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Parte sesta

 

Donne ghanesi a Vicenza

 

6.1 Le interviste

6.1.1 Introduzione

Ho svolto quindici interviste a donne ghanesi, tutte abitanti nella provincia di Vicenza, in un periodo compreso tra la primavera e l’estate del 1996. Ho avuto i nominativi delle donne tramite alcuni volontari della Caritas, dell’associazione Luna e l’altra, dell’Ufficio Accoglienza Immigrati, dell’Istituto Scalabrini di Bassano e di altri conoscenti italiani. A parte il caso di V. e di R., alle quali ho chiesto personalmente di poterle intervistare, tutte le altre sono state contattate telefonicamente.

Le reazioni alla mia richiesta di poterle incontrare sono state diverse: le difficoltà minori le ho riscontrate quando i volontari avevano già parlato loro di me. Una delle donne è scoppiata a ridere, tutte sono state comunque sorprese dal mio interesse.

In un caso, in seguito ad una telefonata, ho avuto un risposta negativa: ho parlato telefonicamente con il marito di una signora che mi ha detto "... gli italiani vogliono tanto sapere gli affari degli africani perché sono curiosi ma nessuno li aiuta".

Ho cercato per quanto possibile di contattare donne "leader" all’interno della comunità, in modo che potessero essere rappresentative anche di altre donne ghanesi residenti nel Vicentino.

Mi è sembrato utile infine, per una maggiore completezza del lavoro, intervistare sia donne che vivono nei centri d’accoglienza, sia donne nel loro ‘normale’ contesto familiare, con marito, figli, ecc. Anche se ciò ha reso la mia ricerca senza dubbio più impegnativa, ho così potuto osservare la condizione delle immigrate sotto più punti di vista, per coglierne i vari gradi di inserimento nel tessuto sociale.

 

6.1.2 Metodologia usata

Inizialmente avevo elaborato una griglia di domande molto articolate, con cui volevo indagare in modo approfondito tutti i temi che ritenevo interessanti. Tuttavia, dopo i primi contatti con qualche africana e su consiglio stesso dei volontari, ho deciso di non seguire una griglia troppo elaborata o altri schemi complessi; per avere risposte esaurienti avevo realizzato che era importante instaurare con loro una relazione che favorisse l’emergere dei loro vissuti e dei loro stati emotivi, lasciando loro lo spazio per raccontare spontaneamente ciò che sentivano.

Per potere meglio rielaborare il materiale ricavato dai colloqui avevo pensato di registrare. Nella prima intervista di prova non ho chiesto di poter registrare; in tutti gli altri casi ho sempre espresso questa richiesta: quattro volte mi è stato risposto di no (in un caso dal marito), V. mi ha risposto che il "registratore proprio non le piace", D. "preferisco di no" e Vi. era preoccupata che quello che diceva sugli italiani potesse "finire nelle mani di qualcuno e che potesse farla finire in galera". In nove casi mi è stato consentito di registrare: in base alla mia breve esperienza ho potuto constatare che il metodo migliore è stato quello di chiedere di registrare quando l’intervista era già in corso, vale a dire quando avevano già preso una certa confidenza con me, spiegando che altrimenti avrei avuto difficoltà nel ricordare le cose che mi raccontavano. Per le interviste registrate provvedevo a riascoltare il materiale ed a suddividerlo per schede di richiamo e per argomento. Quando non registravo, solitamente, appena terminata l’intervista, in macchina o dove mi trovavo scrivevo o registravo con la mia voce ciò che ricordavo. Raramente scrivevo durante l’intervista, in quanto avevo l’impressione che mettesse l’interlocutore a disagio. Successivamente ho provveduto alla stesura della elaborazione. Ho scelto di mantenere l’anonimato per tutte loro. Il livello di italiano parlato è mediamente scarso: ho ritenuto giusto rendere le loro affermazioni più comprensibili, senza tuttavia stravolgerne la forma.

 

 

6.1.3 Modalità degli incontri. I contenuti

Ho intervistato cinque donne presso centri d’accoglienza dove esse vivono. Una a casa di un volontario del centro accoglienza di Arzignano; una presso la sede dell’associazione Luna e l’altra; una in un bar; le altre sette sono state intervistate nella loro abitazione. Quando è stato possibile ho optato per quest’ultima possibilità, che mi permetteva di poter meglio inquadrare le condizioni di vita ed il contesto relazionale; inoltre pensavo che l’ambiente familiare potesse meglio favorire il dialogo con una persona estranea. Dopo le interviste, in successive occasioni ho avuto modo di approfondire la conoscenza con sette di loro.

In sette casi su quindici l’intervista è avvenuta in presenza dei mariti, i quali talvolta hanno rivestito un ruolo da protagonisti, nonostante avessi loro spiegato che la mia ricerca riguardava le donne. In un caso mi sono recata a casa di una signora e non ho potuto svolgere l’intervista perché l’arrivo del marito ubriaco ha impedito il proseguire del colloquio. Tutte le intervistate hanno espresso soddisfazione alla fine dell’incontro. Quattro donne mi hanno detto che prima di incontrarmi erano un po' preoccupate perché non mi conoscevano e non avevano ben capito cosa avrei chiesto loro. In ogni incontro le tensioni e le diffidenze iniziali si allentavano, dando spazio invece al dialogo che cercavo di stimolare attraverso l’ascolto e la partecipazione, al fine di rendere la conversazione più spontanea ed autentica. Per rassicurarle, garantivo loro l’anonimato qualora lo volessero. Sovente mi capitava di dare informazioni alle donne sui servizi; solitamente lasciavo loro del materiale, anche scritto in inglese.

I punti principali che ho toccato nel dialogo sono: i dati anagrafici e la situazione prima della partenza; il loro arrivo in Italia; le loro aspettative e la situazione attuale; il rapporto con i servizi; le relazioni fra le donne immigrate; i figli; il rapporto con gli italiani; il tempo libero; il lavoro. La scelta di tali argomenti non è stata casuale, ma determinata da un lavoro di rielaborazione delle informazioni raccolte presso le strutture impegnate nel campo, successivamente integrato dalle esperienze personali maturate presso la casa accoglienza della Caritas e presso l’associazione Luna e l’altra. La conoscenza diretta dei bisogni relazionali, educativi e formativi delle donne devono essere il presupposto per la progettazione di azioni educative efficaci.

Ogni intervista ha avuto la sua peculiarità: R. mi ha parlato della solitudine, E. del problema della casa e dei bambini che vengono "mandati indietro", C. del diverso modo di educare i figli in Ghana e in Italia, D. delle sue aspettative che sono andate deluse, V. del progetto dell’asilo, Vi. della discriminazione dei neri a Vicenza, E. ed il marito delle ingiustizie nell’ambiente di lavoro e delle tradizioni africane, S. dei suoi familiari e del senso della famiglia per l’africano che qui non viene compreso; R. delle potenzialità positive di una relazione tra italiani e stranieri; F. della religione e della chiesa; M.O. della donna in Africa; M.B ed O. infine mi hanno colpito perché, pur nella loro semplicità e con grandi sforzi, cercavano di comunicare, ritenendo che parlare di se stesse fosse utile per tutte le donne ghanesi.

 

La scelta delle interviste rispetto ad altri strumenti della ricerca sociale, ad esempio il questionario, è stata fatta in quanto mi sembrava più consona alla figura dell’educatore. L’intervista permette l’instaurarsi di una relazione che nel caso di sette donne è continuata anche dopo l’intervista. Agli aspetti quantitativi ed alla raccolta dei dati ho preferito dare spazio alla espressione degli stati d’animo e dei sentimenti. Ascoltare le donne parlare di se può avere contribuito a farle riflettere sui loro progetti, a riconoscere i loro problemi ed a stimolarle nella ricerca di possibili soluzioni. Ho avvertito dal loro comportamento che il mio sincero interesse per loro in qualche modo le valorizzava.

Anche sapere delle cose sul loro paese si è rivelato un punto di forza per entrare in relazione e ‘farmi accettare’. Ad un certo punto dei colloqui mi rendevo conto di essere anch’io intervistata, viste le curiosità che mi erano frequentemente chieste sul nostro modo di vivere. Questa cosa, che da un lato metteva in crisi il mio ruolo di intervistatrice, mi ha fatto capire quanto la reciprocità e lo scambio siano necessari per una vera relazione interculturale.

E’ molto bello che tu abbia pensato alle donne ghanesi. Int.10

Dio ti pagherà per tutto quello che stai facendo. Int.6

Non avrei mai pensato che ad un italiano interessasse ascoltare la mia vita. Int.9 

 

Tab.1 Età, città di provenienza, gruppo etnico, religione, permanenza in Italia.

Interviste

Età

Città

Gruppo etnico

Religione

in Italia da

N.1

33

Tema

Fanti

Cattolica

6 anni

N.2

38

Accra

Fanti

Protestante

11 anni

N.3

35

Kumasi

Ashanti

Cattolica

12 anni

N.4

30

Accra

Ashanti

Cattolica

8 anni

N.5

39

Kumasi (paese)

Ashanti

Evangelica

12 anni

N.6

35

Kumasi

Ashanti

Mormoni

13 anni

N.7

37

Cape Cost

Fanti

Pentecostale

13 anni

N.8

28

Kumasi ( paese)

Ashanti

Cattolica

7 anni

N.9

32

Kumasi

Ashanti

Musulmana

6 anni

N.10

28

Kumasi

Ashanti

Pentecostale

6 anni

N.11

30

Kumasi

Ashanti

Cattolica

3 anni

N.12

28

paese nord del Ghana

Akan

Musulmana

4 anni

N.13

30

Accra

Ashanti

Pentecostale

6 anni

N.14

39

Accra

Ga

Cattolica

16 anni

N.15

31

Kumasi

Ashanti

Cattolica

4 anni

Come vediamo dalla tabella le donne intervistate hanno un età compresa tre i 28 ed i 39 anni; l’età media è di 32,8 anni. Provengono principalmente dalle città o da zone ad esse limitrofe. In particolare tre provengono da Accra, la capitale, sette da Kumasi, la capitale del territorio degli Ashanti. Le donne appartengono prevalentemente al gruppo etnico degli Ashanti, come la maggior parte dei ghanesi residenti a Vicenza. Per quanto riguarda la religione, sei hanno dichiarato di essere cattoliche, due musulmane, mentre il resto appartiene a chiese protestanti. Per quanto riguarda gli anni di permanenza in Italia, la donna arrivata più recentemente è giunta in Italia tre anni fa; quella invece che registra una più lunga permanenza vive qui da 16 anni.

6.1.4 Presentazione delle interviste

Intervista n 1. Ho intervistato R. il giorno 30 marzo 1996, il colloquio si è svolto presso il centro di accoglienza della Caritas a Vicenza, dove R. vive da quattro anni. La responsabile della Caritas mi aveva consigliato tra le ospiti del centro R., ritenendola una delle più disponibili ad una intervista. Io avevo già avuto qualche occasione di dialogo con lei che da subito aveva dimostrato di accettare con simpatia la mia presenza nella casa, intrattenendosi in qualche occasione a parlare con me. Ho chiesto a R. di poterla intervistare, ha accettato senza difficoltà dimostrandosi comunque un po’ sorpresa. Ci siamo accordate per l’indomani alle ore 17. Quando sono arrivata R. non era nella sua stanza ma in una adiacente dove si stava facendo fare un acconciatura da un’altra donna. Ho comunque atteso che fosse disponibile per più di mezz’ora. Nel frattempo ho chiacchierato con la sua compagna di stanza mentre le davo una mano a fare alcuni lavori. Quando è arrivata, R. si è seduta sul suo letto, mi chiede quanto dura l’intervista perché ha un impegno, le domando quanto tempo può dedicarmi, mi dice di dovere andare alle 18 (erano le 17.40). Suggerisco che forse sarebbe meglio andare in un posto più tranquillo dove poter parlare: nella stanza c’erano altre signore e una bambina. Durante l’intervista, ad un certo punto le dico che sicuramente sono le 18.00 passate, ma lei risponde che non importa e che possiamo continuare a parlare. Alla fine le chiedo se era preoccupata per l’intervista, lei risponde di sì e mi dice di essere stata contenta di essersi aperta con me. Rimaniamo d’accordo che una sera usciremo a mangiare un gelato assieme.

 

Intervista n. 2. Ho incontrato E. a casa di L. (dell’Ufficio Accoglienza Immigrati di Arzignano). In base a quanto accordato in precedenza, io e L. saremmo dovuti andare a casa sua. L. mi informa che all’ultimo momento E. ha telefonato dicendo che sarebbe venuta lei. Arriva con notevole ritardo assieme alla sua bambina di sei mesi. Successivamente mi dirà che non mi ha portato a casa sua perché c’era troppo disordine e si vergognava. E. fa parte di una commissione che assieme a persone italiane tenta di analizzare e risolvere il problema della mancanza di alloggi per gli immigrati.

Vive in una casa messa a disposizione del parroco. Lei ed il marito hanno solo una stanza esclusivamente per loro, le altre stanze sono in comune con altre famiglie.

 

Intervista n. 3. Ho intervistato C. sabato 6 aprile 1996. L’intervista si è svolta presso l’abitazione della cugina. Da fuori la casa aveva un aspetto fatiscente, all’interno c’era un forte odore di muffa, nonostante le finestre fossero aperte. La stanza era buia ed arredata con mobili molto vecchi, le pareti erano di colore grigio a causa dell’umidità; si intravedeva che un tempo dovevano essere state tinte di celeste. Sono arrivata accompagnata dal volontario della Caritas, che mi ha presentata. L’ingresso dava in un piccolo salotto, la stanza era affollata, sul divano erano distesi il fratello di C. ed un altro parente; anche la sorella andava e veniva dalla stanza. Ho aspettato che C. finisse di acconciare una signora (il sabato lavora come parrucchiera), poi ci siamo sedute in un angolo a parlare. All’inizio della conversazione sono intervenuti tutti i presenti che mi hanno elencato i loro principali problemi, innanzitutto la casa.

 

Intervista n. 4. Avevo conosciuto D. all’associazione Luna e l’altra, dove si era rivolta per chiedere aiuto per l’inserimento della sua bambina a scuola.

Le ho telefonato per chiedere di intervistarla martedì 2 aprile 1996 all’ora di pranzo. Mi ha risposto un signore dicendomi che D. non era in casa. Ho richiamato la sera, D. è rimasta sorpresa della mia richiesta, inizialmente è scoppiata a ridere dicendo che le sembrava strano che a qualcuno interessassero le donne del Ghana, mi è sembrata preoccupata rispetto a quello che mi interessava sapere. Ho cercato di rassicurarla dicendole che era libera di non rispondermi se qualche cosa la imbarazzava. Siamo rimaste d’accordo di incontrarci martedì alle ore 11 presso la sede dell’associazione.

D. è arrivata con verso le ore 12, circa un’ora di ritardo (io avevo ormai perso la speranza); lei si scusa dicendo di essersi trattenuta al lavoro, io le rispondo che non importa e la ringrazio di essere venuta. Ci sediamo una a fianco dell’altra di fronte alla scrivania. Mi domanda che cosa le chiederò, le spiego della tesi. Le chiedo se posso registrare l’intervista altrimenti per me è difficile ricordare quello che mi dice. D. mi dice che preferirebbe che io non usassi il registratore. Io senza insistere acconsento. D. mi sembra un po’ tesa, mi chiedo se questo possa essere causato dalla mia richiesta di registrarla. Inizio a parlare chiedendole come sta la sua bambina, le chiedo poi di raccontarmi come si trova in Italia.

Parla italiano abbastanza bene; in alcuni momenti, quando non le venivano alcune parole, parlavamo inglese. Ho avuto modo di raccontarle di quando ho vissuto a Londra. Inizialmente non mi guardava negli occhi quando parlava.

Alla fine le ho chiesto se prima dell’intervista era preoccupata, mi ha risposto di sì, le domando come le è sembrato e mi risponde che è stato bello e che è stato un piacere per lei avermi parlato. Rimaniamo d’accordo che continueremo a parlare sabato alla festa dell’associazione.

Intervista n. 5. Ho avuto il numero di telefono di V. tramite l’ex maestra di una delle due figlie. Ho telefonato ma lei non era in casa, il marito mi ha chiesto perché cercavo la moglie, gli ho spiegato il motivo. Inizialmente sembrava contrariato, ma poi mi ha invitata ad andare a trovarli. Io ho chiesto se dovevo richiamarla, ma lui mi ha detto che era sicuramente d’accordo. Mi ha proposto di andare nel pomeriggio dopo le due.

Inizialmente ho parlato con il marito. Lui mi ha detto che non è semplice parlare dei ghanesi perché a seconda dell’etnia, della religione e della lingua, sono molto diversi tra loro e non si può dunque fare un unico discorso. "E’ molto difficile il lavoro che stai facendo tu". V. durante l’intervista andava e veniva, in salotto c’era anche un’amica, e in alcuni momenti anche le figlie. Parlava soprattutto il marito.

 

Intervista n. 6. Ho intervistato Vi. il 24 aprile 1996, ci siamo incontrate a casa sua, in un appartamento messo a disposizione dal Comune che funge da centro di prima accoglienza. Avevo conosciuto Vi. alla festa dell’associazione Luna e l’altra. Vi. divide l’appartamento con altre donne immigrate tra cui N., una signora nigeriana che già conoscevo. Alla festa noi tre avevamo chiacchierato a lungo.

