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Parte prima

Il fenomeno migratorio

 

 

1.1 Le migrazioni

1.1.1 Cenni storici

La storia dell’uomo è caratterizzata da una costante mobilità di singoli, di gruppi, talvolta di interi popoli da una regione all’altra della terra alla ricerca di migliori condizioni di vita.

Risalendo alla preistoria, con la fine delle glaciazioni si assiste nel nostro continente a migrazioni dall’Asia e dall’Africa verso l’Europa. Si pensa che inizialmente le migrazioni siano state causate da fattori ambientali, precisamente dall’alternanza di periodi aridi e umidi che obbligavano i pastori a spostarsi alla ricerca di pascoli più fertili. Tali migrazioni potevano coinvolgere, in movimenti gregari, intere popolazioni.

Seguire le migrazioni costituisce un’impresa difficile. Per un’attendibile documentazione ci si serve della linguistica, dei relitti culturali, dell’etnoantropologia, delle tradizioni popolari, senza però giungere a risultati sicuri. Si ritiene generalmente che la grande mobilità delle popolazioni primitive sia stata facilitata dagli ampi spazi liberi, suggerita dalla struttura economica (raccolta, caccia, pastorizia).

Nel II millennio a.C. i due fenomeni migratori più importanti sono legati a due gruppi etnico-linguistici: i semiti e gli indoeuropei.

I semiti, provenienti forse dalla penisola arabica, penetrarono in Mesopotamia imponendosi alle popolazioni sumeriche. Da allora in poi l’elemento semita prevarrà nel Vicino Oriente, dando origine anche alle lingue della zona.

Gli indoeuropei provenienti dalle steppe danubiane si sovrapposero e si mescolarono alle popolazioni indigene dell’Europa centrale e meridionale, origininando civiltà come quella greca.

Anche il Medioevo vide imponenti ondate migratorie che, dal nord Europa e da diverse regioni asiatiche, si spinsero verso le terre più fertili del continente e che per alcuni secoli provocarono conflitti anche cruenti con le popolazioni locali. Più tardi gli Arabi si spinsero fino alla penisola iberica, occupandola per alcuni secoli quasi completamente.

Dalla seconda metà del secolo XIV i Turchi entrarono in Europa riuscendo ad arrivare fino a Vienna.

 

1.1.2 Movimenti migratori verso il continente americano

La scoperta delle Americhe attivò un flusso continuo di immigrati dall’Europa, che crebbe di intensità a partire dal primo Ottocento. Si calcola che dal 1820 al 1914 circa 40 milioni di europei siano sbarcati negli Stati Uniti. Lo sviluppo industriale aveva portato al rapido declino della società rurale che per secoli era stata alla base del sistema sociale europeo. La diminuzione del tasso di mortalità e una tendenza al sovrappopolamento, la nuova offerta di lavoro nelle città industriali e la frantumazione del sistema socio-economico del villaggio rurale spinsero i contadini a lasciare la terra per avventurarsi nelle grandi città americane. I paesi maggiormente coinvolti furono l’Irlanda, la Polonia, la Germania e i paesi del sud dell’Europa.

Negli ultimi anni dell’Ottocento si calcola che circa 7 milioni di italiani lasciarono le regioni del sud e del nord-est della penisola per tentare la fortuna oltre oceano. Sebbene sia difficile ricostruire l’esatta composizione professionale dell’emigrazione italiana si presume che essa abbia attinto soprattutto al serbatoio delle campagne e a quello dei lavoratori manuali con scarse qualificazioni professionali. Di conseguenza gli italiani si diressero verso le grandi campagne del Sudamerica, Argentina e Brasile, dove cercarono un clima e un ambiente simile a quello lasciato o contribuirono alla creazioni di imponenti fenomeni di proletarizzazione nei quartieri più poveri delle grandi città statunitensi, in particolare New York e Chicago.

Anche il Veneto contribuì massicciamente a questi fenomeni migratori: dal Veneto provenne infatti circa un terzo dell’emigrazione italiana di quegli anni.Nel solo periodo 1876-1901, secondo le statistiche ufficiali dell’epoca, lasciarono la regione più di 400.000 persone, mentre 1.500.000 emigrarono temporaneamente; se ne andò così circa il 15% della popolazione regionale.L’emigrazione riguardò in particolare le zone di pianura: emigrarono soprattutto i piccoli proprietari e quelli che pur essendo contadini non possedevano una proprietà. Spesso se ne andarono anche famiglie intere che per pagarsi il viaggio vendevano tutto.La destinazione preferita dai veneti fu l’Argentina e il sud del Brasile, paesi che necessitavano di manodopera da destinare alla coltivazione della terra.

 

1.1.3 Movimenti migratori in Europa nel secondo dopoguerra

Secondo il Melotti in Europa le migrazioni internazionali negli anni ‘50 e ‘60 assolvono ad una funzione precisa: quella di fornire ai paesi che ne abbisognavano la manodopera necessaria alla ricostruzione postbellica e al successivo lungo periodo di espansione.

In questa fase, i flussi provengono per lo più da Paesi dell’Europa meridionale e del bacino del Mediterraneo (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Jugoslavia e Turchia) o da altri Paesi europei a limitato sviluppo industriale come l’Irlanda e la Finlandia, spesso sollecitati da politiche di reclutamento da parte dei Paesi dell’Europa centro-settentrionale.

In questa prima fase i migranti si indirizzarono verso la Francia, il Belgio, la Gran Bretagna, la Svizzera, la Svezia e, dalla metà degli anni ‘50, anche verso la Repubblica Federale Tedesca. Dopo il 1973 la recessione economica induce all’assunzione di politiche migratorie più restrittive, che frenano parzialmente l’arrivo di extra europei, mentre vengono incoraggiati i rimpatri.

Dalla seconda metà degli anni ‘70, gradualmente i paesi della sponda nord del Mediterraneo si trasformano da esportatori ad importatori di manodopera dagli altri continenti. Questi nuovi flussi migratori sono sempre meno motivati dalle opportunità offerte nei Paesi di approdo: si devono piuttosto sempre più alle accresciute forze espulsive dei paesi di origine. Dalla fine degli anni ‘80, in seguito ai processi di democratizzazione dell’Europa dell’Est, è iniziato un flusso migratorio in direzione Est-Ovest.

 

1.2 Le cause delle migrazioni

 

Le cause delle nuove migrazioni internazionali sono molte e complesse; secondo la distinzione operata tradizionalmente dagli studiosi dei movimenti migratori possiamo distinguerle in due grandi categorie: i fattori di espulsione (push factors) presenti nei paesi di esodo e i fattori di attrazione (pull factors) presenti nei paesi di approdo.

 

1.2.1 I fattori di espulsione nei paesi di esodo

Questi fattori si presentano nei Paesi del Sud del mondo e dipendono da un intrecciarsi di situazioni demografiche, economiche, politiche, sociali e culturali.

L’esplosione demografica continua ad interessare i paesi in via di sviluppo. Fra il 1950 e il 1990 la popolazione del mondo è più che raddoppiata, passando da 2,5 miliardi a 5,3 miliardi. A tale incremento i paesi sviluppati hanno contribuito con circa 400 milioni di unità, mentre i paesi del Sud del mondo hanno contribuito con 2,4 miliardi di unità: un apporto sei volte superiore.

L’alto incremento della popolazione nei paesi poveri è dovuto principalmente alla caduta del tasso di mortalità, che resta comunque molto alto se paragonato ai paesi occidentali. Tale flessione è stata causata dalla purificazione dell’acqua e dalla profilassi delle malattie infettive, attraverso la diffusione delle vaccinazioni e la lotta alla malaria.

Alla caduta del tasso di mortalità non si è accompagnato nella maggior parte dei paesi una corrispondente contrazione della natalità che è di 2,4% in media, ma con punte nettamente superiori in alcuni paesi: 8% in Kenya, 6,3% in Bangladesh, contro l’1,3% negli Stati Uniti e lo 0,9% in Europa. Per quanto riguarda il tasso di fecondità, ogni donna mette al mondo in media 6 o 7 figli in Africa, 4 o 5 in Asia e in America Latina, mentre negli Stati Uniti e in Europa ne partorisce in media meno di due (in Italia 1,25).

Dei circa 90 milioni di persone destinate a nascere ogni anno, da qui alla fine del secolo, 84 milioni nasceranno nei paesi del Sud del mondo e sei milioni nei paesi sviluppati.

Mentre la popolazione del mondo diventa sempre più giovane (metà di essa ha oggi meno di 25 anni), quella dei Paesi sviluppati invecchia a causa della bassa natalità e del prolungamento della durata della vita media (la speranza di vita alla nascita è di 75 anni nei paesi sviluppati, mentre è solo di 66 anni in Sud America, 61 in Asia e 51 in Africa). Ciò comporta anche nei paesi più sviluppati una consistente contrazione della popolazione in età produttiva, mentre nei paesi del Sud del mondo aumenta a dismisura il numero dei disoccupati.

Ma il fattore demografico non diverrebbe però un fattore d’espulsione quasi incontrollabile senza il concomitante peggioramento delle condizioni di vita di una parte della loro popolazione. E’ noto che attualmente esiste un grosso divario tra i paesi sviluppati, che dispongono di quasi l’80 % del prodotto mondiale, pur non contando che il 20 % della popolazione, e i paesi del Sud del mondo, i quali non ne dispongono che del 20 %, benché rappresentino il restante 80 % della popolazione sul pianeta. Oltre a ciò, secondo recenti statistiche dell’Unpfa (il Fondo delle Nazioni Unite per le attività in materia di popolazione), il numero delle persone in condizioni di povertà assoluta, nei paesi più poveri e anche in molti di quelli ad un livello intermedio, è aumentato. Secondo i dati delle Nazioni Unite oggi nel mondo soffre la fame quasi un miliardo di persone e i morti per fame sono almeno 50 milioni ogni anno, tra cui 17 milioni di bambini.

