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Parte quinta

 

Strategie migratorie al femminile

  

 

 5.1 L’emigrazione al femminile in Italia

 

5.1.1 Cenni storici                                                                                                                                                           Negli anni Sessanta arrivarono in Italia le prime donne immigrate. Si trattò in gran parte di donne impiegate come domestiche fisse. I due principali canali di arrivo erano costituiti dalle famiglie di ex coloni rientrate in Italia o dalla mediazione svolta da alcuni gruppi religiosi.

Negli anni Settanta gli arrivi da parte di donne straniere aumentarono; i gruppi più rappresentativi erano le capoverdiane, le latino-americane e le eritree. In questo decennio aumentò il numero delle donne filippine giunte in Italia grazie all’intermediazione di agenzie non sempre riconosciute ufficialmente. In quegli anni poi si venne a creare un reticolo informale di sostegno all’immigrazione femminile, in cui le donne emigrate in precedenza preparavano e organizzavano la partenza e la prima accoglienza alle nuove arrivate, parenti e amiche, le quali andavano ad occupare i posti lasciati liberi dalle "vecchie immigrate", secondo un avvicendamento lavorativo che prevedeva il passaggio dalla situazione di domestica fissa a quella di lavoratrice a giornata.

Alla fine degli anni Ottanta è cominciato l’arrivo in Italia delle donne per ricongiungimento familiare. Si tratta soprattutto di donne provenienti dai Paesi Arabi (Egiziane, Tunisine, Marocchine).

Nella fase attuale, donne straniere "regolari" entrano in Italia secondo tre differenti modalità:

1) le domestiche per chiamata nominativa, con un contratto di almeno 4 ore settimanali della durata di due anni e con l’obbligo di risiedere presso l’abitazione del datore di lavoro; 2) le donne giunte per ricongiungimento familiare, il cui arrivo, anche se contenuto per difficoltà burocratiche, è comunque in continuo aumento. Tra il 1990 e il 1993 sono state presentate 36000 richieste di ricongiungimento familiare e metà di queste riguardano coniugi, l’altra metà minori. Questo canale è ancora sottoutilizzato sia per la complessità della documentazione da produrre, sia a causa delle politiche di disincentivo al ricongiungimento familiare attuate da alcuni paesi di origine;

3) donne giunte per motivi umanitari e politici, provenienti dalla Somalia e dalla ex Yugoslavia.

 

5.1.2 Situazione attuale

In Italia le donne rappresentano circa il 45% del totale degli immigrati ed il loro numero sembra destinato ad aumentare nel corso dei prossimi anni, sia per effetto dei ricongiungimenti familiari che per l’arrivo di lavoratrici domestiche provviste di un contratto di lavoro biennale.

Contrariamente a quanto è avvenuto negli altri paesi europei, nei quali le immigrazioni femminili sono state per la maggior parte determinate dal ricostituirsi dei nuclei familiari, in Italia, a partire dai primi anni Settanta, si è verificato un capovolgimento del tradizionale processo migratorio, nel quale è l’uomo ad emigrare per primo ed a creare le condizioni per il ricongiungimento della moglie. Si sono costituiti infatti flussi di donne sole, prevalentemente dai paesi asiatici e latino-americani, di religione cattolica, che hanno assunto in prima persona la decisione di emigrare per motivi di lavoro. L’arrivo di queste donne, impiegate come domestiche fisse presso il datore di lavoro, è stato favorito dall’offerta del mercato di lavoro italiano oltre che dalle politiche di restrizione sugli ingressi messe in atto da parte dei paesi europei economicamente più avanzati a partire dagli anni Sessanta. La collocazione delle donne immigrate prevalentemente nel settore domestico risponde alla richiesta del mercato italiano.

Altre donne immigrate rappresentano la figura più tradizionale dell’immigrazione femminile, ossia quelle che hanno raggiunto il coniuge, già emigrato in precedenza, in seguito alla possibilità del ricongiungimento familiare. Queste donne tuttavia costituiscono ancora una quota minoritaria delle presenze femminili in Italia.

