ATTI DEL CONVEGNO "IL CAMBIAMENTO CONTRASTATO. ZINGARI, SERVIZI, CITTA: UN INCONTRO POSSIBILE" REGGIO EMILIA 28 29 OTTOBRE 1999
A CURA DI: Alfonso Corradini e Annalisa Cella
I. INTRODUZIONE, UN ANNO DOPO di Alfonso Corradini Gli scopi del convegno nazionale che il Gruppo di Lavoro sul Progetto Nomadi ha organizzato a Reggio Emilia il 28 e 29 ottobre 1999 risiedevano prima di tutto nella volontà di raccogliere le esperienze più significative sperimentate in Italia sui processi dintegrazione, in particolare sullintegrazione scolastica e su quella nel mercato del lavoro. Il secondo aspetto importante risiedeva nella volontà di rendicontare pubblicamente il lavoro svolto in questi anni dal Gruppo stesso a Reggio E. Il Convegno, inoltre, voleva essere ed è stato anche unoccasione dincontro per gli operatori sociali e gli amministratori che sinteressano della questione zingara. Non è banale sottolineare ciò perché chi opera in questo ambito di solito ha assai poche occasioni di scambiare opinioni, di confrontarsi con i progetti realizzati da altri, quasi che la marginalità del tema concorra a relegare al margine anche gli operatori che di questo tema si occupano. La solitudine e le contraddizioni di chi opera "sui confini" tra due culture, tra due modelli sociali, ci sono note e di questo abbiamo tenuto conto per offrire spazi e momenti informali di confronto e di dialogo. Le relazioni che sono state presentate al convegno colgono una sfera molto ampia di punti di vista e di finestre dalle quali leggere e affrontare la situazione. Questo ha forse dato una percezione di frammentarietà a chi ascoltava, percezione che sarà propria anche di questi atti, ma in realtà credo che oltre a ciò sia possibile cogliere alcuni aspetti importanti che fotografano bene lo stato delle cose:
Aprire fluidi canali di comunicazione attraverso i quali possa circolare la documentazione delle esperienze significative avviate o realizzate in Italia e allestero significa dare impulso a nuovi progetti, garantirne in misura maggiore di quanto accada mediamente oggi la riuscita e la qualità
Oggi emerge una forte richiesta di partecipazione e di coinvolgimento da parte del mondo zingaro e dei loro rappresentanti, sia a livello di progettazione, che di operatività. Questa istanza, pur tra le difficoltà e le contraddizioni che risultano ancora molto evidenti, rappresenta il cambiamento in atto, sul quale riflettere e costruire spazi di mediazione, linguaggi condivisi, accordi sperimentali. Su questa strada siamo lontani dagli standard raggiunti da alcuni paesi europei, abbiamo davanti esempi incoraggianti e ipotesi di lavoro perseguibili. Occorre mettere in gioco, scusate il bisticcio di parole, la disponibilità a mettersi in gioco da parte di tutti gli attori in campo. Ogni realtà locale deve dar forma a modalità originali di collaborazione, pur allinterno di un quadro legislativo e istituzionale che rappresenta il limite/risorsa comune (e su questo è necessario e utile il confronto delle esperienze e delle soluzioni adottate altrove). Il ruolo dei mediatori culturali, laddove sono presenti, è essenziale nel lavoro di mediazione istituzionale, ma non ovunque è possibile perseguire questa via. Ciò non esclude che esistano vie totalmente o parzialmente alternative. Il problema dei campi sosta, poi, rappresenta uno sfondo pesantemente vincolante. Non è questa la sede per trattare la questione, ma è impossibile non tenere conto di un simile contesto abitativo quando si parla di educazione, integrazione e qualità della vita dei ragazzi, degli adolescenti sinti e delle loro famiglie. La partecipazione diretta delle rappresentanze zingare allinterno dei gruppi di lavoro assume ancor più rilevanza, tenuto conto della precarietà dei contesti di vita e dei limiti strutturali nei quali la minoranza sinta e rom vive. Nel confronto tra gagi e zingari le difficoltà di riconoscimento reciproco sono molte, i linguaggi vanno costruiti insieme e non in un solo giorno; ma un coinvolgimento diretto dei protagonisti nei processi decisionali e nelle assunzioni di responsabilità circa la determinazione delle scelte che li riguardano è una condizione indispensabile per accogliere il cambiamento con le componenti innovative e al contempo le paure e le resistenze che esso suscita. Il secondo elemento essenziale è il reale coinvolgimento dei servizi nella riflessione e nellelaborazione comune di proposte e strategie sostenute da un investimento adeguato di risorse affinchè chi opera concretamente sul campo, si trovi ad essere meno solo, meno abbandonato a sé e alle proprie residue risorse, insomma meno schiacciato tra incudini e martelli e possa così supportare nel quotidiano quelle istanze di cambiamento che possono concretizzarsi solo superando contraddizioni di ordine strutturale e culturale, valorizzando la copartecipazione alla gestione di progetti condivisi e la conoscenza, che significa anche e soprattutto ascolto reciproco.Dal convegno non emergono ricette, ma esperienze e orientamenti. E dietro le esperienze ci sono persone che hanno impegnato se stesse spesso oltre i limiti richiesti dalle specifiche professionalità. Colgo loccasione per ringraziare queste persone, molte delle quali stimo e conosco personalmente. Mi auguro che il frutto del loro lavoro sia riconosciuto e tenuto in considerazione dai "grandi decisori", ovvero da coloro che hanno il potere di determinare le macro linee dintervento nelle città, gli investimenti, lo sviluppo, in una parola, hanno il potere di orientare il cambiamento. |
II. "TRA DIVERSITA E PREGIUDIZIO"