Nel mezzo dell’intervista, Vi. e la sua amica mi chiedono se ho voglia di andare a Gran Casa (un grande magazzino nella zona industriale di Vicenza) e se ho la macchina. Dico di essere arrivata a piedi e allora l’amica controlla gli orari dell’autobus: si arriverebbe troppo tardi, così decidono di rimandare a un’altra volta.

Verso la fine del pomeriggio, Vi. mi chiede se posso rispondere per telefono ad alcuni annunci di locazioni che lei si era segnata su un giornale, raccomandandomi di chiedere il prezzo e se affittano a neri. Le dico che telefonerò e che le farò sapere.

Vi. non ha voluto che io la registrassi: non voleva che per caso qualcuno venisse in possesso dei nastri. Mi spiegava che avrebbe potuto essere arrestata per quello che mi diceva degli italiani. Alla fine dell’intervista Vi. mi ringrazia tanto. Mi dice di avere trascorso un bellissimo pomeriggio, che da tanto tempo non stava così bene e mi chiede di tornare.

Intervista n. 7. Ho svolto l’intervista sabato pomeriggio, mi sono trattenuta a casa di lei e del marito per circa tre ore; l’incontro è stato molto positivo. Alla fine mi hanno ringraziata, chiedendomi di andarli a trovare nuovamente. Mi hanno detto che sono stati molto contenti di avermi conosciuta e visto che hanno una casa in Ghana sperano che un giorno andrò a trovarli nel loro paese. Il marito di E., T., è stato presente a tutta l’intervista e sicuramente ha parlato più lui che sua moglie.

La loro casa fa parte di un agglomerato di vecchie abitazioni situate in una zona centrale del paese, la casa internamente era decorosa e abbastanza ordinata.

L’intervista è iniziata con parecchie accuse mosse agli italiani sul problema dell’abitazione e sul modo in cui vengono discriminati dai proprietari di alloggi che non affittano loro le case perché sono neri. Si sono molto lamentati anche della considerazione tenuta dal Comune riguardo la loro richiesta di una casa: a detta loro, li avevano fatti ritornare varie volte inutilmente. Verso la fine dell’intervista sono stati loro a farmi numerose domande.

Intervista n.8. Ho contattato S. telefonicamente, ho avuto il numero dalla bibliotecaria del comune di Marano Vicentino. Durante l’intervista erano presenti il marito ed il fratello di lei che hanno avuto un ruolo da protagonisti. S. mi ha fatto vedere le foto dei suoi familiari in Ghana. Erano molto stupiti del fatto che fossi andata a parlare da loro, in quanto pensavano che gli italiani non farebbero mai una cosa del genere.

Alla fine l’atmosfera era diventata amichevole; mi hanno raccontato molti proverbi e storie del Ghana.

Interviste n. 9 e 10. Ho intervistato M.B. e O. il 30 giugno 1996 presso l’Istituto Scalabrini dove vivono. Ci siamo parlate al "Centro Oasi", uno spazio appositamente creato all’interno della struttura per le attività ricreative e gli incontri femminili. Sono arrivate insieme, dopo che un obiettore era andato a ricordare loro che le stavo aspettando. L’intervista era stata combinata da un operatore dell’istituto.

Hanno insistito a rimanere a parlarmi insieme ed io, anche se pensavo fosse più semplice intervistarle separatamente, alla fine ho acconsentito. Forse la cosa poteva essere ugualmente interessante. Ho supposto che le donne si sentissero intimorite dall’idea dell’intervista ed ho preferito cercare di metterle a loro agio. Dal punto di vista relazionale infatti l’intervista è andata tutto sommato bene in quanto le signore si sono man mano lasciate andare e dopo la diffidenza iniziale il clima in seguito è diventato positivo. Purtroppo le risposte non sono state molto approfondite: penso che la contemporanea presenza delle due donne, se da un lato ha facilitato loro la relazione, in realtà abbia reso meno confidenziale la comunicazione. Tra gli argomenti trattati ha avuto un ruolo fondamentale il problema della casa.

Le donne parlavano poco italiano, alle domande rispondeva sempre per prima M.B. ed O. faceva delle puntualizzazioni e delle aggiunte. Penso che la maggiore partecipazione di M.B., oltre che dal carattere più espansivo, dipendesse anche dalla maggior conoscenza della lingua italiana rispetto ad O.

Intervista n.11. Ho intervistato G. il 30 giugno 1996, presso il centro degli Scalabrini dove vive da alcuni mesi. Il colloquio si è svolto nel giardino sul retro del prefabbricato, che G. condivide con altri immigrati. L’intervista si è svolta interamente in inglese: questo, se da un lato mi ha permesso di parlare con la donna, chiaramente ha limitato la profondità degli argomenti trattati.

Inizialmente ho avuto l’impressione che G. dimostrasse un certo imbarazzo, in particolare quando ho preso dalla mia borsa il walkman per poterla registrare: anche a lei ho fatto le solite rassicurazioni, invitandola a dirmi se preferiva che non registrassi alcune parti dell’intervista. Prima di iniziare il colloquio è arrivata M.B., che avevo intervistato prima di lei; rivolgendosi a lei in lingua twi, M.B. le aveva detto che ero brava e che non doveva essere in pensiero per l’intervista.

Anche quando formulavo la domanda in italiano e avevo l’impressione che capisse, rispondeva solo in inglese.

Intervista n.12. Ho incontrato M.O. il 20 giugno 1996; l’intervista si è svolta a casa sua, in una zona collinare fuori Bassano. L’incontro era stato organizzato da un operatore dell’Istituto Scalabrini. Inizialmente era presente all’intervista anche il marito, il quale poi si assentava per tornare verso la fine. L’imbarazzo iniziale è andato attenuandosi subito. L’operatore si era stupito perché non aveva mai visto M.O. così elegante.

Intervista n.13. Ho intervistato R. il 25 luglio 1996 in seguito alla conoscenza del marito che frequenta la Caritas. Abitano a Chiampo, in una zona molto isolata. Il colloquio è durato a lungo, tutto il pomeriggio. Non ho avuto difficoltà a registrare la conversazione. R. si è dimostrata molto disponibile e desiderosa di allacciare legami.

Intervista n.14. E’ stata l’intervista più insolita: si è svolta alla Questura di Vicenza, mentre F. faceva la fila per consegnare dei documenti, e quindi in un bar. Successivamente l’ho incontrata in altre occasioni per approfondire alcuni degli argomenti trattati. Anche F. è stata molto gentile, tra tutte è quella che parla il migliore italiano. Il suo contributo è stato notevole per il mio lavoro.

Intervista n.15. E’ stata la più breve e la più rischiosa. Sono riuscita a ricavare solo i dati fondamentali della donna: l’arrivo del marito, in stato di pesante ubriachezza, mi ha costretto a lasciare la casa.

 

6.2 Rielaborazione delle interviste. I temi trattati

6.2.1 Motivazioni dell’emigrare

Tutte le donne da me intervistate al momento della partenza desideravano in qualche modo migliorare le proprie condizioni di vita. Alla base di quasi tutti i progetti migratori c’è un motivo di tipo economico.

Tab.2 Motivazioni dell’emigrazione.

Int.

Principale motivo della migrazione

Int.1

Raggiungere il padre della figlia

Int.2

Migliorare la propria situazione economica - Raggiungere il marito

Int.3

Migliorare la propria situazione economica - Raggiungere il marito

Int.4

Desiderio di conoscere l’Europa - Proseguire gli studi

Int.5

Migliorare le propria situazione economica - Costruire una casa indipendente

Int.6

Migliorare la propria situazione economica - Potersi permettere il superfluo

Int.7

Migliorare la propria situazione economica - Raggiungere il marito

Int.8

Migliorare la propria situazione economica - Aprire un negozio

Int.9

Aiutare la propria famiglia d’origine

Int.10

Aiutare la propria famiglia d’origine

Int.11

Migliorare la propria situazione economica

Int.12

Migliorare la propria situazione economica - Costruire una casa indipendente

Int13

In seguito al matrimonio

Int.14

Migliorare le proprie condizioni economiche - Fare nuove esperienze

Int.15

Migliorare la propria situazione economica.

 

La tabella mette in evidenza la motivazione principale della migrazione. Tra tutte prevale il desiderio di migliorare le proprie condizioni economiche. Tra le intervistate, tre sono arrivate assieme al marito, nove lo hanno raggiunto qualche anno dopo. Le altre tre donne al momento della migrazione non erano sposate.

Nella decisione di lasciare il loro paese hanno inciso innanzitutto fattori di espulsione quali la difficile situazione economica del Ghana, la diffusa povertà, la corruzione della classe politica e la poca industrializzazione del paese che porta ad un considerevole numero di disoccupati. Ecco a proposito le testimonianze di alcune delle donne intervistate:

... sono venuta in Italia per migliorare le mie condizioni economiche... Int.2

... avevamo un governo militare che non ci fa bene ... Int.2

Mio marito prima di partire vendeva pneumatici, poi c’è stato un secondo governo, sono arrivate le milizie militari, e mio marito ha svenduto tutta la merce ... Int.3

Abbiamo pensato di andare via perché l’Africa è piena di problemi, li non ci sono tante fabbriche come da voi. Int. n.11

 

In Ghana sovente gli stipendi sono molto bassi, alcune donne svolgevano in casa qualche attività, però poco redditizia:

... perché non c’è lavoro in fabbrica, io ce l’ho il lavoro in Ghana ... cucire compra stoffa, tu fare cucire solo per me perché non c’è soldi... Int.9

 

Vorrei comunque precisare che le intervistate, anche se non nascondevano la difficile situazione del loro paese, tenevano a non dare una situazione troppo drammatica e non corrispondente alla realtà; in alcuni casi si sono lamentate dell’immagine che i mass media trasmettono dell’Africa con esempi di grave indigenza.

In Ghana siamo poveri ma non moriamo di fame come tanti italiani pensano. Alla televisione quando mostrano l’Africa o fanno vedere la guerra o le persone che muoiono di fame ma l’Africa non è tutta così. Int.6

 

Nella decisione di emigrare, molto importante risulta essere il ruolo della famiglia di origine per due diverse ragioni: la prima è rappresentata dal desiderio di potere aiutare l’intero nucleo familiare, che in alcuni casi sopravvive grazie alle rimesse degli immigrati; la seconda è data dal desiderio di poter vivere, una volta tornate al loro paese, in modo più autonomo in particolare dalla figura della madre.

... in Ghana dovevo vivere con mia madre e mia sorella, io volevo invece avere una casa per conto mio, questo però era impossibile perché non avevamo denaro e così io e mio marito abbiamo pensato di emigrare. Int.5

 

Per tutti i nuclei familiari lo scopo della migrazione è quello di risparmiare una quantità di denaro sufficiente per potersi costruire una casa o avviare un’attività di lavoro autonomo da poter lasciare un domani ai propri figli.

...vorrei comperare una casa in Ghana ma ora non è cosi facile come credevo all’inizio... int.11 [traduzione dall’inglese]

 

Due donne in particolare hanno lasciato il loro paese con la speranza di studiare in Europa e di riuscire in qualche modo a realizzarsi. In questi casi nell’idea che si erano formate dell’occidente ha inciso il racconto di qualche conoscente emigrata per prima: questo è il caso dell’intervistata n. 4:

Mi aspettavo di trovare in Italia un lavoro migliore, mia cugina ad esempio vive a Londra e lavora ai magazzini Harrods, mi raccontava che il suo lavoro è molto bello... mi sarebbe piaciuto anche continuare a studiare per diventare giornalista e poter tornare in Ghana con un mestiere. Int.4

 

In alcuni casi le informazioni dei connazionali emigrati in precedenza corrispondevano più alla situazione che avrebbero trovato in Italia

Sono arrivata in Italia sedici anni fa, avevo mia cugina in Italia, adesso è a Napoli; è stata lei ad incoraggiarmi a venire, mi ha detto che si trovava solo lavoro domestico ma a me non importava perché volevo venire in Europa. Int.13

 

In taluni casi incide anche il desiderio di condurre una vita di tipo occidentale e possedere degli elettrodomestici.

Nel mio paese gli stipendi sono molto bassi, impossibile permettersi cose fuori dallo stretto necessario. A casa mia in Ghana non c’è televisione. Int.6

 

Le rapide trasformazioni anche sociali che avvengono nel paese non permettono ad alcune donne di realizzarsi nel lavoro. Decidono così di andarsene:

...in Ghana attualmente puoi fare alcuni lavori come lavorare in un ufficio o fare l’infermiera solamente se hai studiato per quella specializzazione, ma alcuni lavori se non hai quel diploma non si possono fare, ad esempio a me sarebbe piaciuto fare l’infermiera. Int.13

 

In un caso una donna è arrivata in Italia a causa di una relazione con un italiano. Quando le chiedo come mai è venuta In Italia risponde così:

... si tratta di una storia lunga, ho conosciuto in Ghana un ragazzo italiano e mi sono fidanzata, mi sono presa in cinta e sono venuta in Italia perché lui aveva promesso di sposarmi,....già da subito però sono iniziate le prime difficoltà perché sono nera. Lui aveva paura del giudizio dei suoi familiari e delle persone che conosceva, poi lui ha pensato che era meglio che io tornassi in Ghana per partorire, inizialmente ricevevo le sue lettere e anche dei soldi, poi solo soldi e nemmeno una riga, i contatti sono diventati sempre più rari finché non ho ricevuto nessuna notizia. Così ho pensato di venire in Italia per vedere cosa succedeva, sono andata a C., il paese dove lui viveva, ma lui non c’era, sono rimasta a casa di sua padre con P. la mia bambina per circa sei mesi. Poi sono venuta a sapere che il mio fidanzato si trovava in Camerun e che si era sposato, lui mi ha mandato a dire che non poteva avere due mogli così io ho capito che non aveva più senso restare... Int.1

 

Per quanto riguarda il percorso migratorio dal Ghana all’Italia, quasi tutte sono giunte nel nostro paese qualche anno dopo il marito. Solamente in un caso la donna è arrivata per prima ed in seguito al matrimonio aveva fatto arrivare il marito in Italia. Questo particolare caso, secondo la testimonianza diretta dell’interessata, rispecchia le caratteristiche iniziali del flusso migratorio dal Ghana:

I primi immigrati dal Ghana all’Italia sono state le donne, solo più tardi sono arrivati gli uomini per raggiungere le loro mogli. Da anni però avviene il contrario, prima arrivano gli uomini e più tardi le donne. Int.14

 

F. conclude così sull’argomento

... ci vuole coraggio per partire e lasciare il proprio paese. Int.14

6.2.2 Progetti iniziali e futuri

I motivi che spingono le donne a lasciare il loro paese condizionano la durata del progetto migratorio. Come si evidenzia dalla successiva tabella, la maggior parte di loro desiderava fermarsi in Italia per un periodo di tempo della durata massima di tre anni. Successivamente le difficoltà di trovare un lavoro, una casa, la nascita dei figli portano a dilatare nel tempo la durata del loro progetto migratorio.

... quando sono arrivata pensavo di rimanerci al massimo per due anni; ora vivo in Italia da otto anni, le cose si sono complicate, a Vicenza si spendono tanti soldi per vivere, i lavori non sono sicuri, risparmiare non è facile, non so quanto mi fermerò qui, non penso di restare per sempre. Int.4

In un primo momento volevamo rimanere in Italia al massimo per tre anni, non appena guadagnato il necessario per costruire una casa saremmo tornati in Ghana, però non guadagnavamo mai abbastanza, ... poi sono nati i figli. Int.5

E’ interessante notare che le donne arrivate in Italia da meno tempo si sono dimostrate più precise nel dirmi per quanto tempo è loro intenzione restare, mentre le donne che registrano una più lunga permanenza in Italia non sanno dare una risposta precisa su quanto a lungo intendono fermarsi, come se una più lunga permanenza causasse una maggior indeterminatezza nel progetto migratorio.

... io quando sono venuta nell’ ‘85 ho detto: il prossimo anno torno in Ghana e adesso ... eccomi qua ! [ride]. Io credo che prenderò la pensione qua. Anche mio marito vorrebbe vivere in Italia però vorrebbe che venissero anche i nostri figli. Int.n.2

Non so bene cosa farò, dipenderà da come si metteranno le cose, dalla possibilità di trovare un lavoro, una casa per me e per la mia bambina. Mi piacerebbe restare altri dieci anni per fare finire la scuola a P. Int.1

In molti casi i progetti futuri sono legati all’incertezza ...

