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IX. "LA MEDIAZIONE CULTURALE: INCONTRO-CONFRONTO TRA CULTURE DIVERSE"

 

Giorgio Bezzecchi

(Presidente Coordinamento Regionale Lombardo - Opera Nomadi)

 

Gentili Signore e Signori,

nel rivolgervi un cordiale benvenuto, desidero anticiparVi quello che sarà il tema della mia relazione, ossia: il significato della mediazione culturale quale strumento fondamentale per favorire l'incontro e il confronto tra la cultura maggioritaria e la cultura della minoranza Rom e Sinta del nostro Paese.

Tuttavia, prima di entrare nel merito di questo argomento, che considero di forte rilevanza per lo sviluppo di adeguate e coerenti strategie di politica scolastica ed educativa, ritengo importante focalizzare la nostra attenzione sulle condizioni oggettive di vita che investono la mia gente e sulle considerazioni politiche generali che vi ruotano attorno.

Nel nostro Paese i diversi gruppi zingari costituiscono una piccolissima minoranza etnica stimata in circa 110/120.000 persone su 57 milioni di abitanti.

La metà di questa popolazione è composta da minori, bambini e giovani adolescenti compresi nell'età 0 - 14 anni che formano, secondo le comunità di appartenenza, poco meno o poco più del 50% della popolazione complessiva, mentre solo il 2,5 - 3% (tra i Rom e i Sinti di cittadinanza italiana) supera i 60 anni.

Il tasso di natalità è elevato (mediamente 5/6 figli per i nuclei familiari di nuova formazione, mentre si stima che il numero medio di figli per famiglia sia di 8), la mortalità ha indici gravissimi (soprattutto quella in età minorile tra i gruppi di recente immigrazione), lo stato di salute è preoccupante (malattie croniche e invalidanti attanagliano ampi strati della popolazione adulta in cui sono riconoscibili patologie complesse e, in taluni agglomerati suburbani, patologie definite da "ghetto" o da "campo di concentramento").

La scolarizzazione è bassa e ancora limitata al conseguimento della licenza elementare, l'analfabetismo (anche di ritorno) è dilagante, la disoccupazione diffusissima.

Fra di noi, vivono piccole comunità zingare le cui condizioni complessive di vita sono in molti casi paragonabili a quelle dei popoli di società arretrate del III e del IV mondo, così come simili sono la diffidenza, l'ostilità, le discriminazioni, il razzismo latente o esplicito che li circondano e che concorrono a determinare le loro pessime condizioni di vita.

La presenza di Rom e Sinti, sovente ignorata o più semplicemente relegata ai margini delle grandi città e dei centri di piccole e medie dimensioni, sta emergendo sempre più come uno dei maggiori elementi di conflittualità urbana e di possibile tensione sociale.

Un conflitto "latente" che talvolta rischia di superare la soglia dell'intolleranza etnica, alimentata dalla crescente domanda di "sicurezza" di "comitati spontanei di cittadini" che individuano nei gruppi Rom un primo, più immediato bersaglio su cui riversare le ragioni di un'inquietudine sociale di ben altra portata.

Le condizioni di esistenza e la richiesta di un habitat rispettoso della propria specificità culturale avanzate dai Rom passano sovente in secondo piano di fronte ai contrasti politici tra partiti, comitati ed istituzioni e talvolta, anche le Amministrazioni Comunali meglio intenzionate, ripiegano su scelte minime di intervento, per lo più inadeguate alle esigenze di vita e sviluppo dei gruppi Zingari.

La cronaca dei mesi scorsi sugli avvenimenti referendari nella Città di Voghera, primo esempio anticostituzionale di pronunciamento popolare contro un piano di accoglienza comunale rivolto a un piccolo gruppo di sinti lombardi, riporta l'eco del prevalere irrazionale di fenomeni radicati di pregiudizio e rigurgiti egoistici, scarsamente contrastati dai settori più avanzati della società civile.

