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pujwom.jpg (1419 byte)Aspetti della cultura, della famiglia e della donna del Punjab e il contatto con l’operatore nel Consultorio Familiare.

               di  Elisabetta Pieri* e  Mauro Gonzo**

 

Premessa

Nel lavoro quotidiano all’interno del Consultorio Familiare di Arzignano (zona ovest della provincia di Vicenza) capita spesso di entrare in relazione con donne immigrate e con le loro famiglie. Arzignano è infatti situata nella valle del Chiampo, zona a forte industrializzazione - soprattutto nel settore della concia delle pelli - dove c’è una notevole richiesta di mano d’opera e quindi una notevole immigrazione.

Una delle comunità con cui si hanno più frequenti contatti nello svolgimento quotidiano del nostro lavoro è quella proveniente dal Punjab indiano: negli ultimi anni molte persone originarie di questa regione sono arrivate nella valle del Chiampo, attirate dai racconti di parenti e amici stabilitisi precedentemente in Italia.

Nella regione del Punjab indiano convivono in "equilibrio instabile" tre religioni la indù, la musulmana e la sikh. La religione sikh è quella meno conosciuta in Italia, ed è per questo motivo che abbiamo sentito il bisogno di approfondirne lo studio dedicando parte del nostro articolo ad essa, questa scelta ha permesso di aggiungere un’importante tessera al nostro mosaico: adesso, infatti, oltre a conoscere meglio le diverse culture del Punjab, ci sono più chiare le somiglianze e le differenze che intercorrono tra persone originarie della stessa regione ma con religione diversa; somiglianze e differenze che vengono poi riproposte anche nel nostro paese.

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Cenni storici

Il Punjab, la regione dei cinque fiumi, si estende ai piedi della catena Himalayana fino all’arido deserto del Thar; dal 1947 il territorio in questione è diviso tra il Punjab pakistano a maggioranza musulmana, il Punjab e l’Haryana Indiano a maggioranza indù 65% e sikh 30%, mentre solo il 2% della popolazione è musulmana.

Nella regione del Punjab indiano gran parte della popolazione è dedita all'agricoltura; le colture principali sono grano, granoturco, riso, legumi, canna da zucchero e cotone. Il Punjab è il maggiore produttore di frumento del subcontinente. Fra gli animali da allevamento si annoverano bufali e altri bovini, pecore, capre e pollame. I più importanti prodotti industriali comprendono materiale tessile, macchine da cucire, articoli sportivi, amido, fertilizzanti, strumenti scientifici, articoli elettrici, macchine utensili, zucchero lavorato ed essenza di pino. La regione è nota anche per la produzione artigianale di tappeti, scialli e coperte, di oggetti in oro, argento, ottone e rame, e di ceramiche smaltate.

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La regione del Punjab ha dato i natali alla religione sikh, fondata dal guru Nanak Dew sul finire del secolo XV. La dottrina sikh, enunciata dallo stesso fondatore sotto forma di inni e rimasta inalterata lungo i secoli, sorse come sintesi dell’induismo e dell’islamismo,dai quali mutuò, dal primo, le nozioni di karma, samara e dal secondo il monoteismo (privo di ogni ritualità), il rifiuto delle immagini, delle caste ed altri caratteri propri della setta islamica sufi. La religione sikh, così come era stata diffusa dal suo fondatore era basata sulla tolleranza verso l’uomo e di rottura verso il sistema delle caste e verso le molteplici divinità induiste

Dopo il guru Nanak Dew seguirono altri nove guru di cui i più famosi furono:

  • il quinto Arjun Dev, per aver codificato il libro sacro dei sikh l’Adi Granth, e aver dato avvio alla costruzione, ad Amritsar, di quello che diverrà il più sacro fra i luoghi di culto dei sikh, il sontuoso Tempio d'Oro di Harimandir, che sorge in mezzo a un lago e custodisce, nel suo angolo più suggestivo, il manoscritto originale del libro sacro venerato dai fedeli;

  • il decimo, Govind Singh, noto per aver trasformato i sikh in guerrieri ed aver imposto loro come segni distintivi il turbante, il pugnale e la lunga capigliatura. A quest’ultimo guru si deve la fondazione del regno del Punjab, che si sgretolò agli inizi del XIX secolo, fino all’annessione britannica di tale territorio (1849).