... adesso non so cosa pensare per il futuro, il futuro è un po' incerto, non so se resterò a Vicenza, se andrò in Ghana o in qualche altro paese. Ci vuole ancora tempo, non abbiamo risparmiato ancora abbastanza. Int.5

Tab.3 Progetto migratorio. Prima tappa in Italia

Interviste

Prima tappa in Italia

Progetti iniziali

Progetti futuri

N.1

Cassino

Indefiniti

Almeno altri 10 anni

N.2

Napoli

1 anno

Definitivamente in Italia

N.3

Palermo

1 anno

Indeterminato

N.4

Palermo

2 anni

Indeterminato

N.5

Palermo

3 anni

Indeterminato

N.6

Palermo

3 anni

Indeterminato

N.7

Napoli

2 anni

Circa 5 anni

N.8

Palermo

Qualche anno

Indeterminato

N.9

Napoli

3 anni

Altri 3 anni

N.10

Palermo

3 anni

Indeterminato/Al più presto

N .11

Napoli

6 mesi

Entro tre anni

N.12

Palermo-Napoli

2 anni

Indeterminato

N.13

Arzignano

Indeterminato

Restare definitivamente

N.14

Roma

Qualche anno

Fino alla pensione

n.15

Napoli

2 anni

Indeterminato

 

Come la tabella evidenzia, per tutte le donne, eccetto una, Vicenza non è stata la prima meta italiana. Inizialmente pensavano di soggiornare in Italia per un periodo variabile tra uno e tre anni. Attualmente i progetti circa la durata della permanenza in Italia rimangono indefiniti.

Sicuramente per molte la vita si è rivelata più difficile di quello che pensavano al momento della partenza. Ho comunque avvertito dai loro discorsi che il tornare in patria senza aver realizzato almeno in parte qualcuno degli obiettivi iniziali sarebbe percepito come una ulteriore sconfitta e che l’avere fatto sacrifici inutili sia ingiusto nei confronti della propria famiglia, specie dei figli.

... quando sono arrivata pensavo di rimanere sei mesi perché mi mancavano tanto i miei figli, adesso mi sento come obbligata a restare anche se non mi piace, non posso tornare in Ghana senza avere comperato una casa o una piccola attività da lasciare ai miei figli, per questo penso di rimanere altri tre anni ... Int.11 [dall’inglese]

... quando sono venuta ho detto alla mia famiglia che volevo solamente guadagnare dei soldi per aprire un commercio , per compra qualcosa-vendere [usa precisamente il termine inglese trade]... ma quando venuta qua ho visto difficile, è da sei anni che sono qua, mi piace tra tre anni torno nel mio paese ma è difficile... Int.9

 

Di tutte le intervistate solamente due hanno espresso l’intenzione di rimanere a vivere in Italia per sempre; altre pensano di fermarsi ancora a lungo, ma desiderano trascorrere comunque la vecchiaia nel loro paese.

... penso di restare in Italia ancora a lungo ma probabilmente non per sempre, vorrei trascorrere gli ultimi tempi nel mio paese, nella casa che ci siamo costruiti ... con tanti sacrifici ... Int.14

 

 

6.2.3 Cosa sapevano dell’Italia

Uno degli aspetti che mi ha particolarmente colpito è che la maggior parte delle donne prima di giungere in Italia non sapeva quasi niente del nostro paese, questo anche nei casi in cui il loro marito viveva in Italia ormai da qualche anno.

...prima di partire dell’Italia non sapevo niente solo che c’era mio marito. Int.10

Dell’Italia sapevo qualche parola come ‘capito?’ senza però saperne il significato, ... avevo un’ idea dell’Italia pensando solo al Vaticano e non ci sono mai stata ... Int.2

... Dell’Italia non sapevo niente a parte che qui abita il Papa e che la capitale è Roma, la cosa che mi preoccupava di più era il problema della lingua ... Int.6

 

Mi ha fatto sorridere il fatto che certi luoghi comuni sull’Italia fossero arrivati anche in Ghana ...

... Dell’Italia non sapevo quasi niente a parte che c’era la mafia ... Int.4

 

Una delle intervistate al suo arrivo è invece rimasta stupita del fatto che si parlasse italiano, altre donne invece sapevano che qui si parlava l’italiano ma pensavano che tutti conoscessimo l’inglese.

... quando sono arrivata ho capito che qui non è come in Ghana che si parla il twi e anche l’inglese... Int.10

 

La scelta dell’Italia come meta di destinazione spesso è dovuta alla facilità di ottenere il visto di ingresso e alla difficoltà di ottenere il permesso di entrata per altri paesi europei. In base alle loro testimonianze, le mete preferite inizialmente sono innanzitutto l’Inghilterra, poi la Germania e gli Stati Uniti.

... volevo trasferirmi in Europa , non necessariamente in Italia, avrei preferito l’Inghilterra, il primo visto disponibile è stato però per l’Italia e così poco dopo sono partita ... . Verso il 1988-89 era più facile ottenere il visto per l’Italia perché di immigrate c’è n’erano poche, l’Inghilterra invece era più rigida perché molti ghanesi entrati come turisti in realtà sono rimasti definitivamente ...

... il giorno stesso in cui è arrivato il visto sono partita assieme ad altre quattro donne, in Italia c’era già mio marito. Int,4

... mio marito aveva avuto il visto per l’Italia, se fosse stato per la Germania sarebbe andato là, è stato mio marito a farmi venire in Italia. Int.2

... abbiamo pensato di venire in Italia perché qui c’è mio cognato e ci aveva detto che qui c’erano pochi immigrati ed era facile inserirsi ... Int.5

 

In tre casi quindi le donne sono rimaste nel loro paese senza il marito, emigrato in precedenza in altri paesi prima che in Italia. La coppia si è poi ricongiunta dopo anni di separazione.

... inizialmente mio marito è partito per la Libia, poi invece ha deciso di venire in Italia. Io non sapevo niente, lui poi mi ha scritto il suo indirizzo e allora ho capito che era in Italia ... dopo cinque anni sono arrivata anch’io. Int.3

 

L’impressione complessiva è che la scarsa informazione sulla realtà che le aspettava abbia contribuito a rendere ancora più problematico l’approdo.

 

 

6.2.4 L’arrivo in Italia

Tutte, eccetto una, sono arrivate in Italia con un visto di tipo turistico; solamente una donna ha seguito l’iter del ricongiungimento familiare. Sono arrivate in aereo a Roma e come quasi tutti i ghanesi presenti a Vicenza hanno passato la frontiera a Fiumicino. A parte un caso, Vicenza non risulta essere stata la prima meta delle donne da me intervistate: inizialmente si sono stabilite nel sud d’Italia, la maggior parte a Palermo, qualcuna a Napoli. Nella maggior parte dei casi hanno raggiunto il marito, un parente o qualche connazionale emigrato in precedenza

... sono arrivata con l’aereo a Roma e subito ho preso il treno per Palermo dove abitava mia sorella e sono andata a vivere col lei. Int.4

Mio marito e io siamo arrivati a Palermo nel 1985. Li c’era già suo cognato e alcuni suoi conoscenti ghanesi... Int.5

... mio marito era a Napoli da un anno ed è stato lui ad invitarmi a venire in Italia ... sono andata al consolato in Ghana per ottenere il certificato ... Int.11

 

 

 

6.2.5 Il sud d’Italia

Il soggiorno al sud è dovuto ad una maggiore possibilità di inserimento nel contesto sociale, a più ampie possibilità di trovare una casa ed un lavoro non in regola e soprattutto ai minori controlli da parte delle autorità sullo stato giuridico degli stranieri.

Quasi tutte le donne sono giunte in Italia con un permesso di soggiorno per motivi turistici, al cui scadere dopo tre mesi la loro condizione giuridica è diventata irregolare.

... molti ghanesi vivevano a Palermo o nel Sud perché li ci sono meno problemi se sei clandestino, ... non ci sono difficoltà se lavori in nero, ... non ci sono controlli della polizia ... io vivevo in una catapecchia assieme a mio marito e ad altre persone ghanesi. A Palermo non si spendono soldi per il riscaldamento... Int.n.4

 

Da quanto raccontano, la Sicilia ricordava loro per molte cose l’Africa: cosa che ha in parte attutito e reso meno brusco il distacco dal Ghana prima di arrivare al nord d’Italia.

A Palermo fa caldo, assomiglia un po' all’Africa. Int.4

A Palermo mi sono ambientata bene, senza particolari problemi. Int.3

Quando sono arrivata qui a Bassano invece sono arrivata d’inverno. Non riuscivo ad uscire di casa perché faceva troppo freddo, così stavo tutto il giorno a letto sotto le coperte. Int.11

 

Solo in un secondo momento dopo essere riuscite a regolarizzarsi si sono trasferite al nord, quasi tutte subito a Vicenza.

Al riguardo è interessante notare come nella scelta di trasferirsi al nord per la comunità ghanese abbia avuto un ruolo fondamentale la cosiddetta ‘catena migratoria’, che in questo caso consiste nella trasmissione di informazioni e di notizie da parte di altri connazionali circa la facilità di trovare al nord un lavoro in fabbrica.

La condizione di non regolarità è vissuta dalle donne con particolare sofferenza,

... inizialmente ero clandestina e questo mi faceva soffrire molto... dopo il lavoro non uscivo quasi mai, tornavo subito a casa e non andavo a fare festa, non mi trovavo mai con i miei connazionali, se avevo bisogno di medicine non potevo comprarle ... è stato un periodo molto difficile, ero molto depressa ... Int.4

... eravamo clandestini a Napoli. Io lavoravo come domestica. Abbiamo vissuto per sei anni come clandestini, ... a Napoli sono bravi con gli stranieri senza documenti ... Int.7

... uno di vantaggi di vivere in Sicilia è che la vita costa meno ...Int.4.

 

 

 

6.2.6 Il trasferimento al nord

... poi, visto che al sud non riuscivamo a trovare un lavoro in regola, mio marito è venuto a cercarlo al nord ... Int.7

... avevamo saputo che a Vicenza si trovava lavoro così sia io che mio marito siamo partiti ...

... a Palermo ci pagavano poco e dovevamo lavorare per molte ore. Alcuni nostri amici ghanesi ci hanno detto che al nord si trovano buoni lavori ... Int.3

 

Il trasferimento dal sud del paese al nord non ha sempre riguardato l’intero nucleo familiare: in alcuni casi è stato il marito a partire per primo mentre la donna rimaneva nel meridione, raggiungendolo qualche mesi più tardi nel momento in cui il coniuge trovava lavoro. Questo rapporto ad elastico comporta una costante instabilità dei punti di riferimento e la necessità di adeguarvisi di continuo.

Questa seconda migrazione interna al paese ha in qualche caso comportato il fatto che marito e moglie vivessero un certo periodo di tempo in abitazioni separate. L’intervistata n.7 ha vissuto un periodo dalle suore, mentre il marito alloggiava in un pensionato.

Alcune prima di arrivare a Vicenza hanno vissuto in altre città dell’Italia settentrionale.

... da Palermo ci siamo trasferiti a Bergamo, dove siamo rimasti per un anno ... io non riuscivo a trovare lavoro mentre mio marito lavorava, vivevamo in un albergo ... Int. 2

 

Per alcune il supporto dei connazionali parenti è stato fondamentale:

... alcuni amici ghanesi che lavoravano a Vicenza ci hanno aiutato, ci hanno ospitato a casa loro ad Arzignano per 3-4 mesi ... Int.2

 

La spinta principale che li ha portati al nord è comunque la speranza di trovare un lavoro in regola.

Nel caso dell’intervista n.14 l’aiuto di una persona italiana è stato fondamentale,

Appena arrivati a Vicenza siamo stati fortunati perché abbiamo incontrato il Sig. B. che attualmente lavora all’ufficio accoglienza immigrati, ci ha ospitato a casa sua per quasi due mesi. Int.14

 

 

 

6.2.7 Situazione alloggiativa

Uno dei principali problemi emersi in questa ricerca è quello delle casa. Durante le interviste l’argomento relativo all’alloggio ha avuto un ruolo spesso centrale nella conversazione. In effetti, come confermano senza eccezione gli operatori del settore, a Vicenza gli immigrati hanno difficoltà a trovare casa e gli africani risultano in questa ricerca maggiormente penalizzati.

E’ difficile trovare una casa, non ci affittano le case perché siamo neri.

Il padrone dice mi dispiace no perché siete africani. Int.n.3

Una volta avevo telefonato per vedere una casa, quando mi sono presentata la risposta è stata: no, pensavo che fossi italiana, no la mia casa non la posso affittare a stranieri. Int.2

Il costo elevato degli affitti è inoltre incompatibile con un progetto migratorio di tipo economico.

Il mio più grande problema è quello della casa ... io e mio marito stiamo cercando casa da tanto tempo...gli affitti sono carissimi e noi vogliamo anche risparmiare, però anche se paghiamo un affitto alto la maggior parte dei padroni di casa non affitta la casa a stranieri che per me vuole dire neri in particolare... Int.6

... è difficile adesso cercare la casa, costa un milione, ottocento- novecentomila, come facciamo a pagarla e ad aiutare la nostra famiglia in Ghana... Int.11

Il prezzo richiesto dai proprietari di casa agli immigrati solitamente è quello di mercato: la mancanza però di confronto con persone italiane contribuisce a farli sentire particolarmente discriminati e vittime di ingiustizie e di disparità rispetto agli italiani.

Noi vogliamo cambiare casa ma non riusciamo a trovarne una migliore. Abbiamo una casa piccola e paghiamo 530.000, l’affitto è troppo caro. Il padrone vuole fare una ricevuta più bassa [vuole fare una ricevuta di pagamento inferiore rispetto all’affitto effettivo]. Lui se ne approfitta perché siamo stranieri. Int.7

 

Molte donne rimanevano sorprese a sapere che anche molti vicentini pagano un canone di locazione elevato.

... pensavo che ai vicentini le case costassero meno... Int.6

La difficoltà nel riuscire trovare un casa è anche causata dalle poche conoscenze delle immigrate e dalla carenza di informazioni. Come vediamo dalla tabella n.4, parrocchie e le associazioni che operano nell’ambito dell’immigrazione svolgono un’importante azione nell’aiutare a trovare casa. Un altro canale spesso usato dagli immigrati è quello delle agenzie, ma con scarsi risultati.

Una persona africana ha più difficoltà di un italiano a trovare casa perché non sa a chi rivolgersi.Int.2

Ci siamo rivolti alle agenzie ma la risposta è stata sempre negativa. Int.5

Mi sono rivolta a molte agenzie dove mi hanno spigato come stanno le cose. Int.6

 

Alcune donne mi hanno riferito di cercare casa anche da sole:

Io adesso solo problema casa, se io visto [vedo che] in una casa non c’è nessuno [vado] dentro a domandare al padrone, ma non vuole stranieri. Int.10

 

In alcuni casi poi, quando il costo dell’affitto è alto tendono a chiamare altri connazionali per condividere le spese e questo comportamento crea conflitti con il proprietario della casa.

... spesso i ghanesi ospitano altri ghanesi... non si può non aiutare un fratello che soffre. Int.2

Se tu dai una casa a un ghanese poi ne vengono cento. Int.2

 

La mia esperienza mi porta inoltre a dire che spesso vivono in case insalubri o isolate o sovraffollate. In particolare tre donne vivono in zone collinari. Una di esse vive in una casa raggiungibile solo da una strada bianca e tutto ciò sicuramente porte ad aumentare la situazione di isolamento e di solitudine delle donne.

... rimango sempre a casa, anche se volessi come faccio con i bambini a muovermi e a fare tutta la strada a piedi... Int.13

...ai neri danno solo le catapecchie, anche a noi volevano dare una casa vecchissima chiusa da tempo dove pioveva dentro... la padrona era una donna cattivissima... sempre problemi... Int.11

 

Particolarmente complessa si presenta la situazione di donne che vivono nei centri di accoglienza: uno dei disagi maggiormente sentiti è la mancanza di intimità e di spazi propri,

Nella stanza dove dormo io dormono altre quattro donne, non posso mai stare tranquilla, non ho spazio per le mie cose. Int.6

 

In alcuni casi i propri oggetti personali sono custoditi presso le abitazioni di altri connazionali,

... non ho qui le foto di mia figlia, sono in alcuni scatoloni a Brescia da dei miei amici, la prima volta che vado mi ricordo di prenderle per fartele vedere... Int.6

Qui non mi trovo bene, siamo in otto donne ad usare la stessa cucina. Qui nella stessa stanza mangiamo e dormiamo, non va bene. Int.11 

Tab.4 Domicilio e situazione abitativa.

 

Interviste

domicilio

Situazioneabitativa

Casa trovata tramite

N.1

Vicenza

Centro accoglienza

Caritas

N.2

Costo di Arzignano

Condivide la casa con più famiglie

Parroco

N.3

Vicenza

abitazione in affitto

volontari caritas

N.4

Vicenza

ospite presso parenti

N.P.

N.5

Vicenza

appartamento in affitto

conoscenze private

N.6

Vicenza

Casa Motton S.Lorenzo

Ass, Luna e l’altra

N.7

Marano Vic.

casa in affitto

Volontari parrocchia

N.8

Bassano

condivide la casa con un’altra famiglia ghanese

Ass. Villaggio globale

N.9

Bassano

Centro d’accoglienza

Scalabrini

N.10

Bassano

Centro d’accoglienza

Scalabrini

N.11

Bassano

Centro d’accoglienza

Scalabrini

N.12

Val Rovina

casa in affitto

Associazione Casa a colori

N.13

Chiampo

casa in affitto

conoscenze private

N.14

Arzignano

casa di proprietà della parrocchia

Parroco

N.15

Cavazzale

Casa di proprietà della parrocchia

Parroco

 

La maggior parte delle intervistate ha trovato soluzione al problema alloggiativo grazie all’interessamento di volontari, associazioni e parroci.