 

5.2 Le nazionalità

I dati relativi alla distribuzione dei diversi gruppi nazionali mostrano una realtà poco omogenea. In alcune comunità la presenza femminile è prevalente; in altre, invece, le donne sono in numero esiguo. Le immigrate appartengono sia a gruppi tradizionalmente femminili come quello filippino, eritreo o salvadoregno, sia a gruppi a prevalenza maschile che lentamente stanno modificando la loro composizione per genere. Ciò avviene ad esempio per le comunità marocchina, egiziana, senegalese.

Le nazionalità che presentano una significativa presenza femminile sono:

-per l’Asia: Filippine (circa 41.000 immigrati, di cui circa il 65% circa donne); Cina; Sri Lanka;

-per i paesi arabi: Marocco, Egitto, Tunisia (in questi gruppi la percentuale di donne varia fra il 15 e il 25%);

-per l’Africa sub-sahariana: Eritrea, Etiopia, Somalia, Ghana, Nigeria, Capoverde, Mauritius, Seyschelles;

-per l’America Latina : Perù, Brasile, El Salvador;

-per l’Europa dell’Est: Albania, ex Jugoslavia;

Per quanto riguarda la presenza di donne ‘irregolari’ che arrivano in Italia da sole, queste provengono soprattutto dal Perù, dall’Albania e dalla Cina, mentre dai paesi arabi arrivano donne che non hanno seguito l’iter burocratico del ricongiungimento familiare.

La maggior parte delle donne che emigrano da sole sono di religione cattolica, mentre tra quelle che giungono nel nostro paese per ricongiungimento familiare prevale la religione musulmana.

 

5.3 I motivi della partenza

Per quanto riguarda i motivi che spingono le donne ad emigrare, oltre a quelli comuni anche agli immigrati maschi (di tipo economico, culturale, per rifugio politico, ecc.), se ne aggiungono altri tipicamente femminili: per ricongiungimento familiare, in seguito al matrimonio con un connazionale in precedenza emigrato; per un desiderio di emancipazione e talvolta per sfuggire ad una condizione subalterna legata alla cultura e alle tradizioni del paese d’origine; per la rottura di alcuni legami familiari. Frequente è il caso della donna che decide di emigrare dopo il divorzio o la separazione, sia perché è diventata un peso per la famiglia, sia per poter mantenere i figli. Alcune ricerche hanno evidenziato come nei flussi migratori le donne separate o vedove sono presenti in numero superiore rispetto agli uomini separati o divorziati.

Si puo’ dire che i legami con la famiglia d’origine siano quasi sempre alla base dell’emigrazione femminile. Spesso la famiglia organizza la partenza della donna "prescelta" perché realizzi i progetti di sviluppo dell’intero gruppo familiare (l’acquisto di una casa, la scolarizzazione dei fratelli minori, l’inizio di un attività autonoma). Non è quindi possibile ridurre le motivazioni delle donne immigrate al solo aspetto del miglioramento economico. Nella decisione di partire spesso sono intervenuti la "destrutturazione di antichi valori e l’apparire concomitante di altri valori secondo modalità che variano da un soggetto all’altro". La partenza, che a volte scandisce in maniera definitiva la non adesione della donna ai valori tradizionali e la volontà di sfuggire a una condizione di vita regolata da norme culturali non più condivise, comporta il distacco da quell’insieme di relazioni comunitarie che, anche se tenevano la donna in una condizione di dipendenza, la proteggevano e garantivano sicurezza per sè e per i propri figli.

Per le donne la scelta di lasciare il proprio paese è quindi sovente legata al desiderio di emancipazione personale, in molti casi rafforzata da informazioni, spesso non corrispondenti alla realtà, che presentavano i paesi europei come luoghi dove potersi facilmente realizzare.

 

5.4 I diversi percorsi dell’immigrazione femminile 

In base ai progetti migratori possiamo delineare alcuni percorsi caratteristici della migrazione "al femminile".

 

5.4.1 Il percorso di tipo tradizionale

E’ il caso delle donne arrivate per ricongiungimento familiare alcuni anni dopo l’emigrazione del marito e dopo essere rimaste nel loro paese per qualche anno con i figli. Questo è il percorso più tradizionale delle storia delle migrazioni nei diversi paesi. Le donne che arrivano in Italia seguendo questo percorso sono prevalentemente marocchine e tunisine. Solitamente tra questi nuclei familiari si rileva un numero di bambini più alto rispetto a donne della stessa nazionalità che iniziano in Italia la loro vita familiare.