Sotto la guida del guru Govind Singh, i sikh sono diventati dei temibili e famosi guerrieri, molti di loro hanno combattuto nell’esercito inglese e a tutt’oggi fanno parte di quello indiano.

Sebbene il desiderio del primo guru fosse quello di trovare punti di incontro tra le due grandi religioni presenti sul territorio indiano, l’induismo e l’islamismo, che già all’epoca convivevano faticosamente tra forti tensioni, tuttavia, la religione sikh, sotto la guida del guru Govind Singh, finì a sua colta per alimentare le divisioni tra le varie fedi presenti nella regione, divisioni che continuano a tutt’oggi.

Nel 1956 fu istituito lo stato del Punjab dove i sikh pretesero l’adozione del punjabi come lingua ufficiale, nel 1966 il Punjab fu nuovamente diviso dallo stato di Haryana a prevalenza indù, capitale dei due stati è unica: la città di Chandigarh.

I sikh, nei secoli, non hanno mai rinunciato a battersi per conservare integra la loro individualità e differenza rispetto alla popolazione indù, la situazione si fece ancora più critica all'inizio degli anni Ottanta, quando prevalsero, fra i sikh, i propositi separatisti di alcuni gruppi che diedero avvio a un'attività di guerriglia al fine di giungere alla secessione del Punjab dall'Unione indiana e alla creazione di uno stato sikh indipendente, con il nome di Khalistan.

Nel giugno del 1984, dopo violenti scontri con le forze governative, i ribelli cercarono scampo asserragliandosi nel Tempio d'Oro di Amritsar, subito cinto d'assedio dall'esercito indiano, fino all'assalto finale che si risolse in un massacro con la morte di parecchie centinaia di semplici pellegrini caduti assieme ai ribelli. Questi fatti condussero a una situazione di tensione incontrollabile che raggiunse il suo culmine il 31 ottobre 1984, quando Indira Gandhi, primo ministro indiano, fu assassinata da una delle sue guardie del corpo di fede sikh: la repressione scatenata dall'esercito e dalla polizia, spesso con metodi d’indiscriminata "caccia al sikh", ha contribuito a ingrossare le file degli indipendentisti e a far precipitare il Punjab in uno stato di disordine generalizzato, con un bilancio di parecchie decine di migliaia di morti negli ultimi anni. Molti fedeli sikh per poter sopravvivere hanno dovuto "mimetizzarsi" rinunciando, ad es. ai capelli lunghi e al turbante, segni distintivi che li rendevano ben riconoscibili e per questo possibile bersaglio di rappresaglie e persecuzioni. Il successivo periodo di tensioni costrinse molti sikh ad abbandonare la loro patria e a rifugiarsi all’estero, attualmente se ne contano tra i 18 e i 20 milioni sparsi per il mondo. La situazione attuale è forse più tranquilla. Sikh e induisti sono comunque costretti a convivere nello stesso territorio, anche se la convivenza in alcuni momenti è problematica. Secondo notizie raccolte da testimoni, sarebbe diffusa, fra gli induisti all’interno delle famiglie l’usanza di far abbracciare al capo famiglia la religione sikh al fine di evitare problemi con la comunità maggioritaria (sikh) all’interno dell’attuale Punjab. La religione tradizionalmente rappresentava per i sikh una pratica condivisa in modo molto intenso, a cui tutti sentivano di dover partecipare. Attualmente è praticata in modo più blando da molte persone, in patria e all’estero, a causa della secolarizzazione che la vita attuale comporta.

