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PARTE PRIMA.

ALCUNE CONSIDERAZIONI SUL FENOMENO MIGRATORIO CINESE.

I CINESI IN ITALIA.


INTRODUZIONE. Gli immigrati cinesi e i loro legami con la madrepatria.

Fino alla fine del 1800 in Cina vigeva un regime di proibizione dei viaggi oltremare e l’emigrazione, considerata un atto illegale, era punibile con la pena di morte.

Il governo imperiale fu costretto a riconoscere ai propri sudditi il diritto di emigrare nel 1894, come risposta allo sviluppo dei considerevoli flussi migratori che si erano formati nelle campagne dell’entroterra meridionale verso le città portuali aperte agli occidentali, e dalle province del Guangdong e del Fujian dove un gran numero di mercanti e contadini cinesi era partito alla volta di nuove possibilità lavorative nelle colonie europee del Sudest asiatico e nei lontani paesi d’oltremare. Soprattutto la scoperta di giacimenti auriferi in California, avvenuta intorno al 1850, e le opere di costruzione della ferrovia transamericana, determinarono un fortissima richiesta di manodopera non qualificata ed a basso salario, con un conseguente massiccio reclutamento di coolies cantonesi negli Stati Uniti; anche l’Australia attirò manodopera cinese per il lavoro nelle miniere e nei giacimenti d’oro.

L’Europa fu invece toccata in misura piuttosto marginale: in Inghilterra, i cinesi vi approdarono in qualità di mozzi, assoldati dalle navi mercantili inglesi allo scopo di sostituirne i marinai britannici arruolati nella marina militare durante le guerre napoleoniche, mentre in Francia costituirono una buona fonte di manodopera nelle fabbriche.

Nella prima metà del 1900 i flussi migratori in uscita dalla Cina continuarono a manifestarsi in modo considerevole, nonostante il contesto internazionale sfavorevole alle migrazioni dovuto a guerre e crisi economiche: la presenza cinese all’estero cominciò quindi ad assumere una rilevanza sempre maggiore, mano a mano che i gruppi di immigrati raggiungevano una certa autonomia anche economica e cominciavano ad organizzarsi in comunità sempre più numerose. Il governo cinese dovette pertanto riconoscerne l’importanza e prendere atto delle necessità che questi nuclei manifestavano in relazione all’atteggiamento della madrepatria nei loro confronti: fu quindi introdotto il principio di reciprocità in base al quale veniva riconosciuto alla nazione il diritto di proteggere i propri cittadini trasferitisi all’estero; per eliminare qualsiasi possibilità di confusione nel determinare la nazionalità di individui cinesi nati in terra straniera, nel 1909 fu approvata la legge che stabiliva il diritto di trasmissione della nazionalità da parte del padre o madre cinesi ai propri figli; a Canton nacque nel 1926 la prima Commissione per gli affari dei cinesi d’oltremare, voluta dal Guomindang, il partito nazionalista cinese, a dimostrazione del suo crescente interesse per le vicende degli huaqiao.

Le autorità cinesi dimostrarono di fatto di aver acquisito piena consapevolezza circa l’entità e l’importanza che il fenomeno aveva ormai assunto, non solo a livello sociale ma anche e soprattutto da un punto di vista politico: le potenzialità delle comunità di huaqiao erano viste come fonte di ricchezza attraverso le rimesse, testimonianza tangibile del forte legame che le univa alla madrepatria , e come punto di forza nella dimostrazione di un popolo unito al suo interno da un profondo senso di identità nazionale.