La trasformazione del ruolo sociale che avviene nel paese di immigrazione appare in molti casi difficile. Spesso infatti queste donne in patria avevano esercitato la funzione del capofamiglia prendendosi le responsabilità circa l’educazione dei figli, ma quando si ricongiunge al marito si ritrova casalinga, privata della propria autorità nell’ambito del nucleo familiare e in uno stato di marginalità, non conoscendo la lingua del nuovo paese, il contesto che la circonda e sentendosi inadeguata ai nuovi ritmi di vita.

 

5.4.2 Le donne che partono da sole

Si tratta si donne che hanno vissuto ed agito in prima persona la decisione di emigrare, le donne "attive della migrazione". Questo caso rappresenta ancora la situazione più diffusa in Italia, anche se sta lentamente aumentando il numero delle donne arrivate per ricongiungimento.

Solitamente, dopo qualche tempo dal loro arrivo, riescono ad organizzare, attraverso un reticolo di aiuto e sostegno, l’accoglimento di altre donne prevenienti dal loro paese (solitamente amiche e parenti). Nel momento in cui il loro progetto migratorio si va stabilizzando, le donne sposate possono fare arrivare in Italia per ricongiungimento familiare il marito ed i figli, attraverso un percorso di ricongiungimento "a rovescio", in quanto gestito da donne.

Queste modalità di arrivo sono caratteristiche delle donne filippine, eritree, latinoamericane, ma anche indiane e delle donne che arrivano dalle isole Mauritius e dalle Seychelles.

 

5.4.3 L’arrivo subito dopo il matrimonio

Questa modalità di arrivo vede giungere le donne in Italia in seguito al matrimonio contratto con un loro connazionale ed alla conseguente costituzione di un nuovo nucleo familiare.

Molti lavoratori stranieri decidono dopo qualche anno dalla loro partenza di sposarsi; è spesso la famiglia d’origine che organizza il matrimonio del loro congiunto emigrato con una parente o vicina di casa. Quando l’immigrato torna così nel suo paese per un periodo di ferie, viene celebrato il matrimonio e la neo moglie arriva assieme al marito o qualche mese più tardi.

La donna si trova quindi a vivere alcuni ruoli fondamentali della sua identità di donna (donna adulta, moglie, madre) in una situazione di profondo cambiamento e di "sradicamento" tipica della migrazione.

L’arrivo in Italia in seguito al matrimonio è diffuso tra le donne prevenienti dall’Egitto ed in misura minore dalle senegalesi.

 

5.4.4 L’arrivo simultaneo

Ci sono coppie e gruppi familiari che arrivano insieme nel paese di immigrazione, modalità di arrivo tra le meno diffuse. Nella maggior parte dei casi, infatti, come abbiamo visto, l’arrivo dei coniugi d’immigrazione si presenta differenziato nel tempo. Questo percorso migratorio può causare difficoltà successive di tipo economico ed alloggiativo che possono portare queste famiglie a dividersi dopo l’emigrazione. Capita che marito e moglie non coabitino in quanto lavorano in luoghi diversi e che i figli vengano riportati in patria ed affidati alle cure della famiglia di origine. Pratica quest’ultima diffusa tra i ghanesi.

 

5.4.5 Le donne straniere nelle coppie miste

Nel nostro paese il numero dei matrimoni misti tra un coniuge italiano ed uno straniero è in continuo aumento. In particolare nella situazione, più diffusa, in cui sia la donna ad essere straniera, essa proviene dai paesi asiatici, in particolare dalle Filippine e dalla Thailandia, dall’Europa dell’Est e dall’America Latina. Nella maggior parte dei casi l’arrivo delle donne avviene in seguito al matrimonio o dopo che è stato stabilito un contatto o l’inizio di una relazione sentimentale. Sono più rari i casi di matrimonio con donne immigrate in Italia già da qualche anno.

Sono ancora pochi gli studi relativi alle donne che arrivano in Italia attraverso questa modalità. Si può comunque affermare che spesso il coniuge e la famiglia di accoglimento si aspettano dalla donna una completa adesione ai modelli culturali del nuovo paese, a cominciare dalle scelte educative verso i figli (modalità di cura e pratiche di puericultura, l’uso della lingua nella comunicazione con il bambino).