 

Il lavoro

Se per la regista Mira Nair gli abitanti del Punjab sono i ‘napoletani dell’India’, per gli imprenditori veneti sono i più veneti tra gli immigrati e gli stessi sikh ci tengono a dire che la loro regione è il ‘nord-est’ dell’India. I sikh hanno fama di essere grandi lavoratori, col senso degli affari: risparmiano e appena possono si comprano la casa, si danno al commercio, aprono ristoranti, negozi ecc… Lavorano e vivono in silenzio senza dare troppo nell’occhio, se non fosse perché ormai sono numerosi a risiedere nelle nostre città non ci accorgeremmo di loro. Per queste ragioni gli imprenditori veneti li apprezzano: poche parole, molti fatti. Secondo quanto scrive il giornalista Mauro Maugeri nel supplemento "Ventiquattro" del "Il Sole 24 ore" (7 ottobre 200) i punti di forza di questa comunità sono l’essenzialità e l’intraprendenza. Quanto detto sopra sullo spirito d’iniziativa e imprenditoriale di questo popolo è simile a quello dimostrato negli Stati Uniti, Canada e Inghilterra dove le comunità sikh hanno un origine più antica rispetto a quella italiana: in questi paesi, infatti, gli uomini del Punjab hanno raggiunto collocazioni occupazionali prestigiose, molti sono diventati dirigenti di grandi multinazionali, altri hanno raggiunto il successo nel mondo della finanza o sono diventati proprietari di grosse catene commerciali.

 

Famiglia e matrimonio

"Marito e moglie un solo spirito in due corpi" Guru Granth Sahib

Secondo i sikh, un uomo per poter vivere bene ha bisogno di avere vicina la sua famiglia e il matrimonio diventa, quindi, una tappa fondamentale a cui è difficile sottrarsi in quanto questa è la consuetudine.

Se in occidente ci si aspetta che se due persone hanno deciso di sposarsi è perché si conoscono e si trovano bene insieme, in alcune culture orientali, tra cui quella del Punjab, l’unione tra i giovani sposi viene stabilita dalle famiglie di entrambi.

Nel film "Monsoon wedding" la regista Mira Nair originaria del Punjab, racconta la storia di un matrimonio combinato. La giovane Lalit, delusa dall’amore romantico, decide di lasciare la scelta dello sposo ai genitori e, nonostante qualche ripensamento nel corso della storia, finirà per sposarsi con il giovane tornato in patria dall’America. Il film termina con una festa di nozze pirotecnica, dove tutti, anche i giovani sposi sono felicissimi. E’ interessante, al di là dell’aspetto artistico del film, osservare come la regista tratta i vissuti contraddittori della protagonista alle prese con i conflitti di valori e significati tra le diverse culture (quella tradizionale e quella "moderna" o "secolarizzata") e come essi vengono affrontati in un tentativo di sintesi, o di coordinamento quando la sintesi non è possibile (Pearce, 1993). E’ caratteristico dell’amore "romantico" di tipo occidentale (Luhmann, 1985) -su cui si basa la nostra concezione del matrimonio- un rapporto personale, individualizzato ed intenso fra i due partner, tra i quali vi sono inizialmente un forte investimento affettivo e un’idealizzazione. Il rapporto nasce e può nascere esclusivamente da loro, a prescindere dal contesto della comunità; è basato sul reciproco "rispecchiamento", sulla comprensione profonda e sulla sincerità (Giddens, 1996). Nel rapporto matrimoniale tradizionale sikh avviene, invece, il contrario: il singolo deve cedere e mettere in secondo piano gli aspetti personali dell’amore e far prevalere gli interessi della famiglia allargata.

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Nel film, la protagonista femminile inizialmente tenta un rapporto di tipo "libero" o "occidentale" con un collega di lavoro, rapporto "clandestino" che poi viene lasciato perdere, in parte per delusione, in parte per seguire il dettame del dovere familiare. E’ interessante notare che anche il legame con il giovane proposto dalla famiglia viene vissuto, in qualche modo, come caratterizzato da "comprensione profonda", infatti lei comincia ad "amare veramente" il giovane quando lui, innamoratosi da subito di lei, sentendosi confessare da parte della promessa sposa la sua relazione precedente, "la comprende" e "la perdona".