Nomadi o Zingari, o meglio ancora Rom o Sinti, come noi stessi ci autodefiniamo, costituiscono un vero e proprio mosaico di comunità, tra loro distinte, ma comprendenti l'insieme di un popolo che si riconosce in una stessa origine, una storia millenaria, una lingua comune.

Agli occhi della società la cultura zingara rifugge, ancor oggi, a una definizione stereotipata e complessiva perché è portatrice di valori e identità plasmate dall'incontro con altre civiltà, paesi, popoli di cui ha assunto, in parte, usi e costumi, affermando la propria orgogliosa identità attraverso innumerevoli strategie di adattamento e di sopravvivenza, per il continuo mutare delle situazioni politiche, sociali ed economiche.

Vittime gli stessi "gage" di un disagio imbarazzante, di un garantismo spesso convenzionale o di maniera che, come in nessun altro caso politico e sociale, provoca inquietudine e diffidenza, attraversando trasversalmente tanto l'opinione pubblica quanto i partiti politici, noi Rom e Sinti auspichiamo che si impari a guardare con simpatia e rispetto al libero sviluppo di tutte le minoranze etniche e a riconoscere le varie comunità del popolo zingaro, ascoltandole, dialogando con esse per trovare le vie di una convivenza intelligente e pacifica che ne assicuri il libero sviluppo.

Permettetemi per un momento di formulare una piccola riflessione anche con chi ha operato ed opera, sia pure con abnegazione e sacrificio, al fianco dei Rom e dei Sinti, troppo spesso scordandosi tuttavia chi sono o dovrebbero essere i veri protagonisti del proprio destino, parlando sovente al loro posto, agendo per conto loro, attori essi stessi, i gage, diciamo noi, di un autoreferenzialismo che non lascia spazio alla crescita e all'affermazione di soggetti attivi, capaci e autonomi tra i giovani Rom.

Occorre condividere e promuovere una reale, concreta, partecipazione dei Rom e dei Sinti alla vita sociale, politica, culturale, economica del nostro Paese, interagendo, costruendo insieme, in un rapporto paritetico e rispettoso.

Abbiamo davvero fatto tutto questo?

Agiamo tutti in questa direzione?

Io credo che non sia così, naturalmente. Molto spesso noi Rom o Sinti siamo oggetto di studio, propiziatori di fulgide carriere, variopinte comparse per i media; poco, troppo poco diveniamo soggetti autonomi di sviluppo.

La rappresentanza diretta quando non è osteggiata, mai apertamente, s'intende, viene nei fatti depauperata del proprio significato, perché siamo ritenuti dagli altri, quelli che contano o amministrano, "non adatti", "poco colti", "troppo furbi". E' un bene irrinunciabile, viceversa, quello della partecipazione attiva e diretta che, insieme, noi tutti dobbiamo saper costruire e sostenere.

E' per questo che oggi, a partire dalla figura del Mediatore Culturale, dobbiamo avvalerci della "diversità" come ricchezza, non come ostacolo.Tutti noi rileviamo che nella società attuale la cultura e l'informazione diventano sempre più strumenti indispensabili per la vita, per i rapporti con le persone e le istituzioni, per risolvere i problemi quotidiani, per programmare il presente ed il futuro.

Chi non li possiede resta un "escluso".Istituzioni, Associazioni, volontari che si impegnano nella promozione culturale e sociale dei giovani, rilevano sempre più che, tra i ragazzi in "difficoltà", aumenta il numero di coloro che non terminano la scuola dell'obbligo o che la concludono con indifferenza, demotivati e quasi assenti.

Nel caso specifico delle comunità dei Rom e dei Sinti, ci troviamo inoltre di fronte a presupposti di ordine culturale e sociale che determinano un momento molto delicato del loro processo di confronto/integrazione.Per alcune comunità si sta maturando un salto di qualità verso la cultura della sedentarizzazione e/o un cambiamento delle attività lavorative tradizionali; per altre un adeguamento a forme diverse di vita e a modalità di comportamento nuove rispetto al passato, spesso derivanti dall'esterno.