Ezio Compagnoni (pedagogista) Il mio contributo di oggi intendere essere uno sfondo generale allinterno del quale saranno collocati i contributi che seguiranno; che saranno una specificazione operativa di questa prima delimitazione di un territorio, che è il territorio di vissuto dei nomadi. Quando mio il gruppo è nato, prima di operare, bisognava fare delle riflessioni importanti sulla collocazione che avremmo dovuto avere su un piano di idee guida, che ci dovevano orientare a comprendere, descrivere, spiegare e interpretare i fenomeni che avremmo incontrato. Alcune considerazioni iniziali erano necessarie per evitare che occuparsi dei nomadi significasse fare un lavoro in profondità, ma molto canalizzato, esclusivamente centrato su una comunità di cui è stato scritto tantissimo e su cui cè una letteratura molto ampia, ma che potrebbe diventare autoreferente, cioè qualcosa che riguarda soltanto il problema dei nomadi senza collocarlo in un quadro più ampio, che anche teoricamente li collochi politicamente su un piano più generale. Abbiamo cominciato a parlare in linea generale della società nella quale vivono i nostri nomadi, per vedere se dovevamo trattare la nostra indagine come se stessimo trattando una comunità che non aveva somiglianze, analogie con altri gruppi, o se doveva essere un lavoro che riguardava la diversità, o per lo meno la pluralità di minoranze che convivono allinterno della società. Dovevamo perciò parlare dei nomadi come di un fenomeno che non era connesso con limmigrazione, o con la coesistenza di altre minoranze, o con altre diversità che contemporaneamente si manifestavano nel disagio sociale, o dovevamo collocare i nomadi allinterno di una linea trasversale ideale che crea una specie di solidarietà della sofferenza di gruppi diversi? Alcune considerazioni che abbiamo fatto dallinizio sono state abbastanza ovvie; ad esempio il fatto che viviamo in una società molto complessa, una società multietnica, una società segnata da rapide trasformazioni socio-culturali, una società nella quale cè una perdita progressiva di identità e di gruppi di appartenenza di riferimento per i valori. Contemporaneamente abbiamo subito definito come assioma iniziale lesigenza di una nuova cultura dellaccoglienza, allinterno della quale si poteva misurare la democraticità della città e la sua capacità di perseguire non solo ideali educativi, ma anche ideali politici, ideali di pace, di diritto delluomo, di difesa dei diritti. Questo ci ha portato a parlare a lungo del concetto di cultura, perché lunico modo per riconoscere a un gruppo di minoranza una sua dignità di esistenza, è riconoscerne la cultura; è la negazione della cultura di quel gruppo che definisce la cancellazione, o per lo meno la riduzione, dellesistenza di quel gruppo. Abbiamo parlato della nuova definizione di cultura intesa, in linea generale, come il fatto che le culture non sono gerarchiche, non devono essere chiuse, non devono essere rigide, non possono essere autoreferenti. Questo tipo di culture che ha caratterizzato anche la storia delle culture del nostro occidente per tutto il 900, sono potenzialmente culture razziste, mentre adesso si va verso un mondo di più culture, culture diverse, di cui si riconosce la permeabilità, si riconosce la dinamicità, il fatto che potenzialmente possono esistere insieme senza dover per forza sbranarsi, o entrare in conflitti di cancellazione le une delle altre. Culture capaci di trasformazione, di integrazione, in grado di ricercare valori comuni come la salvaguardia dei diritti umani, il perseguimento del benessere e il superamento dei conflitti e delle disuguagliane; valori forti, ma che legittimano anche lazione pratica. Una prima definizione che abbiamo cercato di dare per iniziare a lavorare è stata questa: una percezione delle minoranze come gruppi di persone impegnate per seguire gli stessi scopi della sopravvivenza, dellespressione completa della propria umanità e cultura, proprie di tutte le culture, di quelle dominanti, di quelle povere o di quelle prive di potere. In un certo senso possiamo dire che tutti sono in minoranza oggi, tutti hanno il problema dellidentità e dellappartenenza culturale, quale ricerca di legittimazione delle scelte del vivere quotidiano e del valore della vita. Accogliere la minoranza, quindi, può essere prima di tutto riconoscere i diritti delluomo e lottare contro i pregiudizi. Tre erano le lotte che secondo noi andavano condotte attraverso il nostro lavoro: la lotta allintolleranza, al razzismo e alla xenofobia. Sono questi i grandi temi socio-culturali di oggi, inevitabili se si vuole costruire una società migliore per domani. Naturalmente riconoscere i pregiudizi operanti, contrastarli e operare per superarli è il grande impegno di ogni processo di innovazione. Riconoscere i pregiudizi non è facile, specialmente per chi vive dentro ai pregiudizi, o per chi opera in una società che è fondamentalmente pregiudizievole verso altri gruppi, o è basata su visioni di oppressione. Occorre educare le nuove generazioni fin dalla prima infanzia in questo senso: alla convivenza, alla pace, allaccettazione, allaccoglienza delle culture diverse. Per noi allinizio si è trattato di collegare strettamente tutto il nostro lavoro alla difesa dei diritti umani e alla difesa anche dei principi costituzionali: quelli che dicono che non si deve discriminare nessuno perché ha unappartenenza etnica, o linguistica, o religiosa diversa. Avere in mente questo sfondo prima di cominciare a parlare del problema dei nomadi, secondo me, è molto importante, perché ridà dignità al gruppo, ridà dignità anche a quella che può essere una ricerca di collocazione di un gruppo che vive allinterno di una comunità. Il lavoro che poi avremmo fatto era un lavoro molto più delicato: era il lavoro di andare a capire come si possono cogliere i pregiudizi, dove li vedi, qual è il lavoro di svelamento del pregiudizio interno al vivere apparentemente normale; lordinaria normalità dei fatti che avvengono nei rapporti tra le persone, che si autogiustifica nella sua tradizione di scorrere sempre in un certo modo, come può essere attaccato per svelarne eventualmente lerrore di rapporto relazionale; in che modo il pregiudizio può venire alla luce. Naturalmente il pregiudizio non è una cosa astratta, il pregiudizio è fisico, è materiale, è pratica, è dentro le procedure con le quali operano, per esempio, le comunicazioni tra le varie istituzioni. Il pregiudizio è nei modi con i quali ci si rivolge agli altri, come si definiscono gli spazi, come si organizzano le azioni; perciò è visibile, è molto evidente. Il pregiudizio si incarna in azioni, però si giustifica dentro un ritenere, un pensare, che questo debba essere il modo giusto di condurre le cose. Il giudizio è fatto di