Secondo la tradizione sikh, la passione e l’innamoramento non costituiscono necessariamente le basi di un matrimonio riuscito, anzi, secondo alcuni fedeli, la causa dei tanti divorzi nel mondo occidentale è da attribuirsi al fatto che le persone si innamorano, si sposano, ma quando la "luna di miele " termina, non viene sostituita da impegni e obiettivi comuni. Secondo i sikh il vero amore è basato sulla volontà di sacrificio che porta a donarsi all’altro totalmente.

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Perdere l’autocontrollo è considerato una grande sventura, ogni sikh deve saper controllare le proprie emozioni e di conseguenza trovare un suo equilibrio stabile e duraturo, l’innamoramento mette in pericolo tutto questo ed e quindi da evitare.

Nella tradizione sikh diventa evidente quello che nel mondo occidentale si tende a trascurare: quando ci si sposa, non si sposa solo una persona , ma l’intera sua famiglia, con tutte le implicazioni che ne seguono.

Nella scelta del compagno ha un peso fondamentale il karma, il destino, cioè qualcosa di imponderabile su cui l’uomo non ha nessun potere, ma è solo attraverso la meditazione e la preghiera che egli/ella riuscirà a vedere chiaro in se stesso e condividere quello che Dio ha in serbo per lui/lei. In effetti, a scegliere il partner giusto non sono proprio i genitori, ma è dio stesso, attraverso di loro, a sceglie per noi ciò che è meglio.

La relazione privilegiata, rimane comunque quella che ciascuno di noi instaura con Dio, in quanto solo questa è permanente le altre, in quanto terrene, sono temporanee.

Anche tra i sikh residenti nella valle del Chiampo continua la tradizione del matrimonio combinato.

Gli uomini arrivano in Italia, trovano lavoro risparmiano e quando arriva il momento chiedono ai genitori di trovare loro una sposa, si fanno mandare una foto della ragazza prescelta e se piace si procede all’organizzazione delle nozze. Dopo il matrimonio, l’uomo torna in Italia, prepara i documenti necessari al ricongiungimento famigliare e quando tutto è in regola la giovane sposa arriva nel nostro paese. Per i sikh, quindi, il matrimonio è essenzialmente un patto sociale e d’affari, l’amore se viene è un vantaggio, ma non è indispensabile. In aiuto dell’antica usanza del matrimonio combinato è arrivato internet, che grazie alla sua diffusione planetaria permette ai sikh di tutto il mondo di tenersi in contatto e di combinare matrimoni.

In uno dei siti da noi consultato, www.sikhnet.com, abbiamo potuto constatare che non solo i genitori utilizzano la rete per la ricerca dei mariti/mogli per i loro figli/e, ma sono anche i diretti interessati a proporsi. Il sito mette a disposizione numerose schede dove si possono raccogliere le prime informazioni sulla persona e su quale tipo di partner sta cercando. La prima voce della scheda è dedicata la preferenza di genere, per cui non viene dato per scontato che, ad es., una donna stia cercando un uomo o viceversa. Un’altra voce interessante è quella dei "valori culturali" a cui entrambi i sessi rispondono in maggioranza "un misto di cultura occidentale e orientale". Tale risposta lascia spazio a varie interpretazioni: desiderio di affrancarsi da una cultura ritenuta non abbastanza moderna? Semplice constatazione dell’inevitabile influenza tra culture diverse in un mondo sempre più globalizzato? Le donne tendono a dare pochissime indicazioni sulle caratteristiche che deve avere il futuro sposo, delle 13 voci indicate, ad es. il peso, l’altezza, l’occupazione, religiosità ecc. tendono a rispondere solo a quella sull’altezza e se desiderano che il compagno indossi il turbante, queste voci sembrano quindi essere quelle decisive per una prima scrematura. Gli uomini invece tendono ad essere più selettivi nella ricerca dell’anima gemella e sono gli unici a dichiarare quanto guadagnano, mentre le donne non lo specificano mai. La voce "pratica religiosa" rivela che la maggior parte dei candidati non ha ricevuto l’Amritdhari (battesimo sikh), frequenta il Gurdwara (chiesa sikh), pratica la meditazione mattutina solo occasionalmente ed infine non ricerca un partner particolarmente devoto ai dettami religiosi.

