PREMESSA
Questo lavoro è il tentativo di dare una risposta, almeno in linea teorica, agli
interrogativi in cui più volte, nel mio lavoro di mediatrice culturale presso
unarea sosta per sinti italiani, mi sono imbattuta.
Spesso mi sono chiesta, infatti, nei miei quasi sette anni di lavoro come mediatore
culturale che cosa comporta "fare da ponte" non solo fra la comunità zingara e
quella maggioritaria, ma anche fra i servizi che sono essi stessi portatori di culture
vivaci e spesso in contrapposizione fra loro.
In particolare largomento del presente intervento è strettamente connesso al
cambiamento di uno dei miei pregiudizi per cui fino allanno scorso era
sistemico solo quello che aveva a che fare con un contesto clinico.
Durante questultimo anno di lavoro "al campo", invece, mi sono trovata a
rivalutare la prospettiva sistemica con cui osservavo le relazioni fra le famiglie sinte
ma anche quelle esistenti fra le famiglie e i servizi e viceversa. Posso affermare,
tuttavia, che il cambiamento più significativo riguarda la consapevolezza di essere parte
di un sistema e che questo sistema si modifica in base alla lettura che viene data del
sistema stesso: è davvero importante, soprattutto quando si ha a che fare con culture
diverse dalla propria, riconoscere la relatività di concetti come normalità, tempo,
spazio e accettare che, come dice Silone (1949), "ciascuno di noi ha il diritto di
raccontare la sua propria storia a suo modo".
Questo consente di vedere un gruppo complesso come quello in cui lavoro portatore non solo
di aspetti problematici ma anche delle risorse necessarie per il cambiamento.
a) Chi sono gli zingari
La prima grande suddivisione del popolo conosciuto genericamente con il termine
"zingaro" è quella che distingue i Sinti dai Rom per motivi legati soprattutto
alle diverse tradizioni culturali oltre che, in parte, alla provenienza e ai diversi tempi
di arrivo in Italia.
Tra i gruppi zingari di cittadinanza italiana, i Sinti rappresentano il gruppo di gran
lunga maggioritario: sono i giostrai, quelli dello spettacolo ambulante, dei piccoli e dei
grandi circhi, acrobati, giocolieri e musicanti ma anche allevatori di cavalli.
Per i Sinti, come per i Rom, la divisione in sottogruppi è intricatissima.
Di tutti si dice, tuttavia, che siano originari dellIndia da cui partirono intorno
allanno mille, probabilmente sotto la pressione dallespansione islamica o
forse per una grave carestia. La loro lunga migrazione attraverso lAsia e
lEuropa si svolse con una pausa di quasi due secoli in Persia e nellImpero
Bizantino come dimostrano i numerosi tratti che, dalle lingue di questi paesi, acquisì la
lingua zingara, il Romanès che ancora oggi è riconoscibile come evoluzione del
sanscrito.
Una lingua, il Romanès, che ha dellincredibile quanto e evoluzione e
tradizionalismo: non cè territorio di stanziamento, infatti, da cui non abbia
accolto elementi e allo stesso tempo si è mantenuta una buona intercomprensione tra
diversi gruppi stanziatisi in territori lontanissimi.
Pur essendo usato come sinonimo di "zingaro", il termine "nomade" non
rispecchia più la realtà di questi gruppi essendo, per problemi legati alla
scolarizzazione dei bambini oltre che alla crisi dei mestieri tradizionali, in buona parte
ormai stanziali.
Si può affermare che il processo di stanzializzazione, già naturalmente presente fra
questi gruppi, sia stato favorito dalla creazione di aree di sosta che, se in parte hanno
risposto alle esigenze presenti sia fra le famiglie zingare che fra le Istituzioni,
dallaltra hanno messo in discussione molte delle risorse che le comunità
possedevano e mettevano in gioco proprio attraverso il nomadismo. Il viaggio quindi rimane
solo nellimmaginario degli anziani che spesso vivono con mal celata nostalgia i
"tempi in cui si girava e ci si fermava lungo i fiumi".
Ad esempio per alcuni gruppi, nella ritualità legata al culto dei morti, era frequente
che, con la perdita di una persona cara, la famiglia colpita si allontanasse per non
tornare più nel luogo in cui si era verificato levento luttuoso. Questo avveniva
comunque dopo che la famiglia aveva distrutto con il fuoco ogni oggetto, anche prezioso,
appartenuto al morto.
