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Parte terza

                                                                                                                     

Aspetti antropologici

3.1 L’antropologia come scienza dell’altro

L’antropologia si può definire come la scienza delle diversità sociali e culturali, più in generale come la scienza dell’uomo in società.
Il punto di vista specifico dell’antropologia sul reale è quello di pensare il rapporto tra l’unità e la diversità del genere umano. L’antropologia pone al centro del suo procedimento le differenze per le quali le società e le culture si distinguono; attraverso l’analisi comparativa cerca di cogliere, sotto le discontinuità osservabili delle società, delle costanti proprie a tutta l’umanità.
L’antropologia inoltre si propone una riflessione sistematica e critica circa l’alterità ed i suoi principi ci possono essere utili nel momento in cui ci poniamo in relazione con l’altro come soggetto portatore di una diversa cultura. Per riuscire a rapportarsi correttamente con l’alterità, l’antropologia si propone di non privilegiare una dimensione rispetto ad un’altra, il passato rispetto al presente, la tradizione rispetto alla modernità, l’esotico rispetto all’ordinario; si propone di non imprigionare più l’altro nella figura, sempre riduttiva, dell’autentico o del selvaggio, ma di coglierlo all’interno dello stesso rapporto con il noi. Pensare contemporaneamente entrambi i termini noi e l’altro ci porta a rifiutare di vedere nell’uno o nell’altro l’unico criterio di valutazione; questi due termini devono al contrario illuminarsi reciprocamente.
L’alterità non rappresenta un’essenza, una qualità intrinseca che certe culture porterebbero inscritta in se stesse, ma deve essere considerata come un nozione relativa e congiunturale. Si è "l’altro solo agli occhi di qualcuno". In breve, la categoria dell’altro non corrisponde ad un’entità autonoma o individuabile in positivo, ma al contrario è sempre inserita in una relazione, generalmente di dominazione - subordinazione. 

3.2 Cultura


 3.2.1 Concetto antropologico

Comunemente il termine ‘cultura’ sta a indicare, nella sua accezione umanistica, le conoscenze, prevalentemente intellettuali, acquisite attraverso lo studio, o la produzione artistica, filosofica ed il pensiero scientifico prodotti da un élite intellettuale in un determinato periodo storico. In questa accezione il patrimonio culturale appartiene ad una minoranza di persone e la maggior parte della popolazione ne è esclusa.
Quando si parla invece di cultura in senso antropologico, ogni individuo è portatore di una cultura condivisa da tutti i membri della comunità, piccola o grande che sia. La prima definizione antropologica del concetto di cultura è stata coniata dall’inglese Edward Brunett Taylor che nel 1871 in Primitive Culture scriveva: "La cultura nel suo ampio senso etnografico è quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità dell’uomo come membro di una comunità". Questo insieme di capacità ed abitudini tra loro integrate, acquisite dall’uomo in quanto membro di una società, non è trasmesso geneticamente e neppure acquisito individualmente, ma è patrimonio comune di un gruppo sociale.
La cultura in senso antropologico indica quanto socialmente appreso e acquisito, il complesso delle attività e dei prodotti materiali e intellettuali dell’uomo in società, i modi strutturati di pensare, di agire e di sentire . Le manifestazioni che derivano dall’attività dell’uomo possono essere tangibili come tecniche artigianali, di coltivazione, forme dell’etichetta, pratiche amorose, ecc., oppure astrazioni, regole, ideologie, norme, racconti.
Nella sua accezione antropologica la cultura non è esclusiva di alcune società, a differenza di quanto si pensava in passato, quando società prive di scrittura e con manifestazioni del sapere poco assimilabili alle occidentali venivano considerate "selvagge" e confinate alla "natura". Così i costumi, le abitudini e i modi di vita di altre popolazioni in senso etnografico ci appaiono dotati di forma, di funzione, di senso. La generalità del concetto di cultura permette, proprio grazie alla sua indeterminatezza, di adattarlo alle pratiche e ai significati che si creano in ciascun contesto sociale.

3.2.2 Le dinamiche della cultura


Tra le dinamiche della cultura, Grottanelli parla della tradizione come del processo, attraverso il quale l’insieme degli elementi componenti una specifica cultura viene trasmesso da una generazione all’altra. Ogni generazione insegna a quella più giovane ad adottare forme di pensiero e di comportamento tradizionali, premiando coloro che si conformano a particolari modelli di comportamento e punendo che vi si discosta.
La principale funzione della tradizione è di fornire rifugio contro le ansie dell’esistenza mediante l’offerta di soluzioni certe e sperimentate, "cognite" rispetto all’angoscia e all’interezza della novità.
Al processo della tradizione corrisponde, nella parte ricevente, il processo dell’inculturazione, attraverso il quale un individuo assimila, in un continuo che va dalla nascita alla morte (ma che ha il massimo di intensità durante l’infanzia e l’adolescenza), gli insegnamenti diretti o indiretti impartitigli dall’ambiente sociale nel quale è immerso. Tale processo di apprendimento copre, come detto, tutto l’arco dell’esistenza e varia in rapporto ai diversi ruoli che l’individuo deve assumere nell’arco della sua vita. Coloro che vivono in una società interessata da rapide trasformazioni dovranno imparare a modificare i propri modelli di comportamento molto più spesso di quanto non accada in una società più statica ed omogenea.
La trasmissione della cultura spiega la dinamica della continuità culturale, ma non dell’evoluzione culturale; la tradizione (o trasmissione culturale) intesa come riproduzione dei modelli culturali da una generazione ad un’altra, non è sufficiente a spiegare la gran parte dei modi di vita della società.
Nella trasmissione intergenerazionale avvengono sempre piccole modificazioni degli elementi culturali, questo tanto più complesse ed articolate si presentano le società. Piccole modifiche vengono sempre a crearsi a causa della variabilità individuale.
La somma di queste variazioni determina uno scarto costante, generazione dopo generazione, rispetto al modello che la cultura precedentemente presentava. Questa deviazione prende il nome di deriva culturale, dall’inglese cultural drift.
Altre cause, sia interne che esterne, possono portare a modifiche culturali in una società. Dall’interno, le invenzioni e le scoperte modificano in modo consapevole quanto stabilito dalla tradizione. Dall’esterno sono gli elementi estranei che si possono introdurre nella cultura tradizionale attraverso i contatti con altre popolazioni e per migrazione di un popolo nel territorio di un altro.
Il processo che porta all’assimilazione in tutto o in parte dei modelli culturali di un altro gruppo si chiama acculturazione. La deculturazione costituisce il saldo passivo dell’acculturazione se attraverso gli scambi avvengono sviluppi nuovi e si causano perdite di elementi già recepiti dalla tradizione.