Da tutto ciò emerge la necessità di considerare l'attuale realtà e le nuove esperienze, di favorire il rapporto fra cittadini e di rafforzare le modalità di auto determinazione degli zingari stessi nel processo di integrazione fra le due culture.In questo contesto si inserisce la formazione dei Mediatori Rom e Sinti: formazione di giovani disponibili a collaborare con le Istituzioni per raggiungere migliori condizioni di reciproca conoscenza, accettazione ed interazione.

Anche a livello europeo si è in questi ultimi anni affermata la consapevolezza che il problema della scolarizzazione dei bambini Rom e Sinti, ha ormai assunto un carattere di gravità tale da richiedere un impegno più significativo e efficace da parte degli stati membri.

Le difficoltà di scolarizzazione e di dialogo con le famiglie Rom non nascono dal nulla ma sono precedute da secoli di negazione della cultura zingara, della stessa esistenza dei Rom in quanto persone e in quanto gruppo.In tale contesto la scuola viene percepita spesso come nemica e l'obbligo scolastico come un’aggressione e non come un diritto.

Ciò ha generato e genera una conflittualità che coinvolge la scuola, le famiglie, il contesto sociale.In questa situazione però proprio la scolarizzazione diventa punto di forza per l'emancipazione, uno strumento di sopravvivenza, considerato che l'analfabetismo è un’ulteriore causa di emarginazione.

In altri termini essere sedentarizzati incide sull'avvenire delle comunità Rom / Sinte sia sul piano economico che su quello sociale.Se la sedentarizzazione riveste tanta importanza nel rapporto con le comunità locali, il momento dell'accoglienza nella scuola richiede impegno e competenza.

L'accoglienza è un elemento fondamentale per l'esercizio di un diritto: il diritto all'istruzione.In questo contesto si situa la figura del mediatore.

L'appartenenza alla stessa etnia, alla stessa cultura, alla stessa lingua, la solidarietà di gruppo fanno del mediatore lo strumento dell'accoglienza dandole senso e qualità. Il mediatore diventa così il punto di riferimento per i bambini. Il mediatore li aiuta a superare la diffidenza verso un ambiente visto spesso come ostile, incapace di capire, di confrontarsi con la diversità.

Nello stesso tempo il mediatore rappresenta un sostegno per l'insegnante, un mezzo con cui comunicare.La presenza di questa figura costituisce una garanzia per facilitare, in prospettiva, il rapporto con le istituzioni per la conoscenza dei problemi posti dalla presenza di Rom sul territorio e per costruire interventi mirati con il sostegno dei mediatori stessi.

E' necessario però che il contesto scolastico abbia un orientamento interculturale che consenta o che metta in atto strumenti di comunicazione fra le diversità, di superamento dei pregiudizi e degli stereotipi e che sappia valorizzare la diversità culturale e linguistica. La presenza del Mediatore nella scuola deve rispondere ad un obiettivo preciso: produrre cambiamento nei modi di comunicare, rivisitare le procedure di scolarizzazione, arricchire attraverso il dialogo l'ambiente: genitori ed insegnanti.

 

X. "CULTURA, EMARGINAZIONE, PARTECIPAZIONE"

Nazareno Guarnieri

(mediatore culturale rom)

Una delle richieste dei popoli minoritari che vivono in condizione di subordinazione nei confronti della società maggioritaria è il riconoscimento del diritto alla differenza.

I popoli respirano la propria cultura ed hanno bisogno di farlo per continuare a vivere. La cultura è una composizione di sapere e sentimento che permette di dare identità ai popoli.

La richiesta della comunità zingara per il godimento dei propri diritti di cittadini inizia dall'esigenza di rispetto ed accettazione, quali portatori di cultura diversa, fino alle rivendicazioni più urgenti che fanno riferimento alla conquista dei mezzi indispensabili per vivere con dignità.