 

5.4.6 Le immigrate visibili. La prostituzione

L’invisibilità sociale caratterizza in genere, come vedremo avanti, l’immigrazione femminile. Ci soffermiamo invece ora sulle immigrate "visibili": le prostitute, spesso arrivate nel nostro paese attraverso la mediazione di organizzazioni criminali transnazionali. Il fenomeno della prostituzione straniera si è sviluppato a partire dal 1988; si calcola che le prostitute straniere in Europa siano centinaia di migliaia. Queste cifre rappresentano comunque una minima percentuale rispetto al totale delle immigrate. Secondo alcuni studi le nazionalità numericamente più coinvolte sono quella brasiliana, colombiana, domenicana, nigeriana, zairese, tailandese e filippina, oltre alle prostitute provenienti dall’Europa dell’Est. Sembrerebbe inoltre che lo spostamento di queste donne tra i vari paesi europei sia elevato.

In base ad alcune testimonianze di donne, si rileva che spesso vengono reclutate nel loro paese da connazionali che promettono loro un un lavoro remunerativo e serio; in altri casi, come spiega Oliviero Fredo dell’Ufficio Accoglienza Immigrati di Torino, le donne fin dalla partenza sanno quale sarà il loro futuro lavoro, ma per molte provenienti dall’Africa e dall’Asia la prostituzione in Europa viene vissuta come una sorta di emancipazione rispetto alle condizioni economiche e sociali nelle quali si trovano a vivere.

A questi "mediatori" le donne devono poi rimborsare il biglietto e dare una parte consistente dei loro guadagni; il loro passaporto viene trattenuto fino a quando il debito non è stato completamente saldato. Il debito iniziale di una donna che arriva in Italia ammonta a circa 25-30 milioni di lire, comprensivo di biglietto aereo, visto e riferimenti in Italia. Quelle che non possono dare in garanzia beni di loro proprietà, sono costrette al patto di "sangue" che costituisce un vero e proprio ricatto per la famiglia di origine, qualora il debito non venga rimborsato. Queste donne solitamente alloggiano in pensioni dove vivono in 3-4 per stanza pagando affitti molto alti. Oltre il 60% delle donne ha un regolare permesso di soggiorno. In alcuni casi entrano in Italia con un visto come artista della validità di tre mesi.

In un certo senso potremmo dire che le donne immigrate rappresentano assieme ai transessuali e ai tossicodipendenti le forme di prostituzione ancora rimaste sulla strada, avendo sostituito le prostitute italiane che attualmente praticano principalmente in casa.

 

5.5 L’inserimento nel paese d’approdo

 

La modalità di arrivo influenza anche le condizioni di vita e la qualità dell’inserimento: la situazione delle donne arrivate in Italia qualche anno dopo il marito sembra essere apparentemente più vantaggiosa, o almeno meno traumatica rispetto a quella delle donne emigrate da sole. Le mogli arrivate per ricongiungimento familiare trovano ad accoglierle nel nuovo paese un "involucro" protettivo, rappresentato dalla mediazione del marito nei confronti dell’esterno, uno spazio di intimità nel quale costruire la dimora. La dipendenza economica dal capofamiglia consente loro di vivere, anche per un lungo periodo, in un mondo "a parte". Ma questi stessi elementi, che facilitano l’accoglienza e attutiscono lo sradicamento iniziale, possono rivelarsi più avanti nel tempo elementi di vulnerabilità. Queste donne hanno poche occasioni per potere apprendere e comunicare nella lingua del paese d’approdo, il mondo esterno risulta sconosciuto ed ostile, i servizi del territorio restano inaccessibili. Differentemente da altre donne lavoratrici che accedono ai servizi sole, le mogli degli immigrati continuano a presentarsi ai servizi anche dopo alcuni anni dalla partenza sempre accompagnate dal marito. Proprio la presenza del coniuge, secondo molti operatori, sembrerebbe costituire un ostacolo in quanto aumenterebbe la soggezione nei confronti dei servizi. La comunicazione mediata attraverso il marito si svolge in maniera faticosa e le risposte delle donne, solitamente brevi, giungono nei vari passaggi all’operatore in maniera ancora più concisa e sintetica.