3.2.3 L’introduzione di un nuovo elemento culturale


L’assimilazione di nuovi elementi culturali da parte di un società richiede solitamente tempi abbastanza lunghi in modo da consentire le operazioni di vaglio ed integrazione necessarie perché l’acculturazione avvenga.
Una selezione negativa può essere dovuta dalla presenza nel proprio patrimonio culturale di un elemento corrispondente a quello posto al vaglio, del tutto soddisfacente se non migliore della novità. Ci troviamo pertanto di fronte ad uno stato di pienezza tecnica che induce al rifiuto del superfluo.
Ma anche quando il nuovo elemento è considerato utile e positivo e nella cultura tradizionale tale elemento non è già presente ci può essere una reazione di rifiuto a causa dell’inerzia culturale, la tradizione culturale e la paura delle incognite hanno la meglio sui pur riconosciuti vantaggi.
Un altro caso di rifiuto descritto da Leroi-Gourhan è rappresentato dalla inferiorità tecnica che si ha quando l’elemento culturale preso in esame pur apprezzato è ritenuto dal potenziale ricevente al di sopra delle proprie capacità tecniche di gestirlo e di riprodurlo.
Per quanto riguarda il vaglio positivo, quando un elemento interessa alla società inizia un processo di adattamento che si concluderà quando non ci saranno più possibilità di rifiuto e il nuovo elemento sarà considerato parte integrante del tessuto connettivo della cultura tradizionale. L’adozione e la successiva trasformazione dell’oggetto, dell’idea tecnica introdotta induce trasformazioni nel resto della cultura.
"Qualsiasi immissione non significa semplice aggiunta all’insieme che compone una certa cultura; il risultato non è dato da quello che c’era più quanto vi è stato aggregato, ma significa sostituzioni, modificazioni e tutta una serie di riflessi anche assai lontani da quello in cui l’elemento integrato si colloca".

3.3 Identità


In psicologia con questo termine si intende l’identità personale, ossia il senso del proprio essere continuo attraverso il tempo e distinto, come entità, da tutte le altre. Secondo i filosofi Locke e Hume l’identità è un meccanismo psicologico che ha il suo fondamento non in un’entità sostanziale che noi chiameremo Io, ma nella relazione che la memoria instaura tra le impressioni continuamente mutevoli e tra il presente e il passato. Da questo punto di vista l’identità non è un dato ma una costruzione della memoria.