Tuttavia l’atteggiamento del governo cinese nei confronti degli huaqiao fu spesso dettato da fattori inerenti l’andamento della politica estera: mantenne una posizione positiva durante il periodo che vide il partito nazionalista al potere, mentre con la fondazione della Repubblica Popolare nel 1949 l’inizio dell’era maoista determinò oltre al blocco dell’immigrazione diretta all’estero una presa di posizione fortemente discriminatoria nei confronti non solo dei cinesi d’oltremare ma anche dei loro familiari e parenti che risiedevano in patria. Sempre nei primi anni cinquanta si registra anche un incremento delle migrazioni interne con conseguente aumento delle popolazioni urbane, il cui numero di abitanti nel corso di un decennio arriva a raddoppiare. Il governo cinese introduce quindi drastiche politiche di contenimento dei movimenti migratori interni, la cui efficacia si è estesa fino alla fine degli anni settanta, e che corrispondevano al modello ideologico ed economico teso a sostenere la centralità della campagna rispetto alla città. Le nuove tendenze politiche di apertura e di riforme introdotte da Deng Xiaoping a partire dal 1979 riaprono le frontiere all’emigrazione. Viene mantenuto comunque un certo controllo sugli spostamenti migratori interni : uno studio condotto relativamente alla provincia dello Zhejiang ha dimostrato come la tendenza delle politiche di urbanizzazione della Cina sia quella di incoraggiare i movimenti dalle grandi città alle piccole e medie città e dalle zone urbane a quelle rurali, mantenendo uno stretto controllo dei flussi migratori in direzione dei grossi centri urbani. Questo al fine di evitare che le dimensioni della città crescano troppo rapidamente rispetto alla loro economia, consentendo quindi una migliore gestione delle politiche strutturali.

Gran parte dei movimenti interni della società cinese avviene tuttavia sotto forma di flussi migratori temporanei, ai quali fa riferimento il termine immigrazione fluttuante , la cui entità spesso sfugge alle analisi sui movimenti migratori riportate dalle statistiche ufficiali. La pressione migratoria delle campagne alimenta costantemente l’ incremento dei flussi interni e può precedere la migrazione all’estero. Non è da escludere quindi che alcuni gruppi di immigrati in Italia provenienti dallo Zhejiang abbiano seguito un itinerario che dalla campagna li ha portati alle città, e da queste ultime verso i paesi extrasiatici, tra cui appunto l’Italia.

 


CAPITOLO 1

CENNI SULL’ IMMIGRAZIONE CINESE IN ITALIA

    1. Origini e sviluppo del fenomeno.

La formazione della collettività cinese in Italia, le cui origini si fanno risalire intorno agli anni trenta, va collocata all’interno di un contesto più generale che ha interessato i paesi europei : infatti questa immigrazione è nata nel nostro paese prevalentemente come movimento di seconda immigrazione, collocandosi fin dalle sue origini all’interno di un’articolata rete di rapporti tra comunità di diverse nazioni, meglio strutturate e di più antico insediamento, che ne ha facilitato la nascita ed i successivi sviluppi. Inizialmente gli arrivi in Italia furono pertanto un fenomeno del tutto marginale, sia rispetto al consistente esodo partito dalle coste cinesi, sia rispetto alla loro concreta incidenza numerica sul totale della popolazione italiana. Fino alla fine della Seconda guerra mondiale, la presenza dei cittadini cinesi rimase estremamente esigua e sembra aver interessato soprattutto il nord Italia . Indagini sul campo effettuate sulla comunità cinese rilevano che i primi immigrati arrivati negli anni venti dalla Francia scelsero di insediarsi prima a Milano e poi a Torino; successivamente a Bologna, Firenze e dopo il secondo conflitto mondiale anche a Roma.

A Milano il primo inserimento lavorativo fu quasi ed esclusivamente nella vendita ambulante di cravatte; successivamente alcuni laboratori italiani che producevano questi articoli iniziarono ad offrire agli immigrati cinesi nuove opportunità di lavoro,  che portarono, anni dopo, alla nascita di imprese artigianali nel settore tessile e della produzione di manufatti in pelle. Questo primo flusso migratorio era composto esclusivamente da uomini, in maggioranza di giovane età, e si sviluppò con una certa continuità per tutto il periodo intercorrente tra le due guerre, pur mantenendo sempre dimensioni molto limitate tanto che, nel dopoguerra, i cinesi residenti a Milano erano circa una trentina e altrettanti, o poco meno, erano quelli presenti a Torino.

La situazione iniziò a mutare a partire dagli anni cinquanta, con la definitiva stabilizzazione da parte dei presenti e l’avvio di un secondo flusso migratorio costituito dai parenti degli immigrati che provenivano, per la maggior parte, dalla Cina popolare. I laboratori di pelletteria nati verso la fine della Seconda guerra mondiale ed affermatisi grazie ai prezzi fortemente concorrenziali, cominciarono a svilupparsi, offrendo ai nuovi arrivati possibilità di lavoro. Accanto al settore pellettiero compare quello della ristorazione, facilitato anche dalla presenza di comunità di più antico insediamento sparse in alcuni paesi europei: infatti, i primi ristoranti cinesi aperti in Italia si rifornivano di prodotti alimentari presso le comunità di Parigi e Londra. Successivamente lo sviluppo di questo settore, facilitato anche dalle trasformazioni avvenute nel settore dei consumi alimentari tra la popolazione autoctona, che si è lasciata incuriosire dalla novità della cucina orientale, ha determinato la nascita di un autonomo mercato italiano per l’approvvigionamento delle materie prime.