Altro rilevante fenomeno è quello dell’"implosione" che sta gonfiando a dismisura gli informi agglomerati urbani dei paesi poveri per effetto di un caotico processo di urbanizzazione lasciato all’azione di forze spontanee, quindi non controllato e pianificato. Dal 1950 ad oggi la popolazione urbana dei Paesi in via di sviluppo è aumentata di oltre un miliardo di unità. Tra pochi anni risulterà urbanizzato il 75% della popolazione latino-americana, il 42% di quella africana, il 37% di quella asiatica. Da questa situazione potrà derivare un ulteriore degrado dell’ambiente e il tracollo dei trasporti, delle comunicazioni e di tutti gli altri servizi -igienici, sanitari, educativi- con un gravissimo deterioramento delle già precarie condizioni di vita, destinato a fomentare aggressività e violenza.

Ai fattori di ordine economico-sociale si accompagnano quelli di carattere più propriamente culturale. La diffusione della conoscenza dei modi di vita occidentale (i rapporti coloniali in passato, i rapporti commerciali, turistici e i messaggi delle moderne comunicazioni di massa oggi) suscita la "rivoluzione delle aspettative crescenti"; d’altra parte, la scolarizzazione di massa e l’omologazione culturale in atto a livello mondiale inducono un processo di "socializzazione anticipatoria", espressione coniata da Merton con cui, negli studi sulle emigrazioni, si suole indicare l’acquisizione già nelle località di partenza dei valori e degli orientamenti proprie delle società di inserimento. Del resto, la stessa disgregazione delle strutture sociali tradizionali, come la famiglia estesa, la comunità di villaggi, predispone al cambiamento e all’accoglimento di modelli eteronomi.

Sul piano politico poi, va ricordato che l’unica risposta data in molti paesi ai drammatici problemi economico-sociali e alle istanze di rinnovamento è stata la repressione. Per lo più i governi sono dispotici, espressioni di oligarchie miranti alla conservazione dei propri interessi, e non di rado sostenuti da Paesi del Nord del mondo.

Non mancano, tra i fattori di espulsione, le situazioni di grave degrado ecologico, le quali solo in parte si possono ritenere naturali, in quanto in gran parte causate da un irrazionale sfruttamento economico delle risorse.

 

1.2.2 I fattori di attrazione nei Paesi di approdo

All’azione dei fattori di espulsione operanti nei Paesi di esodo, si accompagna quella dei fattori di attrazione presente nei Paesi di approdo, che hanno esercitato un ruolo importante soprattutto nelle prime fasi delle nuove migrazioni. Ancora concorrono tuttavia ad orientare in una qualche misura la direzione dei flussi. Secondo alcuni osservatori, "un ruolo decisivo fra questi fattori l’avrebbero giocato il fascino dell’Occidente prima, e, poi, a processo avviato, il desiderio di unirsi ai familiari già espatriati" .

Per quanto riguarda i fattori economici, il principale è indubbiamente costituito dal forte differenziale contributivo tra i Paesi sviluppati e i Paesi poveri, spesso ulteriormente amplificato dall’effetto di cambio sulle rimesse: in molti Paesi del Sud del mondo esistono ancora livelli salariali impensabili nei Paesi sviluppati.

Dietro tale situazione sta anche la domanda di manodopera di alcuni Paesi sviluppati: una domanda determinata sia dai fattori demografici già ricordati (caduta del tasso di natalità, invecchiamento della popolazione), sia da fattori economici (crescita delle attività produttive). In particolare in certi paesi, tra cui l’Italia, le trasformazioni socio economiche in atto sembrano richiedere una manodopera a basso costo, ad alto livello di ricattabilità e ad alta flessibilità, che non è sempre disponibile sul mercato interno, soprattutto per quanto riguarda impieghi stagionali, attività pericolose e nocive, prestazioni anomale per orari, durata ed intensità. Il mondo femminile, che è migrato per primo, almeno nella realtà italiana, a causa di una maggiore responsabilizzazione per il mantenimento della famiglia, trova anche un fattore d’attrazione nell’emancipazione, nel desiderio di libertà, nella necessità o anche nella voglia di cambiare .

 

1.3 Le migrazioni in Italia

 

1.3.1 I flussi migratori in Italia dal dopoguerra

L’Italia da paese d’emigrazione è diventata, a partire dagli anni ‘70, un paese di immigrazione che accoglie soprattutto stranieri provenienti dal Sud del mondo. Volendo fare qualche accenno storico ai flussi migratori che negli ultimi decenni hanno interessato il nostro paese ricordo che, a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta, si è verificato un notevole afflusso di lavoratori che dal Mezzogiorno si trasferirono nel Nord per lavorare nelle grandi fabbriche.

Per quanto riguarda invece l’immigrazione dall’estero, i primi arrivi di lavoratori stranieri provenienti dapprima dall’Africa e in seguito anche dall’Asia è databile agli inizi degli anni Sessanta. Si trattava inizialmente di piccole comunità formate soprattutto da lavoratrici impiegate nel lavoro domestico, arrivate in Italia attraverso i canali dei missionari italiani presenti nei loro paesi. Queste lavoratrici provenienti dalla Somalia, dall’Eritrea e dall’Etiopia si stabilirono principalmente a Milano; altre, provenienti dalle Isole di Capoverde, a Roma.

Nello stesso periodo anche in Sicilia si formarono delle piccole comunità di lavoratori tunisini che trovarono impiego nel settore della pesca e, in misura minore, nell’agricoltura. Queste prime comunità di stranieri iniziarono pian piano a diffondersi anche in altre città italiane. Durante i primi anni Settanta cominciarono ad arrivare lavoratrici dalle Filippine, dalle Seychelles, dalle Mauritius e da Singapore: le mete sono ancora le grandi città, dove maggiore è la richiesta di lavoro domestico. In quel periodo arrivarono anche immigrati provenienti dal Centroamerica e dall’America del Sud (principalmente dall’Argentina, dal Brasile e dal Cile) che avevano lasciato il loro paese principalmente per motivi politici. In questo stesso periodo segnato da una consistente crescita economica si verifica il ritorno di in certo numero di italiani che in precedenza erano emigrati all’estero.

Le motivazioni che hanno spinto gli immigrati a lasciare i propri paesi d’origine sono di tipo economico, politico, socio-culturale; spesso tali fattori sono compresenti ed a seconda del paese di provenienza incidono in modo differente.

Negli anni ’80 i paesi di provenienza diventano sempre più numerosi, così come il numero degli arrivi. Per quando riguarda il continente africano, alla più tradizionale presenza di immigrati del Maghreb e dal Corno D’Africa, si sono aggiunti, in un secondo momento, gli immigrati provenienti dall’Africa sub sahariana (Senegal, Ghana, Nigeria).

Un secondo flusso di immigrati arriva dal Sud Est asiatico: in particolare dalle Filippine, dallo Sri-Lanka, dalla Cina e da altri paesi in quell’area.

Gli immigrati provenienti dal continente sudamericano hanno una provenienza molto frazionata, anche se, considerati nel loro insieme, raggiungono cifre non trascurabili.

Un fenomeno che in questi ultimi anni ha cambiato la composizione dei flussi migratori in Italia è dato dall’aumento di immigrati provenienti dall’Est europeo in seguito al crollo dei regimi autoritari comunisti ed alla conseguente apertura delle frontiere, oltre che alle vicende belliche che negli anni scorsi hanno interessato la ex Jugoslavia.

1.3.2 Gli immigrati in Italia. Situazione attuale

All’inizio dello scorso anno in Italia risultavano titolari di permesso di soggiorno 991.419 cittadini stranieri, per il 40% europei (uno su tre comunitario), per un quarto africani e per un sesto ciascuno asiatici e americani.

In relazione alla dimensione quantitativa della presenza straniera in Italia vorrei rilevare come una recente revisione dei dati ministeriali svolta dall’ISTAT (attraverso la cancellazione dei documenti scaduti ma non cancellati dagli archivi) ritiene il numero dei permessi di soggiorno in data in eccesso di circa il 30%. Il numero degli stranieri in condizione di regolarità sembra essere in realtà pari a circa 700-750.000 persone; sempre secondo l’ISTAT anche il numero dei clandestini sarebbe valutato all’eccesso visto che non raggiungerebbe il mezzo milione di unità.

Durante gli anni Novanta si sono stabilizzate le presenze dei cittadini comunitari, mentre sono aumentate del 10% le presenze degli africani e degli asiatici, del 20% gli americani e più del 50% gli Est europei.

Dati elaborati da un gruppo di lavoro in ambito universitario indicano un aumento del 18% delle presenze nel corso del triennio 1992-1994; le più alte variazioni di percentuale si riscontrano per gli est europei con un incremento pari al 41%, i latino americani (+29%), gli immigrati della ex Jugoslavia (+97%). Modeste flessioni si sono verificate nel complesso per i Nordafricani, in particolare per i tunisini che hanno registrato una diminuzione del 5%.

La graduatoria delle nazionalità più numerose diffusa dal Ministero dell’Interno, relative al numero dei permessi di soggiorno conteggiati fino al 31 Dicembre 1995, vede al primo posto il Marocco che con 94.237 presenze incide per il 9,5 % sul totale degli stranieri. Provengono quindi dalla ex Jugoslavia 51.973 persone, pari al 5,2% sul totale. Seguono le Filippine (4,4%), la Tunisia (4,1%). Il Ghana con 12.550 presenze si trova al 22° posto ed i ghanesi rappresentano l’1,3% sul totale degli stranieri in Italia.

In base a queste rilevazioni possiamo concludere che la comunità marocchina continua a essere quella numericamente più consistente ma che è sempre più messa in discussione dalle presenze degli ex Jugoslavi.