La mediazione del coniuge nella comunicazione su temi prettamente femminili quali il corpo della donna, la nascita, il parto e la gravidanza, è una conseguenza della migrazione. Nei paesi di origine infatti la maternità continua ad essere un fatto esclusivamente delle donne.

 

5.6 Lavoro e ruolo economico

 Il lavoro domestico è sicuramente l’occupazione più diffusa tra le donne immigrate in Italia, ma non l’unica. E’ tuttavia ormai un dato di fatto l’inserimento delle immigrate anche nella piccola e media impresa manifatturiera (pellame, tessiture, calzature, alimentari) e nei servizi connessi alla cura della persona (soprattutto di bambini ed anziani). In questi ultimi anni inoltre è avvenuto un cambiamento nell’ambito del lavoro domestico: dalla figura di colf fissa alloggiata presso l’abitazione del datore di lavoro si sta passando sempre di più ad una occupazione ad ore, soprattutto per le donne arrivate in Italia da più tempo. Il lavoro di colf a tempo pieno rappresenta infatti per la donna appena arrivata l’opportunità di risolvere subito il problema della casa e quello della regolarità giuridica. La famiglia del datore di lavoro può costituire un primo punto di riferimento, data l’iniziale mancanza di strumenti, specie di tipo linguistico, per orientarsi nella nuova realtà. Questo tipo di lavoro d’altro canto implica molte difficoltà: i ritmi di lavoro e gli orari spesso estenuanti, come la mancanza di una vita privata, contribuiscono ad incrementare lo stato di isolamento della donna immigrata ed a relegarla nella situazione nota nella letteratura dell’argomento come "invisibilità sociale".

E’ importante notare inoltre che sono sempre più numerose le donne che, pur essendo immigrate al seguito del marito, sono disposte ad inserirsi nel mondo del lavoro. Il ruolo della donna migrante risulta determinante sia nel caso di un suo esplicito ingresso nel mercato del lavoro, sia nel caso in cui, pur non avendo un attività extra-domestica, contribuisca con il suo lavoro di casalinga a mantenere bassi i costi di produzione della famiglia. Dedicando molto tempo alla cura e all’assistenza dei propri familiari o parenti, l’immigrata rende tali costi di produzione più bassi di quelli della forza lavoro autoctona, provocando un duplice effetto: in primo luogo permette agli stranieri di continuare ad accettare salari inferiori anche dopo essere stati raggiunti dalla famiglia, in secondo luogo consente di contenere l’utilizzo dei servizi sociali e di welfare, compensando almeno in parte le difficoltà di accesso ai servizi della popolazione immigrata.

 

5.7 Altre specificità dell’emigrazione femminile

 Vi sono altre caratteristiche specifiche, oltre a quelle già citate, che differenziano la migrazione femminile rispetto a quella maschile. Le donne ad esempio sono in una situazione più regolare dal punto di vista giuridico: questo perché spesso inserite in un segmento del mercato del lavoro come quello domestico che offre occasioni di collocamento. Sono inoltre meno erranti nel territorio: sanno meglio degli uomini dove andare e cosa fare, seguendo i percorsi indicati da un reticolo informale di sostegno e di solidarietà femminile. La donna sembra più consapevole e decisa nelle scelte che riguardano il proprio progetto migratorio: questa maggiore determinazione è dovuta alla sofferenza causata dalla frattura con i legami della famiglia d’origine, che rende più definitiva la scelta.

L’esperienza migratoria, scandita da ritmi di cambiamento, rottura e riequilibro, è segnata, per tutte le donne, da una condizione di solitudine affettiva. E’ il senso di non appartenenza, di precarietà che viene attribuito da tutte alla disgregazione del nucleo familiare di origine. La lontananza dai genitori, dalle sorelle, la mancanza di parenti in Italia, sono le cause di tale "vuoto".

 

5.8 La donna migrante ed il contesto familiare 

Durante la migrazione inoltre si modificano e si ridefiniscono, a volte dolorosamente, i ruoli familiari. L’autorità dell’uomo, marito e padre, subisce spesso un processo di cambiamento che può portare a due situazioni opposte: da una parte, il tentativo di rimediare alla perdita di potere con un aumento di autoritarismo; dall’altra, il ricorso alle cosiddette "menzogne socialmente necessarie", con le quali si nega in maniera esplicita il cambiamento e le trasformazioni per non vedere la realtà, vivendo nell’illusione che tutto continui ad essere come prima, come nel paese di origine.