Le donne che vivono nei centri di accoglienza mi spiegano che convivere con persone appartenenti ad altre culture non è semplice; spesso l’immigrata non si deve confrontare solamente con la cultura italiana ma vivendo insieme ad immigrati provenienti da altri paesi deve adattarsi a modi di vivere ed abitudini che sono diverse, sia rispetto al loro paese di origine che rispetto al contesto di approdo.

... si, cerco casa, ancora cercare perché qui abitare con tante persone, marocchini, senegalesi, tanti problemi, questo non va bene. Anch’io ho la cultura del mio paese, ma abitare insieme problema ... Int.9

 

Anche l’incomprensione linguistica tra immigrati provenienti da paesi diversi dal Ghana spesso è causa di incomprensione e malumori.

Anche in cucina, tutti insieme marocchini, senegalese, non va bene, problemi di lingua. Int.10

Una casa con due persone va bene. Tu hai tuo carattere, anche O. [si riferisce alla sua connazionale presente all’intervista], anch’io. Sempre problema perché tu piace questa chiave [ha un paio di chiavi in mano], io non piace, O. non piace, problema. Qui abitare con tante persone, tanti stranieri ... Anche problema capire lingua. Ad esempio io parlare con O., tutti due ghanesi, quando tu abiti qua insieme pensare cosa dici ? [Se siamo io e O. siamo due ghanesi, ma se ci sono altri stranieri ci chiediamo Cosa pensano ? Cosa dicono ?] Int.9

Questo dovrebbe fare riflettere molto, quando si progetta o si prende qualche provvedimento nei confronti degli immigrati: spesso si tende a considerarli un gruppo omogeneo senza tenere presenti le differenze culturali e personali al loro interno, anche se bisogna dire che spesso soluzioni di ripiego sono dovute ad una oggettiva carenza di risorse.

Alcuni volontari ad esempio sottovalutano il disagio che comporta la convivenza con altre persone in quanto ritengono che il vivere assieme ad altre persone faccia parte della cultura africana. Al contrario, tra i motivi per cui alcune donne hanno lasciato il loro paese c’era proprio il desiderio di avere una propria casa indipendente dal resto dei familiari; tutte le donne che vivono in centri di accoglienza o che condividono la casa con altre persone estranee dal proprio nucleo familiare hanno espresso la loro insoddisfazione rispetto alla situazione abitativa ed il desiderio di trovare una nuova e "vera" casa.

La mancanza di una abitazione adeguata è una tra le cause principali che spingono a rimandare i figli in Ghana o a farli ospitare da qualche famiglia italiana

...mia figlia di tre anni vive con una famiglia italiana perché in casa non abbiamo spazio, io e mio marito abbiamo solo una camera e con noi abbiamo la bambina più piccola di sei mesi. Int.2

 

Avere un regolare contratto d’affitto ed un alloggio adeguato sono inoltre tra i requisiti necessari per richiedere il ricongiungimento dei figli e per ottenere la residenza.

...mi manca il contratto d’affitto, molti ghanesi non hanno il contratto d’affitto perché i padroni di casa non vogliono che i ghanesi abbiano la residenza. Int2

 

La carenza di alloggi porta a far sì che moglie e marito vivano separati, lei in una casa alloggio, lui ospite di alcuni connazionali.

... non poter vivere con mio marito è la cosa più triste ... Int.6

 

La situazione alloggiativa sembra di difficile risoluzione in particolare per le donne sole con figli.

Ho il problema della casa, io e mia figlia siamo ospitate da alcuni parenti. Int.4

Alla casa della Caritas dormo in camera con altre tre donne e con la mia bambina, non mi trovo bene, ma sono sola e non ho un lavoro sicuro. Int.1

 

La mancanza di spazio per i bambini nei centri accoglienza li penalizza anche per quanto riguarda il rendimento scolastico, non disponendo essi di una scrivania su cui fare i compiti, ecc.

La tensione che si crea nella vita forzatamente in promiscuità non di rado può sfociare in momenti di intolleranza: ricordo in particolare un episodio in cui i responsabili di un centro accoglienza avevano avvertito più volte una donna del trasferimento del suo posto letto in quanto non rispettava le regole di convivenza della casa. Il trasloco, che coinvolgeva più ospiti, iniziava pur con l’assenza della donna, la quale, rientrata con il marito, ha fatto scatenare una rissa.

Una delle intervistate, all’epoca in cinta, grazie al notevole impegno delle volontarie dell’associazione Luna e l’altra aveva trovato alloggio con il marito in un miniappartamento. Dopo un po’, tra il generale stupore delle volontarie, visto che l’affitto era ancora per loro alto, avevano preferito traslocare, lei, lui e la bambina, per andare a vivere insieme a due amici del marito.

 

6.2.8 Condizione lavorativa

Come abbiamo già rilevato la donna ghanese ha un ruolo economico attivo fin dagli inizi del progetto migratorio familiare. Delle donne da me intervistate solo tre non lavorano: due sono disoccupate ed in cerca di lavoro; l’altra, essendo la moglie di un pastore protestante, aiuta il marito nella gestione delle comunità religiosa.

Tutte le donne svolgono lavori a basso profilo professionale, ma diversamente da donne immigrate di altre nazionalità, le donne ghanesi non sono impiegate quasi esclusivamente nel lavoro domestico. Tra le intervistate infatti solo 4 sono impiegate nell’ambito del settore domestico o di cura della persona, mentre 8 sono impiegate nella piccola e media industria. Di queste donne solamente due lavorano nello stesso comune dove sono domiciliate, le altre nell’arco di 20 Km dall’abitazione.

 

Tab.5 Lavoro attuale in Italia; lavoro precedente in Ghana. Fonte:

Interviste

Lavoro in Italia

Luogo di lavoro

Lavoro in Ghana

N.1

Operaia conceria

Arzignano

-

N.2

Operaia fabbrica di scarpe

Chiampo

Sarta in casa

N.3

Pulizie

Arzignano

Parrucchiera

N.4

Collaboratrice domestica

Vicenza

Studentessa

N.5

Casalinga

-

Inserviente capo

N.6

Operaia conceria

Arzignano

Dattilografa

N.7

Operaia metalmeccanica

Cavazzale

Insegnante di economia domestica - scuole medie

N.8

Operaia metalmeccanica

Marano Vic.

Parruccchiera

N.9

Operaia pollificio

Rosà

Sarta

N.10

Operaia pollificio

Rosà

Cameriera in un bar

N.11

Operaia ind.biciclette

Cassola

Inserviente ospedale

N.12

Collaboratrice domestica

Bassano

-

N.13

Disoccupata

_-

Sarta

N.14

Collaboratrice domestica

Arzignano

Impiegata

N.15

Disoccupata

-_

-_

La maggior parte delle intervistate attualmente lavora come operaie, quattro come collaboratrici domestiche; tre sono disoccupate, una è casalinga. Solo sei donne mi hanno detto di ritenere il loro lavoro sicuro, le altre ritengono la loro posizione lavorativa precaria.

Tutte si dimostrano soddisfatte di avere un lavoro anche se lo trovano faticoso e sono consapevoli di essere impiegate in cicli del laro produttivo nocivi e pericolosi che gli italiani rifiutano.

...il lavoro non mi dà particolari problemi, sono tranquilla perché non parlo con nessuno e faccio il mio lavoro, però è pesante sto tutto il giorno in piedi a contatto con solventi pericolosi ... noi facciamo i lavori che i vicentini non vogliono fare. Int.6

... sono contenta di avere un lavoro fisso anche se piango molto ... lavoro in una fabbrica che fa suole per scarpe, lavoro turni. Int.2

... il lavoro non mi piace perché è molto faticoso... Int.7

... facciamo i polli, io tagliare coscette, petti di pollo, ... va bene ... Int.10

 

Non è semplice poter dare un quadro unitario dei rapporti di queste donne con gli italiani nell’ambiente lavorativo; quasi tutte però mi hanno riferito di avvertire forme di discriminazione sul lavoro sia da parte dei colleghi ed in maniera più accentuata da parte dei datori di lavoro.

... al lavoro mi sentivo molto più controllata rispetto agli italiani, poi, se qualche italiano sbagliava nascondeva lo sbaglio e spesso davano a ma la colpa ingiustamente, questo perché io sono nera e dei neri si fidano poco... Int.2

A Palermo ho lavorato come domestica fissa presso una famiglia, dovevo anche preparare da mangiare e lavare i piatti ... dovevo mangiare in cucina con i piatti di plastica che potevo cambiare solo dopo tre giorni, questo perché avevano paura che io portassi qualche malattia dall’Africa. Int.4

... in fabbrica vengo trattata male perché sono nera, ti pare giusto ad esempio che un ragazzo slavo di sedici anni, appena arrivato guadagni più di me? Io ho protestato con il padrone perché non era giusto e lui mi ha detto di tornarmene in Africa se non mi va bene... Int.7

 

M. dice di trovarsi bene al lavoro, in particolare con una signora,

...Va bene fabbrica, grande ma non troppo, ci sono tanti italiani che lavorano, sì, bene, buono con gli italiani... in particolare la signora M., buona donna, prima lei arrabbiata, adesso basta. Int.9

 

il che la dice lunga sulla qualità dei rapporti in fabbrica con gli italiani.

Dalle conversazioni con le donne è emerso che in provincia di Vicenza è più difficile trovare un lavoro sicuro rispetto a qualche anno fa e che in caso di congiuntura negativa le donne sono le prime a rimanere a casa. Delle intervistate alcune mi hanno riferito di essere preoccupate di perdere il lavoro o di avere un lavoro precario.

...il lavoro non è sicuro, non so se la prossima settimana mi chiameranno o se starò a casa perché c’è poco lavoro... è difficile trovare un lavoro duraturo, si trovano lavoro temporanei di qualche mese e non in regola, due anni fa ho avuto l’esperienza più duratura. Int.1

... sono in prova , spero che mi tengano... Int.11

 

La percezione di una maggiore difficoltà da parte delle donne africane a reperire un occupazione stabile rispetto a tempo fa rispecchia la realtà del mercato del lavoro della nostra provincia. L’analisi degli avviamenti lavorativi presso l’Ufficio del Lavoro indica infatti nelle liste di disoccupazione un maggiore percentuale di donne disoccupate rispetto agli uomini.

Tale tendenza del mercato viene confermata anche dall’analisi dei dati delle donne che si sono rivolte al servizio Aisha Spazio Donna, dove la maggiore parte delle richieste è relativa al lavoro. In un incontro svolto tra le associazioni Luna e l’altra e Isola che non c’è sulla formazione lavorativa delle donne immigrate, la Sig.ra Levi Bettin, presidente dell’associazione L’Isola che non c’è, aveva portato interessanti riflessioni circa le possibili cause delle difficoltà da parte delle donne dell’Africa subsahariana a reperire un lavoro anche di tipo domestico: innanzitutto la diversa manualità, in quanto le donne nei loro paesi d’origine sono abituate ad usare utensili diversi dai nostri; la mancanza del telefono e della patente, che risultano essere ostacoli che rendono le donne difficilmente rintracciabili anche per le imprese di pulizia. Questi ed altri motivi come i frequenti ritardi, la lentezza e la mancanza di precisione nello svolgere alcuni lavori come quello di cura e domestico hanno contribuito a preferire donne immigrate di altre nazionalità come le filippine o le donne delle ex Jugoslavia.

E’ interessante rilevare comunque che esiste una certa preferenza da parte delle donne al lavoro in fabbrica rispetto a quello presso una famiglia, in quanto viene percepito come più regolare, più sicuro, più dignitoso e che permetta loro più autonomia.

... sì a noi piace lavorare in fabbrica ...[trad. dall’inglese] Int.12

 

Rispettivamente alle difficoltà del lavoro domestico ecco la testimonianza di due donne:

Famiglia, problema, c’è signora che dice ... no, no, Ofelia, guarda, no ... Int.10 [il nome è fittizio]

 

Il lavoro presso un’azienda è avvertito come più stabile e più indipendente; una donna ritiene che il lavoro domestico sia più richiesto durante la stagione invernale

Non c’è lavoro adesso per le case, c’è più lavoro in winter [inverno] ... signora in casa non vuole metti [mettere] mano in acqua fredda, ma adesso non c’è freddo ... meglio fabbrica che si lavora sempre. Int.9

... meglio fabbrica ... Int.10

 

Le donne sono tutte consapevoli che riuscire a migliorare la loro situazione lavorativa è estremamente difficile. Sovente il racconto ha assunto toni di intenso coinvolgimento: ecco come D. esprime la sua rassegnazione:

Da quando sono in Italia da sempre ho lavorato come domestica, anche se questo lavoro non mi piace non ho mai avuto migliori opportunità né la possibilità di sfruttare il mio diploma.

Due settimane fa tramite una signora italiana ho avuto un colloquio in una oreficeria dove cercavano una persona che conoscesse l’inglese. Questa signora mi ha convinto a presentarmi anche se io sapevo di non avere nessuna possibilità di avere il lavoro perché sono nera. Durante il colloquio mi hanno fatto scrivere una lettera e io l’ho scritta benissimo. Poi questa signora che conosco e il datore di lavoro hanno parlato in dialetto e io non ho capito quello che dicevano, la signora quando le ho chiesto quello che si sono detti non me lo ha voluto dire, ma io so che il motivo del rifiuto è stato il colore della mia pelle. Int.4

 

Tutte le donne da me intervistate dal loro arrivo in Italia hanno cambiato vari lavori: solitamente al sud lavoravano come domestiche, qualcuna come colf fissa presso l’abitazione del datore di lavoro, riuscendo in seguito a trasferirsi presso una propria abitazione. Questo percorso di emancipazione si ritrova in molte donne immigrate

Da quando sono in Italia ho sempre lavorato come domestica, inizialmente abitavo nella casa dove lavoravo poi io e mio marito abbiamo trovato insieme una casa in affitto. Int.4

 

La mancanza di concrete possibilità di ascesa sociale e la rigidità del ruoli lavorativi nel settore domestico e dell’industria interessa anche le donne ghanesi. Il mantenimento di un attività lavorativa da parte delle donne risulta particolarmante difficile in presenza dei figli, in particolare modo per le donne sole.

E’ difficile ora trovare lavori duraturi, si trovano lavori per qualche mese e non in regola. E’ anche molto facile perdere il lavoro, alcuni lavori li ho persi per seguire la mia bambina, una volta ho perso un lavoro perché la mia bambina era ammalata e non ho trovato nessuno che la tenesse, un’altra volta perché era in vacanza da scuola e non sapevo a chi affidarla. Int.1

 

Inoltre sembrerebbe che i datori di lavoro, al momento di decidere un’assunzione, discrimino la donna africana in quanto pensano al lei come ad una potenziale madre di numerosi figli, il che non corrisponde alla realtà, visto che la migrazione condiziona anche le scelte riguarda la maternità. A tale proposito, si rimanda alla tabella n.7.

Una donna mi racconta di avere perso un lavoro quando non si è ripresentata al lavoro alla data esatta dopo le ferie estive.

... ero andata in Ghana e il biglietto è molto costoso, non si può rimanere poco. Int.11

 

 

6.2.9 Corsi di formazione

La mancanza di tempo libero da parte delle donne immigrate, aggiunta alla scarsa presenza di iniziative presenti nel territorio della provincia, ed ancora la difficoltà a far arrivare loro informazioni utili in modo tempestivo non favorisce la frequenza di corsi di formazione.

Delle donne da me intervistate, solamente una ad esempio aveva iniziato un corso di lingua italiana, interrompendolo dopo qualche lezione

...avevo iniziato un corso di lingua italiana, ma dopo poche lezioni non sono più andata per mancanza di tempo... Int.5

 

La scarsa frequenza di corsi da parte delle donne è causata anche, come detto, dalla mancanza di informazioni :

Non ho mai frequentato alcun corso di italiano...non ne ho mai trovati...mi piacerebbe... Int.10

 

Una donna mi ha riferito di avere preso alcune lezioni private di italiano poco dopo il suo arrivo in Italia

Da quando sono in Italia non ho frequentato nessun corso, a parte qualche lezione privata in Sicilia, c’era un insegnante che dava lezioni a gruppi di stranieri ...ho imparato poco perché l’insegnante durante le lezioni teneva sempre suo figlio... non gli interessava... Int.9

 

Per favorire l’inserimento delle persone straniere, sarebbe ideale permettere loro di frequentare corsi di lingua e di orientamento alla comprensione dello stile di vita italiano fin dall’inizio della loro permanenza

Inizialmente avrei voluto fare qualche corso di italiano, ora però non ne ho più voglia, dopo otto ore di lavoro in fabbrica... Int.7

 

Per quanto riguarda corsi che non siano strettamente legati all’apprendimento della lingua, una sola donna ha partecipato ad un corso di cucina organizzato all’interno dello spazio "oasi" nell’istituto degli Scalabrini a Bassano.