La popolarità che la cucina cinese ha progressivamente acquistato tra la popolazione italiana ha facilitato l’espansione di questo settore ( e di altre attività, ad essa correlabili, basate sulla concorrenzialità e sul vantaggio offerto dal rapporto qualità – prezzo ) , che a tutt’oggi gode di grande popolarità, a differenza dei ristoranti etnici di diversa nazionalità. In alcuni casi la ristorazione nacque anche come valida alternativa laddove l’attività di alcuni laboratori del settore pellettiero era giunta ormai ad un livello di saturazione: a Milano ad esempio, la situazione di crisi in cui versavano i numerosi laboratori cinesi spinse buona parte degli immigrati ad intraprendere la nuova attività.

Nel corso degli anni settanta ed ottanta aumentò il numero dei ristoranti cinesi , contemporaneamente all’attivazione un terzo e più consistente flusso migratorio, proveniente sia dalla Cina che da alcuni paesi europei come Francia ed Olanda, con un significativo incremento delle presenze fortemente accentuatosi nella seconda metà degli anni ottanta che ha comportato, in alcuni casi, l’avvio di nuovi settori lavorativi. Ad esempio, i primi laboratori tessili a Torino sono nati con l’arrivo nel 1983 di alcuni gruppi di cinesi, i quali hanno trapiantato nel capoluogo piemontese l’attività precedentemente intrapresa in Francia.

Uno dei principali settori lavorativi attorno ai quali gravitano la presenza e lo sviluppo delle comunità sparse nelle province italiane risulta essere quello della ristorazione, eccezion fatta per un’area particolare, quella fiorentina, laddove le opportunità lavorative offerte da un’economia locale incentrata soprattutto nel settore tessile, hanno determinato la nascita ed il successivo consistente sviluppo di laboratori di confezioni e di pelletteria. In quest’area fino agli anni ottanta la costituzione della collettività è stata diretta conseguenza di due ondate migratorie : la prima, composta da imprenditori occupati nella ristorazione, nell’artigianato e nella commercializzazione della pelle, sviluppatasi nell’immediato dopoguerra; la seconda, formata sia dai familiari e parenti giunti direttamente dalla Cina richiamati dal primo nucleo già immigrato, sia da gruppi provenienti da alcuni paesi europei anche a seguito delle politiche di chiusura adottate in quegli anni. A partire dai primi anni ottanta l’afflusso di cinesi comincia a intensificarsi ,con tendenze alla concentrazione nei comuni di Firenze, Campi Bisenzio, Signa e nella frazione di San Donnino, per poi diffondersi, nei primi anni novanta verso il territorio di Prato. La conseguente crescita della comunità è stata così forte da trasformare rapidamente questa zona in una delle più densamente abitate in Italia.

L’aumento dell’immigrazione cinese in Italia osservato a partire dai primi anni ottanta deve considerarsi da un lato come conseguenza della crescita dei flussi migratori intraeuropei, dall’altro come risultato determinato dalla applicazione delle leggi di regolamentazione dell’immigrazione n.943/86 e n.39/90 , che hanno reso possibile la registrazione delle presenze nonché la regolarizzazione, attraverso le sanatorie, anche di quanti si trovavano in situazioni di semi-clandestinità. Infatti se si osserva l’evoluzione quantitativa del fenomeno nel decennio compreso tra i primi anni ottanta e novanta, così come risulta dai dati del Ministero dell’Interno sui permessi di soggiorno, il numero degli immigrati cinesi ufficialmente soggiornanti in Italia al 31.12.82 risulta ammontare a 2.036 unità, cifra che è progressivamente aumentata fino a raggiungere le 22.112 unità al 31.12.1992 , ma da un’analisi più attenta circa l’incremento delle presenze, risulta un vertiginoso aumento in corrispondenza proprio degli anni delle due normative per la regolamentazione dei flussi migratori di cui poc’anzi accennato. Non vi è dubbio, comunque, che le due sanatorie possano essere considerate come importante fattore di attrazione dal momento che hanno offerto agli immigrati l’opportunità immediata di regolarizzare la propria presenza.