buon senso; il pregiudizio è un buon senso che non ha capito di essere insensato. Per arrivare a cogliere questo elemento occorre avere un distanziamento dai fatti, una capacità di lettura a due livelli dei fatti, occorre andare con molta pazienza descrivendo, cercando di spiegare e poi alla fine di interpretare. Risalire dalle pratiche relazionali tra le varie istituzioni nomadi alle modalità della comunicazione interpersonale tra uffici e personale, agli atteggiamenti istituzionali in termini di regole e procedure, per esempio la scuola e lextrascolastico, risalire da queste pratiche ai quadri interpretativi che mettono in evidenza elementi di non senso o di violazione del diritto allinterno dei rapporti istituzionali, è il senso di chi lavora, per esempio, per comprendere, per rimediare a quelle che possono essere le "distorsioni" che hanno ricevuto i fatti nel tempo. Allinizio mentre ci occupavamo dei nomadi si andava ripuntualizzando il rapporto tra culture diverse allinterno di uno stesso territorio; quindi culture in contatto: da un lato la cultura di una minoranza, dallaltro la cultura dominante: uno stato, una nazione, una città. Questi rapporti si definivano in relazioni di potere secondo logiche varie. Le logiche di relazione tra culture sono di assimilazione progressiva, di integrazione, ma possono anche essere logiche di cancellazione, di eliminazione dellaltro. Le relazioni di potere tra le culture sono basate sulla loro sopravvivenza, ci sono varie modalità di rapporti, uno dei quali è stabilire un rapporto democratico. Una delle prime cose che ci siamo chiesti era se la minoranza di nomadi era riconosciuta come minoranza, come gruppo minoritario avente una sua cultura. Il primo passo perché una cultura esista, come dicevo prima, è riconoscerla. Se io per esempio dico "se uno parla una lingua diversa, se ha tradizioni diverse, se vive in un modo diverso, se tutto questo è il suo modo di essere, allora posso dire che quella è una cultura, che è fatta di tradizioni, di abitudini, di prassi quotidiana, di idee, di lingua "; devo cominciare a riconoscere che se accetto che esista una cultura, devo accettare che è diversa dalla mia; non posso accettare unaltra cultura pretendendo che sia identica alla mia. Se accetto che è diversa non significa che sia inferiore o che sia da buttare o da negare, devo conoscerla. Si poneva il problema di sapere se questa che sembra una frase di consenso era effettivamente una frase oggettiva, cioè trovava nella pratica il riconoscimento di questa cultura? Evidentemente perché questo potesse realizzarsi occorreva riconoscerle il diritto di esistere, ossia riconoscere una possibilità di esprimersi nei vari luoghi dove si esprime la cultura. Lasciarla esprimere per esempio nella vita quotidiana, nella qualità della vita dellabitazione, nella possibilità di avere degli spazi di incontro, degli spazi di elaborazione culturale propria, o permettere di perseguire una propria lingua e cose di questo tipo; che è quello che facciamo anche noi con noi stessi quando dobbiamo dire che apparteniamo a una cultura, in cui coltivare la maturazione completa della propria umanità è il senso della propria vita. Perché questo possa avvenire bisogna che ci sia anche una conoscenza, una comunicazione, una condivisione di vissuti, per conoscere altre culture e per farle esistere devo conoscerle e devo anche permettere loro di fare cose insieme a me. Se non avviene una conoscenza dellaltra cultura ciò che può prevalere sono solamente due cose: gli stereotipi e i pregiudizi. In unintera comunità, specialmente se è composta di piccoli gruppi che formano i campi sosta dei residenti in un dato comune, per mancanza di conoscenza e per mancanza di ricerca di contatto reale, i vari componenti possono essere resi gli uni assolutamente uguali agli altri; essere privati della loro originalità di persone per divenire essenzialmente ciò che sono: nomadi o zingari; dove nomadi o zingari è uninterpretazione, non è una conoscenza, è unimmagine interiore che ha colui che li chiama in questo modo. Io ho trovato unesemplificazione perfetta di quello che vi sto dicendo nel discorso di un papà sinto che dovendo iscrivere la sua bambina in una scuola ha detto "ho trovato una suola dove i sinti non sono mai andati e non lo voglio dire a nessuno, non voglio che sia inserita in mezzo a quegli altri, perché non è abituata. Se la metto con gli altri sinti voi non dite che lei è Suellen; lei diventa una bambina nomade. Lei invece è Suellen, ed è così brava che in una settimana se li mangia tutti i compagni; se invece voi la considerate come sinta, lei non è abituata, lei è una bambina, lei è mia figlia." Trovo che in queste parole ci sia perfettamente il concetto di pregiudizio. Il papà cioè dice " se la mia bambina per sfortuna casca dentro il pregiudizio non la vedono più, invece di vedere una bambina, invece di vedere mia figlia, vedono un qualche cosa che è predefinito, un qualche cosa che assomiglia al nulla." Così si manifesta un problema, il problema della percezione. Come mai questo papà vive questa situazione? Probabilmente ha avuto altre esperienze, esperienze che hanno detto questo. Compare quindi il pregiudizio, che ha questa caratteristica: non soltanto definisce la diversità, ma attribuisce la diversità. La diversità esiste dentro il pregiudizio, è il pregiudizio che la forma, per cui si attribuiscono anche diversità inesistenti. Mi viene in mente quando parlo dei problemi degli immigrati con gli insegnati e alcuni di loro mi dicono "guarda, io in classe ho parecchi immigrati, però sono fortunato perché questanno mi sono capitati dei cinesi e due slavi, molto meglio dellanno scorso che avevo invece due tunisini e tre marocchini; poi ci sono i ghanesi che sono molto bravi, sono molto meglio loro degli egiziani". Questi discorsi mi fanno venire in mente quando lavorando in immigrazione a scuola dicevano che "i turchi erano più educati dei bambini italiani e che gli italiani erano intelligenti, ma troppo vivaci". Tutti stereotipi, stereotipi che coprono come unombra il bambino: impediscono di coglierne la personalità. E il difetto delloggettivare i bambini, delloggettivare