Oggi, come ieri: il popolo zingaro continua a sopravvivere ed a non rinunciare al proprio patrimonio culturale.

Per questo chiediamo assieme ad una forma di vita più giusta e solidale, il diritto di esistere continuando ad essere zingaro, con la dignità di esserlo. Non come una concessione della società maggioritaria, ma un riconoscimento che esige il rispetto dei diritti umani e della diversità culturale, che distingue tutta la società.

Le situazioni di emarginazione sofferte da noi zingari per secoli hanno fatto sì che la nostra cultura sia stata più uno specchio che una finestra, perché l'emarginazione blocca ogni evoluzione.

La pressione costante, l'indifferenza ed i pregiudizi della società maggioritaria fanno sì che gli zingari si vedano obbligati a una perdita della loro tradizione e siano costretti ad acquisire altre abitudini…

I popoli evolvono e le culture con loro, nella misura in cui le conoscenze, l'educazione e l'informazione sono capaci di alterare la codificazione culturale del cervello.Per questo è necessario dare maggiori informazioni ai giovani ROM, migliori conoscenze ai bambini ROM, capacità di interrelazionare con la società maggioritaria agli adulti ROM.

Tradizionalmente gli zingari sono ostili a qualsiasi partecipazione associativa perché, come eredi di una cultura orientale, retta da rapporti di potere strettamente familiare, pensano che l'Universo volva secondo norme inalterabili e i movimenti collettivi accelerino inutilmente, essendo la Provvidenza quella che segna il futuro degli avvenimenti.

Da alcuni anni è in atto una concreta presa di coscienza perché gli zingari siano protagonisti attivi del futuro e propositivi nelle scelte di politica sociale.Questa certezza deve permettere una maggiore partecipazione attiva degli zingari e ciò convincerà definitivamente coloro che ancora oppongono resistenza.

Alla fine, il destino del popolo zingaro sarà quello che i suoi componenti vorranno e non quello che pretendono di imporre dall'esterno i manipolatori di sempre. Questa crescita di partecipazione attiva, informazione, conoscenza e relazione permetterà l'avviamento d'esperienze e proposte adeguate.


                                               XI.  "LA MEDIAZIONE CULTURALE"

Nazzareno Guarnieri

(mediatore culturale rom)

La mediazione culturale è un intervento di politica sociale finalizzato all'integrazione delle culture "altre". Per esistere deve essere voluta, progettata, sperimentata.

Da alcuni anni sono attive sul territorio iniziative per avviare interventi di Mediazione Culturale e linguistica, per ricercare sia le energie utili, sia un percorso formativo adeguato, finalizzato al riconoscimento professionale della figura del Mediatore Culturale.

La costituzione di una società multietnica impone l'esigenza di dotarsi di nuove strutture e strumenti adeguati per rispondere alle necessità di tutta la società: il mediatore culturale è un nuovo strumento utile per costruire i legami indispensabili tra culture diverse, per attivare un percorso d'integrazione, principio fondamentale di una società civile, democratica e multirazziale.

Anni di sperimentazione, con impiego esclusivo di Mediatori Culturali di Etnia ROM con adeguata istruzione e formazione, hanno permesso di costruire un percorso corretto, nei fini e nel modo, sia dell'intervento, che della formazione professionale dei Mediatori Culturali e linguistici.

"L'educazione, l'istruzione e la formazione sono di preminente interesse Nazionale, sono finalizzate alla valorizzazione e alla crescita della Persona e della società e s'ispirano ai principi della Costituzione, della Dichiarazione Universale dei diritti dell'uomo e alle Convenzioni Internazionali sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza" (CNPI).

Quest'enunciazione si propone l'esigenza di un comune disegno coerente, secondo i principi della convivenza democratica e dell'integrazione sociale.

Il processo di mondializzazione, che ha cambiato il modo di rapportarsi, i concetti e le percezioni, pone la necessità di attivare nuovi percorsi per stabilire principi, valori, sentimenti, orientamenti e comportamenti che rispondano alla finalità di uno sviluppo dell'intercultura.