Dalla seconda metà degli anni ottanta in poi, anche le collettività cinesi hanno quindi usufruito dell’opportunità di emergere dalla situazione di anonimato sociale in cui versava gran parte delle comunità straniere, dovuta principalmente alla assenza di un’organica normativa che ne regolamentasse la presenza.

Il salto di qualità dell'imprenditoria cinese del nostro paese è avvenuto quindi a partire dalla seconda metà degli anni '80, da un lato per gli effetti della prima legge di regolamentazione del 1986, dall'altro, per l' "accordo tra il governo della repubblica italiana e il governo della R.P.C., relativo alla promozione e alla reciproca protezione degli investimenti" firmato a Roma nel gennaio del 1985, ed entrato in vigore a tutti gli effetti nel marzo 1987.

L'obiettivo dell'accordo è stato quello di "intensificare la cooperazione economica tra i due paesi, intenzionati a creare favorevoli condizioni per gli investimenti dei residenti e delle società di ciascun paese nel territorio dell'altro" individuando e legittimando, nella sostanza, le condizioni di reciprocità previste dal nostro ordinamento. L'effetto dell'accordo è stato quello di consentire ai cittadini cinesi di regolarizzare la posizione delle aziende costituite prima del 1985 e di incentivare la costituzione di altre, come da esso auspicato. Dopo i fatti di Tian’ an Men ( 3 e 4 giugno 1989) l'accordo è stato sospeso dalle autorità italiane, tanto che sono state ridotte di molto le concessioni per la costituzione di aziende e l'esercizio di attività autonome soggetto a maggiori vincoli burocratici.

Per questo motivo la maggior parte dei laboratori di pelletterie e di produzione di capi di abbigliamento aperti negli ultimi anni, riscontra una certa difficoltà nel regolarizzare la propria posizione, cosa che invece non accade per gran parte dei ristoranti, sorti prima del 1989.

La posizione di regolarità o irregolarità dei lavoratori occupati corrisponde di fatto ad una maggiore o minore "visibilità sociale" dell'azienda: nel caso dei ristoranti, ad esempio, trattandosi di attività aperte al pubblico e quindi facilmente identificabili, è conseguente una maggiore attenzione nel tenere il personale in regola; può verificarsi invece il contrario nel caso dei laboratori, spesso operanti in locali interrati e seminterrati, poco visibili e nella maggior parte dei casi utilizzati anche come abitazione.

Parallelamente all’introduzione di un organica normativa sull’immigrazione da parte del Governo Italiano, anche i cambiamenti politico economici in atto nella Repubblica Popolare Cinese, pur se indirettamente, hanno contribuito non poco all’incremento dei flussi migratori verso il nostro Paese. La solidarietà tra la Cina e le sue propaggini esterne è stata una dei fattori principali del successo della politica di apertura e di modernizzazione condotta da Deng Xiaoping: proprio su questa Cina ‘d’oltremare’ moderna e soprattutto patriottica il Governo di Pechino ha saputo trovare un valido punto d’appoggio .

Alla luce di una situazione che vede un nuovo clima politico in cui viene data una certa libertà alla realizzazione dei progetti imprenditoriali, in stretta relazione alla continua crescita e sviluppo dei contatti con l’Occidente, risulta ancor più evidente quanto le motivazioni che spingono i cinesi ad emigrare vadano ricercate su diversi livelli. La disperazione, la ricerca di un lavoro qualsiasi pur di assicurarsi il minimo indispensabile per sopravvivere, non sono più le ragioni che guidano gli immigrati verso terre straniere, infatti <<…i cinesi non sono più disperati, non sono più costretti dalla fame a fantasticare…con la Cina degli anni ’80 e ’90 l’immagine dell’emigrante che lascia il paese per cercare la sopravvivenza altrove non funziona: solo una minoranza dei cinesi che lasciano il loro paese lo fa perché in patria sopravvive a fatica e spera di tirarsi fuori da una vita di stenti; gli altri vivono già discretamente, c’è chi in Cina possedeva un piccolo negozio, chi faceva l’insegnante, chi lavorava da dipendente di giorno e coltivava la terra la sera…>>.