3.3.1 Il costruirsi dell’identità


Secondo la psicanalisi il costruirsi dell’identità è un processo che consiste nello sviluppo e nell’elaborazione continua di parti del mondo interno di un soggetto umano e viene considerata come la capacità dell’Io di mantenere la propria unità e continuità nel mutamento o come il frutto di un processo di crescita della mente verso l’individuazione.L’identità nei suoi elementi originari è il risultato di una complessa elaborazione di antiche relazioni di oggetto, una elaborazione che implica l’esperienza di separazione e di unificazione del Sé, di assimilazione ed integrazione delle identificazioni frammentarie sperimentate nell’infanzia e rivissute nel corso del processo maturativo.
Nello sviluppo del sentimento di identità i processi di identificazione svolgono dunque un ruolo centrale. Per una migliore comprensione di essi è necessario operare una distinzione tra identificazione primaria e identificazione introiettiva. L’identificazione primaria è il nucleo più antico di tutti i processi di identificazione, ha un carattere fusivo ed il suo scopo è negare la separazione e l’assenza della madre. L’identificazione introiettiva nasce invece dalla distinzione che il bambino fa tra sé ed il mondo esterno, ed è quel processo della mente grazie al quale un soggetto interiorizza parti significative degli oggetti (nella prima infanzia le figure genitoriali), le metabolizza nel suo mondo interno, le rivive in termini personali ed originali costituendosi così come individuo differenziato. L’esperienza di essere, di esistere, è radicata nell’essere in contatto, "nell’essere in relazione" di due persone.
Sono queste le radici profonde dell’identità che consentono successivamente gli atti di separazione - individuazione grazie ai quali l’identità di un soggetto umano esiste. Perché ciò avvenga è necessario che i primi momenti di vita affettiva che il bambino ha con la madre siano tali da garantirgli un’ esperienza di continuità e di appartenenza che si radica nelle prime relazioni del bambino attraverso la sicurezza di base che viene da lui sperimentata. L’esperienza dell’identità si costituisce così attraverso un susseguirsi di identificazioni introiettive che conducono ad una integrazione di stati successivi della mente e di relazioni con gli oggetti.
Se il nucleo fondante di una buona identità nasce nella stabilità e sicurezza delle prime relazioni dobbiamo sottolineare che il nucleo generatore di un identità sicura e definita si radica in relazioni basate sulla libertà di incontro, in cui è data la possibilità di sperimentare la reciproca libertà di "andare e venire" della mente e degli oggetti d’amore. L’identità matura e si rafforza dunque grazie allo spazio che il bambino progressivamente pone tra sé e l’oggetto, uno spazio che nasce dall’esperienza di separazione.
Il problema dell’identità rinvia al concetto del tempo e della memoria, essendo l’esperienza del tempo fondamentale per la sua maturazione. Il sentimento d’identità emerge grazie all’uscita del bambino dall’atemporalità simbiotica della prima relazione con la madre; è connesso con l’ingresso della madre nel tempo lineare e definito dalla condizione umana.
Sempre secondo la psicanalisi l’esperienza del tempo inteso come momenti della vita che si integrano, va messa in relazione con l’accettazione del principio di realtà che consiste nella capacità di tollerare la frustrazione causata dall’assenza degli oggetti d’amore grazie alla capacità di elaborare creativamente la frustrazione, simboleggiare, pensare e poi ritrovare l’oggetto assente. In questo senso la memoria dà significato alla vita, riesce a riunificare e a reintegrare ciò che è frammentarie e scisso.
L’esperienza del tempo e dell’identità si colloca all’interno dei gruppi di appartenenza. Il gruppo sociale con il suo insieme di modelli culturali è una dimensione spazio-temporale e relazionale al cui interno l’identità si definisce; le culture, con il sistema simbolico che le caratterizza, organizzano il tempo, lo spazio, le relazioni e i sentimenti.
Se in termini di maturazione dell’identità soggettiva c’è una uscita della condizione fusiva-confusiva, in termini sociali e culturali la crescita del sentimento di identità è favorita da una cultura che promuove differenziazione e scambio. Un modello culturale accresce l’identità se favorisce i rapporti con altre identità culturali, cosa che fa arricchire anche la percezione della propria.
Cercare di capire la differenza - distanza comporta un doppio movimento della mente: è un andare verso l’altro ma è anche un ritorno verso noi stessi per capire la differenza specifica della nostra cultura. L’identità culturale è infatti il frutto delle progressive esperienze di confronto con le diversità culturali presenti nell’ambiente di crescita.

3.3.2 L’identità culturale dei migranti


L’identità culturale di ogni individuo è la risultante delle variazioni culturali che si articolano sulla base di una identità originaria.
L’identità culturale dei migranti non si forma solo da dinamiche oppositive, cioè dal rifiuto pregiudiziale dell’altro e dallo specchiarsi solo nel gruppo di appartenenza; nasce attraverso le differenti esperienze, i diversi ambienti attraversati dal confronto con le diverse culture incontrate. Tutto questo viene filtrato attraverso la propria unicità (identità) da parte di ciascun soggetto coinvolto. Tale unicità - identità è uno stato potenziale e altamente plastico, capace di mantenersi statico e di cambiarsi. La dialettica tra individuo e società nell’esperienza del migrante si fa più complessa perché l’emigrato vive e costruisce la sua identità tra due referenti sociali: la società di origine e la società di accoglimento. Nei luoghi istituzionali la difficoltà dello scambio non è solo legata a differenze di ordine linguistico, alla diversità di schemi culturali di riferimento, ma soprattutto dalla difficoltà da parte degli emigrati di mentalizzare oggetti sociali spesso assai complessi.