"L'intercultura" rappresenta la trama di fondo per promuovere la disponibilità al confronto con idee diverse presenti sul territorio. L' "educazione interculturale" è un processo tra soggetti portatori di culture diverse, opera sempre per la creazione "d'identità culturali nuove" e comporta il rispetto e l'apprezzamento per la cultura "altra", evitando che degeneri in forme di esotismo, semplice curiosità e folklore.

L'interculturalità, da un lato (l'universalismo della cittadinanza) è basata sul riconoscimento della pari dignità degli individui in quanto dotati dei medesimi diritti; dall'altro (il pluralismo delle identità culturali etniche, religiose, nazionali, linguistiche, ecc.) è considerata come un valore, un'occasione preziosa di confronto e di arricchimento per tutti.

L'educazione interculturale diventa fondamentale per il rapporto "identità-cultura" e la valorizzazione delle diversità e delle differenze nella prospettiva del dialogo e del reciproco arricchimento.

L'interazione, nell'educazione interculturale, è importante perché indica non un semplice rapporto di conoscenza, ma una relazione di scambio e di reciprocità.

La multiculturalità è la semplice descrizione di una realtà nella quale si trovano a convivere più culture; l'interculturalità supera il dato descrittivo e pone la scelta di gestire i rapporti con culture diverse in termini d'impegno reciproco e relazioni interpersonali. Per un corretto processo di conoscenza è necessario recuperare la duplice dimensione della Reciprocità, quale assunzione contemporanea e paritaria della dignità dei due punti di vista e, quindi, delle prospettive interagenti.

Questo comporta processi di riformulazione profondi a livello d'identità sia personale, sia collettiva. Per "identità culturale" s'intendono quei valori, atteggiamenti e orientamenti che generano sentimenti e convinzioni alla base di comportamenti, per cui un soggetto sente di appartenere ad una realtà. Stretto ed inscindibile è il rapporto tra identità e cultura.

La Cultura è quell'insieme di valori, norme, credenze che orientano le scelte dei singoli; in sintesi: il modo di pensare, di sentire e di agire di ciascuno, inserito nel suo gruppo di riferimento.

L'Identità è la forma che la cultura assume nel momento in cui a seguito di un processo d'inculturazione e di socializzazione entra a far parte del sistema culturale di riferimento del soggetto.

L'identità, come la cultura, è processuale e dinamica, è la testimonianza di un percorso che dal primo giorno della propria esistenza vive in continua interazione con gli altri, assumendo nelle varie situazioni un'identità corrispondente, fino ad arrivare a quella comune ad altri individui e come tale riconosciuta.

Ogni individuo vive contemporaneamente più identità culturali, quanto più tali identità sono ritenute compatibili a livello della propria cultura di riferimento, tanto meno si innescano processi di crisi.

L'elaborazione dei livelli di compatibilità è, quindi, alla base di una realtà che si muove dal punto di vista della convivenza.

E' necessario attivare procedure attraverso le quali essere messi in grado di scoprire come tra le singole identità specifiche e quelle più globali non esista frattura, bensì continuità; la più ampia comprende quelle meno estese, e tutte insistono nello stesso soggetto.

Per tali motivazioni è necessario porre le condizioni per promuovere:

un riferimento autorevole e rispettato

occasioni "non occasionali" di collegamento con il territorio

elaborazione/trasmissione di metodologie plurime e di livelli di compatibilità delle identità specifiche

la conoscenza/informazione per la circolazione dei contenuti della conoscenza

la comparazione di comportamenti "altri" e dei rispettivi contesti per superare ogni forma di culturicentrismo alla base dei pregiudizi

la corretta lettura della comunicazione per individuare con chiarezza soggetti, interazioni, azioni, comportamenti e orientamenti.

La complessa e qualificata richiesta di promozione pone l'urgente definizione di un nuovo strumento, fondamentale per superare ogni forma di difficoltà.