Oltre al ricongiungimento familiare, che resta una costante e la principale ragione, un sempre maggior numero di cinesi decide di sfruttare le possibilità di lavoro offerte da conoscenti o parenti lontani, nell’ottica di un miglioramento delle proprie condizioni economiche; il conseguente innalzamento dello status sociale e la speranza che queste esperienze lavorative possano diventare una sorta di "trampolino di lancio", facilitano la successiva creazione di una attività per conto proprio. Si tratta quasi sempre di progetti a breve termine, dal momento che, come analogamente accade nel mondo degli immigrati di altra nazionalità, il desiderio finale maggiore è poi quello di godere in patria delle ricchezze accumulate all’estero. La propensione ad intraprendere attività di tipo autonomo è confermata dall’analisi dei dati inerenti i motivi del rilascio dei permessi di soggiorno : ad esempio, al 31.12.90, su un totale di 18.665 permessi rilasciati, emerge in modo piuttosto evidente l’alto numero di motivi inerenti il lavoro autonomo, ossia 3.339 casi, corrispondente al 18% circa sul totale, percentuale non riscontrabile tra le altre componenti immigrate di diversa origine etnica. Un confronto effettuato tra le diverse regioni italiane in cui si sono insediate le comunità cinesi ha evidenziato come vi siano aree urbane con maggiore o minore incidenza di lavoratori subordinati o autonomi, in stretta correlazione non solo all’anzianità della permanenza delle comunità stesse, ma anche alla capacità imprenditoriale di individuazione delle opportunità logistico-ambientali e di settore, al fine di poter attuare un positivo sviluppo del proprio progetto lavorativo. La conseguente attuazione di un processo di diversificazione dei settori di interesse economico e produttivo, ha comportato l’attivazione di aziende al di fuori del tradizionale settore della ristorazione che, giunto al limite delle proprie capacità espansive soprattutto nelle aree urbane, ha liberato risorse da reinvestire in altri settori come quello delle pelletterie e del commercio all’ingrosso, delle confezioni e della maglieria. Le aspirazioni imprenditoriali di molti sono state però bloccate dall’entrata in vigore di un nuovo Decreto Legge 489/95 sull’immigrazione, il cosiddetto Decreto Dini, che permetteva la regolarizzazione dei clandestini esclusivamente per motivi di lavoro subordinato, escludendo quindi qualsiasi possibilità di accesso al lavoro autonomo. Soprattutto per un gruppo etnico che maggiormente aspira ad organizzarsi in piccole attività autonome a conduzione familiare le conseguenze sono state pesanti, tanto che <<…negato l’accesso all’imprenditorialità a chi era arrivato di recente, la sanatoria spingeva le imprese cinesi ad un forte irrigidimento con l’assunzione formale di quella forza lavoro che era prima impiegata informalmente. Ma in un mercato del lavoro cresciuto intorno ai bassi costi di produzione …i titolari non potevano permettersi il nuovo onere, pena l ‘espulsione da quel mercato…ogni dipendente continuava ad essere pagato a cottimo ma per potere avere la busta paga doveva lasciare al datore di lavoro ogni mese la cifra necessaria a coprire gli oneri dovuti allo stato, che spesso corrispondeva a larga parte del compenso percepito. >>. Gli arrivi in Italia in questo periodo provengono principalmente da altri paesi europei, soprattutto Olanda e Francia, dove le possibilità di uscire dalla clandestinità sono minori; il fenomeno comincia ad assumere dimensioni molto più contenute rispetto alle massicce entrate che hanno caratterizzato il decennio precedente soprattutto per due motivi : da un lato, le molteplici difficoltà dovute al progressivo aumento della concorrenza interna, sia nel settore della ristorazione che in quello della confezione, hanno contribuito ad una maggiore consapevolezza circa le reali possibilità di successo economico offerte dall’Italia, offuscando l’immagine del ricco huaqiao in terra straniera che nel mondo della diaspora cinese ha sempre costituito il modello cui fare riferimento; dall’altro, il veloce sviluppo economico della Cina, soprattutto nelle regioni più massicciamente coinvolte nel fenomeno dell’emigrazione, in questi anni ha permesso a molti cinesi un significativo miglioramento della loro posizione economica, senza dover lasciare il paese ma sfruttando le opportunità offerte dal nuovo contesto economico.