i popoli, delloggettivare le persone, i gruppi, attraverso un sistema di pregiudizi e di stereotipi. Quando nel gruppo cè una persona che non corrisponde, si dice che è una persona speciale; gli insegnanti dicono "quello lì è nomade e bravo a scuola, strano, non dovrebbe esserlo, si vede che è proprio un caso eccezionale." Cè una difesa del pregiudizio che permette il suo perpetuarsi e il suo mantenimento. Credo che il pregiudizio sia il maggior ostacolo allaccoglienza dellaltro, il maggior ostacolo allaccoglienza dei nomadi nella scuola, ma anche alla valorizzazione dei genitori, delle famiglie o alla possibilità di coesistenza nei territori delle famiglie dei nomadi con le altre famiglie. I pregiudizi nel giro dei nomadi sono una squalifica che ha una scarsa possibilità di appello. Le loro specificità e i loro vissuti in generale sono considerati pericolosi, minacciosi, da annullare, da raddrizzare, da tentare di sostituire, da normalizzare. Il problema del conoscere, dellaccogliere non si pone, o si pone raramente. Trovare insieme nuove soluzioni, modificare i contesti di vita non viene quasi mai operato perché non si ritiene che debba essere fatto. Noi, come gruppo, pensavamo che se avessimo compreso meglio il quotidiano, i campi dove andavamo a fare osservazione, interviste, a parlare coi nomadi, avremmo potuto iniziare a fare delle piccole correzioni, a introdurre delle piccole variabili, perché era proprio partendo dal quotidiano e dal vissuto, che pensavamo di poter fare qualche cosa di più. Abbiamo individuato dei campi di esplorazione, ci siamo soffermati sopra il funzionamento dei campi, quindi lo spazio, il tempo e lorganizzazione della vita dentro i campi, la qualità della vita dentro i campi. Ci siamo occupati di un altro luogo di relazioni istituzionali importanti: la scuola; scuola ed extrascuola, cioè tempo del dopo la scuola e tempo della scuola, indagando in che modo i pregiudizi erano allinterno di queste. Ci siamo occupati della salute in rapporto alle A.S.L., le U.S.L. e i vari uffici relativi alle cure del corpo.In fine ci siamo occupati del lavoro, lavviamento al lavoro, il modo di lavorare, le possibilità del lavoro. La cosa che ci ha colpito maggiormente è che allinizio dominava il pregiudizio sopra tutti, in tutti i settori e in tutte le istituzioni temevano la nostra pericolosità, perciò cerano procedure di controllo molto articolate, molto più che per gli autoctoni. Ad esempio: non mettevano più di tre o quattro bambini nomadi in una stessa classe, perché li consideravano una deflagrazione, e quindi li disperdevano in più classi, in più plessi. Assurdo. Ancora: allinizio il rapporto tra campi e istituzioni doveva essere svolto dai vigili, in quanto simbolo di autorità in funzione della sicurezza. In seguito abbiamo notato che mettendo altre persone al posto dei vigili le cose funzionavano molto meglio; non perché i vigili non facessero il loro lavoro, ma perché è il simbolo, il significato che sta dietro la scelta di una persona che svela i pregiudizi; perciò anche il tipo di rapporto che si instaura è diverso. I comuni hanno il problema della residenzialità per i nomadi, ma è una grossa contraddizione parlare di "nomadi residenti". Nascono i problemi sul come gestire la residenza, e nascono le contraddizioni; ad esempio il caso del nomade che andava a vivere dai parenti nel paese vicino a quello dove aveva la residenza, ma che per qualunque problema doveva fare capo al suo paese di residenza. Queste contraddizioni alla fine arrivavano alla negazione dei diritti, normalmente assicurati dalla costituzione. Il nostro gruppo interistituzionale poteva aggiustare o mandare segnali e indicazioni per il cambiamento di tutte queste cose, perciò fungeva anche da indicatore per i funzionari politici su come intervenire in questa materia. Man mano che ci addentravamo nel vissuto delle comunità sinte emergevano i pregiudizi che conformavano la struttura dei loro contesti di vita, cioè: il campo e il fuori dal campo, la scuola e le varie istituzioni, tutte strutturate attorno a una serie di pregiudizi che ne caratterizzavano il funzionamento. Abbiamo pensato che succedesse che comunità non conosciute dessero luogo a una serie di punti che erano: il controllare, il curare, lassistere, il tollerare gli atteggiamenti culturali che provenivano dalle persone, da questo contesto, in relazioni prevalentemente di dipendenza istituzionale e sociale. Non cera protagonismo diretto di queste persone, cera invece un forte vincolo nel contesto che impediva loro di assumere posizioni di protagonismo; si preferiva lassistenza al protagonismo, lassistenza al progetto, per una tradizione di modalità di impostare la relazione con questo gruppo minoritario. Il non riconoscere questi fatti impedisce levoluzione della comunità nomade e alimenta un quadro culturale di radicamento dei pregiudizi; leffetto di ricaduta di questo crea una specie di condotta forzata: quello che avviene può essere questo e soltanto questo, non ci sono modi per modificarlo. Il pregiudizio è lombra che impedisce la conoscenza, ed è ciò che alla fine rende possibile una ripetizione quasi ossessiva delle stesse situazioni che poi, diventano le situazioni che connotano unintera comunità. Da questo nasce anche una specie di depressione in confronto al cambiamento di queste persone: si può cominciare a pensare che non cè niente da fare, che non si può cambiare nulla, che si deve rinunciare, e sperare che nel tempo questo avvenga per semplice assimilazione verso il nostro modo o altri modi di condurre avanti le cose. Questo ha una pesante ricaduta sul modo di portare avanti le cose, per cui non è raro sentire dire dalle persone che "possono accogliere tante nazionalità, ma non sono in grado di accogliere i nomadi". Io ho chiesto a una di queste persone: un dirigente dindustria ricco, benestante, intelligente, capace, ma ferocemente critico, se aveva mai parlato con un sinto, e mi ha risposto di no, gli ho chiesto se ne aveva mai conosciuto uno e mi ha detto "no, però mi hanno detto che " Questo modo di pensare non è insolito, anzi è molto diffuso, anche perché ci gioca sopra la stampa, il modo in cui si fanno filtrare le informazioni, il dare molto rilievo a fatti che contribuiscono a mantenere un clima rassicurante di congelamento dei pregiudizi, i quali tutto sommato servono per sentirsi appartenenti a una cultura che per fortuna è diversa. Queste considerazioni ci hanno guidato nel nostro lavoro. III: "ZINGARI, SERVIZI, CITTA: UN INCONTRO POSSIBILE"