3.4 Etnocentrismo


 Sinteticamente l’etnocentrismo può essere definito come "la tendenza a considerare il proprio gruppo di appartenenza come unico modello di riferimento e tutti gli altri gruppi come strani, differenti, inferiori. Il proprio punto di vista viene ritenuto la norma, il modo naturale di essere e di fare".
L’etnocentrismo è un fenomeno complesso che comprende atteggiamenti sia individuali che collettivi di tipo pratico, espressivo, speculativo molto diversi tra loro per le modalità con cui si concretizzano nelle diverse società e diverse epoche storiche.
Vittorio Lanternari scrive che "gli atteggiamenti chiamanti etnocentrici riguardano rapporti a livello emotivo, psicologico, valutativo, intellettuale, comportamentale tra individui appartenenti ad un aggruppamento e individui membri di un altro aggruppamento considerato dai primi "altro", "diverso" e perciò caratterizzato come "inferiore". Questo secondo gruppo può essere di un etnia diversa oppure della medesima etnia ma di una distinta classe sociale o casta o clan, o di diverso livello culturale.
La nozione di etnocentrismo non è dissociabile facilmente da quella di pregiudizio: gli etnocentrismi infatti sono forme di pregiudizi o di presupposti conoscitivo-valutativi. Lanternari distingue forme di etnocentrismo di ordine psicologico, costituite da tendenze psichiche collettive spontanee, e forme di matrice ideologica o socio-culturale.
L’etnocentrismo si colloca tra egocentrismo e antropocentrismo e indica un generico, istintuale bisogno dell’uomo di garantirsi un’identità sociale, come membro di uno o più raggruppamenti (identità rispettivamente familiare, clanica, di classe, di casta, nazionale, ecc.), mentre l’egocentrismo si riferisce al bisogno di una identità individuale specifica e l’antropocentrismo al bisogno di un’identità umana di tipo universale. L’ideale sarebbe che la persona possa sviluppare in modo equilibrato le sue diverse identità individuale, sociale e umana.
Gli etnocentrismi di tipo attitudinale operano su di in piano inconscio in misura maggiore o minore secondo il grado di autocritica che il soggetto impiega nel controllo dei suoi criteri valutativi e conoscitivi. Questo tipo di etnocentrismo porta a formulare interpretazioni precostituite direttamente legate alla propria cultura e ai propri modelli culturali.
Queste forme di etnocentrismo che si esprimono in termini mitologici, linguistici, formali e toccano la sfera logico-intellettuale, percettivo- rappresentativa, espressiva, epistemologica, non comportano un atteggiamento ostile del soggetto verso l’oggetto, piuttosto incomprensioni, equivoci, errori conoscitivi, interpretazioni soggettive, influenzate dalle specifiche rappresentazioni relative alla cultura di chi valuta e non di che è valutato. C’è un limite soggettivo alla capacità umana di astrarre totalmente da tali forme di etnocentrismo, malgrado gli sforzi di autocritica metodicamente condotti da ciascuno nell’atto di confrontarsi con l’altro. Riporto a proposito le parole di Levi Strauss: "Sin dalla nascita infatti, l’ambiente circostante fa penetrare in noi per mille vie consce e inconsce un complesso sistema di riferimenti che consiste in giudizi di valore, motivazioni, fulcri di interesse". Noi tutti, dunque, fin dall’inizio ci muoviamo come se fossimo all’interno di una massa chiamata per l’occasione cultura. La cultura è tutto quello che ci sta intorno e nello stesso tempo gli occhiali con i quali noi vediamo la realtà.
Vediamo ora i vari modi in cui l’etnocentrismo si esplica: vi è innanzitutto il cosiddetto etnocentrismo mitologico. Molte popolazioni, allo scopo di distinguersi dalle altre, hanno dei miti con i quali esprimono la loro superiorità rispetto ad altri popoli. A titolo esemplificativo un mito degli indiani Ceroki racconta che il Grande Spirito creatore del mondo, volendo creare gli uomini, creò tre statuette d’argilla e le introdusse nel fuoco per cuocerle. La prima estratta troppo presto dal forno era bianca e mal cotta: da essa deriva l’uomo bianco. Quando uscì la seconda, era di giusta cottura, di colore rosso: da essa provengono gli indiani. Per dimenticanza il Grande Spirito estrasse troppo tardi la terza, che risultò troppo cotta e di tinta nera: da essa nasceva la stirpe dei neri. Così furono creati gli abitanti d’America ma sia gli uomini bianchi che i neri portarono fin dall’origine il marchio dell’imperfezione, mentre la stirpe indiana si presenta come l’unica perfetta. Questo mito dunque in modo ingenuo esprime la superiorità degli indiani autoctoni nei confronti delle popolazioni bianche e nere che si insediarono nel loro territorio.
Vi è inoltre l’etnocentrismo espressivo, che consiste nelle denominazioni etniche con le quali una comunità connota se stessa in termini positivi e le altre in termini negativi. Gli esempi al riguardo sono numerosi: il nome del popolo africano dei Bantu deriva dai termini "ntu" che nella loro lingua significa "uomo" e dalla parola "ba" che indica il plurale: quindi Bantu significa popolo degli uomini; allo stesso modo gli eschimesi chiamano stessi nella loro lingua "inuit" che significa "uomini", mentre il nome con cui li conosciamo noi deriva dal soprannome dispregiativo dato loro dalla vicina popolazione degli Algonchini e significa "mangiatori di carne cruda". Questi esempi di mitologie e di espressioni linguistiche indicano atteggiamenti etnocentrici di sopravvalutazione di sé e di sottovalutazione degli altri gruppi considerati "diversi".