Nuovo strumento, per una società multiculturale e per un'educazione interculturale, è: la Mediazione Culturale e linguistica.

La Mediazione Culturale pone l'esigenza di fondare epistemologicamente una cultura dell'educazione interculturale; permette di elaborare i livelli di compatibilità delle identità specifiche in rapporto a quella globale di riferimento, per attivare iniziative adeguate e corrette nei fini e nel modo.

Il Mediatore Culturale è ormai diventato una realtà presente in numerosi territori, in particolare nelle scuole dell'obbligo.

E' una risposta concreta sia alla richiesta di successo scolastico dei minori Rom, che uno strumento utile alla scuola per realizzare un’educazione interculturale.

I dati statistici ci presentano una realtà estremamente negativa nella scolarizzazione e nel successo scolastico dei minori Rom.

Non avendo altro da proporre, ed essendo validamente sostenuto da una corretta sperimentazione, è un'assurdità pregiudiziale e strumentale ignorare la possibilità di utilizzare la figura del Mediatore Culturale, nell'ottica di un’educazione interculturale per tutti e per facilitare l'istruzione e la formazione dei giovani Rom.

Superare tale momento di transizione dalla multiculturalità alla interculturalità, sicuramente, permetterà una scelta convinta e definitiva della Mediazione Culturale, quale strumento indispensabile e indiscusso, utile ad una società multirazziale e per un’educazione interculturale.


 XII. "ACCOGLIENZA E LAVORO: UNA CASA D’ACCOGLIENZA E UNA COOPERATIVA CONTROCORRENTE"

Daniele Simonazzi

(responsabile della pastorale per gli zingari)

Stiamo parlando di un popolo, in questo convegno, che è sempre stato disconosciuto ed ancora lo è. Un popolo può essere quello che è nel momento in cui lo si conosce e questo tipo d’iniziative funzionano in quel senso: nel momento in cui gli si dà la possibilità di recuperare la propria memoria un popolo è pienamente quello che è, più semplicemente, per esempio, nel momento in cui recupera l’uso della sua lingua (i bimbi Sinti non parlano più il sinto).

Poi c’è un’altra cosa, richiamo un brano del vangelo quando Gesù dice a Filippo: "Chi ha visto me ha visto il padre", e non è vero che chi ha visto me ha visto il padre; se uno vede Gesù non vede il padre, però qui viene sfatata una cosa, l’immagine che Gesù dà di sè la dà in rapporto al padre, lui è in quanto uno con il padre. Per noi questo vuol dire che ciò che siamo noi lo siamo in rapporto a coloro che ci stanno di fianco, chi sono io lo vedete nella misura in cui frequentate la mia famiglia. Ciò che è un parroco lo si vede per il campo sosta di Via Gramsci, dove mi dicono sempre: "l’unico campo sosta dove non vai è il nostro", e quando non ti vedono mai vuol dire che tu rinunci ad una parte di te.

Quello che è un’amministrazione non lo si vede dalle piste ciclabili. Io penso male dell’amministrazione, perché penso che siccome non hanno trovato le case per la povera gente, almeno gli hanno reso agibili delle piste ciclabili dove possono stare decentemente. Il polso di un’amministrazione lo si vede dalla condizione in cui sono i Sinti.