 

Tab.1 Paesi di provenienza. Fonte: Caritas. Dossier statistico 1996

 

Marocco

94.237

9,5%

Usa

66.607

6,7%

Jugoslavia

51.973

5,2%

Filippine

43.421

4,4%

Tunisia

40.454

4,1%

Germania

39.372

4,0%

Albania

34.706

3,5%

Gran Bretagna

27.694

2,8%

Francia

27.273

2,7%

Romania

24.512

2,5%

Tornando ai dati forniti dal Ministero dell’Interno, il numero dei permessi di soggiorno rilasciati al 31 dicembre 1995 è aumentato del 7,5% rispetto all’anno precedente.

La presenza straniera in Italia corrisponde circa all’1,5% sul totale della popolazione, un valore tra i più bassi in Europa. Le regioni del nord ospitano circa la metà degli stranieri, con un incremento delle presenze del 12% a discapito delle regioni del centro che scendono al 32%. Il numero degli stranieri che vivono al sud è stabile al 10%, mentre le isole con il 7% hanno subito un ridimensionamento; in queste due ultime aree insieme vivono un sesto del totale degli stranieri.

In base ai motivi del permesso di soggiorno, alla fine del 1995 non si rilevano notevoli differenze rispetto al ‘94: i motivi di lavoro sono prevalenti ed assieme ai motivi familiari e di studio raggiungono complessivamente quasi l’80% sul totale. Questa graduatoria è ormai stabile da qualche anno, anche se la distribuzione al suo interno varia. Alla fine del ‘95 il numero dei permessi di soggiorno per motivi di lavoro raggiungeva il 60% sul totale, mentre quelli per ragioni di studio rappresentano il 6,2%. Agli inizi degli anni Ottanta invece la percentuale per motivi di studio era molto più elevata e i tre motivi si eguagliavano. La diminuzione del numero di permessi di soggiorno per motivi di studio è dovuta al diverso profilo dell’immigrato ed alla conseguente trasformazione del progetto migratorio: molti di essi vengono da paesi poveri e giungono in Italia con lo scopo di lavorare senza essere nelle condizioni di investire anche nella loro formazione.

In generale gli immigrati sono persone giovani: il 69,4% di essi è compreso in una fascia d’età tra i 19 e i 40 anni. Più della metà degli immigrati non è coniugata. Sono novantamila (circa un quarto degli stranieri sposati) gli immigrati che vivono con i loro figli. Per quanto riguarda il genere, gli uomini sono in leggera prevalenza e raggiungono il 53,1% sul totale. Per alcune comunità invece, come quella filippina, capoverdiana e in genere quelle latino-americane, il rapporto maschi-femmine si capovolge.

Visto che la maggior parte degli immigrati ha lasciato il proprio paese per poter migliorare le proprie condizioni economiche, di fondamentale importanza risulta l’inserimento lavorativo. Su cinque immigrati titolari di un permesso di soggiorno per motivi di lavoro uno è disoccupato. In totale risultano senza lavoro 98.241 persone, il 30% delle quali è rappresentato da donne. Il numero dei disoccupati è salito nel corso del 1995 di 11.550 unità. Bisogna però evidenziare come questo segmento del mercato del lavoro sia tutt’altro che immobile. Gli avviamenti al lavoro durante il 1995 sono stati 111.265 e sono aumentati di 11.423 unità rispetto al 1994 (di cui poco più di un quinto donne).

Le nuove assunzioni si sono concentrate prevalentemente al nord (63,3%) e si sono così ripartite nell’intero territorio nazionale, in base al settore: 18,5% agricoltura, 37,5% terziario, (settore che comprende il lavoro domestico, pubblici servizi e commercio), 44% industria.

 

Con riferimento a quanto appena esposto, sono stati delineati alcuni "modelli" di utilizzo del lavoro degli immigrati in base al territorio.

Il primo può essere definito come il "modello metropolitano" e riguarda in particolare la città di Roma e in parte anche Milano. In queste aree il lavoro degli stranieri è concentrato nel basso terziario e nel lavoro domestico, presenta alti tassi di femminilizzazione e nel tempo offre anche alcune opportunità di maggior qualificazione e lo sviluppo di attività autonome.

Il secondo modello è molto diffuso nel Veneto ed è rappresentato da una occupazione principalmente industriale, tipicamente maschile. Risponde in parte a bisogni contingenti e fluttuanti ed in parte presenta caratteristiche di maggiore stabilità.

Il terzo modello consiste nell’inserimento stagionale in agricoltura; risulta prevalentemente diffuso nel sud d’Italia.

Per quanto riguarda la situazione lavorativa degli immigrati possiamo dire, in base ai dati appena esposti, che i disoccupati sono funzionali alle esigenze del mercato del lavoro perché disponibili a svolgere lavori meno stabili. Questo viene dimostrato sia dal fatto che si tratta di disoccupati a breve periodo, sia dal numero non trascurabile degli avviamenti al lavoro e delle autorizzazioni di lavoro con il lavoratore all’estero.

In seguito al decreto Dini, per il quale la regolarizzazione del rapporto di lavoro è divenuta condizione indispensabile per ottenere il permesso di soggiorno e rimanere in Italia in condizioni di legalità, le cifre rese note dal Ministero del Lavoro, relative al periodo che va dal 19 Novembre 1995 al 31 Marzo 1996, indicano che il numero di persone che si sono regolarizzate (per dichiarazioni rese agli Uffici provinciali del Lavoro e dai lavoratori stessi) ha superato le 100.000 unità, oltre 44.000 delle quali nelle regioni settentrionali. Per quanto concerne invece la tipologia del contratto, è interessante notare come il tipo più utilizzato sia stato quello a tempo indeterminato e che il settore domestico è stato quello privilegiato, in particolare al nord. Le nazionalità che hanno maggiormente utilizzato la regolarizzazione sono state la marocchina e la filippina; tale fenomeno ha spiegazioni diverse: la nazionalità marocchina è quella numericamente più presente nel nostro territorio, mentre il notevole numero di regolarizzazioni da parte dei filippini potrebbe essere messo in relazione al fatto che prevale la regolarizzazione del lavoro nel campo domestico.

Alcuni dati statistici rilevano l’inserimento degli immigrati nel tessuto sociale. L’iscrizione all’anagrafe da parte di tre quarti degli stranieri titolari del permesso di soggiorno attesta il processo di radicamento nel territorio che risulta essere più accentuato al nord rispetto ad altre zone del paese.

Anche la nascita di figli nel nostro paese può essere un segno di stabilizzazione. I figli nati da almeno un genitore italiano sono in aumento (ammontano a circa 8.000 all’anno). In relazione alle nascite, le rilevazioni ISTAT indicano che il numero dei bambini stranieri nati in Italia tra il 1984 e il 1993 ha superato le 90.000 unità; questo dato è cresciuto in modo particolare a partire dal 1990, tanto da risultare attualmente triplicato rispetto al 1984.

Le richieste di ricongiungimento familiare arrivano a 16.000, le acquisizioni di cittadinanza sono 7.000, i matrimoni misti 11.000 e gli alunni stranieri nelle scuole italiane 40.000. Per quanto riguarda l’iscrizione nelle scuole, le statistiche indicano un aumento sia in numeri assoluti che in percentuali degli stranieri in tutti gli ordini di scuole. Significativo è l’aumento delle iscrizioni alle medie superiori, che indica una tendenza da parte dei genitori immigrati ad investire sui figli ed a considerare il nostro paese sempre di più un luogo di destinazione anziché di transito.

Tutti questi dati ci dicono che l’immigrazione nel nostro paese non è un fenomeno passeggero e che gli stranieri si stanno radicando nel nostro territorio.

Per quanto riguarda le richieste di ricongiungimento familiare, queste riguardano per il 44% l’Africa, per il 25% ciascuna all’Europa e all’Asia e per il 5% all’America Latina. Dati relativi ai ricongiungimenti familiari indicano che un numero sempre maggiore di immigrati ha un progetto migratorio che non è a breve periodo. Anche durante il 1995 sono aumentate le richieste di ricongiungimento familiare per quanto riguarda il coniuge e i figli minori.

Non è possibile avere un quadro completo sulla situazione sanitaria relativa agli immigrati a causa della carenza a livello nazionale di dati epidemiologici.

In generale comunque si può affermare, al di là dei pregiudizi comuni, che il migrante arriva nel nostro paese non affetto né da patologie tropicali, né da malattie infettive. Si parla ad esempio di un ritorno della tubercolosi a causa dell’immigrazione: in realtà, in base ai dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità, gli immigrati sono il 9% sul totale degli ammalati. Diverse rilevazioni indicano invece che la tubercolosi, così come altre malattie, non sono importate dal paese di origine ma sono state contratte in Italia a causa delle precarie condizioni di vita e della discriminazione nell’accesso ai servizi sanitari.

Riassumendo potremmo dire che l’immigrato arriva in condizioni di buona salute, ma per le difficoltà di integrazione sociale e povertà economica comincia a manifestare segni di degradazione fisica che alla lunga avranno esito in patologie da depauperamento.

In base alla religione i cristiani mantengono la prevalenza: sono più della metà del totale degli stranieri; i musulmani sono poco meno di un terzo, mentre sta diventando significativa anche la presenza di religioni orientali.

Riguardo poi la criminalità, l’andamento delle statistiche dimostra, nel corso del 1994, una diminuzione dei reati più gravi come omicidio o rapina con arma da fuoco. Allo stesso tempo si nota invece un aumento dei reati minori come i piccoli furti ed un incremento ancora più significativo per comportamenti impropri che prima venivano quasi del tutto ignorati (ad. esempio piccole inciviltà, atti vandalici). Si presume che l’aumento di questo dato sia causato dalla maggiore propensione della popolazione a denunciare gli immigrati.

La maggioranza dei reati commessi dagli immigrati, così come il maggior numero di arresti, si verificano nelle città del nord e del centro d’Italia. Per quanto riguarda la tipologia di chi commette reati possiamo dire che si tratta principalmente di giovani, in particolare marocchini, slavi (molti dei quali zingari), tunisini e albanesi. Visto che nella maggior parte dei casi si tratta di persone che non avevano commesso reati nei loro paesi, sembrerebbe che la devianza sia causata dalla condizione di irregolarità lavorativa e alloggiativa e da difficoltà di integrazione nella società italiana.