L’etnocentrismo linguistico porta a contraffare, ad alterare, gli specifici significati che sottendono a determinati termini, per le difficoltà di tradurre nelle lingue europee i complessi significati di alcune parole di altre culture (in particolare per le lingue di società tradizionali). Termini come "magia", "anima", "stregone" non hanno nelle lingue europee gli stessi significati che invece assumono in sistemi con credenze complesse e diverse come nelle società tradizionali.
Tra il linguaggio e la percezione del mondo sembra esserci un rapporto, in quanto "chi parla un’altra lingua non si limita a dire in modo diverso le stesse cose ma scandisce in modo più o meno diverso il mondo che lo circonda".
L’etnocentrismo epistemologico è insito "nell’atto più profondo del pensiero" e comporta l’impiego precostituito di categorie epistemologiche. Questo anche quando ci si sforza di essere obbiettivi e si è metodologicamente preparati. Allo scopo di superare questo tipo di etnocentrismo alcuni antropologi americani hanno studiato una particolare metodologia per "riuscire ad entrare nella testa dei propri informatori", contrapponendo un approccio di ricerca particolaristico chiamato emico ad un approccio universalistico detto etico. Questi termini derivano dalla linguistica, dove con il termine fonetico si intende la descrizione dei suoni prodotti dagli organi della parola che sono comuni a tutti gli uomini, mentre per sistema fonemico si intende la suddivisione dei suoni in base alle differenze specifiche esistenti da linguaggio a linguaggio.
L’approccio emico è il tentativo di entrare nella testa dei propri informatori allo scopo di superare l’etnocentrismo epistemologico, per scoprire i significati e la struttura di una specifica cultura. Per quanto però uno scienziato tenda al massimo di obiettività, difficilmente potrà evitare di mutuare dalla propria cultura il tipo di rappresentazione che egli può farsi delle strutture del pensiero degli altri.
Per spiegare l’etnocentrismo percettivo-emotivo potremmo dire che ogni individuo riceve attraverso la sua cultura un insieme di esperienze percettive ed emotive che in modo inconsapevole tende a definire naturali. In realtà, come dice Lévi Strauss, non esistono fenomeni naturali allo stato puro; essi esistono soltanto sotto forma concettuale e per così dire filtrati da norme logiche e affettive appartenenti alla cultura".
Possiamo dire che le varie percezioni uditive, visive, spazio-temporali assumono significati diversi nelle varie culture e per riuscire a comprenderli è necessario uno sforzo conoscitivo al di la dei propri modelli di riferimento.
Le forme di etnocentrismo fin qui esaminate si definiscono attitudinali o naturali. Ora analizziamo il caso di etnocentrismo ideologico. Se dalle società tradizionali passiamo a quelle occidentali più complesse, quanto più alto è il grado di complessità strutturale, tanto più ad etnocentrismi attitudinali si sovrappongono manifestazioni aggressive, violente, distruttive motivate da giustificazioni etnocentriche, che vengono ad assumere funzione di ideologia.
Nelle società a struttura complessa l’etnocentrismo non si limita ai miti ingenui o alle più o meno innocue denominazioni per definire i rapporti con gli altri ma spesso veste si veste di ideologia propagandata da una classe o casta.
Dunque, in rapporto al grado di diversificazione di strati e di classi sociali all’interno delle società complesse o centralizzate, un processo di ideologizzazione si innesta sul fondo di attitudini etnocentriche genericamente percettivo-espressivo-conoscitive. L’etnocentrismo si sviluppa allora nelle sue forme discriminatorie, persecutorie, aggressive.
Gli atteggiamenti di tipo etnocentrico invadono gli ambiti tecnologico ed etico-sociali. Un esempio di etnocentrismo di tipo tecnologico è stato l’imposizione di abitazioni di tipo europeo ad abitanti dei villaggi nel sud del mondo.
L’etnocentrismo giuridico è dato dall’imposizione del diritto europeo a popolazioni il cui diritto era basato su norme consuetudinarie ricche di connessioni con un sistema di valore etico-sociale.
Risulta quindi chiaro come un atteggiamento di tipo etnocentrico precluda la possibilità di studiare in modo efficace culture diverse. Può accadere di non essere consapevoli di usare punti di vista e concetti che hanno validità solo all’interno del nostro mondo culturale e che non sono traducibili in altri contesti. E’ necessario non assumere i propri modelli come criteri assoluti di valutazione e di conoscenza e riconoscere che ogni modello culturale è degno di rispetto quanto tutti gli altri.
A questo proposito concludiamo con una riflessione di Kilany sul metodo di lavoro dell’antropologo: uno dei procedimenti fondamentali dell’antropologia è infatti il decentramento-distanziamento, che consiste per il ricercatore nell’uscire dal suo universo culturale per poterne rilevare la diversità senza smettere nel contempo di interrogarsi sulla sua società. Questo duplice distanziamento, sia rispetto alla società straniera assunta come oggetto di studio, che rispetto alla sua società di origine, permette all’antropologo di cogliere le differenze e le analogie tra le due società.