Attualmente i cinesi provenienti dalla Repubblica Popolare Cinese e regolarmente presenti in Italia al 31/12/1997 risultano 37.838. Le aree di insediamento maggiormente interessate sono i grandi centri urbani , in relazione alle attività occupazionali tradizionalmente legate alla ristorazione, sia nelle aree centrali, sia in quelle immediatamente limitrofe, per le nuove attività intraprese nel settore artigianale: si tratta di una presenza che predilige la localizzazione prettamente urbana proprio in virtù del carattere gruppocentrico dei processi di insediamento attivati dai cinesi . Diversamente da quanto accade per altri gruppi di immigrati, caratteristica peculiare delle comunità cinesi, siano esse di grandi o piccole dimensioni, è la capacità di creare e gestire aziende in grado di offrire lavoro ai connazionali, producendo relazioni socioeconomiche di aiuto e di assistenza, di supporto e di solidarietà. Queste unità produttive a base etnica non solo rivestono una funzione di polo aggregativo, ma anche assecondano il processo di rafforzamento identitario, perché di fatto permettono il mantenimento dei legami con la madrepatria.

 

1.2 Le zone di provenienza.

Abbiamo visto come la formazione della collettività cinese in Italia possa essere considerata un fenomeno di vecchio insediamento, poiché nonostante il suo sostanziale sviluppo sia avvenuto prevalentemente a partire dai primi anni ottanta, le sue origini non sono recenti e i suoi componenti hanno alle spalle differenti processi migratori : i primi, esigui gruppi di immigrati , la cui consistenza raggiungeva poche centinaia di persone, provenivano da alcuni paesi europei quali Gran Bretagna, Olanda e Francia in cui si erano stabiliti agli inizi del ‘900. Inizialmente si trattava di esperienze migratorie individuali certamente non riconducibili alla formazione di un flusso o come componenti di una catena migratoria, tuttavia la prima guerra mondiale si rivelò un momento decisivo nella storia dell’immigrazione cinese sia in Francia, ma anche in Europa : durante il conflitto, infatti, venne reclutato un consistente numero di cinesi provenienti dal porto di Wenzhou e dalla città di Qingtian situate nella provincia dello Zhejiang, impiegato sia per scavare le trincee sia come manodopera nelle fabbriche, con l’imposizione, alla cessazione del conflitto, di rientrare in patria. Alla fine della guerra non tutti i cinesi rispettarono le condizioni ed alcune migliaia di loro decisero di restare in Francia. Il commercio ambulante della vendita porta a porta si rivelò una prima fonte di sopravvivenza per questi poveri originari dello Zhejiang, che dalle città francesi dove risiedevano si spinsero nelle campagne, attraversando in alcuni casi le frontiere giungendo quindi in Belgio, Olanda e Italia. Quella del commercio ambulante rimase un’attività provvisoria per i cinesi, dal momento che non appena riuscirono ad incrementare le loro risorse , si dedicarono a nuove attività nei settori della pelletteria e della ristorazione.

Il periodo compreso tra le due guerre vede la formazione in Europa di piccole comunità cinesi ben localizzate nei grossi centri urbani, che saranno i punti di riferimento per i successivi flussi migratori provenienti non solo dallo Zhejiang, ma anche dal Guangdong, dallo Hebei e dallo Shandong. Si attiva così il meccanismo di catena migratoria che ha portato alla formazione dei flussi più recenti e quantitativamente più importanti, composti da connazionali, in maggior parte originari degli stessi luoghi e legati a loro da rapporti - più o meno stretti - di parentela, provenienti sia da paesi europei sia direttamente dalla Cina.

Nel nostro paese gli immigrati dello Zhejiang costituiscono per lungo tempo l’unica comunità cinese presente, mantenendo il ruolo di nucleo centrale anche quando, nel corso degli anni settanta, giungono gruppi provenienti da Hong Kong e Taiwan, e rimane tuttora la zona di provenienza che ricorre più frequentemente riguardo ai luoghi di origine dei cinesi in Italia. Individuare l’area geografica di provenienza approfondendo nel complesso gli aspetti culturali che la caratterizzano, significa dare una collocazione identitaria all’immigrato cinese per comprendere chi è e quindi la specificità delle dinamiche di inserimento nel contesto sociale e lavorativo del paese di cui è ospite: egli, anche attraverso il forte senso di appartenenza al gruppo familiare, quindi al villaggio e alla regione, ci aiuta ad individuare il vasto e composito, quanto estremamente affascinante, background culturale da cui proviene.