... ho fatto un corso di cucina. Int.13

 

Nessuna delle donne da me intervistate era a conoscenza dell’esistenza dei corsi gratuiti di alfabetizzazione (i cosiddetti corsi 150 ore) per il conseguimento del diploma di terza media, alle donne che mi sembravano interessate ho fornito indirizzi e informazioni anche distribuendo opuscoli e materiale in lingua inglese. Una cosa che mi è sembrata interessante è che richiedevano informazioni anche per i loro familiari.

... non avevo mai sentito parlare di queste scuole,[mi chiede dove può rivolgersi] mi interessa per mio marito perché vorrebbe prendersi la patente ma non sa parlare italiano, ... gli servirebbe andare a scuola di italiano. Int.6

 

Durante il mio lavoro non sono venuta a conoscenza di nessuna iniziativa formativa rivolte a donne immigrate. Tra varie associazioni, tra cui Luna e l’altra e l’Isola che non c’è, si ventilava l’idea di un possibile corso di taglio e cucito che permetterebbe alle donne di acquisire competenze lavorative. Certo con questo non si riuscirà a garantire un’assunzione certa, ma almeno permetterebbe alla donna di mettere in pratica quanto appreso anche nelle vita quotidiana, garantendo anche un risparmio economico alla famiglia.

 

.2.10 La lingua italiana

 

Tab.6 Scolarità; conoscenza della lingua italiana.

Interviste

Scolarità

Lingua parlata

Conoscenza Italiano

Int1

Medie

Twi

Discreta

Int.2

Elementari

Twi

Sufficiente

Int.3

Professionali

Twi

Sufficiente

Int.4

Superiore

Twi

Discreta

Int.5

Elementari

Twi

Scarsa

Int.6

Superiori

Twi

Discreta

Int.7

Superiori

Twi

Scarsa

Int.8

Elementari

Twi

Scarsa

Int.9

Medie

Twi

Quasi nulla

Int.10

Elementari

Twi

Quasi nulla

Int.11

Professionali

Twi

Nulla

Int.12

Elementari

Twi

Scarsa

Int.13

Medie

Akan

Sufficiente

Int.14

Professionali

Ga

Buona

Int.15

Elementari

Twi

Quasi nulla

Per otto donne su quindici il livello di italiano va da scarso a nullo; nel definirne il grado di padronanza ho cercato di valutare soprattutto la capacità di farsi capire più che l’osservanza delle regole linguistiche o la conoscenza delle parole. Per quanto riguarda la scolarità delle intervistate, tre donne hanno un diploma di studi superiori; tre hanno frequentato scuole professionali, mentre il resto ha una scolarizzazione primaria di circa sei anni. I gradi di scolarità presenti in tabella sono stati trasposti nel modo più aderente possibile al sistema scolastico ghanese.

Quasi tutte le donne intervistate hanno una scarsa padronanza della lingua italiana. I discorsi sono caratterizzati dagli errori, dalle difficoltà nell’uso delle regole sintattiche e grammaticali e dalla povertà di vocabolario. Anche gli operatori dei servizi sono concordi nel ritenere i ghanesi tra gli immigrati che si esprimono con maggiori problemi in italiano. Ciò si potrebbe giustificare con il fatto che il Ghana è un paese anglofono, al contrario per esempio della comunità senegalese, francofona, che si esprime generalmente in un migliore italiano. Le differenze esistenti fra i vari gruppi nell’apprendimento della seconda lingua non dipendono solo dalla ‘distanza’ esistente tra due lingue, ma il fatto che esistono modi di pensare e di vedere la vita quotidiana, oltre che modi di presentare se stessi e di percepire gli altri, che sono codificati in modo specifico in ciascuna cultura e come tali poco trasferibili da una lingua all’altra. L’immigrato esprime i concetti della seconda lingua filtrati dalle matrici culturali e cognitive della lingua madre e a volte quindi fraintendimenti e incomprensioni non hanno origine solo linguistica, ma anche culturale.

Gli immigrati forzatamente sviluppano la loro capacità di comunicazione in un ambiente naturale: la necessità di comunicare è essenziale alla loro sopravvivenza (per cercare casa, lavoro, ecc.) e tale urgenza porta a parlare prima di aver imparato qualsiasi regola linguistica. In questo modo la lingua appresa spontaneamente si rivela limitata rispetto al vocabolario; povera dal punto di vista sintattico (uso dei verbi all’infinito); fonologicamente scorretta; con ricorrenti omissioni di elementi grammaticali.

Dalla mia ricerca ho rilevato che i mariti solitamente parlano meglio delle mogli per la maggiore frequenza di contatti con l’esterno, mentre fra le donne le lavoratrici si esprimono meglio. Come detto poco sopra, la generale difficoltà delle donne è dovuta al fatto di avere acquisito un italiano di urgenza, in un contesto comunicativo asimmetrico e privo di connotazioni affettive. Asimmetrico nel senso di non paritario nello scambio verbale, sbilanciato dalla parte dell’interlocutore e legato agli ordini ricevuti nel posto di lavoro o in sedi istituzionali. Come afferma Graziella Favaro, "Fin dall’inizio la vita delle donne emigranti si organizza attorno a due poli, sociali e linguistici; da una parte i connazionali, gli amici, i familiari ed i legami con la lingua ed il paese di origine (la lingua degli affetti, dei pensieri, dei ricordi e delle emozioni); dall’altra il polo del lavoro, degli obblighi burocratici, dei doveri, della lingua del paese di residenza. Nei confronti di questa lingua, strana, distante, minacciosa, la donna immigrata si trova generalmente nella condizione di dover ricercare delle soluzioni linguistiche d’urgenza a problemi di nuova comunicazione".

I contatti tra le donne straniere e gli italiani costituiscono i principali input per l’apprendimento linguistico. Invece la rete di comunicazioni delle donne ghanesi risulta estremamente ristretta, anche per quanto riguarda i ruoli degli interlocutori. I contatti di tipo amicale tra italiani e ghanesi sono molto ridotti, cosicché viene a mancare uno dei fattori che favorisce l’apprendimento linguistico, costituito dal contatto personale con persone italiane disposte a correggere gli errori, a dare suggerimenti giusti ed a spiegare il significato delle parole.

Un altro ruolo importante dell’educatore a questo proposito è di fornire uno stimolo all’apprendimento della lingua italiana: vorrei ricordare, nel mio periodo trascorso presso la Caritas, come anche semplici azioni possano mutare il loro atteggiamento verso l’italiano, attraverso anche la gratificazione nel processo di apprendimento. Mentre mi trovavo nella cucina del centro accoglienza Caritas, S., una delle donne ospiti, si rivolge a me chiedendomi di darle la borsa perché vuole appendermela all’attaccapanni e al posto del termine ‘borsa’ usa la parola ‘sacchetto’: le spiego allora la differenza tra le due parole ed il giorno dopo S. usa correttamente i termini, spiegandone la differenza anche alle sue connazionali. E’ interessante notare che durante i primi giorni le donne parlavano tra loro in twi anche in mia presenza; man mano che approfondivo la conoscenza tendevano sempre più ad usare termini e frasi in italiano. A volte la preparazione della cena diventava un momento di scambio e apprendimento reciproco delle rispettive lingue: anch’io chiedevo loro il corrispettivo termine in twi sforzandomi di pronunciarlo correttamente. Così il valorizzare la loro lingua le stimolava ad imparare l’italiano con più facilità e maggiore gratificazione e cancellava almeno in qualche frangente la subalternità che esse patiscono nello scambio verbale.

Anche il fatto che durante le interviste dicessi, con loro grande sorpresa, qualche parola in twi o che parlassi del Ghana, mi dava l’impressione che contribuisse a mettere la mia interlocutrice a suo agio in una situazione per lei inusuale ed a scoraggiare così iniziali diffidenze.

Poche sono le occasioni di scambio linguistico con gli italiani,

...si, mi piace l’italiano ma è difficile da imparare, non ho amici italiani con cui parlare, parlo un po’ italiano solo al lavoro e al supermercato. Int.11

cosicché la televisione può costituire l’unica fonte di apprendimento.

Ascolto la televisione e imparo l’italiano, ma non parlo mai. Int.13

 

Le donne migranti, più che in una situazione di ‘presa di parola’, si trovano nella condizione di ricezione passiva, vale a dire capire ed eseguire le consegne e gli ordini impartiti in un italiano che spesso per comodità e per risparmio di tempo assume le caratteristiche del Foreign Talk, un registro semplificato nelle informazioni e nelle norme che il parlante nativo adotta quando si rivolge allo straniero. Questa forma di linguaggio semplificata, che Arturo Tosi definisce simile alla lingua di Tarzan, accompagnata da una esagerata gesticolazione e con tutti i verbi all’infinito, sembrerebbe aiutare poco a risolvere i problemi di comunicazione dello straniero.

Un’altra caratterizzazione della peculiarità della comunicazione tra nativi ed immigrati è descritta dal termine "fossilizzazione", che non esprime la fase iniziale di sopravvivenza nel nuovo paese, ma un esperienza di anni vissuta attraverso un repertorio assai limitato di pochi vocaboli e qualche forma idiomatica.

Una lunga permanenza in Italia quindi non necessariamente comporta un progresso linguistico. A tale proposito una ricerca promossa dalla Fondazione Europea delle Scienze sembra avvalorare la tesi secondo cui il processo di assimilazione della L2 (seconda lingua) in immigrati adulti dipende soprattutto dalla disponibilità del parlante a naturalizzarsi nel paese d’approdo e ad assumerne l’identità culturale. Si può notare come nella nostra realtà le comunità albanesi e slave tendano ad assimilare più facilmente il dialetto, forse per un desiderio di sentirsi più integrati. Da questo si può ipotizzare che la comunità ghanese sia particolarmente emarginata rispetto ad altre, quando invece altri dati come il numero dei figli nati in Italia ed il numero di residenti iscritti alle liste comunali possono essere letti come indubbi indici di stabilizzazione nel territorio.

Le donne da me conosciute non hanno una buona conoscenza dell’inglese, lingua ufficiale del Ghana, dato il loro non elevato grado di scolarità.

In Ghana parlo quasi sempre twi, mentre l’inglese si parla solo in chiesa, a scuola e nei negozi. Int.11

L’inglese è usato anche in Italia per parlare con il medico di base

Con il mio medico mi trovo bene. Lui parla molto bene inglese. Anche per questo anche se adesso vivo a Bassano continuo ad andare da lui a Rossano Veneto. Int.11

Di solito con i figli parlano in twi. I bambini quando iniziano a frequentare le scuole italiane imparano presto la nostra lingua e durante le interviste non di rado ho assistito a situazioni in cui i figli correggevano e schernivano le madri quando queste parlavano male. Un fatto che può contribuire, nella condizione di marginalità in cui il genitore versa, a svalutare agli occhi dei figli la figura parentale.

Comunque molte di loro mi hanno espresso il desiderio di migliorare il loro italiano, in alcuni casi chiedendomi di trovarci per fare conversazione.

Mi piacerebbe che tu venissi qualche volta a trovarmi per poter imparare l’italiano. Int.11

Mi piacerebbe molto imparare l’italiano ma è tanto difficile. Int.8

Avrei voluto fare dei corsi di italiano, ma dopo otto ore di lavoro in fabbrica sono stanca. Int.7

Grazie che sei venuta a trovarmi, così ho imparato un po' di italiano. Int.6

 

6.2.11 L’uso dei servizi

All’arrivo in Italia, la situazione di irregolarità giuridica che subentra dopo i tre mesi di permanenza ha contribuito ad uno scarso utilizzo dei servizi pubblici. Premetto che non è stato facile far capire, al di là delle difficoltà linguistiche, cosa significasse il concetto di ‘servizio’. Il metodo migliore sembrava fare esempi concreti come comune, ospedale, medico, ecc.

Quando sono arrivata non sono mai andata al comune, all’ufficio immigrati, perché ero clandestina. Quando non avevo il permesso di soggiorno stavo male e avevo paura. G. [il figlio]è nato all’ospedale di Valdagno: ero clandestina e sono andata all’ospedale di Arzignano però avevano detto che non potevano aiutarmi perché ero senza documenti. Poi una mia amica ghanese mi ha accompagnato all’ospedale di Valdagno dove invece mi hanno aiutato. Due settimane dopo la nascita di G. ho avuto il permesso di soggiorno. Int.3

 

Tutte, tra i servizi conosciuti, elencavano la questura, l’ospedale, il comune, il medico.

I rapporti con le istituzioni non sono i più facili: la barriera comunicativa e la carenza di informazioni sembra essere l’ostacolo principale, da cui deriva l’inadeguatezza a rapportarsi e ad interagire in modo appropriato con le figure istituzionali, fino al non capirne il ruolo. Ecco una donna come commenta la mia disponibilità all’ascolto rispetto a quella del sindaco del suo paese:

Se si trova qualcuno che, se si può trovare qualcuno insomma a dire ... perché ... a buttare fuori cose che sono nel cuore, perché noi qua ad esempio con il sindaco non si può. Sono sempre impegnati dalla mattina alla sera, quando vado al comune allora sarà chiuso, allora se trovo qualcuno con cui parlare come te è bello. Int.2

 

La difficoltà ad apprendere i meccanismi di funzionamento dei servizi fa sì che gli immigrati non vengano soddisfatti al momento del bisogno, creando in loro una percezione di discriminazione nei loro confronti che non necessariamente corrisponde a realtà. In un’altra esperienza di ‘falsa discriminazione’, molte famiglie intervistate avevano fatto domanda per le case popolari che non sono state loro assegnate, quando secondo loro l’assegnazione dell’alloggio avrebbe dovuto essere una cosa naturale. Il fatto che esista una graduatoria e che ci sia quindi da aspettare, per loro può significare che

ai neri la casa non vogliono darla. Int.7

Abbiamo fatto tre volte la domanda per la casa popolare ma niente. Il comune ci fa tornare ogni volta solo per farci pagare le spese per la marca da bollo. Int.7

 

Tutte le immigrate conoscono la questura, immediatamente associata al mantenimento del permesso di soggiorno. I rapporti con la questura sembrerebbero più difficili rispetto a quelli che si hanno con altri servizi.

Non ho avuto subito contatti con i servizi; solo in un secondo momento per potermi regolarizzare. Mi sono rivolta alla questura, purtroppo ci sono state difficoltà per la lingua e per la gran fretta del personale. Adesso quando mi rivolgo ai servizi mi trovo abbastanza bene, a parte il fatto che gli impiegati hanno sempre fretta e si innervosiscono ... perché con uno straniero invece di perdere cinque minuti ne perdono dieci a causa della lingua e perché lo straniero tante cose non le capisce perché non è nato qua. Int.6

 

Sempre in merito alla questura le immigrate ricordano in particolare le lunghe file che facevano qualche anno fa per ottenere il permesso di soggiorno.

Una volta stavamo in coda alla questura anche per tutta la notte. Eravamo trattati come animali [aggiunge il marito]. Int.7

Il problema più grande è con la questura. C’è sempre la fila e non sono molto gentili. Int.14

 

Ho notato che le donne tra i servizi non citavano spontaneamente l’Ufficio Accoglienza Immigrati; in due casi si erano rivolte per richiedere alcune informazioni sul ricongiungimento familiare:

... Ufficio accoglienza, non c’è problema ... Int.6

... sono andata per informazioni per fare venire la mia bambina ... Int.12

 

Delle donne conosciute solo quattro conoscono il consultorio familiare. Solamente una la figura della mediatrice culturale.

Ho visto la mediatrice culturale al consultorio ma non ne ho avuto bisogno. Int.6

 

Anche quando la comunità ghanese pensa a qualche iniziativa, l’aspetto organizzativo diventa un ostacolo quasi insormontabile. Ad esempio una necessità più volte espressa è quella di un asilo infantile per ghanesi con orari più flessibili. Una delle donne ed il marito mi hanno parlato a lungo di questa esigenza,

... avevamo chiesto aiuto alla Caritas, avevamo anche trovato uno stanzone, poi ci hanno detto che non andava bene, che ci volevano i permessi e alla fine non si è concluso nulla ... Int.5

 

non comprendendo la necessità di adeguarsi a norme di sicurezza o sanitarie.

L’intervistata acconsente quando il marito interviene affermando che

... senza capire veramente i nostri problemi vogliono essere superiori nelle decisioni. Se ti dimostri inferiore le cose vanno bene, ma non appena ti fai valere e chiedi rispetto cominciano i problemi. Anche persone giovani ti comandano perché sei nero. Int.5

 

Da quanto emerso in questo paragrafo dedicato all’uso dei servizi, la figura dell’educatore può rivestire un ruolo molto importante per favorire l’orientamento ai servizi da parte dell’immigrato, il quale per lo più non dispone da solo delle capacità e delle conoscenze necessarie a fruire delle risorse presenti nel territorio. L’educatore potrebbe così contribuire oltretutto ad eliminare quelle spiacevoli incomprensioni legate all’incontro tra operatori e utenti portatori di sistemi culturali diversi.

 

6.2.12 La concezione del tempo

lRitengo che analizzare la variabile de tempo sia importante per riuscire a comprendere meglio un sistema culturale diverso dal proprio.