Quello che è rimasto delle usanze legate al culto dei morti è labitudine di
cambiare il nome ai bambini che, inizialmente, per una forma di rispetto presente anche
nella comunità maggioritaria, erano stati chiamati con il nome di parenti significativi
deceduti dopo la nascita del bambino.
Il matrimonio tuttora avviene fra i Sinti con la "fuga" della coppia che fino a
quel momento si era frequentata in assoluta segretezza e con il successivo ritorno nel
gruppo familiare che formalizza, con il "perdono" del capofamiglia,
lavvenuta unione.
Anche la gestione delle liti avveniva attraverso lallontanamento fisico delle
famiglie in conflitto che dava il tempo ad altre famiglie del gruppo di mediare e
risanare.
Attualmente uno degli aspetti più complessi nella gestione delle aree di sosta da parte
di Quartieri e Comuni è proprio la convivenza forzata di un numero elevato di famiglie
che, non potendo spostarsi per motivi legati alle difficoltà di rilascio di
autorizzazioni in aree diverse da quelle in cui risultano residenti, organizzano il poco
spazio a disposizione in modo da evitare il più possibile il contatto con famiglie
vissute come ostili.
Questo può avvenire con una particolare dislocazione delle roulotte che vengono messe
"a cerchio" insieme con quelle di famiglie di parenti oppure spostando la
roulotte in modo che lentrata rimanga nascosta alla vista di altre famiglie.
Oggi la dimensione del "viaggio" è stata recuperata da parte di questi gruppi
che da alcuni anni si è convertita alla religione evangelica. Oltre ad avere lo scopo di
mantenere il contatto costante con la rete fittissima della famiglia allargata, il
viaggio, in questo caso dovuto alle frequenti riunioni per i culti evangelici, consente di
proporsi al mondo dei gagè, ovvero al mondo dei non zingari, con una identità vissuta
come positiva in quanto portatrice di valori religiosi e con una funzione sociale chiara.
b) Zingari e gagè: realtà e pregiudizio
Nella ricerca di materiale bibliografico sulle differenze culturali e sulluso che
viene fatto della cultura in psicoterapia, mi sono trovata di fronte a posizioni teoriche
che connettono la cultura e le differenze culturali allidea di flusso migratorio e
allidea di "distanza" dal proprio paese di origine (e quindi del ritorno
reale o immaginario) che diventano parte sostanziale nellincontro con la cultura
altra.
Il concetto di distanza da un paese di origine di cui ci si sente parte non è presente
fra queste comunità e tanto meno quello di un eventuale ritorno; le prime tracce della
esistenza di zingari a Bologna risalgono al 1422, periodo da cui sono stabilmente presenti
in Italia.
Il "luogo" di appartenenza è stato identificato da alcuni studiosi della
cultura zingara (Soravia G.), con la lingua stessa che i Sinti in particolare sono molto
restii ad usare in presenza di gagè in quanto unici reali confini di un
"territorio" destinato solo ai Sinti stessi.
Non parliamo, quindi, di gruppi che provengono da realtà lontane rispetto quelle della
società maggioritaria; si tratta di comunità che vivono da anni nelle maggiori città
italiane mantenendo, questo è lelemento più "inquietante", una identità
culturale solida e apparentemente intoccata da sollecitazioni esterne nonostante gli
accomodamenti che negli anni sono intervenuti a modificarne gli aspetti più marginali.
In realtà gli zingari sono considerati stranieri anche quando sono italiani. Il rapporto
con gli zingari è ambiguo ed ha una specificità rispetto alle altre culture: lo zingaro
non ha una terra di origine vera e propria.
Quello che caratterizza lincontro fra la cultura maggioritaria e quella zingara è
qualcosa di diverso rispetto allincontro con altre culture: un fortissimo
pregiudizio reciproco rispetto allimpossibilità di un incontro reale fra zingari e
non.
Reciproco perché, come per i gagè, anche per gli zingari la diffidenza e la paura del
gagio sono qualcosa di radicato in anni e anni di ostilità e di persecuzioni.