Da un’intervista con due donne punjabi di fede induista è emerso lo stesso conflitto di valori sul matrimonio riscontrato nelle nostra ricerca sui siti internet dedicati ai seguaci della religione sikh: la più anziana delle due era infatti più propensa a difendere i valori tradizionali e quindi anche l’unione combinata, mentre la più giovane trovava superate certe usanze. Lo stesso contrasto è presente a livello culturale più ampio.

 

Le donne

Secondo la religione sikh, uomini e donne sono uguali davanti a Dio e non deve esserci subordinazione dell’uno sull’altro. Tale uguaglianza rimane però, almeno dal nostro punto di vista, sulla carta: ancora oggi è possibile osservare come la donna debba totale obbedienza, prima al padre e poi al marito e la nascita di un bambino viene festeggiata con tutti gli onori, mentre quella di una bambina passa inosservata. Secondo alcuni queste discriminazioni fanno parte dei retaggi della tradizione indiana induista a cui i sikh sono ancora legati, nonostante i loro sforzi per differenziarsi dalla cultura predominante .

Catapultati in occidente, in una terra diversa dalla loro per clima, usanze e tradizioni, gli immigrati sikh si difendono dal bombardamento "culturale" stando vicini ricreando piccoli microcosmi indiani nei quali rifugiarsi dopo una giornata di duro lavoro. Le donne attratte dalla speranza di un futuro migliore, arrivano in Italia dopo aver ascoltato i racconti di chi già ci vive, senza sapere una parola della nostra lingua, passano gran parte del loro tempo in casa in compagnia di sorelle, cugine, o amiche accudendo i figli. Quando arrivano al Consultorio Familiare, non sono mai sole, sono sempre accompagnate da un familiare, in prevalenza il marito, che oltre a fare da traduttore, fa da filtro tra la nostra cultura e la loro.

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In un articolo uscito il 25.05.2002 nel supplemento del Corriere della Sera "Io donna" il giornalista Gilberto Bazoli afferma che nel cremonese dove vive una numerosa comunità sikh da alcuni mesi si è osservato un esodo imprevisto: al compimento del sesto, settimo anno le bambine vengono rimandate in patria, perché vengano educate secondo i dettami della loro religione e non vengano esposte ai rischi della cultura occidentale prima del matrimonio, in quanto considerata troppo libera. La donna è quindi considerata più fragile, corruttibile e per questo va protetta. Per il momento non è possibile valutare gli effetti dei rimpatri precoci delle figlie femmine, la comunità sikh non è l’unica a rimandare a casa la propria progenie, infatti i filippini e i ghanesi hanno a volte la stessa usanza, anche se non fanno distinzioni tra maschi e femmine. Si può ipotizzare che la distanza fisica che si viene a creare, dopo il rimpatrio, finisca per aumentare la distanza emotiva tra le figlie e i genitori con la conseguente difficoltà di comprensione.

 

Il Consultorio Familiare

Il nostro punto di osservazione del fenomeno immigrazione è il Consultorio Familiare di Arzignano, dove i due autori lavorano e gli immigrati si rivolgono per chiedere assistenza in caso di gravidanza, IVG, problemi ginecologici, difficoltà ad avere figli, assistenza economica, ecc.

Il forte coinvolgimento familiare che si ritrova nelle famiglie sikh fa si che in caso di malattia di un componente della famiglia, ci si aspetta che vengano coinvolti tutti i suoi membri, con il più anziano che fa da interlocutore; quando non è possibile coinvolgere la famiglia allargata, come nel caso di persone immigrate, è comunque ipotizzabile che essa continui, seppur da lontano, ad esercitare una certa influenza, per cui nella stanza del medico non ci sono solo le persone fisicamente presenti, ma anche l’intera famiglia. Lo stesso avviene anche se vi sono altri problemi significativi.