Alfonso Corradini (coordinatore Progetto Nomadi, Comune di Reggio E.) Immagino che il mio compito sia un po quello di raccontarvi che cosa abbiamo combinato in questi anni qui a Reggio E. Quando dico abbiamo, mi riferisco ai tre soggetti del titolo del mio intervento: zingari, servizi e città. Permettetemi di cominciare dai servizi, io lavoro lì e conosco un po meglio la situazione. Io lavoro in un servizio che si interessa di educazione per bambini, ragazzi e adolescenti. Qualche anno fa abbiamo cominciato ad interessarci dei ragazzi e delle ragazze di etnia sinta perché la scuola era allora, lunico ambito di contatto col mondo dei gagi , ma ciò non era sufficiente ad avviare un vero processo di socializzazione. Ci siamo chiesti quale fosse il modo migliore per fare qualcosa che avesse senso e che non passasse sulla loro testa. Ci siamo anche resi conto che entrare nel mondo dei ragazzi e delle ragazze sinte voleva dire entrare nel mondo dei sinti tout court. Non è possibile infatti avere a che fare con i ragazzi senza avere a che fare con le loro famiglie, con la loro cultura, con la qualità di vita nei campi. Così per prima cosa abbiamo cercato di formare un gruppo di lavoro che comprendesse rappresentanti di tutti i servizi che già autonomamente lavoravano, o avevano saltuariamente a che fare con i sinti: la scuola, la sanità, chi gestisce i campi, i servizi sociali, lopera nomadi, e noi che avevamo lobiettivo di aprire laccesso ai servizi dellextrascuola. Questo gruppo si è dato un metodo di lavoro e delle strategie. Il metodo è di lavorare attraverso lanalisi dei casi, attraverso i quali mettere a fuoco i problemi, raccogliere informazioni e documentazione, progettare interventi coordinati. Il libricino che trovate in cartellina è un esempio di questo metodo di lavoro. La strategia è quella di lavorare accanto ai sinti per coglierne le istanze rielaborandole in proposte operative. Un meta obiettivo del gruppo, se così possiamo chiamarlo, è stato fin dallinizio di lavorare per portare i rappresentanti dei sinti a far parte del gruppo stesso per ridurre lo spazio di mediazione e interpretazione necessario sia nella lettura dei bisogni che nellelaborazione e nella gestione delle risposte. Circa i contenuti dei nostri interventi, abbiamo sostenuto e sosteniamo che favorire lintegrazione nei servizi e nelle attività pomeridiane significhi fornire un grosso aiuto alla scuola, favorendo processi di socializzazione che iniziano il mattino nelle aule scolastiche, ma poi proseguono il pomeriggio creando una contiguità con i coetanei che si fa piano piano abitudine, conoscenza e con la conoscenza delle persone come entità umane e non come stereotipi, cresce la capacità di superare i pregiudizi. Offrire opportunità diversificate di espressione attraverso il gioco, i laboratori, lo sport. Questo contribuisce ad arricchire limmagine di sé, contribuisce a mettere a disposizione qualche mattone in più nello sviluppo dei processi identitari. Stimolare e sostenere gli educatori (siano essi di un centro pomeridiano, di una società sportiva, delle ludoteche ) a prestare maggior attenzione alle dinamiche relazionali che lapproccio con la diversità comporta, a prestare maggior ascolto, a mettere in moto nuove risorse. Detto così tutto fila liscio, ma non è così. Parlo a nome di tanti operatori che quando sono sul campo, se non si sono ben premuniti, o semplicemente si muovono unendo alla professionalità anche una certa sana fede nella capacità di produrre cambiamento, poi si trovano tra lincudine delle istituzioni che viaggiano a una velocità lenta e sicura (ma non rassicurante), e il martello dei loro clienti, dei soggetti per i quali e con i quali lavorano, viaggiatori di aspettative munite di turbo. E un problema ,dunque, di sincronizzare meglio le diverse velocità, ma non è questione di poco conto.Devo dire che il Gruppo ha trovato una buona adesione fin dallinizio nei dirigenti e negli amministratori che ne hanno favorito la costituzione. Non sta qui il problema. Fino a che ci occupiamo di preadolescenti, lavoriamo alla costruzione di una rete sia formale che informale atta a sostenerli nei processi dintegrazione, non cè problema. Il tutto ha costi relativamente bassi. E quando si tratta dinvestire risorse per operare sulla base di una progettualità che mira alla promozione di una qualità di vita complessivamente migliore, e non solo ad affrontare le emergenze e a scansare le contraddizioni che riguardando gli adulti non possono non ricadere anche sui ragazzi e sulle ragazze che appartengono alle stesse famiglie: è qui che ci scontriamo non tanto contro la negazione della validità delle nostre interpretazioni, ma contro limiti che in sintesi si chiamano "limitatezza delle risorse" e che si traducono, altrettanto in sintesi, in unespressione (non) verbale che definirei "silenzio/dissenso" . Ora, il silenzio/dissenso, anche se a prima vista può non sembrare, è una risposta molto razionale. E la massima espressione della sintesi del discorso e non lascia spazio alla replica. Quando qualcuno mi domanda qualcosa ed io non ho tempo perché sono affaccendato in questioni che reputo ben più importanti, ricorro al silenzio/dissenso (qualche monosillabo non muta i termini della questione). Leffetto prodotto è sorprendentemente di lettura immediata, poiché linguaggio verbale e non verbale si sposano a meraviglia nella plastica rapidità del suono/gesto (il linguaggio non verbale ha unimportanza notevole in questa sorta di dialogo). Linterpretazione non lascia adito a dubbi: "non ho tempo di affrontare questa faccenda perché ho altro a cui pensare e la cosa più probabile è che domani accadrà altrettanto e così dopodomani. Capisco, nonostante tutto che la cosa è importante, perciò muoviti pure tu come meglio credi ( e con le risorse che hai )." Il