Avvicinarmi a persone portatrici di una cultura altra dalla mia mi ha fatto riflettere su quanto possa essere diversa la percezione del tempo. Interessante al riguardo mi sembra il pensiero del Lanternari quando dice che il tempo nella civiltà occidentale industrializzata è inteso nella sua dimensione economico-utilitaristica, mentre per chi appartiene a società più tradizionali e di esigue proporzioni il tempo serve soprattutto a stabilire rapporti umani in un piano rituale. In altre parole, per noi occidentali il tempo rientra in una categoria individualistica ed economica, per altri fa parte di una categoria sociale, rituale, comunicativa. L’esperienza del tempo è funzionale all’uso dei rapporti umani, vale a creare ed a preservare il contatto tra gli uomini. Il senso del tempo non risponde ad una misura matematica e quantitativa, ma ad una misura qualitativa e sociale.

In riferimento alle società africane, Evans Pitchard distingue un tempo ecologico, legato all’andamento stagionale e climatico, ed un tempo strutturale basato invece sulle classi di età, che regola le interazioni all’interno della società. In alcune società inoltre non è molto sentita l’esigenza di un uso razionale del tempo: l’attività non è scandita sulla base del tempo ma sull’attività stessa; in questo caso il tempo assume un valore qualitativo.

La persona che emigra si trova quindi divisa tra due temporalità, due diverse organizzazioni temporali, visto che durante la migrazione vive una scansione temporale diversa rispetto a quella del suo paese di provenienza. L’immigrato deve imparare ad adeguarsi ai nuovi orari di lavoro, dei servizi, dei mezzi pubblici e dei negozi e molto spesso non rispetta la puntualità che inevitabilmente l’organizzazione della nuova società gli richiede. Durante le interviste ed in genere nelle relazione che ho avuto con immigrati dell’Africa Centrale ho avuto modo di sperimentare personalmente ed in più occasioni i loro ritardi agli appuntamenti: ho avuto l’impressione che per loro arrivare è la cosa fondamentale, quando arrivare lo è molto meno. Ciò è dovuto alla diversa scansione dello spazio e del tempo della nostra società. La collocazione all’interno di nuove dimensioni spazio-temporali fa sì che lo straniero perda i propri punti di riferimento, sia spaziali che temporali.

 

 

6.2.13 Il tempo libero

Sapere se le donne immigrate hanno del tempo libero e come lo trascorrono penso sia importante per definire il loro grado di inserimento nel tessuto sociale.

Tutte le donne da me intervistate hanno dichiarato di non avere molto tempo libero. Il tempo che rimane oltre il lavoro è un tempo tutto dedicato alla famiglia, all’accudimento dei figli, al riordino della casa e all’attività culinaria. Il tempo libero quindi coincide con il tempo per la famiglia anche per la mancanza di un aiuto parentale e da parte di altre connazionali.

Non ho molto tempo libero, esco di casa per andare al lavoro alle sette del mattino e torno alla sera dopo le sei, poi preparo da mangiare, mangio e vado a letto. Mi piace guardare la televisione e leggere libri in inglese, durante il fine settimana mi vedo con mio marito. Int.6

Cucinare, sempre a casa. Int.13

 

Qualche volta le donne, quando non lavorano, svolgono una seconda attività: due in particolare il sabato pomeriggio in casa fanno le parrucchiere, mentre un’altra cuce. In questo senso potremmo dire che il progetto migratorio di tipo economico delle donne migranti le porti ad una minore possibilità di tempo libero, dovuta da una parte al desiderio di guadagnare il più possibile nel più breve lasso di tempo, dall’altra alla mancanza di relazioni sociali.

Di solito lavoro, faccio straordinari. Quando torno a casa dal lavoro alla sera faccio le faccende domestiche, il sabato pomeriggio la parrucchiera in casa. Int.2

Il sabato faccio in casa pettinature africane. Int.11

 

Per alcune il fatto di abitare in un centro di accoglienza rende necessario dover cucinare durante il sabato e la domenica il vitto per tutta la settimana

Al sabato preparare da mangiare per una settimana, quando torno dal lavoro tanta gente in cucina impossibile cucinare. Int.9

 

Per le donne sole e che non lavorano, il tempo del non lavoro è legato ad un vissuto di solitudine

Non ho molto tempo libero, mi sento molto triste, rimango quasi sempre a casa con la mia bambina oltre che andare alla messa. Int.1

...poi quando lavori tutto il giorno e torni a casa alla sera, devi fare le faccende domestiche e non hai più la forza di pensare ... né di fare le cose che ti piacciono ... in più ora con la bambina ... Int.4

Tempo libero ne ho poco, lavoro e alla sera torno tardi, la domenica vado a messa a Thiene poi mi riposo perché sono molto stanca. Int.8

 

Le donne che non lavorano poi, la maggior parte del tempo lo trascorrono in casa, il che può essere indice della marginalità sociale della donna migrante. Marginalità che nel caso di una donna viene amplificata dal luogo isolato in cui vive

Sono sempre in casa con i bambini, non esco mai, non posso muovermi da sola, vorrei tanto trovare un lavoro perché sono stanca di stare sempre a casa. Int.13

 

Due donne avevano espresso il desiderio di fare un corso di ginnastica ma entrambe però dicevano di non farlo anche perché si sarebbero sentite in imbarazzo e perché temevano il rifiuto da parte delle altre persone

Quando ero in Ghana nuotavo e giocavo a tennis. Anche adesso mi piacerebbe fare sport, andare in piscina o in palestra specialmente per perdere peso perché da quando sono arrivata in Italia sono ingrassata tanto, però mi vergogno ad andare in palestra perché sono l’unica nera e penso che mi guarderebbero male, non me la sento [mi chiede poi di andare con lei]. Int.5

 

Le scarse occasioni di relazionarsi con persone italiane, anche per la mancanza di luoghi aggregativi, contribuisce a far sì che il tempo libero venga trascorso, oltre che con il proprio nucleo familiare, quasi esclusivamente con i propri connazionali.

Una delle principali occasioni di frequentare i propri compatrioti sembra essere rappresentata dalle feste. Tutte le donne da me intervistate infatti mi hanno riferito di partecipare alle feste organizzate dai loro connazionali, quasi sempre in occasione di qualche evento importante come la nascita, il matrimonio ed il funerale.

Ogni tanto si fa qualche festa: per la nascita, per il compleanno. Ad esempio quando si compiono cinquant’anni si fa una bella festa che si chiama Golden Jubilee. Anche quando nasce un bambino si fa una festa che si chiama Out-dooring, si fanno feste anche per i funerali. Il giorno del funerale si fa un poco di festa, è un po’ strano perché tutti piangono, dopo due o tre mesi si fa una grande festa, qui c’è un contributo libero, se ti piace [da un ulteriore spiegazione capisco che se si aveva simpatia per la persona deceduta si usa dare ai parenti in occasione del funerale una somma in denaro].

Per partecipare a queste feste del funerale bisogna essere invitati [mi fa vedere un biglietto di invito], dal funerale si ricavano anche sette o otto milioni che servono alla famiglia per pagare il funerale o ad esempio per aiutare la famiglia se ha dei bambini.

Dopo un anno si fa ancora una grande festa per ricordare la persona, solo in questo momento si può aprire il testamento, fino ad allora non vengono toccate le cose del morto. A Vicenza si fanno feste per il funerale anche per i parenti che sono morti in Ghana. Int.7

 

Le feste vengono organizzate sia in case private che in spazi più grandi. Nelle occasioni importanti arrivano immigrati ghanesi anche da altre parti d’Italia, in particolare dalla provincia di Reggio Emilia. Mi dicono tutte di trovare le feste divertenti, una donna ne sottolinea la diversità.

Le nostre feste sono però diverse dalle vostre perché i ghanesi gridano e bevono. Int.3

 

Dai racconti ho avuto l’impressione che le occasioni di festa siano più legate al ciclo degli eventi della vita umana piuttosto che a ricorrenze ufficiali del paese.

Ricordo che una donna ospite presso la casa di accoglienza della Caritas si era recata al lavoro il giorno del 25 aprile ed aveva aspettato fuori dal cancello della fabbrica per quasi due ore nell’attesa che qualcuno le aprisse. Quando la donna mi ha riportato l’accaduto ha aggiunto che non era la prima volta che le capitava e che aveva sentito che anche altri connazionali in qualche occasione si erano recati al lavoro in giornate che in Italia sono festive. Tale comportamento va addebitato alla poca interazione con persone italiane e non solo nell’ambiente lavorativo.

In Ghana ci sono alcune feste importanti sia in agosto che in settembre, ogni paese ha la sua festa, qui però non le festeggiamo. Int.7

 

 

6.2.14 Cucina

Il legame con il proprio paese e le proprie tradizioni viene mantenuto anche attraverso il consumo di cibi africani. Tutte le donne da me intervistate cucinano solitamente piatti ghanesi: alcune hanno imparato a preparare piatti italiani che ogni tanto cucinano anche per la famiglia (si tratta di donne che hanno lavorato come collaboratrici domestiche presso famiglie italiane, che oltre alle pulizie avevano il compito di cucinare).

... cucino solo mangiare africano... Int.10

... ho lavorato come colf per una famiglia italiana e facevo anche da mangiare, cucino bene anche piatti italiani ... Int.5

... al lavoro cucino solo mangiare italiano... [quando le chiedo se per il parroco ha mai preparato qualche piatto africano risponde di no, perché sicuramente non apprezzerebbe]. Int.14

 

In ogni caso alla domenica o in occasione di feste e ricorrenze vengono preparate solamente vivande tipiche del paese di origine. In generale la cucina nazionale è più apprezzata e considerata più appetitosa della nostra.

... cucino sempre mangiare africano perché è più buono ... Int.3

 

Le donne mi dicono che purtroppo non sempre riescono a procurarsi gli ingredienti necessari per la preparazione delle loro ricette tradizionali.

La maggior parte delle spese alimentari vengono fatte al supermercato, solitamente assieme al marito al sabato (solo due delle donne da me intervistate ha la patente di guida); in alcuni casi va solo il marito e la moglie rimane in casa con i figli.

Per approvvigionarsi di generi alimentari provenienti dal Ghana tutte le intervistate hanno dichiarato di rivolgersi ad un negozio chiamato da loro chinese [cinese] che si trova a Vicenza. Si tratta in effetti di un negozio gestito da una famiglia cinese, situato nei pressi della stazione ferroviaria di Vicenza: questo bazar oltre ad oggettistica ed alimenti cinesi vende anche generi alimentari africani, in particolare plantein, tuberi, riso e lumache giganti. Oltre agli alimenti vende anche articoli per la cura del corpo e dei capelli come gel, brillantine ed applicazioni di capelli finti e schiume per poter lisciare i capelli. Tutti questi prodotti sono molto apprezzati dagli africani: non mancavano in nessuna casa da me visitata. Il sabato pomeriggio il chinese è pieno di africani ed ho avuto modo di constatare che è conosciuto anche da immigrati che vivono in altre regioni.

Ricordo in particolare un giorno in cui mi ero recata in questo negozio assieme ad un’amica per acquistare la banane da friggere chiamate plantain, quando un signore ghanese vedendomi prendere queste banane pensava che le avessi scambiate per le normali banane dolci. Si era avvicinato a me dicendomi che non si trattava delle solite banane; nel frattempo, mentre gli spiegavo che le conoscevo, intervenivano altri africani, creando una certa confusione, i quali iniziavano a darmi vari consigli sulla preparazione dei cibi.

Sono a conoscenza del fatto che due donne ghanesi a Chiampo in casa hanno una piccola rivendita di generi alimentari e varia mercanzia africana. Con R. sono andata a vederne una. La donna in Ghana è particolarmente dedita al commercio, cosa da tenere in considerazione anche per stimolare la nascita in futuro di commerci e cooperative femminili.

 

6.2.15 Feste e cerimonialità

Nel paese d’approdo ogni migrante viene sottoposto a stimoli continui, spesso tra loro contrastanti, che gli creano uno stato di continua insicurezza. Per preservare la propria identità l’immigrato trova nei riti, nelle cerimonie e nelle feste dei punti di riferimento.

La festa e i riti per l’immigrato sono vissuti come uno spazio di conferma della propria identità. L’incontrarsi tra appartenenti alla stessa comunità, il trascorrere momenti significativi con i propri connazionali rafforza l’identità e la coesione del gruppo, favorendo lo sviluppo di reti di aiuto tra i vari membri della comunità. L’osservanza dei riti potrebbe configurarsi come una risposta creativa ai bisogni ed alla condizione di sofferenza in cui si viene a trovare il soggetto migrante a seguito di processi dovuti allo sradicamento culturale ed alla difficoltà di ‘controllo del reale’. Seguendo il pensiero di Alimenti, la cerimonialità, pur conservando aspetti arcaici, appare come un luogo privilegiato di identità culturale e come occasione di conferimento di senso ad una realtà scarsamente controllabile, quella del paese ospite, che presenta ritmi ed articolazioni assai diverse da quelle del paese di origine.

L’immigrato si trova dunque sradicato dal proprio ambiente familiare, sottoposto ad esperienze intense che fatica a dominare; anche le categorie del tempo e dello spazio sono diverse rispetto a quelle che aveva in precedenza acquisito. Ecco che la pratica dei riti, riproponendo un’organizzazione del tempo e una gestione dello spazio, rispettando alcune scadenze temporali che l’immigrato ha acquisito fin dalla prima infanzia, possono aiutare, come detto, a conferire senso al vivere in una condizione di sradicamento e di incertezza. Le cerimonie facilitano anche il controllo dello spazio, in quanto ripercorrono percorsi e luoghi noti nei quali l’immigrato può muoversi con sicurezza, al riparo dalle incognite del luogo non conosciuto.

In base a questa prospettiva potremmo concludere dicendo che la pratica delle feste e l’osservanza dei riti da parte del soggetto migrante vengono a costituirsi come un ricco processo di elaborazione culturale che contribuisce al rafforzamento dell’identità culturale del migrante che si trova solitamente a vivere in una condizione di marginalità sociale.

 

6.2.16 Religiosità

Una parte del tempo libero viene dedicato al culto religioso. Delle donne da me intervistate tutte, eccetto una, musulmana, frequentano la chiesa la domenica. Molte si trovano a pregare con i connazionali anche il sabato pomeriggio. Ho scoperto con molta sorpresa che nel territorio della provincia esistono molte sedi dove si trovano a pregare,

Nel tempo libero i ghanesi si trovano in varie chiese, la New life al Villaggio del Sole, la Pentecostale a Bassano, l’Assemble of God a Vicenza ed altre ancora. Ogni chiesa fa le sue riunioni, non so dirti come occupa il tempo la gente che non va in Chiesa. Int.7

Quando non lavoro leggo la Bibbia, bisogna leggere la Bibbia per seguire la strada di Dio, se l’uomo va fuori dalla strada di Bibbia sbaglia tutto. Int.2

 

Risulta a mio avviso interessante il fatto che almeno tre delle donne, pur essendo di religione cattolica, frequentano anche altre chiese, in particolare la Pentecostale, mentre nessuna delle donne cattoliche frequenta alla domenica la chiesa della propria parrocchia.

Io sono cattolica, però frequento anche l’altra chiesa, pentecostale, mi piace molto ascoltare la parola di Bibbia. Quando ero in Ghana frequentavo la chiesa presbiteriana che era la religione di mia madre. Poi mi sono battezzata a cinque anni ed ho scelto io il mio nome di battesimo, F. Però ho anche un nome africano [me l’ero fatto dire, ma ora non lo ricordo più]. Ogni domenica mattina, prima vado alla messa cattolica [l’intervistata lavora come perpetua presso un parroco], poi vado a Montecchio alla messa pentecostale, durante la messa cantiamo, leggiamo e chiediamo favori a Dio. Mi sono rivolta a Dio perché mi aiuti ad avere un figlio. Int.14

Lo Spirito Santo è come un angelo custode che tiene lontano Satana. Int.14

Sono cattolica, però vado alla messa pentecostale. Int.1

 

E. mi racconta che lei ed il marito hanno da poco cambiato religione: il marito mi dice che sua madre era cattolica mentre suo padre era metodista. Fino a poco tempo fa tutta la famiglia era di religione cattolica. E. aggiunge:

... poi però abbiamo cambiato religione perché D. [si riferisce al parroco del paese vicino a Vicenza dove vivono] non è un vero prete. Non ci ha aiutati con la casa. Ora frequentiamo la chiesa pentecostale [dopo lunghe spiegazioni capisco che è situata nel quartiere di S.Bertilla a Vicenza] Int.7. Successivamente capivo comunque che era stato proprio quel parroco ad aver trovato loro la prima casa.

Dalle informazioni ricevute, alcune delle chiese protestanti frequentate dai ghanesi hanno anche adepti italiani: però le messe sono separate, anche perché quelle per i ghanesi vengono celebrate in inglese o nella loro lingua.

Di domenica vado alla messa pentecostale, siamo tutti ghanesi. Int.12

 

Le due donne da me intervistate di religione musulmana sono sicuramente le più penalizzate nel praticare la loro fede. Entrambe mi hanno segnalato l’impossibilità di seguire i precetti del credo islamico; particolarmente difficile risulta conciliare i tempi del lavoro con quelli delle preghiere quotidiane.