Un aspetto spesso trascurato, ma in realtà molto importante, del fenomeno migratorio, è costituito dalle rimesse in denaro che gli immigrati destinano ai propri paesi d’origine. Nel 1995 tali rimesse hanno raggiunto la cifra di 404 miliardi (ma che sembrerebbe ammontino a più del doppio se si considerano anche quelle che non sono passate attraverso i canali ufficiali). E’ interessante notare come il flusso delle rimesse in uscita dall’Italia abbia visto negli ultimi tre anni un aumento molto rilevante, pari al 266%. Per quanto riguarda le aree di partenza, queste sono concentrate per il 60% in tre regioni: Lazio, Lombardia e Toscana. Le aree di destinazione delle rimesse sono in particolare l’Asia dove vengono indirizzate più del 40% (il 35% è stato mandato nelle Filippine) delle rimesse relative al 1995. Anche l’Africa, pur con cifre molto più ridotte, pari al 9% sul totale, ha visto aumentare di molto le sue rimesse; tra i paesi africani il Marocco beneficia di una quota pari al 62% dei trasferimenti verso l’Africa. Significative sono anche le quote del Senegal 11% e quelle dell’Egitto 9%. Per quanto riguarda il continente americano, nell’ultimo triennio sono aumentate le rimesse destinate al Brasile e al Perù (a quest’ultimo il 16% del totale). Questi dati vanno considerati in relazione alla diversa consistenza dei gruppi nazionali presenti in Italia e confermano una già mancata corrispondenza tra il l’incidenza relativa al numero degli immigrati presenti nel territorio e quella dei flussi di denaro: emblematici al riguardo sono i due diversi casi degli immigrati africani e asiatici: nel primo caso rileviamo un’alta presenza di immigrati, ma limitati flussi di denaro verso il paese di origine; nel secondo, ci troviamo di fronte ad una bassa presenza ma a flussi elevati. Per l’Europa dell’Est si verifica un’alta presenza e insieme consistenti rimesse in denaro.

 

I diversi volti dell’immigrazione. Sicuramente non è possibile una semplificazione dei vari aspetti legati alla presenza degli immigrati nel nostro paese, data l’eterogeneità del fenomeno e dei soggetti interessati. Con Colasanto e i suoi collaboratori, possiamo dire che l’immigrazione in Italia presenta diversi volti.

C’è il volto dell’immigrazione che produce, la quale costituisce una componente strutturale della forza lavoro nelle regioni economicamente forti; una immigrazione che risparmia e invia consistenti rimesse ai paesi d’origine, che si rende protagonista di una stabilizzazione all’interno delle comunità locali, interpellando pubbliche amministrazioni e società civile con nuove istanze di inclusione e di partecipazione.

C’è il volto dell’immigrazione precaria, soggetta alla pressione di una domanda di lavoro altamente "flessibile", fortemente segregata dal punto di vista sociale, vittima di agenzie di sfruttamento e della malavita organizzata, che produce paure e stigmatizzazione da parte dell’opinione pubblica.

C’è il volto infine dell’immigrazione illegale e delle attività illecite accanto alla drammatica esperienza di tanti minori "importati" clandestinamente dall’Albania e dall’Est europeo, abbandonati sulla strada e spinti all’accattonaggio e alla piccola criminalità da parte di sfruttatori del loro paese.

Per concludere con le parole di Franco Pittau, le migrazioni, nonostante i problemi connessi, possono essere una grossa opportunità a livello economico, politico, sociale, religioso:

a livello economico le rimesse degli immigrati (che lo scorso anno hanno superato la somma che l’Italia destina ai paesi del Sud del mondo) costituiscono una speranza per lo sviluppo economico del loro paesi;

a livello culturale, dopo l’esperienza del colonialismo, abbiamo l’opportunità di arrivare ad un incontro più rispettoso tra persone portatrici di culture diverse per favorire da entrambe le parti un arricchimento;

a livello politico c’è la possibilità di uno scambio proficuo sulla laicità e la democrazia come forma di convivenza;

a livello religioso l’esperienza migratoria può aiutare a superare il fondamentalismo presente in tutte le religioni ed a considerare le diverse fedi come uno strumento di pace.

 

1.3.3 Gli immigrati nel Veneto

Negli ultimi 15 anni il Veneto, una tra le regioni che contribuì all’emigrazione italiana all’estero, ha visto aumentare in maniera consistente il numero degli stranieri presenti nel suo territorio. Nel 1981 gli stranieri erano 12.600; alla fine del 1990, dopo la regolarizzazione conseguente alla Legge 39/90, le presenze raggiungono le 28.550 unità. E’ pero nel corso del 1991 che si verifica un notevole aumento del numero del immigrati, pari al 40% e probabilmente dovuto a due fattori: 1) il trasferimento di molti immigrati dal sud Italia alla ricerca di un lavoro più stabile (in seguito alla avvenuta regolarizzazione), 2) l’arrivo dei cittadini albanesi dopo l’esodo della primavera estate del 1991.

Il Veneto dunque risulta essere un zona di secondo o terzo approdo; molti immigrati si sono trasferiti dalla Sicilia e dalla Campania dove inizialmente avevano trovato realtà più favorevoli all’inserimento sociale e meno attente all’irregolarità della loro posizione giuridica.

Questa rapida crescita della popolazione immigrata è legata alla necessità delle industrie stesse di assumere manodopera, considerata la poca disponibilità da parte dei veneti ad essere impiegati in lavori pesanti, sporchi e spesso nocivi. Nel Veneto le attività industriali che richiedono questo tipo di manodopera sono principalmente concerie e fonderie. E’ interessante notare come una ricerca svolta nel 1990 abbia rilevato la natura selettiva della scelta di immigrare nella nostra regione. "Il numeroso arrivo di stranieri reduci da una lunga trafila di lavori precari è ricondotto alla convinzione che nel Veneto fosse più facile trovare un lavoro in fabbrica e inserirsi nel tessuto sociale in modo meno precario che altrove". L’indagine ha rilevato che alla base di questo orientamento, diffuso verso le aree industriali, vi è un meccanismo di richiamo esercitato dal gruppo etnico di appartenenza. "C’è un capitale di conoscenza che viene sfruttato dagli extracomunitari in cerca di una sistemazione stabile e dignitosa. E questo è dato dagli amici, parenti e conoscenti che hanno iniziato anni fa la catena migratoria e che hanno appreso dove e come assestarsi nelle diverse zone del nostro paese."

Un’altra caratteristica della situazione veneta è rappresentata dalla presenza di soggetti religiosi (il sistema delle parrocchie e dell’associazionismo di origine cattolica) e sindacali (soprattutto CGIL e CISL) che si sono dimostrati capaci di far fronte almeno parzialmente ad una serie di bisogni e di esigenze espresse dagli immigrati, specialmente nel momento immediatamente successivo al loro approdo.

Le occupazioni principali degli immigrati nel Veneto sono dunque il lavoro nelle piccole industrie ed in misura minore il commercio ambulante: ricordo che quest’ultimo lavoro permette all’immigrato di tornare spesso al proprio paese, assicurando così una continuità nella relazione affettiva con il la propria famiglia ed il proprio gruppo di appartenenza. Il caso del Veneto è atipico rispetto ad altre regioni italiane per quanto riguarda il tipo di insediamento, che non è avvenuto nelle grandi città ma nelle zone industrializzate, che per le caratteristiche dell’economia veneta sono diffuse nel territorio e gravitano attorno a cittadine ed a paesi di piccole dimensioni.

La provenienza degli immigrati è molto varia: la tradizionale presenza degli slavi è aumentata in seguito alla crisi economica conseguente al conflitto che ha interessato le regioni della ex Jugoslavia; a questi immigrati si affiancano i magrebini, gli immigrati provenienti dall’Africa sub Sahariana, gli asiatici e i sud americani, una parte dei quali è rappresentata da un immigrazione di ritorno.

Al 31 dicembre 1994 gli immigrati "extracomunitari" di provenienza dai paesi poveri presenti in Veneto sono 58.235. La loro incidenza sul totale della popolazione è pari al 1,48%. Le nazionalità numericamente più rappresentative sono: il Marocco, la ex Jugoslavia, il Ghana, il Senegal. Insieme questi cinque paesi superano il 40% sul totale delle presenze; a questi vanno aggiunti poi gli immigrati provenienti dall’Albania e dalla Tunisia, raggiungendo così quasi il 50%.

Le principali motivazioni del permesso di soggiorno in Veneto sono:

lavoro 62,71%

famiglia 22,31%

studio 4,43%

turismo 3, 13%

Per quanto riguarda il lavoro, esistono delle variazioni a seconda del gruppo di appartenenza: ad es., il 94% degli africani sono in possesso di un permesso di soggiorno per motivi di lavoro, il 74,5% degli est europei, il 59,6% dei latinoamericani.

Per quanto concerne la divisione per sesso, il dato regionale rileva una presenza maschile pari al 59,51%.

Alcune caratteristiche dell’immigrazione nel Veneto, rispetto ad altre regioni, sono l’aumento del numero dei minori, indice di una stabilizzazione nel territorio, ed inoltre il più elevato numero di lavoratori che presentano una posizione regolare.

 

Per quanto riguarda poi la distribuzione degli immigrati nel territorio, ecco come sono suddivisi nelle sette province del Veneto:

Vicenza 21.800

Verona 13.952

Padova 8.775

Treviso 7.569

Venezia 3.084

Belluno 1.778

Rovigo 1.277

Dai dati si rileva che la nostra provincia è quella con il maggior numero di presenze straniere.