silenzio/dissenso può anche lasciare adito a dubbi interpretativi: capisci poi che era un silenzio/dissenso perché dopo non succede nulla. Il silenzio/dissenso è unarma formidabile in mano alle istituzioni e se allarmamentario aggiungiamo anche lincertezza delle competenze e delle responsabilità, diventa unarma letale di fronte alla quale gli operatori che si espongono sul campo si trovano inermi e presi tra due fuochi. Devo dire che i problemi non stanno solo dalla parte delle istituzioni. Per gli zingari, nel nostro caso, lequivalente del silenzio/dissenso è "limprevisto". Limprevisto è una componente quotidiana della vita di tutti noi, ma ha trovato un clima particolarmente favorevole tra le famiglie zingare. Noi ragioniamo insieme su un progetto o su un intervento ritenuti urgentissimi, concordiamo le modalità, i tempi, ecc., passiamo alla realizzazione e tutto funziona per il primo giorno, anche il secondo non va male, ma dal terzo giorno comincia il declino. Cosè successo? Un imprevisto. In più vi è una certa abilità nelluso della strategia del camaleonte. Dove cè convenienza ad affermare il diritto duguaglianza, eccomi qui: cittadino più italiano di tutti gli italiani ( non ci credi? controlla la mia carta didentità ). Quando invece il vento della convenienza spira altrove, eccomi ancora: appartengo alla mia razza, sono una minoranza, devo essere salvaguardato, anzi di più, assistito, ho il diritto di essere più uguale degli altri; anzi, visto che sto spendendo il mio tempo qui a discutere con te dei miei diritti, dovresti pagarmi per questo tempo .in fondo tu sei pagato . Non sto qui ad elencare la gamma di esempi possibili perché ruberei tutto lo spazio a disposizione. E non è questo che minteressa. Minteressa invece andare oltre questi fenomeni per capire cosa li scatena. Da un lato il pregiudizio (ne ha già parlato Ezio), un pregiudizio reciproco: se per molti, loro sono "zingari" e non certo nellaccezione che qualifica un popolo, unetnia minoritaria, ma in quella che squalifica senza speranza un gruppo; dallaltro noi non siamo nessuno, siamo gagi, gagè, siamo dei "non zingari" e con questo non ci viene certo riconosciuta unidentità, ma ci viene solo certificato che siamo qualcosa daltro da ciò che essi sono. Voi capite che dialogare partendo da questi presupposti non è unimpresa facile. E non finisce qui. Si trovano di fronte due culture in forte crisi. Una cultura in crisi è una cultura in trasformazione, una cultura che va verso il cambiamento con tutte le paure, che dico, le fobie che questo comporta. Una cultura in crisi è una cultura con una identità debole. E chi ha una identità debole fatica di più ad accettare laltro, perché lo percepisce come minaccioso, non come una scoperta, non come una potenziale ricchezza. Il primo pensiero è "lo tengo lontano", il secondo è "se non posso tenerlo lontano, lo sfrutto". Laltro non è un apportatore di nuova linfa, ma uno che vuole succhiarmi quel anche quel po di sangue che mi è rimasto. Non vi è dubbio che la cultura del popolo zingaro sia una cultura in crisi e in trasformazione: in pochi anni passa da una cultura orale ad una cultura dove entra la scrittura (causa i processi di scolarizzazione massiccia). Questo primo passaggio si scontra contro "la teologia del presente" che contraddistingue la cultura zingara. La non rilevanza del passato giunge fino alla distruzione o alla vendita di quanto apparteneva a un defunto, al divieto di pronunciare il suo nome. Vivere nel presente, come sottolinea Jean Pierre Liegois (1) "smorza ogni tentativo di valorizzare uneredità sia economica che culturale che potrebbe, rafforzando particolarismi e privilegi, irrigidire le famiglie, le quali hanno invece bisogno di essere flessibili per adattarsi, e di accrescere disparità fra elementi di un sistema, che ha bisogno di essere equilibrato." Da popolo nomade si sta trasformando in popolo stanziale. Spesso non per scelta, ma per violenta imposizione. Qui parlo dei sinti che sono eminentemente giostrai. I balzelli da pagare per appoggiare la giostra su un quadretto di terreno ad una fiera di paese ed i costi del rapido progresso tecnologico stanno uccidendo questa tradizionale professione. Ne consegue una scelta di stanzialità indotta anche dalle crescenti difficoltà a sostare ovunque per la mancanza di aree attrezzate, per la impossibilità di avere i permessi, più in generale per lalto livello dintolleranza. In un mondo in cui tutto devessere "a norma", qui abbiamo levidenza dellinadeguatezza. A inadeguatezza si risponde con inadeguatezza. Ecco allora i campi-sosta " dotati dei servizi essenziali" recita la normativa. Ecco quindi gli indicatori di crisi: passaggio da una cultura orale ad una scritta, dal nomadismo ala sedentarietà, ammassamento nei campi, negazione dellidentità attraverso ostacoli burocratici insormontabili in quanto incomprensibili, mi riferisco ad esempio alla negazione del diritto di residenza. Per quanto riguarda i gagi, noi, non mi inoltro negli elementi che denotano la nostra crisi. Sul piano politico osservo solo che mentre una volta i partiti avevano come scopo elettorale primario quello di convogliare su di sé le preferenze degli elettori, oggi prima di arrivare a tanto devono convincere gli stessi elettori ad andare a votare. DallArgentina, alla Germania, allItalia il vero ago della bilancia stanno diventando infatti i non-elettori. Sul piano sociale, una volta (scusatemi il termine) la discussione riguardava lattuazione di un piano di welfare il più garante possibile verso i diritti fondamentali dei cittadini e in particolare delle fasce meno agiate. Oggi al centro del dibattito cè ovunque il tema della sicurezza sociale, non certo in termini propositivi di offerta dopportunità, quanto in termini di repressione e di omologazione. Questo è lo sfondo sul quale viviamo le nostre città ( il terzo soggetto del nostro titolo). Una città abitata da forti istanze sociali, umanitarie, valoriali, perché per fortuna mica tutti sono come quelli che ho raccontato prima. Una città che è disponibile ad accogliere ed ha una lunga tradizione di cui può giustamente vantarsi, ma anche una città paurosa e qualunquista che nasconde