Se volete vedere di che pasta è fatta la chiesa bisogna che voi non vi rivolgiate alla chiesa, ma che vi rivolgiate come Gesù al padre, cioè alla povera gente. La chiesa sta come stanno i poveri, male. Un’amministrazione sta peggio. Chi vede me vede il padre e questo non è rinunciare alla propria immagine, questo è affidare la propria immagine, non all’idea che io dò di me, ma a quello che di me dicono, perché se io riconosco che la mia immagine è di un popolo che mi sta vicino vuol dire che non sono un’amministrazione o una chiesa che si chiude. Un popolo, un’amministrazione, una chiesa sono nel momento in cui vivono situazioni di disagio; siamo chiamati ad affidare ciò che siamo a questo popolo che ci vive di fianco, senza paura di perdere la nostra identità: la perdiamo se non ci sono più sinti. Senza sinti non si fa, non è un problema di gentile concessione, i sinti ci hanno concesso di imporgli dei campi sosta, di imporgli certe decisioni e un quarto campo sosta, ci hanno concesso per anni uno stillicidio in termini d’offesa, di fronte alle quali nessun amministratore ha detto "calma"; più volte per iscritto e verbalmente, pubblicamente e personalmente, è stato chiesto conto di prendere posizione di fronte ad un vilipendio continuo della stampa. A queste sollecitazioni non è stato risposto. Questo vuol dire che io ho perso la faccia, e non so più chi sono e qui non è più un problema di dire bisogna che facciamo accettare la realtà dei sinti, perché questa è la politica di chi pensa alla conseguenza di un provvedimento non alla politica che nasce da un criterio di fondo, che è quello per il quale ciascuno ha il diritto d’essere quello che è. Non dico che ha il diritto di avere una casa, una città, un pezzo di terra ma ognuno ha il diritto semplicemente d’essere quello che è, allora se uno è quello che è ha il diritto di avere una casa, un lavoro, ecc.

Il non essere del popolo Sinto è il nostro non essere. L’uomo è per sua natura in relazione. Una delle prime regole del dialogo, dopo aver accertato che uno sia disposto a dialogare è quello di dire " tu chi sei" e " chi sono io". Qui ogni cosa che si fa per i sinti sembra una concessione, eppure abbiamo uno stadio funzionale, abbiamo l’ippodromo più bello d’Europa, ecc. Invece da questo punto di vista c’è qualcosa che non funziona, anche alle forze politiche abbiamo chiesto qualcosa in questa direzione, ma non abbiamo ottenuto niente.

"In verità vi dico", dice il Signore, "chi crede in me anch’egli farà le opere che io faccio, ne farà anche di più grandi perché io vado al padre". C’è un motivo per cui Gesù promette a noi di fare delle cose grandi, il motivo non è quello per il quale avrete voce in capitolo nelle amministrazioni, il motivo è perché io vado al padre che nei termini di Giovanni vuol dire perché io vado a morire.

I problemi non sono piccoli, stamattina sì è sentito il discorso della scolarizzazione che mostra dei notevoli problemi, ma bisogna che riconosciamo che la chiave di lettura è quella di Giovanni: è quella di andare al padre. La logica nel riuscire a fare le cose è quella del riuscire a pagare di persona.

Ci sono tre cose riguardo al popolo Sinto che noi facciamo fatica a fare:

dare loro la parola e non parlare in loro nome; si ascolta anche il silenzio di un popolo, la soggezione in cui lo teniamo. La prima cosa è questa, di non parlare in loro nome e a loro nome: i sinti "sono ".

di questo popolo bisogna rispettare i tempi. I tempi del popolo Sinto non sono i tempi di un tempo che scorre, ma sono il tempo di chi ha come unica preoccupazione quella di vivere e quindi sono tempi seri perché quando uno vive un tempo nel quale l’unica preoccupazione è vivere, vive un tempo da signore.

Ciò che ha permesso al popolo Sinto di sopportarci fino ad ora è stata solo la mitezza. Più volte è stato ricordato che sono un popolo senza esercito, che non ha mai fatto la guerra a nessuno e questa è stata l’unica cosa che ha permesso a questo popolo di sopportarci fino ad ora. Noi non siamo un popolo mite. Se c’è una violenza che il popolo Sinto vive, l’ha imparata da noi. La droga è arrivata molto dopo che da noi, anche la pratica dell’aborto è arrivata molto dopo; queste sono violenze che hanno imparato da noi.

Vorrei che queste cose potessero entrare maggiormente, perché potessimo davvero anche noi dire chi ha visto noi ha visto i sinti, chi ha visto i sinti ha visto noi.

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