3.5 Il pregiudizio


 Il pregiudizio può essere definito come un atteggiamento, cioè un sistema duraturo di valutazioni negative, sentimenti e tendenze ad agire contro nei confronti di oggetti sociali; dunque un atteggiamento fortemente stereotipato, caratterizzato da una forte carica emotiva e da resistenza al cambiamento. Questa definizione tiene conto delle diverse componenti del pregiudizio: la componente cognitiva, quella affettiva ed una componente comportamentale.
In riferimento alla componente cognitiva il pregiudizio è stato definito da La Farge come un pensare male degli altri senza sufficienti ragioni, o da Billig come un giudizio prematuro o preliminare che si riferisce a dei gruppi o a dei singoli in quanto appartenenti a gruppi. La componente cognitiva consiste nell’insieme delle opinioni verso l’oggetto del pregiudizio.
La componente affettiva è data dalle emozioni e dai sentimenti che proviamo verso l’oggetto del pregiudizio.
La componente comportamentale è rappresentata dalla tendenza all’azione. Le credenze e i sentimenti non sempre portano a comportamenti coerenti; inoltre il comportamento di una persona che ha dei pregiudizi può esplicarsi in modi differenti, dal semplice livello verbale fino all’aggressività fisica. Ciò che accomuna le manifestazioni del pregiudizio, pur nella loro diversa intensità, è il rifiuto ad accettare la diversità delle culture come un fatto normale e la propensione a vedere in esse, come ha detto Lévi-Strauss, "una sorta di mostruosità o di scandalo". La dimensione comportamentale è stata studiata in base alla "distanza sociale", intesa come grado di accettazione e di intimità che caratterizza le relazioni sociali e personali.
A partire da questo concetto sono stati individuati quattro diversi aspetti del comportamento:
norme manifeste, che permettono di dedurre la distanza sociale in base al comportamento;
norme idealizzate (valori), che indicano la preferenza verso alcuni comportamenti tra gruppi;
norme sociali, che indicano la legittimità di alcuni comportamenti tra gruppi;
norme personali, che esprimono l’intenzione di assumere determinati comportamenti.
I motivi del pregiudizio variano a seconda delle scuole di pensiero che se ne sono occupate. Possono essere di tipo irrazionale, come il bisogno di scaricare la propria aggressività, e di tipo cognitivo per il bisogno di dare ordine e strutture ad una realtà complessa.
Per quanto riguarda l’oggetto del pregiudizio, questo riguarda l’altro, il diverso; generalmente quando si parla di pregiudizio si considera come atteggiamento sfavorevole un’attitudine negativa verso un determinato gruppo.
La forma socialmente più rilevante di pregiudizio riguarda il pregiudizio razziale, vale a dire nei riguardi di qualsiasi gruppo i cui membri sono uniti da legami di tipo "culturale".
Secondo Adorno, pregiudizio ed etnocentrismo sono collegati perché l’atteggiamento prevenuto verso gli altri ha di conseguenza un atteggiamento parziale di favoritismo verso il proprio gruppo.