 

1.4 Gli immigrati a Vicenza

1.4.1 Caratteristiche generali della presenza straniera a Vicenza

La provincia di Vicenza ha una popolazione di circa 816.000 abitanti ed ospita nel suo territorio 22.919 cittadini stranieri (dato aggiornato al 01.01.96). Confrontando queste cifre con quelle relative ad altre città italiane, troviamo che Vicenza si trova al sesto posto come numero di presenze straniere dopo grandi centri come Roma, Milano, Napoli, Torino e Firenze.

E’ interessante notare come Vicenza sia la seconda provincia italiana dopo Milano per il numero di stranieri inseriti nelle imprese e la prima con riguardo al settore industriale. Il tessuto produttivo del nostro territorio è caratterizzato da un ancora florido settore industriale principalmente manifatturiero, formato soprattutto da piccole e medie imprese orientate all’esportazione, obbligate ad un alto grado di flessibilità ed adattamento alla domanda del mercato e quindi disposte ad un’alta intensità di lavoro, al ricorso a turni ed a orari straordinari atipici. Questo contesto ha favorito l’impiego di manodopera straniera per mansioni precarie, a basso profilo professionale e spesso eseguite in condizioni disagevoli: lavori ormai non graditi dai vicentini e quindi rifiutati.

 

Tab.2 Provenienza dei cittadini stranieri calcolati in base al numero dei permessi di soggiorno (dati aggiornati al 01.01.96)

 

Totale

Percentuale

Unione europea

1.263

5,5%

Extracomunitari

21.649

94,5%

 

Per extracomunitari qui si intendono tutti i paesi fuori dall’UE. Fonte: Isola che non c’è. Rapporto 1995

Fig.1 Grafico esplicativo tab.2

 

 

Tab.3 Provenienza dei cittadini stranieri abitanti in provincia.

Fonte: Isola che non c’è. Rapporto 1995

 

 

Totale

Percentuale

Paesi Ricchi

8.018

35%

Paesi Poveri

14.894

65%

 

Fig.2 Grafico esplicativo tab.3

 

 

La quasi totalità dei cittadini stranieri proviene da nazioni al di fuori della comunità europea. Due terzi degli stranieri appartiene a paesi poveri ed il confronto di queste cifre con quelle degli anni scorsi dimostra che le presenze di immigrati provenienti da paesi poveri è in aumento.

 

 1.4.2 Le nazionalità

Le nazioni più rappresentative dal punto di vista numerico sono le seguenti:

Usa

6570

28,7%

Rep.Jugoslava

4503

19,7%

Marocco

2001

8,7%

Ghana

1956

8,5%

Croazia

565

2,9%

Senegal

629

2,7%

Bosnia

595

2,6%

Albania

558

2,4%

Germania

381

1,7%

India

300

1,3%

Tab.4 Numero di stranieri per nazione.

Fonte: Isola che non c’è. Rapporto 1995

 

 

 

Fig.3 Grafico esplicativo della tab.4

 

Come risulta dal grafico, i cittadini stranieri più numerosi nel Vicentino sono gli statunitensi, che raggiungono il 28,7% sul totale; si tratta principalmente di familiari dei militari delle forze armate (SETAF- Forza Tattica Statunitense nel Sud Europa e ATAF Forza Aerea Tattica) di stanza presso la caserma Ederle a Vicenza. Ricordiamo che queste cifre comprendono solo i civili, visto che i militari non usufruiscono di un normale permesso di soggiorno.

I cittadini slavi costituiscono una tradizionale presenza nel territorio della nostra provincia fin dagli anni Sessanta: passavano l’inverno in Italia a lavorare generalmente in cantieri edili per tornare poi in primavera nel loro paese e dedicarsi ai lavori agricoli. Negli ultimi anni, in seguito al conflitto che ha colpito le regioni della ex Jugoslavia, la loro presenza si è fatta più stanziale ed è numericamente aumentata anche nella sua componente femminile. E’ interessante notare come tra la popolazione delle ex Jugoslavia la componente che maggiormente è emigrata nella nostra provincia proviene dalle Repubblica Iugoslava che comprende le regioni della Serbia e del Montenegro, zone non interessate tanto da combattimenti, quanto da un peggioramento delle condizioni di vita.

Gli immigrati del Marocco, che in Italia sono la prima comunità come numero di presenze, nella nostra provincia arrivano all’8,7% sul totale degli immigrati.

La quarta comunità è quella che a noi maggiormente interessa: i ghanesi rappresentano l’8,5% degli immigrati presenti nel territorio della nostra provincia.

Al di sotto del 3% troviamo gli immigrati croati, albanesi e bosniaci.

La comunità di immigrati dall’Africa sub-Sahariana più numerosa dopo i Ghanesi è costituita dai Senegalesi, i quali raggiungono la percentuale del 2,7%.

Gli stranieri più numerosi prevenienti dall’Unione Europea sono i tedeschi (1,7%).

Tra i paesi asiatici, gli immigrati più numericamente presenti sono gli indiani, con l’1,3% sul totale degli stranieri.

 

1.4.3 L’anno di arrivo

In base all’anno d’arrivo rileviamo che solamente il 10% degli stranieri che vivono a Vicenza è in Italia da più di 10 anni, mentre il 50% è arrivato nel nostro paese meno di cinque anni fa. L’80% degli stranieri che risiedono a Vicenza è arrivato nella nostra città da meno di cinque anni.

Per alcune comunità oltre il 10% della popolazione è nata in Italia, per cui si può già parlare di una seconda generazione presente sul territorio.

Vicenza sembra non essere una città di primo arrivo, ma ha attirato nel corso degli ultimi anni molti lavoratori stranieri provenienti da altre province alla ricerca di un lavoro: il territorio della nostra provincia infatti anche nei momenti di crisi e di congiuntura negativa si è differenziato da altre zone d’Italia per un’offerta di lavoro sempre presente.

 

1.4.4 La presenza maschile e femminile

I maschi costituiscono il 53% del totale dei cittadini stranieri abitanti nel Vicentino, la percentuale delle donne raggiunge il 47%.

I seguenti dati ci illustrano ulteriori suddivisioni in base alla provenienza:

 

 

Percentuale Uomini

Percentuale Donne

Unione Europea

37

63

Extracomunitari

54,01

45,9

 

Tab.5 Percentuali delle presenze straniere maschili e femminili nei paesi dentro e fuori l’UE. Fonte: Associazione Isola che non c’è. Rapporto 1995

 

Fig.4 Grafico esplicativo della tab.5

 

Tab.6 Percentuali delle presenze M e F nei paesi ricchi e poveri. Fonte: Isola che non c’è. Rapporto 1995

 

 

Percentuale Uomini

Percentuale Donne

Paesi Ricchi

29%

71%

Paesi Poveri

62%

38%

 

Fig.5 Grafico esplicativo della tab.6

Tra gli stranieri provenienti dagli stati dell’Unione Europea c’è un netta prevalenza femminile, mentre tra gli appartenenti a paesi extracomunitari c’è invece una prevalenza maschile che si accentua notevolmente se operiamo una ulteriore divisione tra paesi ricchi e poveri. Nell’ultimo anno la presenza di donne immigrate nel Vicentino provenienti dai paesi poveri del mondo è aumentata dell’1%.

 

Femmine

100%

Maschi
R.Domenicana (95%)

90%

Senegal (95%)
Thailandia (92%)
Repubblica Ceca (92%)
Panama (84%)

80%

Bangla Desh (87%)
Ungheria (82%) Pakistan (85%)
Colombia (80%) Tunisia (85%)
Venezuela (80%) Macedonia ( 83%)
Spagna (79%)

70%

Marocco (76%)
CSI (77%) Albania (73%)
Brasile (77%)
Romania(76%)
Corea del sud (75%)
Usa (74%)
Filippine (70%)
Polonia (69%)

60%

Ghana (64%)
Perù (67%) Rep.Jugoslava (64%)
Germania (67%) Bosnia (64%)
Francia (63%) Croazia (62%)
Bulgaria (60%) Somalia (62%)
Nigeria (61%)
Cina (61%)
India (60%)

Tab.7 Polarità delle presenze maschili e femminili per nazionalità.

Fonte: Associazione Isola che non c’è. Rapporto 1995

La percentuale maschile più alta si riscontra nei paesi di fede islamica, mentre la percentuale femminile più alta si ha nei paesi dove sono presenti agenzie matrimoniali che organizzano unioni con cittadini italiani. A questo proposito è interessante notare che sono soprattutto gli uomini a sposare donne straniere e non viceversa. L’elevata percentuale femminile tra gli immigrati filippini è costituita da donne impiegate come collaboratrici domestiche: tale dato è confermato dal fatto che il centro storico della città di Vicenza vede il maggior numero di filippini residenti.

Considerando il rapporto uomo-donna rispetto al totale dei permessi di soggiorno dei cittadini stranieri si riscontrano i seguenti dati:

 

Tab.8 Tipologia dei p.d.s. suddivisa per genere.

Fonte: Isola che non c’è. Rapporto 1995

Permesso

Uomini

Donne

Lavoro

70%

30%

Famiglia

16%

84%

Turismo

30%

70%

L’immigrazione per motivi di lavoro dai paesi poveri è prevalentemente maschile, la presenza delle donne è in continuo aumento grazie ai ricongiungimenti familiari ed ai matrimoni con italiani. Ben l’84% delle donne sono in possesso di un permesso di soggiorno per ricongiungimento familiare; significativa è anche la percentuale di permessi di soggiorno per turismo, che spesso celano una permanenza per cercare un lavoro oppure il ricongiungimento di fatto con il coniuge.

Come accennato la presenza femminile in questi ultimi anni ha visto una continua crescita: nel ‘93 le donne erano il 34% sul totale degli immigrati, nel ‘94 il 37%, nel ‘95 il 38%.

 

1.4.5 La presenza straniera in base all’età

Tab.9 Suddivisione in base all’età sul totale di tutti i cittadini stranieri

Età

Totale

Percentuale

da 0 a 13 anni

4702

20,5%

da 14 a 17 anni

906

3,9%

da 18 a 29 anni

6602

28,8%

da 30 a 39 anni

6793

29,7%

da 40 a 59 anni

3447

15%

oltre i 59 anni

439

1,9%

Fonte: Isola che non c’è. Rapporto 1995

Fig.6 Grafico esplicativo tab.9

 

 

Il 59 % sul totale degli stranieri presenti in provincia di Vicenza ha un’età compresa tra i 19 e i 40 anni: a livello nazionale questa fascia sale al 70%.