 

1.2.1 La provincia dello Zhejiang.

 

La provincia dello Zhejiang, il cui capoluogo è Hangzhou, si colloca nella Cina meridionale, ha una superficie di oltre 100.000 kmq ed è una delle più popolate con una densità di 400 abitanti per kmq. Si tratta di una provincia che occupa un posto di rilievo nell’economia complessiva della Repubblica Popolare Cinese, grazie alla presenza considerevole di risorse minerarie, nonchè di attività ittiche, il cui rendimento è pari ad un sesto del totale prodotto a livello nazionale, e l’allevamento. L’agricoltura rimane l’attività principale, tanto che la popolazione è costituita in gran parte da contadini e riveste un ruolo importante nell’economia nazionale; inoltre le numerose opere idrauliche realizzate sin dalla fondazione della repubblica hanno permesso il recupero di oltre 300.000 ettari di terre coltivabili: attualmente molti prodotti dello Zhejiang sono ai primi posti nella produzione nazionale, come il tè, il mandarino, il bambù, la canna da zucchero, la canapa e il gelso.

Le caratteristiche morfologiche di questa regione hanno influenzato direttamente le condizioni economico-sociali della popolazione, che si concentra per ricchezza e densità soprattutto nell’area pianeggiante del nord-est, dove è situata anche Hangzhou, mentre a sud- ovest della provincia il territorio si presenta estremamente montuoso e meno densamente popolato, caratterizzato da un livello di sviluppo più arretrato.

Trattandosi di una regione costiera, per sua natura è sempre stata caratterizzata dalla presenza di scambi con l’estero: la città di Wenzhou, vivace ed importante porto, fulcro di scambi commerciali oltremare già in epoca Tang (618-907), è il maggiore centro economico e di comunicazione dello Zhejiang meridionale, diventato una delle quattordici città costiere aperte agli investimenti stranieri ed al commercio internazionale a partire dal 1984. La città comprende sotto la propria giurisdizione otto distretti, tra i quali quelli di Qingtian, Wencheng e Rui’ an, famosi perché luogo di origine di un alto numero di cinesi d’oltremare: si tratta di una zona particolarmente montuosa, dove la pianura costiera è presente solo in minima parte (area orientale del distretto di Rui’an), con una popolazione costituita prevalentemente da contadini. La città di Wenzhou, centro politico, economico e culturale più importante del Zhejiang meridionale, è caratterizzata da ritmi di vita sregolati e caotici, i cui abitanti, come del resto tutti quelli dello Zhejiang, hanno fama di essere gente sveglia abilissima nel commercio, soprattutto grazie alla singolare capacità di procacciarsi guanxi. Questo termine, che significa ‘ legame, rete di rapporti, relazione’ , in realtà ha un significato molto più articolato e profondo, poichè riguarda i rapporti che si instaurano soprattutto a partire da conoscenze di famiglia, quindi relazioni privilegiate intrecciate in fitti reticoli di mutua assistenza fondati su rapporti di fiducia, coltivati con cura e costanza. In questa zona di fermento economico non mancano ovviamente sofisticate organizzazioni criminali dedite a speculazioni di ogni genere ( il contrabbando con la vicina Taiwan ne è un chiaro esempio) e il fortissimo incremento della emigrazione che ha caratterizzato gli anni Ottanta e Novanta ha consolidato la presenza di organizzazioni che gestiscono il trasporto dei migranti dalla Cina ai paesi di destinazione . Wenzhou appartiene alle numerose città emergenti cinesi che, travolte dal boom economico, si affannano a seguire i dettami di quella modernizzazione che ne ha stravolto l’ aspetto tradizionale : le lunghe file di case in legno e di mattoni a due piani, affacciate su strette stradine polverose, vengono sostituite da alti palazzi di vetro e cemento rivestiti di piastrelle bianche, ispirati ai grandi edifici commerciali di Hong Kong e Taipei. I pochi, vecchi quartieri rimasti sono invasi dai laboratori allestiti a bottega dove si fabbricano prevalentemente calzature e capi d’abbigliamento.