I rapporti fra zingari e gagè sono veramente rari: gli zingari si rivolgono ai gagè se
hanno domande e bisogni precisi ma senza avere mai una completa fiducia del non zingaro.
Da una ragazza sinta a cui avevo chiesto conferma di alcune informazioni che possedevo
sulle tradizioni in uso allinterno del loro gruppo, mi sono sentita rispondere:
"le cose che dici sono giuste ma se non lo fossero che importanza avrebbe, nessun
gagio potrebbe saperlo".
Ogni tentativo di avvicinamento si fonda sulla certezza della distanza. Il gagio è per
gli zingari il simbolo stesso della persecuzione, del disprezzo e
dellincomprensione. I non zingari oscillano invece fra posizioni romantiche, che
vedono gli zingari ultimi testimoni di un mondo diverso, di vita sotto il cielo aperto che
in molti casi produce felicità autentica e sentimenti spontanei di gran lunga migliori
dei nostri, e posizioni che negano le peculiarità culturali del popolo zingaro ridotte ad
una sommaria mancanza di "buona educazione".
Se si fa proprio il pregiudizio di Barbara, la ragazza sinta, si accetta la premessa che
non sia possibile parlare di una cultura tanto diversa dalla propria se non, appunto, per
differenze. E che parlare di differenze culturali inevitabilmente sottolinea il punto di
vista di chi osserva queste differenze e della cultura in cui chi osserva è inserito.
Partendo da questo assunto, non citerò le tante ricerche esistenti sulla cultura zingara
e sulla organizzazione esistente allinterno di questi gruppi, le favole e i racconti
degli zingari che consentirebbero, a chi ne fosse interessato, di avvicinarsi a questo
mondo con maggiore curiosità. Lo scopo di questa ricerca sarà quello di indagare sulla
co-costruzione del pregiudizio fra zingari e non.
In particolare ci si riferirà al pregiudizio assolutamente speculare che vede lo
zingaro/il gagio "rapitore di bambini". Il pregiudizio in questione verrà
analizzato allinterno del contesto di una scuola elementare.
Il punto di osservazione è quello del mediatore culturale che a sua volta deve fare i
conti con i propri pregiudizi nella descrizione del processo di cui è parte.
Capitolo 1
LE DIFFERENZE CULTURALI IN UNA PROSPETTIVA SISTEMICA.
ALCUNI SPUNTI DI RIFLESSIONE
Cultura e pregiudizio
Prima di affrontare il tema suddetto, ritengo sia
utile fare chiarezza su alcuni termini e sul significato che verrà attribuito a questi
termini nel presente lavoro.
"Come "cultura" e "culturale" intendiamo tutto il complesso
dellorganizzazione cognitiva, affettiva e sociale di una certa popolazione"
(Bertrando e Boscolo, 1993).
Lattenzione recente che viene data alla cultura e alle differenze culturali a cui
fanno riferimento numerose ricerche fa parte di un discorso relativamente nuovo
allinterno della teoria sistemica.
Nel passaggio dal modello omeostatico al modello evolutivo, è stato dato un nuovo valore
agli aspetti semantici e narrativi dellesperienza soggettiva e delle relazioni
umane: lattenzione si è spostata dallinteresse per la pragmatica della
comunicazione verso una equivalente curiosità per la semantica intesa come studio dei
significati che le persone attribuiscono alle proprie esperienze e dei modi con cui le
famiglie (e altri gruppi sociali) costruiscono significati o realtà.
Allosservatore, che aveva mantenuto fino a quel momento una posizione esterna al
sistema osservato dovendo lavorare prevalentemente sul problema presentato nel qui e ora,
viene restituita una collocazione per cui anche le premesse personali, la storia e la
cultura dellosservatore stesso contribuiscono a creare il sistema osservato.
Losservatore, nel momento stesso in cui organizza e suddivide la realtà, opera in
base ad un proprio modello di riferimento. Questo fa sì che non esistano, come afferma
Bateson, modi più giusti di altri di organizzare e suddividere luniverso.
Losservatore organizza i dati in base alla propria epistemologia (o pregiudizi, come
provocatoriamente definisce Cecchin le premesse personali del terapeuta) ed è pertanto
importante che sia esplicita e chiara, non tanto dal punto di vista dei contenuti quanto
in termini di relazione possibile fra i "pregiudizi" dellosservatore e
quelli del sistema osservato (Cecchin et al., 1997).