L’elevato numero di bambini d’età compresa tra gli zero e i tre anni indica la costituzione o ricostituzione del nucleo familiare.

Come si evince dal grafico, quasi tutti gli stranieri presenti nel territorio vicentino è in età lavorativa: i minorenni rappresentano circa il 25% degli stranieri e le persone che superano i 60 anni ammontano quasi al 2% del totale. Tra le nazioni con una più alta percentuale di bambini al di sotto dei 14 anni troviamo il Brasile, il Cile, l’Etiopia a causa delle adozioni internazionali

Gli stranieri anziani invece provengono quasi tutti da paesi europei comunitari: si può ipotizzare che siano immigrati italiani naturalizzati che abbiano scelto di trascorrere la vecchiaia in Italia.

Per quanto riguarda gli immigrati provenienti dai paesi poveri, i 2/3 della popolazione sono compresi nella fascia d’età che va dai 25 e i 35 anni; le varie età sono invece ripartite in modo più uniforme nei paesi ricchi.

La maggior parte degli immigrati di sesso femminile è concentrata nella fascia che va dai 18 ai 29 anni (25,7%), seguita dalla fascia d’età che va dai 30 ai 39 anni (18,3%); per quanto riguarda i maschi la distribuzione si inverte: il 24,8 % di essi ha un’età compresa tra i 30 e i 39 anni, mentre per il 19,9% l’età varia tra i 18 e i 29 anni.

 

1.4.6 Permessi di soggiorno

Tra il totale degli stranieri, 17.816 sono adulti muniti di permesso di soggiorno valido o scaduto da non più di un anno, mentre 5.096 sono i minori privi di permesso di soggiorno ma inseriti in quello dei genitori.

Durante il 1995 in provincia di Vicenza sono stati emessi 3.348 nuovi permessi di soggiorno che rappresentano il 18,8% sul totale dei permessi di soggiorno; rispetto all’anno precedente c’è stato un incremento di presenze straniere pari al 7%.

Secondo invece i dati della Prefettura, circa il 64% dei permessi di soggiorno vengono rilasciati a cittadini extracomunitari per motivi di lavoro; altre motivazioni sono così distribuite: il 15% per ricongiungimento familiare e residenza elettiva, il 10% per motivi umanitari, il 2% per motivi di studio; il restante 9% comprende un insieme di altri ragioni (affari, adozione, culto, cure sanitarie, asilo politico, attesa emigrazione).

Prendendo in esame le nazioni con il numero maggiore di presenze è interessante notare come il 90.4% degli immigrati del Senegal sono in possesso di un permesso di soggiorno per motivi di lavoro e per lo stesso motivo il 72,2% dei ghanesi, il 68,8% dei marocchini, il 60,4% degli albanesi.

I lavoratori immigrati solitamente occupano posizioni lavorative di basso profilo professionale: sono impiegati principalmente nelle concerie, nell’edilizia, nelle industrie metalmeccaniche, nelle imprese di pulizia e di facchinaggio, nei pubblici esercizi, nel lavoro domestico e nell’agricoltura. Occupano mansioni in cicli produttivi spesso insalubri o pericolosi, rispondendo ad un offerta di lavoro scarsamente qualificata; è una conferma di ciò il fatto che il 72,2% degli avviati al lavoro è assunto con la qualifica di operaio generico.

Il maggior numero di permessi di soggiorno per motivi umanitari è stato rilasciato a cittadini della ex Jugoslavia a causa del conflitto bellico in cui il paese è stato coinvolto negli anni scorsi. Al secondo posto troviamo i cittadini provenienti dalla Somalia.

 

1.4.7 Composizione dei nuclei familiari

Il 20% degli immigrati vive solo; il 16,2% in famiglie standard; il 12,4% vive con altri immigrati senza alcun vincolo di parentela; il 5,5% convive con parenti. Il 3,3% vive con famiglie italiane: in questo caso si tratta prevalentemente di collaboratrici domestiche che convivono presso l’abitazione del datore di lavoro.

Osservando in particolare le varie nazionalità riscontriamo che il 56% degli indiani residenti è coniugato e vive con il coniuge; così anche il 28% dei cittadini dello Sri Lanka. Esaminando le comunità numericamente più presenti nel nostro territorio riscontriamo che la percentuale delle famiglie standard è cosi suddivisa: dal Ghana 21,8%, dalla ex Jugoslavia 18,8%, dall’Albania 13,3%, dal Marocco 12,10%, dal Senegal 2,9%.

I senegalesi tendono a vivere principalmente da soli (48,2%): un dato superiore alla media provinciale che analogamente si riscontra tra gli immigrati marocchini e albanesi, mentre i provenienti dalla ex Jugolslavia e dal Ghana tendono maggiormente a costituire nuclei familiari.

Una delle notizie più interessanti di una ricerca svolta dall’osservatorio provinciale sull’immigrazione è che, prendendo in considerazione i cittadini extracomunitari provenienti dai paesi poveri, il 58,3% di essi ha acquisito ufficialmente la residenza nei comuni dove vivono: in particolare l’83% dei cittadini ghanesi, l’80% dei cittadini del Togo; Senegal e Liberia 75%, Camerun 72,7%, Marocco 72,1%, Albania 70%.

 

1.4.8 L’insediamento nella provincia

I 2/3 del totale degli stranieri vivono in città, il 63% vive in città con più di 10.000 abitanti; sembra però che tendano a spostarsi verso i piccoli comuni probabilmente per le maggiori possibilità di trovare un alloggio. Nella provincia il 72% vive in pianura, il 25% in collina, il 3% in montagna. Gli stranieri rappresentano il 3% del totale della popolazione residente; la percentuale comunque varia a seconda della zona.

Nel 1994 il 15% dei cittadini stranieri ha cambiato comune di domicilio all’interno della provincia, tra i ghanesi il 16 %. Nel ‘95 le persone con permesso di soggiorno che hanno lasciato il territorio vicentino sono state 470; di queste 434 hanno lasciato l’Italia, mentre 36 si sono trasferite in altra provincia.

 

Secondo gli ultimi dati pubblicati dalla Prefettura, risalenti al giugno 1994, nel territorio della provincia di Vicenza si possono distinguere sette aree dove è concentrata la presenza di immigrati extracomunitari appartenenti a paesi poveri:

la prima zona è l’area di Vicenza, dove vivono 3.596 cittadini extracomunitari; questa cifra rappresenta il 21% del totale degli immigrati che vivono nel territorio della provincia. In città l’incidenza dei cittadini extracomunitari rispetto al totale della popolazione è del 3,3%;

la seconda area di insediamento è il comune di Arzignano, dove vivono 1.193 immigrati, pari al 7,15% del totale. Anche gli altri comuni della vallata del Chiampo ospitano molti immigrati. Chiampo con 568 presenze occupa il quinto posto; al sesto posto, sito tra Arzignano e Vicenza, troviamo il comune di Montecchio Maggiore. A Chiampo l’incidenza dei cittadini stranieri rispetto alla totalità della popolazione residente ammonta al 4,9%, a Montecchio invece scende al 2,7%. La presenza di immigrati in quest’area si spiega per la concentrazione di lavorazioni conciarie ed estrattive; diffusa è anche l’industria metalmeccanica;

il terzo polo di insediamento è il comune di Bassano, che con 864 presenze ospita il 5,1% del totale dei cittadini extracomunitari in provincia; la loro incidenza nella zona è del 2,1% su totale della popolazione. In quest’area sono diffuse sia lavorazioni industriali che artigiane;

passando all’Alto Vicentino, troviamo il comune di Schio, che con 670 presenze (pari al 4% del totale della provincia) si trova al quarto posto; all’ottavo posto con 409 troviamo il limitrofo comune di Thiene, pari al 2,4% del totale. Nella zona di Schio è diffusa l’industria tessile mentre nella zona di Thiene quella metalmeccanica. Rispetto all’intera provincia l’incidenza dei cittadini extracomunitari è a Schio pari all’1,8% a Thiene del 2%;

la zona di Valdagno si trova al settimo posto, ospita 424 cittadini non comunitari pari al 2,5% del totale degli immigrati: la loro incidenza in questa zona è pari all’1,5% rispetto alla popolazione locale. Nella valle dell’Agno sono numerose le aziende del settore manifatturiero;la zona montuosa risulta essere poco popolata a causa degli scarsi insediamenti industriali e della precarietà dei collegamenti;nche il sud della provincia vede una scarsa presenza di immigrati, ad eccezione del comune di Lonigo.

Distribuzione delle comunità nel territorio. I cittadini della ex Jugoslavia sono distribuiti in modo uniforme nella provincia, i bosniaci ed i macedoni risiedono però prevalentemente nel bassanese.Le prime presenze di cittadini albanesi risalgono al 1991 quando in seguito al trasferimento dai campi profughi in Puglia si distribuirono in tutti i comuni del Vicentino; gli albanesi arrivati in seguito si concentrano nelle aree di S.Pietro Mussolino, Vicenza, Asiago, Bassano, Cassola.La comunità marocchina è presente principalmente a Bassano, Vicenza e ad Arzignano e in alcuni piccoli comuni al confine con la provincia di Padova.La comunità indiana vive nella vallata del Chiampo, a Lonigo e a Vicenza.Gli immigrati cinesi sono principalmente presenti a Vicenza e in maniera minore a Bassano, prevalentemente impiegati nel campo della ristorazione. Come i cinesi, anche i filippini si concentrano nelle città di Vicenza e Bassano, impiegati prevalentemente nel lavoro domestico.Per la comunità ghanese vi rimandiamo al relativo capitolo.