Sia la religione induista che quella sikh si rifanno al principio del karma e della reincarnazione, tali concetti non possono essere ignorati se si considerano i problemi etici riguardanti la nascita e la morte. Per entrambe le religioni il feto è già una persona fin dal momento del concepimento, l’aborto, quindi, diventa inaccettabile: lo si accetta solo nel caso diventasse necessario per salvare la vita alla madre. La vita deve essere protetta in ogni momento e ci si aspetta che i genitori facciano il possibile per preservare la vita dei loro figli anche se nati prematuri. Nella realtà tuttavia le donne sikh immigrate ricorrono all’aborto abbastanza di frequente e come in molte altre culture anche in questa i figli maschi danno maggiore prestigio alla donna che li ha partoriti e alla coppia di genitori in generale. Il desiderio di avere figli maschi può diventare così forte da predisporre all’aborto specialmente se si è già avuto un figlio maschio, anche se in effetti è assai difficoltoso conoscere il sesso del nascituro entro i termini utili e non si rilevano richieste di questo tipo.

Una delle richieste più frequente tra le donne punjabi che si rivolgono al Consultorio Familiare è quella dell’interruzione di gravidanza, anche perché l’ospedale della zona è uno dei pochi a fornire questo tipo di intervento. Meno frequente è la richiesta di aiuto per problemi di coppia o altro, anche perché richieste di questo tipo, quando nascono, vengono probabilmente soddisfatte all’interno delle comunità.

L’accoglienza è un momento delicato almeno per due motivi, il primo è che i richiedenti non si aspettano di dover fare un colloquio con lo psicologo (questa è non è infatti una procedura in uso nel loro paese di origine), il secondo è culturale in quanto vengono a trovarsi di fronte due universi di significato che potrebbero entrare in conflitto: l’universo degli operatori portatori di "verità scientifiche" e quello degli utenti portatori di una cultura a cui sentono di dover rimanere aggrappati per non perdere la propria identità, anche se in modo spesso contraddittorio.

Nella costruzione della relazione l’operatore deve quindi fare attenzione a mantenere un atteggiamento che faciliti la circolazione delle informazioni evitando di esprimere giudizi sulle scelte della coppia e allo stesso tempo non dando l’impressione di voler essere troppo accondiscendente per accattivarsi le simpatie degli utenti.

Di solito la coppia che richiede l’interruzione di gravidanza si sottopone al colloquio con molta pazienza e orientale rassegnazione: in un misto tra italiano ed inglese i presenti tentano di comunicare nella speranza che il colloquio sia breve e si possa ottenere il consenso per l’aborto nel minor tempo possibile.

La comunicazione avviene, nella maggior parte dei casi, tra lo psicologo e il marito; a volte può capitare che la donna entri nella stanza solo dopo l’invito dell’operatore. In effetti, l’atteggiamento degli interessati è comprensibile se si sposta l’attenzione sul loro punto di vista: perché far partecipare chi non parla l’italiano e soprattutto se l’aborto è già stato deciso all’interno della famiglia? La possibilità di arrivare a una reciproca comprensione tra operatori e la coppia è data anche da una prospettiva temporale differente (Boscolo, Bertrando, 1993): i primi, infatti, tendono a sollecitare soluzioni diverse, per evitare altri aborti in futuro che potrebbero compromettere seriamente la salute psicofisica della donna, i secondi sono troppo concentrati nel qui e ora, nella risoluzione di piccoli grandi problemi pratici legati alla sopravvivenza per potersi preoccupare di ciò che avverrà in futuro. La proiezione verso il futuro degli operatori fa si che essi si pongano come obiettivo non solo quello di far riflettere la coppia se l’aborto sia effettivamente l’unica soluzione possibile, ma anche di tentare di acquisire un ruolo, in modo che gli utenti possano scegliere di consultarci non solo nelle situazioni di emergenza. Infine il tentativo è quello di far uscire dal loro isolamento gli immigrati, soprattutto le donne, attraverso la costruzione di una rete sociale di conoscenze che non vengano vissute come minacciose, ma come risorse: la sfida più ambiziosa è quindi quella di far diventare via via gli utenti immigrati da fruitori passivi a fruitori attivi del Servizio.