Io non cristiana, musulmana. Pregare sempre tutti i giorni. Pregare con il lavoro è molto difficile. Pregare solo mattina. Perché quando torno a casa la sera mangiare, dormire. Mio marito prega. Int.9

 

Nel caso invece di R., lei ed il marito sono di due religioni diverse: lei musulmana, il marito cattolico. L’impressione ricavata dal colloquio è che R. non si senta libera di seguire i precetti della propria fede e che questo le causi disagio. Durante l’intervista R. mi ha offerto alcuni stuzzichini che aveva appositamente preparato; al mio rifiuto, in quanto contenevano carne, R. mi rispondeva

Non preoccuparti, ti capisco benissimo, quando io e mio marito siamo andati a mangiare a casa di ... io non volevo mangiare carne, ma lui mi dice che non importa se la carne è di maiale e che devo mangiare lo stesso, questo a me dispiace perché la mia religione mi dice di non fare così, però so che devo adattarmi. Int.13

 

Una religione che a mio parere sembra riscuotere sempre più consensi sembra essere quella di Geova: in più di qualche occasione, sia durante le interviste che presso la casa della Caritas, alcune donne mi hanno parlato dei testimoni di Geova. Dai loro racconti sembra che uno di loro parli molto bene la lingua twi: ecco la testimonianza di alcune donne.

Un italiano parla bene il twi, viene a trovarci. [dopo vari approfondimenti capisco che è un testimone di Geova]. Int.11.

 

 

6.2.17 La nascita

Come si vede dalla prossima tabella n.7, molte delle intervistate hanno avuto figli in Italia. Diventare madre nel paese di migrazione è spesso legato a stati d’animo di solitudine, di isolamento oltre che da difficoltà concrete. Tutte loro evidenziavano la difficoltà di mettere al mondo figli senza il supporto delle figure femminili della propria famiglia d’origine.

Le diversità che la donna riscontra nel paese d’approdo fanno sì che le proprie conoscenze e i propri saperi circa la maternità ed il parto siano inapplicabili; ciò comporta sentimenti di svalutazione e di sfiducia in se stessa. L’abitudine di allattare i figli fino a due, tre anni come avviene di solito in Ghana, qui non è seguita da nessuna di loro.

In Ghana la mamma un mese prima della nascita del bambino va a casa dei genitori fino a che il bambino fa sei mesi: questo è un periodo della vita della donna molto bello, è molto seguita dalla madre, zie e sorelle. Durante questi mesi la mamma dorme e mangia molto, si preoccupa solo di allattare il bambino che per il resto viene accudito dalla nonna. La mamma non si occupa di nessun lavoro perché deve riposare e non avere preoccupazioni. Int.6

Perché quando il tuo bambino nasce qua, non c’è nessuno che ti aiuta, tutti sono a lavorare, io dovevo fare da mangiare... ho pianto tanto. In Ghana quando nasce un bambino ci sono tutti: tutti lo aspettano, quando alla mamma serve qualche cosa fanno tutto la mamma e la sorella. Tu non fai niente dormi solo. Int.9

... anche per i bambini perché da noi un modo differente per allevare i bambini: qua siamo in un’altra parte che hanno diverso modo di allevare i bambini. Ad esempio noi in Ghana facciamo il bagno al bambino due o tre volte al giorno, ma qua c’è mamma che non sanno che facendo il bagno al bambino due tre volte al giorno d’inverno è una cosa pericolosa, perché loro non capiscono che qua in inverno non dobbiamo fare queste cose e non c’è nessuno a dire che qua in inverno non dobbiamo fare tutti questi bagni, perché i bambini non sudano tanto e anche danno medicine che non devono dare ai bambini. Int.12

 

La mancanza di figure femminili di supporto costringe l’uomo ad occuparsi di tali questioni, estranee alla sua mentalità.

La gravidanza ed il parto sotto alcuni aspetti vengono considerati eventi più naturali rispetto al nostro modo di pensare e sicuramente meno medicalizzati. D’altro canto la maternità è una cosa fondamentale per la vita della donna, le dà valore, la legittima. Anche i volontari confermano che i consigli di una donna senza figli valgono meno di quelli di una donna con figli. Quando ho approfondito la conoscenza con alcune di loro, queste insistevano sul fatto che dovessi avere un figlio. In altri casi mi si chiedeva spesso se ero in cinta.

Tradizioni del paese d’origine tuttavia permangono: alla nascita del bambino il nome viene sempre deciso dal padre.

Non ho scelto il nome della bambina. E’ il padre che lo decide. Quando nasce un bambino il nome non gli viene dato subito, ma dopo otto giorni. Però ciascuno ha anche un altro nome, che dipende dal giorno in cui è nato. Chi nasce di martedì come te si chiama anche Kwabena. Int.6

 

 

6.2.18 Figli

Figlio

...mio figlio è qua

ma non di qui

né di altrove

ha attraversato le frontiere

di tutti i colori

e non ha niente di strano.

Questo bambino che ci assomiglia

non è tuo

neppure mio

appartiene solo al domani.

Mio figlio è di tutti i colori

e a nessuno assomiglia.

A domani, figlio

(Pap Khouma)

 

La scelta di rimanere o meno in Italia è condizionata dai figli. I figli rimasti nel paese di origine sono il motivo principale che porta le donne a desiderare il ritorno in patria.

Il fatto di vedere crescere i propri figli in Italia e che frequentino scuole italiane incrementa nei genitori sentimenti e scelte a volte contrastanti: da un lato infatti i genitori temono l’assimilazione del figlio alla società italiana con la conseguente perdita dei valori e dell’identità culturale del loro paese; dall’altra parte vorrebbero invece che i loro figli studiassero in Italia per migliorare qui la loro posizione sociale, nonché per mettere a frutto quanto appreso nel caso di un futuro ritorno in Ghana.

....vorrei che mia figlia P. terminasse le scuole in Italia. Int.1

Tab.7 Stato civile; figli.

Interviste Stato Civile Figli in Italia Figli in Ghana
N.1 Nubile 1 -
N.2 Coniugata 2 3
N.3 Divorziata 1 -
N.4 Coniugata 3 -
N.5 Coniugata 1 1
N.6 Coniugata 1 1
N.7 Coniugata 2 1
N.8 Coniugata 1 1
N.9 Coniugata - 1
N.10 Separata 1 1
N.11 Coniugata - 2
N.12 Coniugata 1 1
N.13 Coniugata 2 -
N.14 Coniugata - -
N.15 Coniugata 1 -

Dodici donne sono sposate, due si sono separate durante la permanenza in Italia, mentre due hanno contratto matrimonio dopo la partenza. Tutte le donne, eccetto una, hanno figli. Nove hanno figli in Ghana.

Come si vede dalla tabella, molte donne vivono separate dalla prole. Nove donne al momento della partenza hanno lasciato i loro figli in Ghana, in altri quattro casi i figli nati in Italia sono stati riportati in patria in un secondo momento.

Quasi tutti i figli sono affidati alle cure della famiglia di origine, in particolare alle madri o a sorelle, in un caso al padre, anche se alcune donne mi hanno riferito che alcune loro connazionali affidano i figli in mancanza di parenti a qualche baby-sitter solitamente residente nelle città di Kumasi o Accra.

Come abbiamo visto la migrazione per le donne causa almeno temporaneamente la frattura di legami familiari e in particolare rimandare i figli al loro paese rappresenta una delle scelte più drammatiche che queste donne affrontano durante la migrazione. Per questi comportamenti non si sentono capite: anzi, spesso si sentono giudicate dagli italiani. In quasi tutte le interviste emergeva questo problema: le donne mi raccontavano la difficoltà e la sofferenza legate al momento di prendere la decisione di separarsi dalla prole: le cause sono nella fattispecie la mancanza di un alloggio adeguato (alcune dividono le abitazioni con altri nuclei familiari ed hanno a disposizione come spazio esclusivo solamente una camera), i pesanti turni di lavoro, che non coincidono con quelli degli asili nido, e l’eccessivo costo di una baby-sitter (pur solitamente ghanese) o degli stessi asili. Tutte difficoltà del resto simili a quelle che incontrano le donne italiane, ma amplificate dalla mancanza del reticolo di aiuto garantito dalla propria famiglia.

... gli italiani criticano i ghanesi perché non capiscono i loro motivi ... nel mio caso ad esempio non avevo un lavoro sicuro, mi pagavano poco, l’asilo costava tanti soldi ... sono andata dal sindaco e dall’assistente sociale e il Sindaco mi ha risposto "non abbiamo posto per i bambini italiani, figuriamoci per i vostri"... Int.4

... trovo molto brutto mandare i bambini in Ghana. A volte dicono se non trovo nessuno che aiuta i bambini a fare i compiti lo porto in Ghana, perché qui piange sempre, ... se non trovo nessuno che vada a prenderlo a scuola lo mando indietro. Alcuni portano il bambino e muore perché non è nato lì, io ho portato mio figlio in Ghana nell’ ‘89 e da allora non è più stato bene ...non muoiono di fame ma la prima cosa è l’acqua diversa, i genitori mandano soldi [ai bambini]... Int.2

 

Spesso, quando i genitori decidono di far tornare il figlio, è un connazionale ad accompagnarlo nel viaggio.

Non ho accompagnato io mio figlio in Ghana, ha fatto il viaggio con un ghanese e i miei genitori lo aspettavano all’aeroporto di Accra. Int.6

Oltre alle concrete, difficili situazioni nella vita quotidiana del migrante, in qualche caso è emersa anche la difficoltà da parte del nucleo familiare nell’educare e nel relazionarsi adeguatamente ai figli in assenza del supporto della famiglia allargata.

... noi abbiamo problemi con i bambini a starci insieme ... Int.3

 

Alcune donne poi affidano in modo informale i loro figli a qualche famiglia italiana, così solitamente vedono la prole per qualche ora durante i fine settimana. Le donne ghanesi si dimostrano soddisfatte di questa soluzione che permette loro di lavorare e di essere indipendenti, tenendo allo stesso tempo il figlio in Italia.

... in Ghana non è una cosa strana lasciare i bambini a qualcun altro; in Ghana ad esempio io posso lasciare per sempre il bambino a mia madre o a mia sorella. Mio figlio G. ad esempio abitare con la signora A. [una volontaria] e la gente continua a chiedere perché non vai a prendere tuo figlio. A. non può rubare mio figlio. A me non piace lasciare mio figlio in Ghana. Anche B. [si riferisce a sua figlia] quando era in Ghana non stava bene. Int.3

 

Nei tre casi di affido informale da me conosciuti i bambini vivono con signore anziane vedove. In altri tre casi invece la prole è affidata durante il giorno a famiglie italiane, per tornare poi alla sera. Nel caso di C. c’è una volontaria della Caritas che ogni giorno va a prendere la bambina a scuola per riportarla al Centro Accoglienza verso le 19.00, al ritorno della madre dal lavoro.

Interessante è il caso di O.: separata dal marito e senza casa, vive in un centro accoglienza in uno stato di emarginazione sociale. O. ha una bambina autistica, la cui malattia è stata avvertita e diagnosticata solo in seguito alle attenzioni che una famiglia italiana ha lei riservato, accogliendola e seguendola mentre la madre lavorava.

Tale forma di affido in taluni casi non è condizionata da esigenze lavorative: M., ad esempio, pur lavorando solo mezza giornata come domestica, affida il figlio che già va all’asilo ad una famiglia italiana dalle 7.00 del mattino alle 21.00. In generale tutte le donne da me sentite sarebbero favorevoli a farsi tenere i bambini. La mia stessa esperienza personale mi ha fatto capire la facilità con cui lasciano ad altri i figli in custodia, anche per parecchio tempo: quando frequentavo la casa accoglienza della Caritas ed in particolare durante una festa mi sono trovata a fare da baby sitter per più ore ad alcuni bambini, dopo che i genitori erano usciti senza preavviso.

Un volontario dell’Ufficio Accoglienza Immigrati di Arzignano faceva notare che nel momento in cui una famiglia italiana faceva balenare l’ipotesi di non poter prendersi più cura del bambino, la madre paventava la possibilità di rimandare il figlio in Ghana. A questo proposito riporto quanto afferma un’altra donna:

...la mia bambina è rimasta in Italia fino all’età di 3 anni, viveva con una maestra in pensione. Poi mi sono resa conto che questa donna era ormai diventata troppo anziana e mi diceva che era troppo pesante per lei prendersi cura della bambina. Così ho pensato di rimandarla in Ghana a vivere con la famiglia di mia sorella. Sono stata molto fortunata ad aver trovato una signora che si prendesse cura di mia figlia. Int.6

 

Tale fenomeno dell’affido può essere più facilmente capito se consideriamo le radici culturali dell’immigrata. In Ghana, come in Togo, in Burkina Faso ed in Senegal, esiste la consuetudine della cosiddetta circolazione dei bambini, in base alla quale i figli dopo lo svezzamento possono essere affidati a consanguinei e parenti. Le ragioni di questi sistemi di educazione in un contesto di famiglia allargata sono molteplici: in alcuni casi c’è l’impossibilità della madre naturale ad occuparsi del figlio, per malattia, per gravidanze avvicinate, per emigrazione. In altri casi sono i sistemi di alleanza fra le famiglie a prevedere la circolazione dei figli per rinsaldare i legami e le alleanze. In altri casi ancora le condizioni di vita offerte dalla famiglia che accoglie il bambino sono migliori rispetto a quelle della famiglia naturale e possono facilitare la scolarizzazione e la promozione del figlio. Sembrerebbe che l’organizzazione familiare allargata rinsaldi e non affievolisca i legami dell’individuo con la famiglia di procreazione e con la comunità d’origine.

E’ interessante notare che tra gli immigrati presenti a Vicenza i ghanesi sono gli unici a riportare i figli nel loro paese . Una esperienza interessante è quella di D. che ha avuto una figlia in Italia, successivamente l’ha mandata in Ghana e lo scorso febbraio l’ha riportata nuovamente in Italia. Questo tipo di comportamento sembrerebbe diffondersi sempre di più tra i ghanesi. Sicuramente può portare i bambini alla mancanza di punti di riferimento . Anche i mariti sembrano avere un peso in queste decisioni:

I nostri mariti sempre dare la colpa a noi. Mandare bambini giù per cercare lavoro, sono più gli uomini a volere mandare i bambini in Ghana, perché vogliono che anche noi guadagniamo. Int.3

 

Alcune donne si abituano a vivere senza i figli,

Non tutte le donne pensano di andare a riprendere i bambini, alcune si abituano a vivere senza figli e poi è difficile riabituarsi. Int.3.

 

Invece E. si commuove quando racconta che era andata in Ghana a riprendersi i bambini e alla frontiera italiana non li avevano lasciati entrare:

Non vedo i miei figli dal ‘93. Ero andata a prenderli in Ghana e a Roma li hanno mandati indietro perché dicono che sono troppi. Ho speso cinque milioni. Int.2

 

6.2.19 La salute / Benessere fisico e psicologico

Parlare della salute della donna vuole dire secondo me tenere conto non solo del loro benessere fisico ma anche psicologico. Le difficili condizioni di vita della donna migrante incidono sul suo stato di salute. Durante le interviste non è stato semplice affrontare tale argomento, da un lato per le incomprensioni linguistiche, dall’altro perché questa indagine implicava a volte un’esplorazione del mondo interiore della donna e dei suoi sentimenti più intimi. Generalmente mi dicevano di avere una buona salute, specialmente all’inizio della conversazione; un approfondimento successivo invece rivelava in alcuni casi sia qualche patologia organica, che per quasi tutte uno stato di disagio diffuso. La reticenza con cui la donna parla dei suoi problemi di salute penso sia dovuta al fatto che il ruolo del malato è in antitesi al ruolo del lavoratore: in un certo senso chi si ammala mette a repentaglio il progetto di tipo economico. Questo fa sì che gli immigrati ricorrano a cure mediche solo in caso di urgenza. Una intervistata in particolare mi diceva che le donne si rivolgono ai servizi sanitari più frequentemente degli uomini,

... di salute sto sempre bene, vado poco dal dottore, tante persone [ghanesi] non vanno dal dottore, specie uomini, perché vogliono lavorare straordinari. Le donne invece vanno di più dal dottore. Int.2

 

La maggior parte delle donne intervistate mi riferiva inoltre stati di malessere non riconducibili a vere e proprie malattie. Questo sentirsi male sembra legato principalmente a due tipi di cause: la prima causa riguarda le condizioni generali di vita, caratterizzate dalla solitudine, dalla nostalgia e dalla mancanza di supporto della famiglia di origine. Oltre a ciò, la difficoltà nell’esprimere le proprie emozioni, anche a causa di inadeguati strumenti linguistici, ed il molto tempo dedicato al lavoro tolgono attenzione verso il proprio corpo ed il proprio sentire. L’insicurezza, l’instabilità, la mancanza di punti di riferimento culturali, così come la marginalità sociale, sono all’origine della sua fragilità fisica e psichica, nonché del suo disadattamento.

La seconda causa riguarda le mansioni del proprio lavoro, percepite come umilianti e non soddisfacenti. Per le donne provenienti da situazioni di povertà, alla ricerca di mobilità ascendente, la migrazione è frequentemente fonte di disillusioni. Per altre invece la migrazione rappresenta la perdita di status sociale provocando mobilità discendente.