 

Situazione abitativa. Secondo la valutazione espressa da 101 comuni della provincia di Vicenza, è emerso che circa il 30% di essi ritiene che la situazione alloggiativa degli immigrati nel proprio territorio sia discreta, un altro 30% pensa che gli immigrati vivano in abitazioni con condizioni appena sufficienti, il 15% pensa che vivano in condizioni precarie, il 45% ritiene le condizioni abitative miste.

 

 

1.4.9 Aggiornamento dei dati relativi alle presenze in seguito alla sanatoria (D.L.489/95).

Per un ulteriore aggiornamento dei dati statistici sulle presenze dei cittadini stranieri a Vicenza diamo in anteprima uno sguardo alle richieste di regolarizzazione pervenute all’Ufficio Accoglienza Immigrati ai sensi del D.L. 489/95, nel periodo che va dal 19/11/95 al 31/03/96.

Come noto potevano usufruire della sanatoria i cittadini non appartenenti all’Unione Europea in possesso dei seguenti requisiti:

richiesta di assunzione immediata da parte di un datore di lavoro;

autocertificazione di attività lavorativa irregolare in atto;

autocertificazione di attività lavorativa pregressa;

essere coniuge o figli minori di cittadini regolarmente presenti.

Gli stranieri che hanno richiesto la regolarizzazione sono stati 5.959. Tra questi: 5.201 per lavoro subordinato, pari al 87,3%; 758 per ricongiungimento familiare, pari al 12,7%.

Vediamo ora di approfondire i dati relativi alla tipologia della domanda di regolarizzazione, tenendo anche conto dell’eventuale possesso o meno del permesso di soggiorno.

La maggior parte delle richieste di regolarizzazioni è avvenuta per "assunzione immediata", mediante la dichiarazione di un datore di lavoro della volontà di assumere l’immigrato, o per " lavoro in atto", vale a dire a seguito della denuncia di un rapporto di lavoro che esisteva prima della sanatoria.

2.826 persone, pari al 44% degli stranieri che hanno richiesto la regolarizzazione, era in possesso di un permesso di soggiorno in corso di validità oppure scaduto da poco; 3.133 sono invece le persone che erano sconosciute allo Stato italiano. Uno straniero irregolare su quattro è donna.

Più precisamente il 46% dei richiedenti la regolarizzazione era privo del permesso di soggiorno, il 44% era in possesso di un permesso per motivi umanitari, il 7% aveva un permesso di soggiorno falso e il 3% era in possesso di un permesso di soggiorno ad altro titolo.Al riguardo è interessante notare come i 2/3 dei cittadini stranieri sia entrato in Italia senza violare le norme di ingresso; lo stato di irregolarità è subentrato successivamente, data dall’impossibilità di ottenere un p.d.s. per motivi di lavoro.Il 73% delle pratiche riguarda maschi, il 27% femmine:

 

Tipo di pratica

maschi

femmine

Lavoro

77,5%

22,5%

Ricongiungimento

23,1%

76,9%

Tab.10 Tipologia delle pratiche di regolarizzazione.

Fonte: Ufficio Segretariato sociale

 

La modalità di regolarizzazione più usata dalle donne è quella per ricongiungimento familiare; l’ufficio accoglienza immigrati fa notare come molte delle donne richiedenti questo tipo di regolarizzazione sia arrivata in Italia da tempo. La sanatoria è stata utilizzata come scorciatoia per il ricongiungimento anche nei casi in cui le pratiche erano già state avviate.

La maggior parte degli stranieri che hanno richiesto la regolarizzazione è compresa nella fascia d’età che va dai 18 ai 29 anni. L’80% ha un’età che va dai 18 ai 40 anni.

 

Vediamo ora le principale nazionalità che hanno richiesto il permesso di soggiorno:

Stato

Totale

Percentuale

Rep. Jugoslava

2.267

39,6%

Ghana

612

10,7%

Albania

413

7,2%

Bosnia

354

6,2%

Marocco

354

6,2%

Croazia

299

5,2%

India

206

3,6%

Nigeria

152

2,6%

Cina

149

2,6%

Macedonia

148

2,6%

Romania

132

2,3%

Filippine

97

1,7%

Senegal

88

1,5%

Tab.11 Numero delle richieste di regolarizzazione per ciascuna nazionalità.

Fonte: Ufficio Segretariato Sociale

 

Più della metà delle richieste di regolarizzazione è stata fatta dai cittadini della ex Jugoslavia, che assieme ai citati albanesi rappresentano i 2/3 del totale. Seguono i cittadini dagli stati del Golfo di Guinea col 15%, infine la regione del Maghreb con il 7%.La gran parte dei sopracitati provenienti dalla ex Jugoslavia hanno richiesto la conversione del permesso per motivi umanitari.Secondo i dati della regolarizzazione c’è stato un aumento di immigrati provenienti tra alcuni paesi: in particolare dalla Nigeria, dall’India e dall’Albania; si pensa che molti siano giunti nel Vicentino supportati dai loro connazionali. Il 52% delle donne nigeriane previene dalla città di Benin City, il 92% dei cinesi proviene dalla provincia dello Zhejiang e il 67% degli indiani arriva dal Punjab ed è di religione Sikh. 

 

1.5 La legislazione italiana in materia di immigrazione

La legislazione italiana in materia di immigrazione è piuttosto recente in quanto solo negli ultimi decenni tale fenomeno è diventato rilevante.

E’ infatti solo a partire dagli anni Ottanta che la questione degli stranieri comincia ad essere considerata dall’opinione pubblica e dalla classe politica; in conseguenza a ciò si dà il via ad una "politica sociale basata sostanzialmente al contenimento e al controllo, lasciando in secondo piano l’inserimento", con l’obiettivo principale di controllare i continui arrivi di immigrati nel nostro paese.

Potremmo dire che la legislazione in materia di immigrazione è in continua evoluzione e si sviluppa partendo da alcune linee guida:

la progressiva eliminazione delle discriminazioni nei confronti degli immigrati presenti sul territorio;

l’adeguamento della politica nazionale sull’immigrazione a quella dei paesi dell’UE di più antica immigrazione;

leggi di sanatoria che accompagnano le nuove leggi di indirizzo e programmazione per regolarizzare le situazioni di illegalità precedentemente createsi.

Vediamo ora di esaminare i principali contenuti dei più importanti provvedimenti legislativi in materia di immigrazione.

 

1.5.1 Principali contenuti della legge 943/1986

Questa prima legge italiana sull’immigrazione fu emanata il 30 dicembre 1986: "Norme in materia di collocamento e di trattamento dei lavoratori extracomunitari immigrati e contro le migrazioni clandestine".

Prima di tale normativa esistevano solamente delle circolari emanate dai vari ministeri per rispondere a situazioni d’urgenza, mentre le disposizioni riguardanti l’ingresso ed il soggiorno degli stranieri erano regolate dal Testo Unico delle leggi di Pubblica Sicurezza, che saranno quasi tutte abrogate dopo l’entrata in vigore della legge n.39 del 1990.

Tornando alla legge 943 si può dire che questa si caratterizza per aver regolamentato la procedura di accesso degli immigrati al mercato del lavoro e per aver introdotto importanti diritti per i lavoratori extracomunitari, oltre che per avere sancito i seguenti basilari principi.

Molto importante è l’art.1 che stabilisce parità di trattamento tra lavoratori extracomunitari e italiani e l’uguaglianza nei loro diritti: "La repubblica italiana garantisce inoltre i diritti all’uso sei servizi sociali e sanitari... al mantenimento dell’identità culturale, alla scuola e alla disponibilità all’abitazione."

Con l’art.2 viene istituita presso il ministero del lavoro la Consulta per l’immigrazione, "... al fine di promuovere, con la partecipazione dei diretti interessati, le iniziative idonee alla rimozione degli ostacoli che impediscono l’effettivo esercizio dei diritti di cui l’articolo 1".

Tra le principali innovazioni della 943/86, l’art.4 prevede che il lavoratore extracomunitario possa ricongiungersi, ossia che possa far arrivare in Italia il coniuge, i figli minorenni e i genitori a carico. I requisiti richiesti sono lo svolgimento di un’attività lavorativa, la disponibilità di un’abitazione adeguata ad ospitare i familiari, avere un reddito che consenta al loro mantenimento; questo perché per tutto il primo anno dall’arrivo in Italia il familiare ricongiunto non può lavorare. Se entro un anno dal ricongiungimento dovesse essere revocato il permesso di colui che lo ha richiesto, automaticamente verrà revocato anche quello del familiare ricongiunto.

La legge riconosce la possibilità di lavorare per un monte ore massimo di 500 annue anche agli stranieri extracomunitari in Italia per motivi di studio; questo limite d’orario è stato successivamente eliminato dalla legge Martelli.

La L.943/86 ha inoltre funzione di sanatoria in quanto dà la possibilità alle persone clandestine di regolarizzare la loro presenza in Italia.

Questa prima normativa italiana sull’immigrazione ha permesso all’Italia di adeguarsi alle normative CEE ed ha inoltre il pregio di avere sottratto alle circolari ministeriali la regolamentazione dell’accesso degli immigrati al mercato del lavoro. Tuttavia la legge si presenta incompleta per avere considerato solo il lavoro subordinato. E’ poi necessario dire che successivamente alla entrata in vigore della legge è mancato un coordinamento con la legislazione vigente per i lavoratori italiani nel garantire la parità dei diritti per i lavoratori immigrati.

 

1.5.2 L. 39/1990

In un momento di particolare tensione sociale venutosi a creare in seguito ad episodi di intolleranza nei confronti di immigrati, il 28/12/1990 fu emanata la legge n.39, "Norme urgenti in materia di ingresso e soggiorno dei cittadini extracomunitari e di regolarizzazione dei cittadini extracomunitari e apolidi già presenti nel territorio dello stato" e comunemente nota come "legge Martelli" dal nome dell’allora Vicepresidente del Consiglio, figura cardine nell’elaborazione della legge.