Si può affermare, quindi, con Boscolo e Bertrando (1993), che il rapporto fra la cultura
di una società e le premesse individuali è di natura ricorsiva.
Questo fa sì che, rispetto alla cultura di appartenenza, ogni individuo crea una propria
epistemologia coerente sia con il proprio essere parte di una determinata cultura sia con
la storia personale e con i significati ad essa attribuiti che consentono che,
allinterno del "quadro" rappresentato dalla cultura, alcune parti facciano
da "figura" ed altre da "sfondo".
Poiché il rapporto fra cultura e premesse individuali è reversibile si può dire che le
premesse di tutti gli individui che compongono una data società costituiscono la cultura
di quella società (Bertando P., Boscolo L.,1993).
Esiste, inoltre, una "cultura dei servizi" che, come afferma Fruggeri (1990), si
riferisce "non tanto a "modelli teorici che i singoli operatori adottano nella
loro prassi, ma piuttosto a quei sistemi di rappresentazioni che gli operatori si fanno
del proprio ruolo, dellintervento, delle famiglie, dellutente, del problema
presentato, del sistema di relazioni in cui sono inseriti".
b) Contesto
Cultura e pregiudizi sono indissolubilmente connessi al concetto di contesto, uno degli
elementi cardine della terminologia su cui è fondata la storia dellottica
relazionale.
Il termine "contesto", introdotto da Bateson, ha avuto negli anni diversi
significati che hanno camminato di pari passo con levoluzione della epistemologia
sistemica.
Inizialmente il concetto di contesto stava ad indicare lo spazio fisico più o meno
strutturato esistente a prescindere dalla relazione a cui faceva da cornice. Con Bateson e
Ruesch, già nel 1951, è stato affermato che i comportamenti assumono significato in
rapporto al contesto che in un certo momento influenza il comportamento di una persona. In
particolare alcuni comportamenti definiti sintomatici possono rimanere inspiegabili
finché il campo di osservazione non è sufficientemente ampio da includere tutti gli
elementi del contesto nel quale essi si verificano.
In seguito Watzlawick, Beavin, e Jackson (1971) hanno sottolineato che il contesto è dato
anche dallaspetto di relazione della comunicazione. Questi autori affermano che
laspetto di contenuto è classificato e definito dallaspetto di relazione.
Cronen, Johnson e Lannamann (1983) evidenziavano come tra i vari livelli di comunicazione
non vi sia una separazione netta, ma si instauri un circuito recursivo attraverso il quale
costantemente si influenzano.
La presa in considerazione di parametri temporali e storici, propria della seconda
cibernetica, permette di vedere il contesto come una caratteristica in costante
evoluzione, mai definita una volta per tutte, ma suscettibile di continue ridefinizioni.
Per Bateson G. (1984) il contesto è "una struttura nel tempo" necessaria per la
descrizione di qualsiasi processo: "
il contesto è legato ad unaltra
nozione non definita che si chiama significato. Prive di contesto le parole e le azioni
non hanno alcun significato. Ciò vale non solo per la comunicazione verbale umana ma per
qualunque comunicazione, per tutti i processi mentali, per tutta la mente compreso ciò
che dice allanemone di mare come crescere e allameba che cosa fare il momento
successivo."
Allora il contesto è qualcosa che dà forma alla nostra esperienza ed in questo senso è
strettamente legato allapprendimento: durante la nostra vita relazionale apprendiamo
ciò che riguarda i vari contesti in cui ci possiamo trovare ad agire o che possiamo
creare.
Gli elementi fisici del contesto sono importanti in quanto lo strutturano percettivamente
richiamando delle regole generali (socio-culturali), che pongono dei limiti di congruenza
rispetto a come ci si deve comportare in quel determinato luogo.
Per concludere:
il concetto di differenze culturali implica una relazione nella quale ogni soggetto in
rapporto appartiene ad un gruppo socio-culturale diverso;
ogni individuo allinterno del proprio gruppo socio-culturale interpreta, durante il
processo di formazione dellidentità personale, il proprio essere parte di una certa
cultura e, nel rapporto con i sistemi di riferimento significativi, costruisce una propria
epistemologia. E per questo che non soltanto ci sono delle differenze fra gli
individui di culture diverse ma anche fra individui di una stessa cultura;
nel rapporto con una cultura diversa dalla propria, lindividuo si confronta anche
con contesti che, nel loro essere parte della cultura da cui hanno tratto origine, sono
essi stessi portatori di "cultura" in quanto organizzati su regole che ne
definiscono lorganizzazione e i limiti di congruenza rispetto ai comportamenti che
possono essere attuati al suo interno escludendone implicitamente altri.