In queste situazioni, la donna più dell’uomo è chiamata a gestire i conflitti all’interno della coppia e della famiglia, per farsi portavoce ora della continuità ora del cambiamento.

La migrazione rappresenta spesso per la donna un’assunzione di maggiori capacità decisionali. Decisioni e scelte, per sè e per i suoi figli, che prima non le venivano richieste, poiché la vita quotidiana e sociale era regolata da ruoli e comportamenti controllati e gestiti all’interno del gruppo familiare. In emigrazione la donna si trova a vivere una condizione di responsabilità individuale nel suo rapporto con il mondo. Deve così essere in grado di combinare un nuovo modo di essere e di fare con l’immagine di sé che la tradizione esige e richiede (sottomissione, subalternità, pudore), per non correre il rischio di costituire una minaccia per l’autorità del capo famiglia, già compromessa dalla situazione di marginalità e di non potere nella quale si trova a vivere l’immigrato straniero. "... Il cambiamento del ruolo all’interno della coppia e della famiglia, che inevitabilmente l’emigrazione comporta, deve avvenire salvaguardando il difficile equilibrio tra il nuovo potere decisionale delle donne e la divisione dei ruoli e dei compiti tradizionali. Ecco perché, più che di rottura con la tradizione o di mantenimento delle norme di vita precedenti, si può parlare di giustapposizioni, ambivalenze, aggiustamenti, che in una infinita gamma di combinazioni contraddistinguono l’originalità degli adattamenti e dei processi di integrazione".

All’interno delle comunità degli immigrati sono solitamente le donne ad avere un ruolo fondamentale nelle dinamiche di integrazione tra gruppi e culture. Sono infatti le donne che per tradizione, educazione e sapere riallacciano e mantengono le fila della vita affettiva del gruppo, restituendo senso ai gesti e ai riti, reinterpretando tradizioni e norme. Tali ruoli assicurano i legami con il passato, con la storia collettiva e integrano al contempo valori e comportamenti del presente.

 

5.9 La donna mediatrice tra culture

La migrazione per molte donne si colloca in momenti cruciali della loro vita (passaggio alla vita adulta, partenza dopo il matrimonio, stabilirsi di una relazione affettiva, nascita dei figli), cosicché il soggiorno nel nuovo paese le espone a cambiamenti importanti che riguardano aspetti fondamentali dell’identità personale. Esse si trovano a vivere gli eventi cruciali della loro biografia e del loro calendario di vita in una dimensione spaziale e temporale segnata dalla discontinuità e dai mutamenti.

Proprio per il suo coinvolgimento in fatti ed eventi che la espongono al cambiamento, la donna ha un ruolo decisivo e fondamentale di mediazione tra i due riferimenti culturali, fra i due mondi. Soprattutto nel caso in cui siano presenti figli, sarà la madre a dover tessere e ristabilire i legami tra il mondo del padre , che spesso è quello del passato e della tradizione, ed il mondo del futuro, della contaminazione e della metamorfosi culturale.

Le donne immigrate, indipendentemente dalla loro disponibilità e dalla loro ricerca di cambiamento, non vivono solo tra due culture, ma sono costrette a fronteggiare e a rielaborare i vincoli e le restrizioni a cui sono sottoposte nel loro paese di origine e a sviluppare così delle modalità di comportamento nuove, che non sono né quelle del paese di origine, né quelle del paese di accoglimento. Esse sono chiamate a reinterpretare il loro ruolo all’interno del nucleo familiare: sono portare a fare da ponte tra il paese di origine e il paese ospitante. Una tensione tra due poli che può anche generare in lei insicurezza e isolamento e, in casi estremi, degenerare in disagio psichico e in malattie psicosomatiche.

Le immigrate, secondo Lucia Rojas, "... essendo portatrici di tradizioni millenarie, ma allo stesso tempo emigrate per sfuggire a parte di queste tradizioni che le opprimono, sono in una posizione ideale per svolgere un ruolo di mediazione tra diverse culture. Speriamo che con la concretezza che le caratterizza siano capaci di scegliere i contenuti migliori delle differenti culture, ovvero quelli che favoriscono l’emancipazione e la liberazione delle donne".


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