Con la L.39/90 la condizione dello straniero nell’ordinamento italiano inizia ad assumere contorni più precisi, almeno negli aspetti che riguardano l’ingresso ed il soggiorno.

In materia d’ingresso diviene più rigoroso il controllo alla frontiera con l’obbligo da parte degli operatori di porre il timbro e la data d’entrata in Italia sui passaporti; vengono inoltre definiti i motivi per i quali è consentito l’ingresso (turismo, studio, lavoro subordinato e autonomo, salute, famiglia e culto). La legge stabilisce inoltre l’obbligatorietà del visto per entrare nel nostro paese per tutti i motivi sopraindicati, eccetto che per motivi turistici.

In materia di soggiorno si prevede che il permesso venga richiesto entro otto giorni dall’entrata in Italia e rilasciato dalla Questura competente negli otto giorni seguenti. La durata del permesso varia a seconda del motivo; per turismo il permesso di soggiorno ha una validità di tre mesi, per lavoro dura due anni ed è illimitato per lo straniero residente e coniugato da più di tre anni con un cittadino italiano. Il permesso è rinnovabile per una durata doppia rispetto a quella concessa la prima volta, a condizione che lo straniero dimostri di disporre di un reddito minimo di importo pari alla pensione sociale.

Per quanto riguarda l’entrata in Italia per motivi di lavoro, la legge prevede che entro il 30 ottobre di ogni anno con decreto del governo venga fissato il flusso di lavoratori stranieri che potranno entrare in Italia per motivi di lavoro. Nel programmare i flussi d’ingresso i ministeri interessati dovranno sentire il parere delle organizzazioni sindacali più importanti, del Cnel e della Conferenza Stato-Regioni. Il governo terrà conto delle necessità dell’economia nazionale e della capacità di inserimento degli immigrati.

In materia di lavoro la legge prevede che i cittadini stranieri con permesso di soggiorno possano iscriversi alle liste di collocamento e che possano esercitare il lavoro autonomo iscrivendosi nei registri previsti dalla legge presso le Camere di Commercio, Industria, Artigianato, Agricoltura.

Una importante innovazione per quanto riguarda i diritti degli stranieri è la possibilità, per chi è in possesso del permesso di soggiorno (con durata superiore ai quattro mesi), di iscriversi all’anagrafe del comune di residenza ed ottenere il rilascio della carta d’identità di durata corrispondente al permesso di soggiorno, valida solo nel territorio italiano.

In materia di espulsione due sono le principali innovazioni: la prima consiste nell’aver abrogato le disposizioni che prevedevano, oltre all’espulsione, il rimpatrio (il cosiddetto foglio di via). L’espulsione è prevista in caso di violazione delle disposizioni che riguardano l’ingresso o il soggiorno, in caso di pericolo per la sicurezza dello stato, per motivi di ordine pubblico o per aver commesso gravi reati. Non può essere espulso chi nel suo paese è perseguitato.

L’espulsione, come ogni altro provvedimento riguardante l’ingresso e il soggiorno, deve essere motivata e comunicata o notificata in una lingua conosciuta dallo straniero. Vengono definiti i casi in cui l’espulsione è obbligatoria e quelli in cui è decisa dalla P.A. competente (Prefetto o Ministro dell’Interno).

In materia di asilo politico la legge abolisce la "riserva geografica", che limitava la possibilità di asilo politico ai soli cittadini dell’Europa dell’Est; grazie a questo provvedimento la Convenzione di Ginevra ha piena attuazione nell’ordinamento italiano. Con questa legge tutti i cittadini del mondo possono chiedere allo Stato italiano la protezione (status di rifugiato), se nel loro paese sono perseguitati per motivi politici, razziali, religiosi, sessuali ed economici. Lo stato di rifugiato politico viene riconosciuto a condizione che il soggetto: 1) non sia già rifugiato politico in altro stato; 2) non abbia soggiornato in un altro paese che abbia aderito alla Convenzione di Ginevra (questo perché secondo il legislatore mancherebbe la situazione di urgenza); 3) non sia stato condannato in Italia; 4) non sia considerato pericoloso.

In materia di regolarizzazione questa normativa si dimostra più ampia rispetto alla legge precedente in quanto si estende anche al lavoro autonomo, che prima era escluso. La legge 39/90 dà la possibilità agli immigrati clandestini ed irregolari presenti in Italia al 31.12.89 di regolarizzarsi, richiedendo entro un anno il permesso di soggiorno.

 

1.5.3 D. L. 489/1995

La più recente iniziativa di legge sull’immigrazione è il D.L.489/95: "Disposizioni urgenti in materia di politica dell’immigrazione e per la regolamentazione dell’ingresso e soggiorno nel territorio nazionale dei cittadini non appartenenti all’Unione europea", detto anche decreto Dini dal nome del Presidente del Consiglio allora in carica. Tale decreto è stato emanato il 17 novembre 1995 e successivamente reiterato il 17 gennaio 1996 dopo la mancata conversione in legge da parte delle Camere entro il termine dei sessanta giorni stabilito dalla Costituzione. Gli aspetti più importanti regolamentati dal decreto sono: l’espulsione, la regolarizzazione del lavoro, i ricongiungimenti familiari e l’assistenza sanitaria.

Questo provvedimento rende più severe le norme che riguardano l’espulsione, che ora è prevista in tutti i casi di reato e su decisione del Prefetto senza possibilità di ricorrere al TAR. In seguito ad una condanna penale il magistrato può decidere a sua discrezione se espellere lo straniero anche dopo la condanne di primo grado o in seguito a patteggiamento, mentre al riguardo la legge Martelli prevedeva l’espulsione obbligatoria solo dopo la condanna con sentenza eseguita. Questo crea una discriminazione tra italiani e stranieri.

L’espulsione è prevista anche per motivi di pubblica sicurezza o nel caso in cui l’immigrato sia entrato in Italia senza documenti.

Nel caso fossero necessari ulteriori accertamenti, la legge prevede, allo scopo di evitarne la fuga, che lo straniero soggiorni obbligatoriamente in apposite strutture da creare, per le quali la legge considera lo stanziamento di alcune decine di miliardi.

Non possono invece venire espulsi gli stranieri presenti in Italia da più di cinque anni, i minori di 16 anni, le donne in gravidanza oltre il quarto mese e gli stranieri che vivono con parenti italiani entro il quarto grado.

La legge stabilisce poi la possibilità di regolarizzazione per gli stranieri presenti in Italia prima del 18 novembre 1995.

La differenza di questa sanatoria rispetto alla precedente consiste nel fatto che la persona straniera deve dimostrare, oltre la sua presenza in territorio italiano, anche di avere lavorato per almeno quattro mesi prima del 18 novembre 1995 o di avere una immediata possibilità di lavoro.

Nel caso un datore di lavoro sia interessato all’assunzione, questi è tenuto a versare anticipatamente all’INPS sei mesi di contributi per i contratti a tempo indeterminato e quattro mesi di contributi per quelli a tempo determinato. La legge stabilisce anche la non punibilità del lavoratore e del datore di lavoro nel caso di eventuali violazione delle norme d’ingresso di soggiorno e di lavoro.Una delle lacune di questa legge è che non viene preso in considerazione il lavoro autonomo, nonostante sia una delle attività più diffuse tra gli immigrati.

Il decreto Dini regolamenta anche i ricongiungimenti familiari: è ora possibile fare entrare soltanto il coniuge e i figli minori e questo dopo la concessione del nulla osta rilasciato dalla Questura. Il permesso è rilasciato al familiare ricongiunto dopo un anno di soggiorno, a condizione di possedere un determinato reddito ed un alloggio idoneo. Il richiedente il ricongiungimento deve dimostrare di avere un reddito minimo pari a tre volte la pensione sociale (L.1.050.000) e di avere un regolare contratto di affitto. L’idoneità dell’alloggio deve essere rilasciata dal Sindaco del comune di residenza dell’immigrato. Il Sindaco deve quindi verificare attraverso i vigili che l’alloggio non sia abusivo o pericolante. Resta valida la disposizione in base alla quale il coniuge ricongiunto non può lavorare per un anno.

Un aspetto positivo del decreto è l’estensione del diritto all’assistenza sanitaria anche agli immigrati clandestini, che in precedenza ne erano privi. In questo caso il legislatore ha recepito quanto richiesto da molte associazioni di volontariato.

 

1.5.4 Il D.L. 477/96

Il nuovo decreto n.447 del 12-09-96 può forse essere definito un decreto ponte verso la prima legge organica sull’immigrazione; a tale scopo il Presidente del consiglio Prodi ha istituito l’8 agosto 1996 una commissione di studio.

La novità del decreto sta nell’art.5, che prevede la possibilità di non procedere all’allontanamento del soggetto extracomunitario dal territorio nazionale, qualora quest’ultimo decida di collaborare in maniera rilevante con l’autorità giudiziaria. In questo caso la stessa autorità si riserva di concedere al soggetto un permesso speciale della durata di un anno con possibilità di lavoro, residenza, studio.

Con tale legge viene anche superato, perché incostituzionale, quanto precedentemente stabilito dal decreto Dini per ciò che riguarda le espulsioni per via amministrativa, per motivi di irregolarità o per condanna in prima istanza.

 

1.5.5. L.R. 9/1990

Questa normativa regolamenta gli interventi promossi dalla Regione Veneto nell’ambito dell’immigrazione allo scopo di favorire la convivenza tra persone portatrici di culture diverse e il mantenimento dell’identità culturale degli immigrati

La regione, equiparando i cittadini immigrati con i cittadini autoctoni, promuove interventi :

in materia sanitaria e socio assistenziale per la tutela della salute;

a favore del diritto allo studio e alla formazione professionale;

per la promozione ed il sostegno dell’associazionismo che svolge attività in favore degli immigrati;

per il sostegno dei centri di prima accoglienza.

Con questa norma viene inoltre istituita la Consulta Regionale per l’immigrazione. 


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