Capitolo 2
IL RUOLO DEL MEDIATORE CULTURALE
a) I pregiudizi del mediatore in rapporto con la comunità sinta
Lespressione mediazione culturale è usata oggi per indicare una pratica sempre più
diffusa nellazione sociale, indispensabile per la comunicazione fra culture e per la
costruzione di una società multietnica.
Il compito della mediazione culturale è quello di promuovere la convivenza pacifica e
lintegrazione sociale tramite lo scambio e la conoscenza fra le culture.
La mediazione culturale che solitamente viene effettuata da persone appartenenti alla
cultura cosiddetta minoritaria, nel caso delle comunità zingare, avviene attraverso
linserimento di figure che non appartengono alla loro cultura ma alla nostra,
nonostante in alcune città italiane come Roma e Firenze, siano stati avviati corsi di
formazione con lobiettivo di individuare mediatori culturali zingari.
La mediazione culturale da parte di non zingari fa sì che debba essere prevista,
affinché lincontro non sia vissuto come una intrusione, una fase di accettazione
reciproca e di conoscenza del contesto in cui si opera, inteso sia come luogo fisico in
cui le famiglie vivono che come dinamiche e legami di parentela esistenti fra le famiglie.
Questo significa che mentre il mediatore incontra la comunità, la comunità incontra il
mediatore che, essendo un gagio, è parte della comunità da cui si sentono emarginati.
Ricordo una donna dellarea sosta in cui lavoro che un giorno mi disse: "quando
ti vedo qui in mezzo a noi, ti giuro, sono felice come quando vedo una sorella, una
parente. Poi mi ricordo che sei una gagi e allora ti odio. Poi penso che non è giusto
fare di tutta lerba un fascio come fate voi con noi zingari".
E molto importante comprendere con quale bagaglio di pregiudizi il mediatore entra
in contatto con la comunità perché differenti premesse consentono di raccontare
differenti storie, di formulare diverse ipotesi.
Partendo dalle proprie premesse rispetto a cosa significa venire in contatto con culture
diverse, il mediatore entra a fare parte della realtà che osserva e la qualità delle
informazioni che raccoglie dipende soprattutto dalla natura del rapporto che si crea fra
il mediatore e la comunità. Rapporto, tuttavia, condizionato dalla presenza di pregiudizi
molto forti che, come affermato in precedenza, rendono particolarmente complesso il
rapporto con queste comunità.
Fare mediazione implica, soprattutto, la capacità da parte del mediatore di legarsi e
separarsi dalla comunità attraverso continue oscillazioni del grado di partecipazione: un
sapere ascoltare che è rivolto allinterno, alle proprie premesse, ma anche
allesterno in quanto lessere appartenente alla cultura gagè può far sì che,
per esempio, in alcuni momenti ci si avvicini di più allontanandosi.
In questo modo e nel tempo, il rapporto con il mediatore in quanto appartenente al mondo
dei gagè, diventa modello di un dialogo possibile.
Capitolo 3
PREGIUDIZI A CONFRONTO SUL TEMA DELLE
DIFFERENZE CULTURALI IN UN CONTESTO SCOLASTICO
"Luomo vive di quelle affermazioni la cui validità è in funzione della
fiducia che egli vi pone"
(Bateson, G.,1976)
La famiglia zingara e gli individui che la compongono "stanno fra" le
aspettative della società di origine (il mantenimento delle tradizioni, dei ruoli
familiari ecc.) e le aspettative della società maggioritaria. Come la definisce Amilcar
Ciola (1997), si tratta di costruire una "unità combinatoria" facendo dei
tentativi e tenendo conto delle due culture. Senza eliminarne nessuna.