Gli immigrati del Zhejiang spesso si autodefiniscono ??? Wenzhouren ‘gente di Wenzhou’ , proprio per circoscriversi come collettività e sottolineare, quindi, le caratteristiche che li contraddistinguono dagli altri connazionali di diversa origine, e per le quali vanno evidentemente fieri; è un termine utilizzato altresì all’interno del paese relativamente ai flussi migratori interni per identificare una popolazione protagonista di questi movimenti. I cinesi emigrati da queste zone verso l’estero spesso non sono contadini o operai a tempo pieno: si tratta sovente di lavoratori ambulanti, falegnami, artigiani, sarti, parrucchieri, stagionali itineranti ed ogni genere di piccoli imprenditori,come i proprietari di piccoli ristoranti o case da tè.

Queste persone sono caratterizzate da una forte intraprendenza, aspirano soprattutto ad una occupazione autonoma che permetta loro di crescere e di realizzarsi, fortemente predisposti come sono alla continua ricerca di amicizie e protezioni ai fini della creazione di quella rete di guanxi, indispensabile all’ottenimento non solo di autorizzazioni e permessi, ma anche del supporto finanziario necessario all’avviamento di una nuova attività. Proprio in virtù di queste esigenze di crescita, laddove l’ambito locale non offra grandi possibilità, l’ emigrazione rappresenta un’alternativa di sicuro interesse.

Tornando ai cinesi presenti in Italia, per citare alcuni esempi, il gruppo più numeroso a Roma è costituito da originari di Qingtian, mentre a Prato i tre gruppi più consistenti sono quelli di Wencheng, Wenzhou e Rui’an; Milano vede una netta maggioranza dei cinesi di Wencheng rispetto a quelli di più vecchio insediamento provenienti da Qingtian.

Le profonde differenze tra le aree urbane e i piccoli centri rurali, legate al livello di sviluppo economico raggiunto, spesso determinano atteggiamenti discriminatori tra i diversi nuclei di provenienza : accade infatti che i cinesi che provengono da Wenzhou o Qingtian definiscano in termini discriminatori quelli che provengono dalle aree più arretrate, e le parole di un originario di Wenzhou ne sono un esempio eloquente :<< Quelli che vengono da Wencheng, Rui’an e soprattutto dai piccoli paesi dell’interno io li riconosco subito, lo vedo da come si muovono e da come sono vestiti…quello che si nota subito è che vengono dalla campagna…,in Cina le differenze di educazione ed il modo di vivere tra chi viene dalla città e chi è vissuto in campagna sono enormi >> . Il peso delle diverse condizioni di partenza sembra riflettersi anche sul lavoro, tanto che ai cinesi provenienti dalle città viene riconosciuta in genere una maggiore elasticità mentale che, unita ad una più acuta visione della realtà e ad ottime capacità nello stabilire relazioni interpersonali, permetterebbe loro di cogliere con più immediatezza la realtà in cui si trovano e le opportunità migliori da cogliere. I datori di lavoro cinesi pongono una certa attenzione sulla provenienza e quindi sulle caratteristiche di chi andranno ad assumere, anche perché nella maggior parte dei casi andranno ad accogliere in casa propria il dipendente e la sua famiglia. Anche le tradizioni culturali hanno un peso rilevante in tal senso: le pratiche religiose e i riti a carattere scaramantico praticate da chi proviene dall’area intorno a Wenzhou, sono generalmente ignorate o comunque considerate come superstizioni d’altri tempi da parte di chi viene dalla città.

E’ evidente quanto i cinesi manifestino la tendenza non solo a sottolineare la loro appartenenza ad un gruppo relativamente alla provincia, ma anche a marcare la città o la regione da cui provengono,come espressione di un acceso campanilismo che viene loro trasmesso sin dalla nascita e che li accompagna, rafforzandosi, soprattutto nei nuovi contesti di accoglienza.

I cittadini cinesi originari di altre province giunti in Italia manifestano non poche difficoltà nel trovare punti d’incontro con i connazionali dello Zhejiang: sono persone giunte da diverse zone della Cina prevalentemente settentrionale, spesso individualmente o in compagni di qualche tongxiang ‘ compaesano’ , che difficilmente riescono a trovare in un gruppo estremamente compatto e linguisticamente isolato, un punto di riferimento su cui poter contare per ricevere una prima accoglienza, o con cui condividere gli stessi interessi culturali.

 


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