3.5.1 Le funzioni del pregiudizio


I pregiudizi soddisfano bisogni sia individuali che di gruppo. Le sue funzioni sono state descritte diversamente in base all’orientamento teorico degli studiosi e agli aspetti del pregiudizio presi in considerazione. Alcune teorie sottolineano in particolare la difesa dell’Io: con i pregiudizi sociali attribuiamo agli altri caratteristiche che abbiamo difficoltà a riconoscere in noi stessi o nel nostro gruppo, caratteristiche che oltre tutto giustificano il nostro comportamento nei loro confronti. La funzione di difesa dell’Io può concretizzarsi in modi diversi, in rapporto a specifici bisogni di sicurezza, di status, di aggressività, ecc.
L’aspetto funzionale del pregiudizio spiega la scarsa modificabilità delle credenze stereotipate anche di fronte ad esperienze con esse contrastanti. L’investimento libidico non rende possibile eliminare eventuali errori di queste credenze, perché ne resterebbe coinvolto il prestigio personale.
Nell’approccio psicodinamico, l’importanza dei fattori personali è stata individuata principalmente a livello di caratteristiche di tipo affettivo: teoria della frustrazione-aggressione, teoria della personalità autoritaria. La teoria della frustrazione-aggressione nella sua forma più semplice afferma che la frustrazione causa ed intensifica il pregiudizio, in quanto produce aggressività che anziché essere scaricata sul suo oggetto originale, viene spostata su membri di gruppi minoritari. L’aggressività, una volta generata, può dispiegarsi su vittime innocenti (capro espiatorio). La teoria della personalità autoritaria evidenzia il rapporto tra struttura di personalità e atteggiamento di pregiudizio verso le minoranze. Le caratteristiche di tale personalità trovano la loro origine nella situazione familiare e nelle esperienze infantili; in particolare gli elementi decisivi riguardano il rapporto stabilito con i genitori, la rigidità della disciplina, il tipo di struttura familiare e l’importanza attribuita allo status sociale.
Nell’ambito dell’approccio cognitivo sono state rilevate in particolare le funzioni di semplificazione e di economia degli stereotipi sociali. Per trattare con un mondo troppo complesso noi ci costruiamo un "quadro mentale" che va oltre le nostre possibilità di esperienza diretta, derivando dalla nostra cultura ciò che essa ha già definito per noi.
Gli stereotipi sociali sono degli schemi a cui far riferimento in modo da anticipare caratteristiche di persone sconosciute o non sufficientemente conosciute per avere così un orientamento nella interazione sociale. Sono affermazioni rigide e generalizzate rispetto alle caratteristiche di un certo gruppo etnico, di un certo paese, di una certa età. Questo implica l’assegnare determinate qualità all’individuo di un gruppo senza tener conto delle infinite variabili fra i vari membri dello stesso gruppo. Alla base sia dello stereotipo che del pregiudizio vi è dunque una tendenza alla generalizzazione. Tali generalizzazioni derivano inevitabilmente da scarse o superficiali informazioni circa l’altro gruppo.
La maggior parte delle funzioni degli stereotipi sociali può essere spiegata in modo unitario con il principio della dissonanza cognitiva di Festinger, secondo il quale gli stereotipi sociali permettono di eliminare lo stato di disagio che deriverebbe dal considerare ciascuna persona come diversa. Non conoscere niente sul conto dell’altro comporta a livello cognitivo incertezza, la quale si riflette sulla possibilità di interazione.
L’uso di rigide categorie riduce il numero di informazioni di cui abbiamo bisogno per agire. Una volta attribuita ad una persona una categoria pensiamo di conoscere molto su di lei perché le attribuiamo tutte le caratteristiche che riteniamo tipiche della categoria stessa.
Con la categorizzazione della realtà sociale operiamo dei raggruppamenti di persone in base a determinate categorie (religione, nazionalità, sesso...) e quindi attribuiamo le stesse caratteristiche a tutte le persone così raggruppate. Con gli stereotipi sociali non viene soddisfatto solamente il bisogno cognitivo di definire, classificare, ma viene anche ridotta l’ansia che insorge in situazioni nuove.
Concludiamo con le parole di Banissoni, secondo la quale gli stereotipi sociali si collocano al punto di incontro tra due processi principali: l’uno logico-pragmatico molto generale, che mira a classificare il mondo secondo schemi fissi e semplici e a giustificare intellettualmente le nostre credenze (schematizzazione e razionalizzazione); l’altro di tipo socio affettivo, legato alla relazione tra gruppi e alla preoccupazione di coesione e protezione collettiva, il quale comporta una conformizzazione degli atteggiamenti e delle valutazioni.
3.5.2 L’acquisizione del pregiudizio
Sono varie e intrecciate tra loro le modalità attraverso le quali si possono acquisire atteggiamenti di pregiudizio.
I pregiudizi possono essere appresi per associazione: vale a dire, noi impariamo ad amare e ad avvicinare persone connesse a situazioni piacevoli mentre impariamo ad allontanarci da persone o situazioni legati a situazioni spiacevoli.
Alcune forme di discriminazione possono essere apprese per imitazione ad esempio nell’ambito familiare, questo perché la ricompensa che deriverebbe dalla riproduzione di un modello rappresenta un rinforzo determinante.
La trasmissione diretta del pregiudizio si ha invece quando vengono date informazioni su caratteristiche stereotipate, in genere negative, attribuite ad un altro gruppo.
Il pregiudizio infine può essere trasmesso da persona a persona tramite l’identificazione, che è il processo psichico attraverso il quale una persona, senza esserne consapevole, giunge a far proprie caratteristiche, atteggiamenti e valori percepiti come rilevanti in un’altra persona.Le modalità di trasmissione del pregiudizio devono essere considerate in riferimento alle condizioni storiche e alle strutture politico-economiche dalle quali si sviluppano le relazioni tra i gruppi.
3.5.3 Quando si sviluppa il pregiudizio
Esistono particolari condizioni che favoriscono lo sviluppo del pregiudizio in una determinata società. Tali condizioni secondo Allportsi verificano quando:
la struttura sociale è eterogenea (quando vi sono diversi colori della pelle, diversi credi religiosi....);
nella società è in atto un processo di mobilità che consente l’ascesa sociale (nasce il problema della competizione);
in una società caratterizzata da rapide trasformazioni sorgono contrasti tra il vecchio e il nuovo;
c’è ignoranza e l’informazione è inadeguata;
le dimensioni di un gruppo minoritario sono vaste e in aumento;
c’è competizione o un conflitto tra nazioni, classi sociali, gruppi...;
lo sfruttamento di una minoranza torna a vantaggio di altri;
la società non condanna l’aggressività, la violenza e il fanatismo (la nostra società è molto competitiva e il pregiudizio è una manifestazione di aggressività);
la società favorisce lo sviluppo dell’egocentrismo (ad esempio quando una nazione presenta solo gli aspetti positivi della propria storia), nella società viene scoraggiata l’integrazione.

