etnopsichiatria". Nella seconda parte del libro sono presentati invece alcuni casi clinici. Il prima riguarda un bambino della Repubblica Democratica del Congo (ex-Zaire) trattato a Ginevra dalla mia equipe. Questo caso, che apre la seconda parte del libro, è descritto in tre contributi differenti, rispettivamente di due colleghe svizzere (Saskia von Overbeck e Franceline James) e mio. In questo modo ho cercato di mostrare come, pur partendo da una medesima esperienza, tre psicoterapeuti diversi anche se con una formazione parzialmente simile, offrono letture e contributi diversi ad una medesima problematica. Vengono poi descritti altri sei casi di colleghi che lavorano in Italia sia nei servizi, sia privatamente. Ho cercato di sceglierli sulla base di due criteri, a parte ovviamente quello della stima professionale, quello della diversificazione degli approcci professionali: ci sono infatti psichiatri con un approccio etnopsichiatrico (Inglese) o "antropofenomenologico (Mellina), così come colleghi psicoanalisti (Del Guerra) o terapeuti familiari (Edelstein). Sono inoltre colleghi che operano in differente zone geografiche e culturali del nostro territorio nazionale, dalla Calabria alla Lombardia.

M.G.- Come si inserisce questo lavoro nella tua pratica di intervento clinico e sociale con gli immigrati?

N.L.-Scrivere un libro così impegnativo richiede del tempo e una continua riflessione e sistematizzazione delle idee che man mano si affastellano nella tua mente. In più, trattandosi, nella seconda parte, di casi clinici presentati anche da altri colleghi, una continua attività di scambio e revisione. Quindi, sia nella fase preparatoria di stesura, sia dopo la pubblicazione, il libro ha rappresentato per me una svolta. Il lavoro preparatorio mi ha consentito, in qualche modo mi ha costretto, a chiarire (e a chiarirmi) le mie posizioni, a sistematizzare delle idee che prima erano in parte già presenti nella mia mente, ma in modo più fluttuante. Dopo l'uscita del libro ho ricevuto più richieste di interventi di formazione e/o di supervisione del lavoro di colleghi che stanno iniziando a incontrare nella loro attività clinica un numero sempre più rilevante di pazienti immigrati, di famiglie miste, di casi di pazienti che pensano richiedano un approccio transculturale.

M.G.-Qual è il filo conduttore del tuo lavoro con i rifugiati e con le persone colpite dagli eventi bellici in Kossovo, rispetto al tuo lavoro con gli immigrati?

N.L.-Il lavoro in Kosovo ha delle connotazioni specifiche. Lì il mio intervento si è sviluppato già nel corso della guerra, quando c'erano più di mezzo milione di rifugiati Kosovari in Albania. Eravamo in guerra e c'erano migliaia e migliaia di famiglie divise, separate in paesi diversi, spesso senza sapere dove erano alcuni membri, spesso sapendo che alcuni cari erano stati uccisi e non avevano potuto ricevere una sepoltura. In quel contesto l'esperienza etnopsichiatrica è stata fondamentale, così come anche la formazione in terapia familiare. Questo retroterra mi ha consentito di aiutare i rifugiati a lavorare sulle proprie risorse, sulle risorse residue anche se minime. Lavorando a Ginevra avevo già avuto modo di lavorare con pazienti Kosovari, costretti a fuggire dalla loro terra negli anni precedenti l'esplosione della guerra. Questo mi ha aiutato, ma soprattutto mi ha aiutato la convinzione che sia all'interno delle comunità che si trovano le risorse. Il dolore, il lutto, la rabbia sono risorse, lo possono essere. Poter restituire che si tratta di sentimenti legittimi, l'ascolto, la vicinanza, sono tutti interventi che mettono in moto risorse inaspettate. La novità dell'intervento in Kosovo è rappresentata però soprattutto dall'ideazione di uno strumento che direi "polifunzionale", oltre che interdisciplinare, che ho chiamato "Gli archivi della memoria". Infatti, dopo il loro ritorno in Kosovo, ho avvertito che la complessità della storia di quella gente veniva appiattita su un discorso dominante unico e monocorde, una sorta di leitmotif in cui la complessità delle esperienze personali e collettive veniva ridotto ad uno schema in cui erano pre-figurati solo tre attori: persecutori, vittime e salvatori. Attraverso lo strumento degli "Archivi", abbiamo cercato di produrre e di restituire complessità ad un discorso che si ri-produceva attraverso una monotonia nazionalistica mortifera. Abbiamo cercato di offrire ai nostri interlocutori occasioni di ri-narrare la loro storia con tante possibili opzioni differenti, cercando anche di creare un ponte tra le sofferenze individuali e quelle collettive.

M.G.- Che cosa rappresenta per te, in sintesi, lo 'straniero', l''altro' e in che modo può esserci utile l'incontro con lui?

N.L.-In estrema sintesi credo possa essere definito come uno stimolo al cambiamento. Come tutte le presenze, gli stimoli, che sollecitano cambiamenti, anche l' "altro", prima del cambiamento in positivo provoca una quantità di reazioni anche conflittuali. Sarebbe molto "buonista" affermare che "straniero è bello", per me non è solo questo. Se vogliamo lavorare in questo campo dobbiamo riconoscere che lo straniero provoca in noi anche paura, difficoltà, fastidio oltre che curiosità e interesse, piuttosto che solidarietà. Credo che l'utilità dell'incontro con lo straniero possa venire soprattutto dal riconoscimento della nostra complessità, oltre che della sua, delle nostre sfumature.

M.G.- Qual'è per te la discriminante etica dell'intervento psico-sociale con gli 'stranieri' e i 'profughi'? Quali sono i rischi di cui tener conto quando si usano gli strumenti propri delle scienze sociali applicate in questi contesti?

N.L.-Parto dalla seconda parte della domanda, che se ho ben capito mi sollecita a sottolineare come gli strumenti che noi abbiamo devono essere ogni volta de-costruiti e ri-costruiti con il contributo fondamentale dei nostri interlocutori. Nel caso della ricerca deve passare da una ricerca "su" a una ricerca "con", nel caso della terapia a maggior ragione. Questo vale sempre. Con gli stranieri e i profughi questa sensibilità deve essere particolarmente vigile. Da un punto di vista etico questo, credo, debba significare che quando non siamo in grado di aiutarli a rispondere ai loro problemi, dobbiamo chiaramente segnalare questa nostra inadeguatezza e sollecitarli ad assumere una posizione attiva nella ricerca di alternative.

N.L. -Spero di essere stato sufficientemente sintetico e chiaro. A presto e grazie.

M.G.- Sì, molte grazie!

 


*Mauro Gonzo, Sistemi e culture/Systems & cultures

**Il volume 'Vite altrove' di Natale Losi è edito da Feltrinelli, Milano, 2000. 

**Natale Losi, Ph.D. Head Psychosocial & Cultural Integration Unit  IOM, Regional Office for the Mediterranean Rome, via Nomentana 62, 00161Tel. +39-06-44186 225 Fax.+39-06- 4402533

 


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