la testa sotto la sabbia e scalcia per tenere a distanza ciò che non capisce, ciò che non conosce e si rifiuta di conoscere, ciò che è diverso e per questo diverso deve rimanere, in quanto solo così identificabile (se lo identifichi lo eviti). Non vorrei, adesso, dare adito al sospetto di aver sbagliato il titolo della mia relazione. "Un incontro possibile" è il finale del titolo. No, non mi sono sbagliato. Nonostante queste difficoltà che è bene non nascondersi, un incontro è possibile. Credo che laver chiare queste difficoltà spieghi, aiuti a capire il perché di certi numeri. I risultati dei nostri interventi producono numeri a una o due cifre al massimo, niente che faccia gridale al cambiamento epocale, niente prodotti di massa. Coloro che puntano tutto sulla quantità storcono un po il naso quando vedono i nostri dati. Credo che per lavorare bene in un contesto così complesso, sia indispensabile operare secondo la linea che abbiamo privilegiato, quella di progetti individualizzati per i ragazzi e le ragazze dove ognuno concorre alla costruzione di un suo proprio percorso che è frutto della sua storia, delle sue esperienze, aspettative, timori, speranze e titubanze. Accompagnare laltro vuol dire partire da casa sua, dalla strada che conosce per poi esplorare nuove vie lungo le quali può camminare e crescere secondo i tempi che sono anche i suoi. Per costruire queste opportunità, riguardino esse la scuola, lextrascuola, la formazione o il lavoro, occorrono professionalità, tempo e risorse. Se, per forza di cose questi elementi sono limitati, anche i numeri lo sono. Laltra strada, complementare a questa, è quella delle storie di vita, storie che rilevano i nodi problematici, i quali a loro volta sollecitano una progettualità non aprioristica e generica, ma radicata nel "qui ed ora" ed al contempo proiettata verso la costruzione di un sistema che tende ad eliminare le contraddizioni interne nella direzione di una maggior coerenza e consapevolezza dei fili che legano e condizionano i diversi ambiti di vita e di azione. Ho sottolineato aspetti di metodo e di strategia. Per quanto riguarda il genere degli interventi, non sono entrato nel merito, perché vi saranno forniti i dati nel corso di queste giornate, da altri. Concludo sottolineando con piacere il fatto che da questanno i rappresentanti dei sinti sono entrati a far parte del Gruppo di Lavoro Interistituzionale. Credo sia il frutto di un lungo lavoro e credo che questo non sia tuttora un dato acquisito. Le difficoltà di adattamento reciproco sono molte, i linguaggi vanno costruiti insieme e non in un solo giorno; ma un coinvolgimento diretto dei protagonisti nei processi decisionali e nelle assunzioni di responsabilità circa la determinazione delle scelte che li riguardano è una condizione indispensabile per accogliere il cambiamento con le componenti innovative e al contempo le paure e le resistenze che esso suscita. Il secondo elemento essenziale è il reale coinvolgimento dei servizi nella riflessione e nellelaborazione comune di proposte e strategie sostenute da un investimento adeguato di risorse affinchè chi opera concretamente sul campo, si trovi ad essere meno solo, meno abbandonato a sé e alle proprie residue risorse, insomma meno schiacciato tra incudini e martelli. IV. "IL FILO DI ARIANNA SI E SPEZZATO: IL LAVORO DI RETE ATTRAVERSO UNA STORIA DI VITA"
Eugenio Paterlini Annarita Asti (educatori progetto Nomadi, Comune di Reggio E.)
Nel giugno dello scorso anno giunge al nostro ufficio, dall'area minori dei servizi sociali, la segnalazione di Kevin, ragazzo sinto di 17 anni, residente in un campo sosta del Comune di Reggio Emilia. Kevin, in seguito a un tentativo di furto andato a vuoto, viene arrestato e affidato ai servizi sociali del territorio. La segnalazione non ci coglie particolarmente impreparati, per più di una volta, nel corso degli anni, si è ritenuto necessario l'intervento del servizio sociale all'interno dello stesso nucleo familiare per dare risposta ed alternative ad un disagio fatto di povertà, piccola criminalità, abbandono scolastico, solitudine. Numerosi fratelli più piccoli, un padre continuamente intrappolato nella rete della giustizia, più spesso in carcere che a casa, una madre sulla quale grava l'intera cura della famiglia, questa è la situazione con cui ci scontriamo fin dai primi incontri. In stretta collaborazione con l'assistente sociale dell'area minori, con i servizi e le risorse territoriali viene strutturato un percorso educativo che anticipi le procedure del tribunale, e che nello stesso tempo tenga conto della particolare situazione sociale e familiare di Kevin: una proposta di intervento che miri a dare unalternativa allo stile di vita cui è stato abituato. Il lavoro di rete ci ha permesso in questi anni di muoverci e di essere operativi, ogni ufficio con le proprie competenze e peculiarità. Il discorso avviato con il progetto POLO, servizio che da anni opera sul territorio reggiano per favorire l'avviamento al lavoro dei minori dando risposte al disagio giovanile, ci permette di inserire Kevin in uno stage di formazione lavoro presso una piccola ditta di assemblaggio per un orario complessivo di 20 ore settimanali. Le condizioni iniziali dello stage non sono certo delle più favorevoli: la distanza della ditta dall'abitazione, una famiglia che non impersona un valido esempio per sostenere e incoraggiare anche il solo rispetto delle elementari norme lavorative, la fatica ad adeguarsi ad orari e comportamenti ben precisi, sono aspetti che delineano un quadro incerto, con scarse prospettive di successo. Nonostante tali presupposti, Kevin grazie ad un carattere dolce ed estroverso, un ambiente di lavoro protetto, la presenza di personale competente e attento riesce a dare continuità e costanza al periodo di prova creando legami significativi e dando a se stesso una motivazione a proseguire. Ricordiamo che per Kevin come per altri ragazzi sinti, il percepire regolarmente una quota mensile, grazie a borse lavoro finanziate dalla Legge regionale n° 2 del 1985, rappresenta un rinforzo primario; guadagnare legalmente, se pur cifre simboliche, li aiuta a trovare alternative credibili