3.6 Il razzismo


Il termine razzismo nasce in riferimento alle dottrine originatesi intorno alla metà del XIX secolo, le quali facevano dipendere deterministicamente dalle caratteristiche biologiche gli aspetti culturali e psicologici degli individui.
La teoria razzista ha come presupposto l’esistenza di razze diverse nella specie umana e si basa su tre argomentazioni principali: l’esistenza di razze pure, il fatto che queste siano biologicamente superiori alle altre, e il diritto delle razze superiori a dominare quelle inferiori. La finalità del razzismo sta nella dominanza: in nome di una presunta superiorità biologica un gruppo umano cerca di affermarsi su altri gruppi considerati inferiori. A questo proposito è interessante notare come già nel Cinquecento gli spagnoli cerchino di giustificare le loro aggressioni in America Latina in nome dell’inferiorità naturale" degli indigeni; anche la tratta dei neri è in correlazione con le prime argomentazioni razziste. E’ però solo a partire dall’Ottocento, grazie anche allo sviluppo della biologia, che i comportamenti razzisti vengono spiegati scientificamente: uno degli iniziatori del razzismo come teoria scientifica fu il francese De Goubineau, che arrivò alle sue conclusioni attraverso lo studio comparato dei cervelli; in quel periodo molti condivisero il suo pensiero tanto che verso la fine dell’Ottocento la maggior parte degli uomini di cultura europei condividevano l’opinione che il genere umano fosse diviso in razze inferiori e superiori. In realtà la totalità degli attuali gruppi umani è il risultato di un continuo incrocio: anche se esistessero delle razze pure (ossia dei gruppi umani mai venuti a contatto con altri) ed ammesso che queste siano biologicamente superiori alle altre, non è detto che automaticamente questa superiorità genetica si traduca anche in superiorità culturale o psicologica e non si giustificherebbe infine la loro dominanza nei confronti di altri gruppi. Il razzismo dunque non è una teoria scientifica come alcuni pretendono ma un insieme di opinioni incoerenti tra loro.
Il razzismo oggi assume significati diversi. Riportare una definizione esaustiva non è semplice, ma l’antropologo tunisino Albert Memmi, che ha lungo ha studiato quest’atteggiamento, dice che :
Il razzismo è la valorizzazione generalizzata e definitiva di differenze (biologiche) reali o immaginarie, a vantaggio dell’accusatore e ai danni della vittima al fine di giustificare un aggressione o un privilegio.
In base a questo concetto l’atteggiamento razzista comprende tre elementi:
insistere sulle differenze reali o immaginarie tra lui e la sua vittima;
la valorizzazione di queste differenze a profitto del razzista e ai danni della sua vittima;
il tentativo di portare queste differenze all’assoluto generalizzandole a tutti i membri di un determinato gruppo e affermandole come definitive;
L’origine del razzismo sta nella constatazione di una differenza. Bisogna però dire che la sola constatazione di una differenza non può essere considerato un comportamento razzista: infatti il razzista interpreta questa differenza dandole un significato negativo per l’accusato al fine di trarne un vantaggio. La differenza ha un doppio significato, affermando allo stesso tempo la negatività della vittima e la positività dell’accusatore: ad esempio non è il colore bianco che differenzia l’uomo bianco dal nero ma è il colore nero che si differenzia negativamente dal bianco, il quale rimane sempre il punto di riferimento. E’ interessante notare che se la differenza manca, il razzista la crea.
Il razzismo è un meccanismo generale nel senso che la negatività di un aspetto particolare della vittima si diffonde, investendone negativamente l’intera personalità e successivamente, oltre al singolo, anche a tutti gli altri membri del gruppo a cui la vittima appartiene. La differenza è anche definitiva nel senso che dura nel tempo: il nero è sempre stato inferiore e lo sarà sempre.
Secondo il Memmi si può parlare di razzismo in senso stretto, quando l’esclusione dell’altro parte da differenze biologiche, e di razzismo in senso lato, quando il rifiuto nasce da qualsiasi altra differenza: in questo caso l’esclusione non è solo per uomini con la pelle diversa ma si estende ad handicappati, omosessuali, ecc. In questo caso il Memmi ha elaborato il termine di eterofobia, che significa paura dell’altro.
Il razzismo inoltre può essere definito come un fatto sociale, un "linguaggio collettivo al servizio delle emozioni di ciascuno"; in un certo senso è la nostra cultura che ci insegna ad essere razzisti: a tal proposito vorrei citare un interessante studio fatto da Teun van Dijk sul rapporto tra la comunicazione ed il razzismo. Secondo l’autore il discorso e la comunicazione sono una fondamentale modalità per la trasmissione del razzismo. Questo studioso delle relazioni interetniche, dopo anni di ricerche svolte in Olanda e in America basate su analisi di conversazioni quotidiane, della produzione a stampa e dei libri di testo delle scuole superiori, ha dedotto che il razzismo è un ideologia riprodotta in particolare dalle élite delle classe dominante bianca allo scopo di mantenere le condizioni attuali nella società che sono a favorevoli al mantenimento dei loro privilegi. Secondo Van Dijk, "gli scritti ed i discorsi regolano gran parte della nostra vita quotidiana e funzionano come strumenti essenziali per la riproduzione delle condizioni di potere".
L’ideologia razzista nei paesi occidentali si può articolare in sette diverse caratteristiche:
Diversità. Si pone l’accento sulla diversità degli immigrati: delle minoranze etniche si sottolinea il fatto che "loro" sono portatori di una cultura diversa, che agiscono in modo diverso e che non fanno parte del "noi".
Concorrenza. Gli immigrati sono una concorrenza sleale dal punto di vista lavorativo; inoltre usufruiscono della nostra assistenza sociale e sanitaria senza contribuire al nostro benessere economico.
Minaccia. Gli immigrati sono una minaccia alla nostra sicurezza sia economica che sociale.
Problemi. La presenza degli immigrati inoltre causa problemi alla nostra società e sono essi stessi portatori di problemi che derivano dal loro comportamento inadeguato.
Aiuto. Nonostante tutto questo noi ci sentiamo responsabili e siamo comprensivi; li aiutiamo in modo che vengano raggiunti dalle loro famiglie; garantiamo loro l’assistenza sociale.
Presentazione di sé. Questa disponibilità ad aiutarli dimostra che noi non siamo portatori di pregiudizi.
L’ideologia razzista implica una presentazione negativa e problematica di loro - immigrati e una presentazione positiva e non problematica di noi: tale separazione cognitiva tra noi e loro implica un giudizio di superiorità e di inferiorità
L’ideologia razzista soddisfa i principali interessi di tutto il gruppo; non ha bisogno di essere legittimata e riceve l’approvazione dell’opinione pubblica.


3.6.1 Il perché del razzismo


Il razzismo permette di rafforzare l’Io collettivo e individuale. Rifiutare l’altro è un modo per affermare se stessi. In ogni xenofobia il rifiuto dell’altro permette di confermare l’appartenenza dell’individuo alla sua comunità e di rinsaldare la coscienza collettiva nei confronti degli altri.
L’altro è ignoto, fa paura: attraverso di lui possono accadere cose negative e dalla paura di perdere i propri privilegi ha origine l’aggressione. Il desiderio di dominare gli altri viene legittimato dall’atteggiamento razzista: il razzista ha bisogno di giustificare il suo comportamento perché si sente colpevole nei confronti della sua vittima, così la considera inferiore. In questo senso il razzismo assume una funzione di rassicurazione.
Il razzista è dunque un uomo che ha paura, la paura spinge all’aggressione, e l’aggressione porta a nuova aggressione: si viene così a creare una circolarità negativa senza via d’uscita, le cui vittime sono solitamente i più deboli, raramente i potenti.
3.6.2 L’antirazzismo è una conquista
Per lottare contro il razzismo bisogna tenere conto delle sue radici che sono la paura, l’insicurezza, l’avidità. Queste sono le cause dell’aggressione e della sopraffazione dell’uomo verso il suo simile. Per superare il razzismo è necessario innanzitutto svelare il razzista che si cela in ognuno di noi, è necessaria una pedagogia che, per usare le parole di Memmi, "va dall’infanzia alla morte".

 
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