Lesperienza qui riportata non ha la pretesa di trovare soluzioni ad interrogativi
che da anni personalità con competenze specifiche sulla cultura zingara si pongono sul
rapporto fra zingari e scuola né quella di dare un giudizio sul lavoro di insegnanti che
da anni si occupano di questi bambini: è solo il tentativo di mettere in correlazione il
rapporto fra i pregiudizi esistenti fra zingari e non, in un contesto particolare come
quello scolastico.
Il materiale che verrà qui di seguito presentato fa parte del lavoro di tirocinio di una
mediatrice di comunità, Simona Passini, che in collaborazione con gli uffici preposti del
Quartiere, ha intervistato alcune donne dellarea sosta ed alcune insegnanti della
Scuola Elementare dove sono inseriti tutti i bambini sinti fra i sei e i dieci anni
domiciliati presso larea sosta. La scelta di intervistare solo le donne e non gli
uomini adulti parte dalla consapevolezza che nella cultura zingara le cose che riguardano
i bambini sono di competenza delle donne e non degli uomini.
Il materiale raccolto sotto forma di intervista non strutturata rivolta alle donne sinte
disponibili e agli insegnanti tocca diversi temi fra cui quello della scuola, dei rapporti
con i gagè, e le aspettative che le famiglie sinte hanno rispetto allinserimento
scolastico dei loro figli se pure in mezzo a varie contraddizioni e ambiguità.
Coerentemente con quanto esposto in precedenza, il tono del dibattito sulla scuola non è
lo stesso per tutte le famiglie dell'area sosta:- "ho avuto otto figli ma non tutti
hanno finito le medie
una delle mie figlie ci ha provato da privatista ma la scuola
era troppo lontana e così dopo una settimana ha smesso. Gli altri del campo che hanno
preso la licenza media lo hanno fatto da privatisti. Comunque la scuola non serve a niente
perché il lavoro è solo una promessa ma non lo si trova neanche con la terza media:
appena sanno che sei un nomade non ti prendono!" (donna sinta).
Per questa donna il pregiudizio che è alla base della scolarizzazione e quindi della
mancata scolarizzazione di parte dei suoi figli, ha a che fare con una visione che si può
definire strumentale del percorso scolastico per cui andare a scuola serve a trovare
lavoro.
Unaltra sinta si esprime così nei confronti della scuola: "anche le cose
imparate a scuola sono importanti. Io ho la seconda media però non so aiutare mia figlia
nei compiti. Così ho chiesto aiuto ad una nipote più grande ma i compiti erano sbagliati
lo stesso. Adesso ci sono dei volontari che vengono ad aiutare i ragazzi con i compiti ma
vengono una volta alla settimana e per mia figlia non è sufficiente. Mio marito pensa che
la scuola sia inutile perché cè della gente che, anche se è andata a scuola per
molto tempo, è ancora poco intelligente".
Questa donna sottolinea un altro aspetto problematico con la scuola pur riconoscendone la
validità, che consiste nel divario sempre più profondo che si crea fra genitori e figli
nel momento in cui i bambini cominciano ad andare a scuola.
Un ulteriore aspetto significativo nel rapporto fra comunità sinta e scuola è il
differente grado di responsabilizzazione del bambino rispetto al percorso di
scolarizzazione: "i miei due figli sono nella scuola media ma sono stanchi di andare
a scuola anche perché i loro amici del campo non ci vanno quasi mai e proprio al campo
hanno le loro amicizie. Ogni giorno è una lotta. Vorrebbero andare tre giorni sì e uno
no. Cosa devo fare se loro non vogliono alzarsi dal letto? Alla scuola elementare erano
contenti di andare. Poi forse per stanchezza, lentusiasmo iniziale è passato
Io di scuola con i figli non ho mai parlato. Conosco poco anche le maestre".
Qui gli aspetti che vengono evidenziati sono diversi: da una parte cè la maggiore
"accessibilità" della scuola elementare rispetto alla scuola media che dipende
da vari fattori fra cui la differenza di ruoli che la comunità attribuisce ad un bambino
che frequenta la scuola elementare e rispetto a chi frequenta la scuola media.
Il "salto" che il ragazzino zingaro effettua in termini di riconoscimento
sociale allinterno del gruppo di appartenenza lo mette in una posizione che lo
differenzia dai non zingari della stessa età e che favorisce un sempre maggiore
isolamento.