allo stile di vita proposto loro dagli adulti, dalla cultura e dall'organizzazione del campo. Nell'arco di tre mesi le condizioni sopra descritte vengono però a pesare profondamente sull'andamento dell'esperienza. Il cambiamento climatico per l'avvicinarsi della stagione invernale rende meno agevole gli spostamenti tra casa e luogo di lavoro e incide su una motivazione personale che fatica a mantenersi senza il sostegno della famiglia, la quale rimane a vedere cosa succede, ma non prende posizione a favore di questa esperienza. Gli educatori del Progetto Nomadi e del Progetto POLO si impegnano a cercare sul territorio un nuovo ambiente di lavoro che riesca a far fronte almeno in parte a quei problemi, che a lungo andare sono divenuti ostacolo al percorso educativo. A partire dal mese di Ottobre Kevin viene inserito in un'altra ditta più vicina a casa e con maggiori probabilità di assunzione futura. L'inizio del nuovo stage, sembra ridare al percorso educativo un po' di stabilità. Nel nuovo ambiente Kevin si inserisce senza problemi, instaurando buoni rapporti con i compagni e con il datore di lavoro che è contento di lui e gli assegna mansioni sempre più complesse e di responsabilità. Presto si concorda con l'operatore della ditta di ampliare l'orario di lavoro di Kevin, aggiungendo al programma settimanale 4 pomeriggi lavorativi, questo per verificare l'affidabilità del ragazzo e valutare il momento giusto per l'assunzione. Nel frattempo la ditta si dichiara disponibile a contribuire in parte al pagamento mensile.Gli incontri con l'educatore avvengono a scadenza settimanale sia durante l'orario di lavoro che a casa con la famiglia, talvolta è Kevin stesso che anticipa i colloqui con telefonate, richiedendo la presenza dell'educatore per motivi banali o specifici, comunicando un forte bisogno di essere sostenuto. Nel frattempo dopo una serie di convocazioni andate a vuoto, si tiene la prima udienza in tribunale; in tale sede il giudice, valutando il progetto educativo e il percorso realizzato, sostituisce la condanna a un mese di reclusione con tre mesi di libertà controllata e un periodo di messa alla prova da attuarsi all'interno della ditta stessa. Il cambiamento è in atto: Kevin matura attraverso l'esperienza un parziale distacco della realtà del campo e una maggior consapevolezza del percorso che sta facendo. E' una fase delicata dove il sostegno e la vicinanza dell'educatore e dei servizi sono determinanti. Per facilitare tale passaggio, si cerca un inserimento in gruppi parrocchiali, e di associazionismo giovanile perché Kevin possa trovare amicizie positive anche tra i coetanei Gagi. Ma Kevin ad un certo punto si ferma.La ditta comincia a segnalarci assenze continue e ingiustificate, sul lavoro è svogliato, inconcludente, le persone con cui si fa vedere in giro non sono delle più raccomandabili e per più volte viene fatto il suo nome per episodi di teppismo e risse. Nel giro di due mesi giungono al nostro ufficio dal Tribunale per minori, ben tre procedimenti penali nei suoi confronti. La ricaduta rimette in discussione tutto il percorso educativo e gli obiettivi raggiunti. La fiducia che Kevin è riuscito a conquistarsi presso la ditta è compromessa, i rapporti con l'educatore si irrigidiscono e in casa si crea un clima di forte tensione.Kevin è scoraggiato, si rende conto che con il proprio comportamento ha aggravato notevolmente la situazione ed ha paura, perde fiducia in se stesso, si convince che il proprio destino è segnato e che farà la stessa fine del padre. L'udienza in tribunale per i reati compiuti stabilisce un periodo di libertà controllata e l'obbligo di proseguire con il periodo di messa alla prova.Kevin continua l'esperienza lavorativa privo di entusiasmo e di motivazione. In questa fase di profondo ripiegamento interiore e di distacco da tutto, Kevin accetta di vedere e di parlare con l'educatore, il quale riflettendo profondamente sul caso e confrontandosi con i colleghi e i servizi sociali, ritiene necessario un allontanamento temporaneo del ragazzo dal suo contesto sociale. Un contesto che lontano dalloffrire risorse integrative, esercita un richiamo forte verso attività illegali, dalle quali Kevin stesso vorrebbe non farsi coinvolgere. La proposta viene riportata in udienza preliminare alla presenza del giudice, il quale sottoscrive. Oggi Kevin è inserito da due mesi in una comunità sulle colline torinesi. Il progetto di vita in comunità è stato costruito con Kevin, la famiglia, gli educatori della comunità. Non è stata una scelta facile, nè per noi, nè per la famiglia, nemmeno per Kevin, ma il rischio di rimanere invischiato in attività compromettenti era troppo concreto. La storia continuerà, con i suoi alti e bassi, coi suoi successi e fallimenti. Per questo ci è sembrata esemplare: perchè rappresenta il nostro lavoro quotidiano nelle sue cento sfaccettature e contraddizioni, dove non puoi finire di gioire per un successo che già gli eventi hanno mutato corso scardinando oggi quello che hai costruito ieri, ma aprendo al contempo nuovi spiragli che lasciano intravedere soluzioni impensate. Tutto ciò ci costringe a progettare e riprogettare continuamente, a negoziare e rinegoziare senza sosta ogni azione. Così come porta i ragazzi sinti ad andare oltre le frontiere culturali delle proprie famiglie, ad esporsi su un terreno insidioso e incompreso, per aprirsi una strada di vita incerta e scarsamente compresa dai propri familiari. Come non giustificare le incertezze, lo scoramento di certi momenti, i passi indietro? Incontrarci, noi educatori e loro, i ragazzi, ci porta a mettere in gioco ciò che noi siamo, le nostre culture, i demoni e i tabù, le ricchezze e le risorse che ci portiamo dentro. La relazione interpersonale è il nostro terreno di battaglia e di alleanza e tutto ciò, ogni giorno, va ben oltre la professionalità, la formazione, le tecniche. Tutto ciò ci coinvolge non solo come professionisti delleducazione, ma come esseri umani, con sentimenti, emozioni, razionalità e un bagaglio professionale che va continuamente ridefinito a fronte di un incertezza che costituisce lunica certezza della quotidianità. (clicca next page per continuare) |