La contraccezione è un altro argomento delicato che viene affrontato durante i colloqui. Quando si tenta di affrontarlo, le reazioni sono contraddittorie: nessuno dice esplicitamente di essere contrario, ma di fatto la pianificazione familiare viene lasciata in molte situazioni al caso. L’atteggiamento dei sikh nei confronti dei metodi contraccettivi moderni non è di facile comprensione, se si pensa che la loro religione non è contraria al loro utilizzo, anzi alcuni suoi rappresentati li considerano un regalo fatto alla popolazione al fine di evitare nascite indesiderate con ciò che questo comporta (www.sikhnet.com). Si può ipotizzare che nella tendenziale difficoltà all’accettazione dei metodi contraccettivi, non entrino in gioco scelte di tipo religioso, ma altri tipi di motivazione, come ad es. il bisogno dell’uomo di controllo sulla donna e il desiderio di dimostrare, da parte della moglie, la propria fertilità, principale motivo per cui una donna viene accettata in sposa. Molte donne sikh e indù comunque usano i metodi contraccettivi una volta imparato a conoscerli, secondo la nostra esperienza.

 

La comunicazione tra culture

La fabbrica è il luogo dove italiani e indiani trascorrono il maggior numero di ore insieme, terminato l’orario di lavoro le loro strade si dividono e solo in pochi si frequenteranno nel tempo libero. La comunità indiana, come altre comunità straniere, rimane abbastanza chiusa, isolata e specialmente il mondo femminile rimane  difficile da avvicinare, anche perché spesso non parlano ne’ italiano, ne’ inglese. Si potrebbe pensare che questa "chiusura" sia dovuta a un "patto" di non belligeranza fra comunità straniere e quella autoctona, come tra due persone che si rispettano, ma che hanno timore della loro diversità, per cui i contatti devono essere ridotti al minimo per non irritare il vicino e rompere un equilibrio che apparentemente sembra essere vantaggioso per tutti. Del resto non si può dire che la comunità italiana faccia di più per creare uno scambio.  Al momento mancano i punti di incontro, le zone neutre dove italiani e sikh possano incontrarsi lasciando da parte le reciproche diffidenze: la scuola potrebbe però contribuire a ridurre le distanze di "sicurezza" tra i due popoli, dato che la "seconda generazione" ha ormai raggiunto l’età della scuola dell’obbligo, offrendosi come naturale punto di mediazione tra le due culture.

 

Bibliografia:

G. Bazoli (2002) "Con quella faccia un poco Sikh" supplemento "Io Donna" del Corriere della Sera del 25.05.2002.

L. Boscolo, P. Bertrando (1993) "I tempi del tempo", Bollati Boringhieri, Torino.

A. Giddens (1996)  "La trasformazione dell'intimità", Il Mulino, Bologna.

M.Gonzo, M. Tirelli, V.Visotti (1999) "Il colloquio per interruzione volontaria di gravidanza con le donne immigrate", in: M.Gonzo, et. Al. "L’intervista nei servizi sociosanitari. Uno strumento conoscitivo e d’intervento per gli operatori" Raffaello Cortina, Milano, pp.83-105.

N. Luhmann (1985) "Amore come passione", Laterza, Roma- Bari.

M.Maugeri (2000) "Gli indiani Sikh" supplemento "Ventiquattro" del "Il Sole 24 ore" del 7.10.200

B.W.Pearce "Comunicazione e condizione umana", F. Angeli, 1993, Milano.


* Psicologa, psicoterapeuta familiare, Consultorio Familiare di Arzignano.

**Psicologo,psicoterapeuta familiare, coordinatore del Consultorio Familiare di Arzignano, resp. Servizio di Mediazione Culturale Ovest Vicentino.   

 


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