Inoltre il rapporto più stretto fra il bambino e le maestre, il linguaggio meno
specialistico nella scuola elementare favoriscono quella parte del percorso rispetto a
quello della scuola media.
Lultimo punto di cui si è fatto cenno, ha a che fare con una maggiore
responsabilizzazione del bambino zingaro rispetto al proprio percorso di apprendimento: la
scuola è un affare del bambino che, in particolare quando diventa più grande, decide se
andare a scuola o no senza che ai genitori venga riconosciuta lautorevolezza
necessaria ad influenzare tale decisione.
Ora uno stralcio di intervista a un' insegnante: " le cose sono cambiate con il
passare degli anni: ora i Sinti non sono più nomadi ma praticamente stanziali. Noi non
percepiamo più differenze".
Si può affermare che, nel rapporto fra i pregiudizi delle famiglie zingare e quelli degli
insegnanti, tale posizione fa sì che esista, nel tentativo di avvicinare le parti negando
lo specifico culturale di cui i bambini sinti sono portatori, uno scollamento profondo fra
la realtà in cui vivono questi bambini e lesperienza scolastica.
Ancora le insegnanti :- "una ventina di anni fa la scolarizzazione dei bambini sinti
avveniva in classi cosiddette speciali, dette Lacio Drom, ("buon viaggio" nella
lingua romanès) per cui si creavano classi a parte, rispetto ai bambini italiani dove
gestire i problemi igienici e di frequenza scolastica a scapito di una forte
discriminazione. Il percorso che ha portato i bambini sinti nelle classi comuni è stato
lo stesso che per i portatori di handicap ed i vantaggi sono stati notevoli per tutti i
bambini, anche per chi, appartenendo ad una cultura maggioritaria, ha così la
possibilità di conoscere realtà diverse. E difficile parlare dei Sinti come di un
gruppo
Episodi di emarginazione poi non si sono mai verificati: non ci sono mai
stati problemi di cultura, questo perché le cose sono cambiate con il passare degli anni:
ora i Sinti non sono più nomadi ma praticamente stanziali. Abbiamo incontrato altre
culture in questi anni e dobbiamo dire che i Sinti non perdono la loro individualità: non
si annullano infatti perdendo le proprie tradizioni ma mantengono la capacità di proporsi
come un gruppo dotato di una propria identità: i bambini infatti riportano i racconti
della loro vita al campo sosta, ci sono altre culture che inserendosi si spersonalizzano,
perdono quanto appartiene alle proprie origini." (maestre della scuola elementare).
Lo sforzo delle maestre di rendere sempre più personalizzato lintervento sul
bambino zingaro viene tradotto con un progetto da anni presente allinterno della
scuola e che consiste in alcune ore di "laboratorio" settimanale: per alcune ore
alla settimana i bambini sinti vengono ritirati dalla classe e condotti in unaltra
aula dove, insieme con altri bambini sinti ed extracomunitari, approfondiscono lo studio
della lingua italiana ed altre materie.
Dal lavoro della mediatrice di comunità e dalle interviste incrociate emerge in modo
particolarmente forte il conflitto di significati che le famiglie sinte e le insegnanti
della scuola attribuiscono a questa risorsa messa a disposizione dalla scuola:- "mia
figlia non si trova molto bene a scuola perché è molto indietro rispetto agli altri. Non
sa ancora scrivere bene perché quando era alla scuola elementare la mettevano per la
maggior parte del tempo in un gruppo separato composto dai bambini sinti e da un bambino
cinese che non sono mai arrivati a livello degli altri bambini della classe. Penso che le
maestre sbagliano facendo in questo modo". (donna sinta)
"
quasi tutti i pomeriggi mi trovavo al recupero. Là giocavamo con altri
bambini sinti separati dal resto della classe. Io capivo le cose quando ero con gli altri,
non sapevo perché mi portavano in unaltra classe
" (ragazza sinta).
Le insegnanti della scuola elementare a questo proposito affermano:- "da quando è
iniziata lattività del laboratorio tutti finiscono la quinta elementare. Il primo
ciclo prevede un andamento didattico uguale per tutti in quanto limpegno richiesto
è sostenibile da parte di tutti. In prima elementare si gioca, si fanno esercizi, canto,
drammatizzazione, ricreazione
non si pretende che stiano fermi quattro ore i
bambini, i nomadi si stancano un po di più degli altri
Già nel secondo ciclo
delle elementari si richiede uno studio casalingo che inizia a creare delle visibili
difficoltà: come possono imparare se non si esercitano? Allora sono seguiti come gruppo
con rapporto individuale grazie ad un insegnante apposta
"
Riassumendo: il lavoro della mediatrice di comunità grazie allo strumento delle
interviste non strutturate rivolte alle donne sinte a confronto con le interviste
rilasciate dalle insegnanti, ha fatto emergere una profonda discrepanza nella traduzione
dellesperienza del laboratorio fra donne sinte e maestre.
Conclusioni
Se ci concentriamo sulla relazione fra i pregiudizi degli zingari e dei non zingari e sul
processo evolutivo attivato da questo confronto per come è stato evidenziato nel
contesto-scuola esaminato, è possibile formulare le seguenti ipotesi:
per motivi che, possiamo supporre, dipendono in parte dal lavoro di mediazione da anni in
corso per questa comunità e in parte da modificazioni intervenute nel tempo nel rapporto
scuola/famiglie zingare, è stato possibile assistere ad una "variazione" fra i
pregiudizi presenti fra la comunità sinta e la scuola intesa come luogo per eccellenza in
cui avviene il "rapimento" dei bambini zingari da parte dei gagè.
Quindi, se è vero che "i gagè sono persone di cui non ci si può fidare
completamente" è anche vero che la scuola nel tempo è diventata, per buona parte di
questa comunità, più un diritto dei bambini che un dovere imposto dai gagè a cui si
deve sottostare. Il tempo ha consentito che, per questa comunità, entrambe le
affermazioni possano essere vere, nessuna esclude laltra.
Questa ipotesi permetterebbe, inoltre, di spiegarsi come mai un intervento che da anni
viene condotto nella scuola elementare in questo particolare momento viene percepito come
una esperienza di emarginazione e rifiuto.
Nel momento in cui la comunità tenta un avvicinamento al modello culturale del non
zingaro si ritrova a vivere limpossibilità di un contatto reale in quanto lo
strumento che favorirebbe, secondo le insegnanti, lavvicinamento, secondo la
comunità sinta opera attraverso lallontanamento fisico dei bambini e quindi li
rifiuta.
Questo conferma il pregiudizio per cui il rapporto con il gagè non può che essere basato
sulla diffidenza e sulla sfiducia.
Da parte della scuola il "pregiudizio" ha a che fare in parte con il
riconoscimento del diritto di tutti i bambini di frequentare la scuola e in parte con
lidea che i bambini zingari siano adatti solo in parte al contesto scuola essendo
"restii", insieme con le loro famiglie, a fare proprie le regole indicate dal
contesto scuola.
Questa "inadeguatezza" dei bambini zingari al contesto scuola viene rimarcata
attraverso aspetti come:
- i bambini sinti hanno pochissima cura ed attenzione nei confronti del materiale
scolastico;
- il comportamento dei bambini, spesso "incontenibili", in classe non favorisce
il normale andamento delle lezioni;
- i bambini sinti, durante la ricreazione o altri momenti collettivi, tendono a separarsi
e a fare gruppo fra di loro;
- i genitori vengono a ritirare i bambini da scuola prima dellorario di chiusura
delle lezioni per motivi di scarsa importanza.
La risposta che viene data al problema dellinserimento dei bambini sinti è coerente
sia con la premessa per cui "tutti i bambini devono andare a scuola" sia con
quella che riconosce nei bambini sinti e nelle loro famiglie delle specificità non in
linea con le regole della scuola.
Risponde inoltre a quanto, nel corso degli anni e dal loro peculiare punto di
osservazione, è stato raccolto ed interpretato dalle insegnanti sulle caratteristiche
culturali della comunità sinta: la tendenza da parte dei bambini a mantenere la coesione
del loro piccolo gruppo nella scuola, il bisogno di flessibilità dei genitori, ecc.
Il laboratorio per extracomunitari e nomadi, tuttavia, nel tentativo di risolvere le
difficoltà dei bambini sinti nel contesto scolastico, rischia di perpetuare il divario
esistente fra la cultura zingara e cultura del servizio scolastico.
BIBLIOGRAFIA
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Bologna, Bologna, 1993
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