Mi sento sola, è difficile senza figlia, senza papà e senza mamma. Int.9

Piango molto. Int.2

Ora ho la testa piena di pensieri, che non pensa più a cose belle. Quando sono arrivata in Italia la mia testa era libera. Mi sento spesso triste e molto sola. Mi manca il mio paese e la mia famiglia. Penso che le cose qui non vadano per niente bene. Ho il problema della casa e del lavoro. Int.1

Del Ghana mi mancano molto la mia casa e i miei figli. Spero di tornare nel mese di luglio. Int.11

 

Durante la migrazione anche la nascita dei figli è causa di conflitti interiori: la donna deve elaborare in breve tempo nuovi modelli educativi più adatti alle mutate condizioni di vita.

Noi abbiamo problemi con i bambini, a starci insieme. Int.3

Ai bambini in Ghana diamo medicine perché abbiamo delle diverse stagioni, quando fa caldo diamo medicine per il loro corpo. Ma se qui un pediatra non prescrive medicine, non dobbiamo usarle. Ma perché le donne non sanno, non conoscono. [Dovete]fare qualcosa per aiutarci. Perché anch’io sono inclusa. Int.13

 

E’ importante tenere presente che l’essere in salute o il sentirsi male sono legati oltre che a caratteristiche personali anche all’appartenenza culturale delle persone. Per affrontare adeguatamente un tema delicato come quello della salute, è necessario dunque conoscere e mettere a confronto modelli di malattia africani con quelli occidentali. Nelle società tradizionali ad esempio, nonostante la compresenza della scienza medica occidentale, la medicina locale vede la malattia come la rottura di un equilibrio tra l’uomo, la società, la natura e Dio. Ecco perché la cura della malattia e cioè ristabilire l’equilibrio di tutto il sistema è complesso e comporta l’intervento di tutta un’équipe sociale, psicologica, sanitaria, della famiglia, del suo habitat ecologico e della sua anima. Non si può guarire un malato che pensa di aver rotto il suo equilibrio con tutto un sistema ecologico e divino con un intervento di pochi minuti. La società occidentale invece tende ad occuparsi esclusivamente della disfunzione, dello stato patologico in sé, rifacendosi ad un modello interpretativo che separa la malattia dal malato ed il malato dal contesto sociale.

La maggior parte delle donne sentite mi ha detto di non fare uso in Italia della medicina tradizionale, ma avevo l’impressione che anche in caso contrario difficilmente me l’avrebbero detto.

Per quanto riguarda l’approccio con i servizi sanitari italiani, ho riscontrato da parte delle donne una carenza di informazioni circa le risorse presenti nel territorio; tutte le donne conoscevano la figura del medico di base e generalmente dicevano di trovarsi abbastanza bene. Il problema principale è rappresentato dalle difficoltà di comprensione linguistica. Solamente tre donne invece mi hanno detto di conoscere il servizio consultoriale: quando spiegavo il lavoro svolto in questo tipo di struttura capitava spontaneamente che le donne mi chiedessero indirizzi ed orari.

Solamente una donna conosceva la figura della mediatrice interculturale, in particolare aveva conosciuto Beatrice, una donna nigeriana diplomata nel suo paese come assistente sanitaria che lavorava presso i consultori di Vicenza all’interno del progetto denominato Benessere Donna, per l’approfondimento del quale vi rimando al capitolo sui servizi esistenti nel territorio.

Tre donne conoscevano invece il distretto socio-sanitario zonale dove mi dicevano di essersi rivolte per problemi relativi alla salute dei loro figli.

Tutte le donne conoscevano l’Ospedale, alcune in particolare quando chiedevo a chi si rivolgono quando stanno male rispondevano immediatamente di rivolgersi al Pronto Soccorso, senza passare per la figura del medico di base.

Da quando sono arrivata in Italia soffro di allergia, mi sono recata per questo problema qualche volta in Ospedale. Int.12

E’ molto costoso curarsi in Italia per due esami ho speso 70.000 lire per niente. Int.12

Ho subito alcuni interventi perché speravo di rimanere incinta, ora però mi rivolgo al signore. Int.14

Io quando cominciare lavoro [mi sentivo] forte, forte, ma adesso ho un problema allo stomaco. Ho fatto tre operazioni una a Napoli e due qua. Sono andata qualche volta anche al pronto soccorso di Nove per lo stomaco. Adesso non sono più forte come prima, anche quando ho fatto poco lavoro mi fa male il corpo, mi fanno male alle braccia. Int. 9

 

L’intervistata n.5 mi racconta di essere appena tornata dall’ospedale:

Ho accompagnato la mia bambina in ospedale perché doveva fare degli accertamenti; è rimasta ricoverata una settimana. Un’infermiera mi trattava molto male, continuava a gridare perché la bambina faceva la pipì a letto e l’infermiera mi diceva di tutti i colori. Mi trattava così come se fossi inferiore perché sono nera. Con le altre persone invece si comportava normalmente. Int.5

 

In alcuni casi è difficile comprendere i meccanismi burocratici del nostro sistema sanitario; ad esempio V., che quando ho intervistato era in mutua, non sapeva di dover rimanere a casa in certe fasce orarie per l’eventuale visita dell’INPS.

Riguardo i servizi per la salute, la mancanza di orientamento e di informazione e per alcune anche la situazione di irregolarità giuridica, non ha certo favorito un proficuo utilizzo delle risorse sanitarie. Accade così che le donne si rivolgano ai servizi per motivi urgenti e dopo aver ottenuto risposta difficilmente tornano. La componente educativa e preventiva dei servizi sanitari così viene meno.

 

6.2.20 Legami familiari

 

Si è così soli

in questo paese

che non ho più

il coraggio di aspettare.

Allora

mi metto a camminare

per tenermi

compagnia...

compagnia ...

compagnia ...

compagnia...

(Sékou Zapré, Séjours de reve. Poèsie pour l’immigration, Parigi 1986)

Tutte le donne da me intervistate hanno dichiarato di mantenere costanti contatti con la loro famiglia di origine, che diventano più frequenti quando al paese sono rimasti i figli. Tutte loro mi hanno riferito di aiutare economicamente i loro parenti, non solo i genitori ed i figli ma anche fratelli, zii e cugini. L’aiuto economico alla propria famiglia allargata è segnato da sentimenti un po’ contrastanti: da un lato c’è l’orgoglio di poter rendersi utili, la giustificazione dei molti sacrifici e talvolta delle umiliazioni che devono scontare nel paese ospite ed ancora l’aumento di stima ed importanza nell’ambito della società d’origine. D’altra parte invece le donne si accorgono che le rimesse mandate alla famiglia d’origine contribuiscono a ridurre le risorse economiche necessarie a vivere in Italia, in particolare per coloro che da più tempo vivono in Italia. Al proposito mi riferivano che solitamente i familiari scrivono per richiedere l’invio di somme di denaro:

... lascia soldi per tuo papà e tua mamma, [mi]scrivo[no]per piacere non c’è soldi aiutare... Int.9

Tutta famiglia aiutare, io adesso mia mamma non c’è, mio papà non c’è, c’è sorella e mio fratello, io sempre aiutare... Int.10

 

I genitori provvedono al mantenimento dei loro figli e alle spese scolastiche:

... io adesso mia bambina con mio papà e mia mamma; mia mamma non lavora, mio papà non lavora, mia bambina adesso scuola, tanti soldi. Mio marito adesso sorella fratello più piccoli, tutti aiutare guardare qua prendi soldi per mangiare per stoffa [noi aiutiamo tutti mandando i soldi per i vestiti, il cibo ...]... Int.10

 

I contatti con la famiglia di origine si tengono telefonicamente, per lettera ed attraverso la spedizione di audiocassette. Una donna durante l’intervista mi fa sentire la voce di sua madre mentre le racconta tutte le ultime novità del paese.

... quando sento la voce di mia mamma sto bene, io e mio fratello quando siamo tristi ascoltiamo le cassette dove parla mia mamma ... Int.8

In Ghana ho i miei figli. Ho telefonato anche ieri sera. Spendo molti soldi per telefonare. Int.2

 

Periodicamente alla famiglia oltre alle rimesse in denaro vengono anche spediti oggetti, in particolare vestiario, scarpe ed elettrodomestici. Al riguardo vorrei dire che alcune delle case da me frequentate avevano un po’ l’aspetto di depositi, da quanto erano stipate di cose, in particolare vecchi elettrodomestici come congelatori, lavatrici. Una donna in particolare mi fa vedere gli oggetti spiegando a chi sono destinati.

La nostalgia è un sentimento connaturato all’essere migranti, talmente forte da poter incidere sullo stato di salute della donna, come abbiamo già visto.

Tutte almeno una volta dall’arrivo in Italia sono tornate in Ghana. Il fatto di poter ritornare è legato a due condizioni: le disponibilità economiche innanzitutto e poi la possibilità di avere ferie per un periodo lungo

Andare in Ghana è molto costoso, l’aereo costa tre milioni. Int.8

 

Mi dicono che l’ideale sarebbe tornare ogni anno ma non è possibile. Mediamente la donna ghanese torna ogni tre-quattro anni. L’uomo invece torna più spesso, anche per ‘sbrigare gli affari’ della famiglia,

Mio marito adesso si trova in Ghana, perché stiamo costruendo una casa con molti sacrifici. Int.14

 

Alcune immigrate hanno parenti in Italia; da quello che mi riferiscono, il tempo per poterle incontrare è poco, pur abitando relativamente vicini.

A Vicenza ho anche un fratello e una sorella, con mio fratello non ci vediamo molto perché lui pensa sempre a lavorare e quando non lavora rimane a casa a riposare sul divano tutto il giorno. Int.6

Mia sorella abita a Schio, ci vediamo qualche volta la domenica pomeriggio. Int.9

Una volta all’anno vedo i miei parenti che abitano a Frosinone. Int.14

 

Altre hanno parenti emigrati in altri paesi europei.

Quando posso vado a trovare mia sorella. A Londra i ghanesi stanno meglio di qua, perché ci sono molti negozi dove puoi trovare tutte le cose africane e ci sono anche dei ristoranti ghanesi. Là poi ci sono meno problemi con la lingua e poi ai neri ci fanno meno caso. Int.2

Mia figlia abita in Germania, forse il prossimo mese verrà a trovarmi. Int.5

 

L’emigrante agli occhi della sua famiglia di origine acquista più valore

In Ghana quando una persona va in Europa o in America la sua famiglia diventa molto orgogliosa di lui. Questo perché i bianchi hanno colonizzato l’Africa e allora si pensa che abbiano tanto da insegnare. Quando uno va in Europa e poi torna è cambiato e ha tanto da insegnare sulla casa, sull’arredamento, sul modo di vestire. Così è rispettato. Quando si torna non si è più come prima. Si hanno altri modi di fare. Int.14

 

A volte, dopo anni di permanenza all’estero, non si pensa più a tornare definitivamente al proprio paese

Pensavo di stare in Italia perché sono abituata. Vado in Ghana spesso ma non riesco a stare più di un mese, perché non sono più abituata. Non lo dico per approfittare, dovete avere buon cuore. Int.2

 

 

6.2.21 Relazioni fra donne

Non è facile rispondere alla domanda se ci siano forme di collaborazione o di solidarietà fra le donne immigrate. Nella maggior parte dei casi la risposta è positiva. Tali forme si concretizzano nella disponibilità a tenere i figli e a prestare denaro in caso di disoccupazione.

Tra donne ci aiutiamo anche per problemi economici. Int.3

Tra donne ci aiutiamo per tenersi i bambini, altrimenti non possono vivere e portano i bambini indietro perché disturbare troppo altre persone. Int.2

In caso di bisogno posso rivolgermi ad altre donne ghanesi. Int.6

... sì, sì, tra di noi aiutare. Int.10

 

La risposta può essere anche negativa

Tra le mie connazionali non ho vere e proprie amicizie, in caso di necessità non posso contare su di loro. Non sono per me un punto di riferimento. Int.1

 

Quest’ultima donna non a caso vive in un centro d’accoglienza: in questo ambito spesso risulta difficile farsi delle vere amicizie, dal momento che la convivenza è forzata e le condizioni di vita precarie non sembrano favorire sentimenti di collaborazione.

Le donne solitamente si incontrano in occasione delle feste organizzate da loro connazionali. Difficilmente però prendono l’iniziativa, per lo scarso tempo libero e le difficoltà negli spostamenti.

Vedo altre donne ghanesi solo qualche volta nei fine settimana, alle feste organizzate ad esempio per la nascita. Int.11

 

Tra le amicizie che si possono formare, sembra siano privilegiati i rapporti tra immigrati originari dalla stessa zona.

Le persone che conosco meglio sono alcuni ghanesi che vengono dal mio paese, alcuni vivono a Vicenza, altri a Verona. Ogni tanto prendo il treno e vado a trovarli. Però quelli a cui ero più affezionata si sono trasferiti a Londra. Int.1

 

6.2.22 Relazione marito / moglie

Tale argomento è uno dei più delicati da approfondire. Sette interviste su quindici sono state condotte in presenza del marito precludendo ovviamente ogni accenno al tema. Ma anche negli altri casi (intervista simultanea ad una coppia di donne, o in presenza di figli, o in ambienti frequentati tipo casa accoglienza) questo argomento non è stato toccato. Io stessa non facevo domande dirette, se non quando la donna spontaneamente non me ne parlava. Questo è il caso di R., che mi ha raccontato di come suo marito l’abbia ‘scelta’ grazie ad una fotografia ed alla voce registrata che lei per scherzo aveva mandato ad una sua amica in Italia. Un’altra invece racconta di aver conosciuto il marito, ghanese, a Vicenza, sposandosi poi per procura: lei stando in Ghana, lui in Italia.

Da sottolineare, da quanto si è evinto nei colloqui, una maggiore indipendenza delle donne ghanesi dal marito rispetto per esempio alle comunità nord africane.

Sulla qualità del rapporto tra moglie e marito quindi non ho avuto risposte significative.

 

6.2.23 Relazioni con gli italiani

Non è semplice poter definire in modo generalizzato la qualità dei rapporti tra le immigrate ghanesi e i vicentini. La mia percezione è che in generale le donne tendano ad avere un’idea negativa di tali relazioni, anche se va fatta una distinzione tra i volontari delle associazioni, nei quali le ghanesi hanno fiducia, ed il resto degli italiani, ai quali guardano con una certa diffidenza.

Persone italiane non ne conosco, a parte C. [una volontaria della Caritas], che mi aiuta a tenere la bambina. Gli italiani non sono amici dei neri, fanno fatica ad accettare persone con la pelle diversa dalla loro. Int.1

Gli italiani alcuni di loro sono cattivi, a loro non piacciono i neri. Int.11

 

Nel caso di questa intervistata, la positiva idea che aveva degli italiani prima della partenza è stata disattesa:

... mi ricordo quando ero bambina, a scuola avevo alcune amiche che corrispondevano con bambini italiani e questo era molto bello. Così pensavo: se gli italiani sono così simpatici per lettera, chissà di persona. Conoscerò molte persone, farò amicizia, andrò a trovarli a casa loro e loro verranno da me. Poi sono rimasta molto delusa. Int.1

 

Le occasioni di poter incontrare italiani al di là del lavoro sono poche. Inoltre nella difficoltà di relazionarsi intervengono fattori di tipo culturale.

Non è facile incontrare persone italiane, perché da noi c’è rumore al cento per cento, mentre qua c’è silenzio, non è facile vivere insieme, bisogna fare piano piano, conoscerci. In Ghana siamo liberi. Int.3

Gli italiani pensano che i ghanesi non puliscano le case. Questo non è vero. I ghanesi vivono in molte persone in una casa ed è difficile tenere ordine. Int.2

Anche le nostre case sono differenti da qua. Nelle nostre c’è un cortile, si fa tutto in cortile, liberi, all’aperto e di notte si va dentro. Nella nostra noi abitiamo con i nostri parenti, nonna, nonno, ma ci sono sempre problemi, litighiamo. Int.3

In Ghana gli stranieri vengono accolti bene. Int.2

I bianchi non seguono lo spirito, vanno alla chiesa e basta. Quando escono poi è tutto come prima. Int.14

 

Alcune donne mi hanno fatto notare che quando vivevano al Sud instaurare relazioni con gli italiani era più facile

Con gli italiani non mi trovo bene, in particolare con i vicentini che sono molto diversi rispetto ai palermitani. I vicentini proprio non ci sanno fare con gli africani perché vanno sempre di fretta e se possono li evitano; fanno come se noi non esistessimo. E’ molto difficile conoscere persone italiane, personalmente da quando sono a Vicenza non sono mai andata a casa di un italiano. Int.6

I palermitani sono più aperti rispetto ai veneti. Int.9

I napoletani sono più socievoli, qui al Nord le persone sono più impegnate, la gente va di fretta non ha mai tempo ... per il lavoro. Int.2

Una cosa che mi ha invece fatto riflettere è come l’uso del dialetto veneto in presenza di immigrati (che già hanno una scarsa conoscenza della lingua italiana) possa essere da loro interpretato come un tentativo deliberato di escluderli.

Molto spesso mi capita che le persone parlano in dialetto e questo mi da fastidio perché io non capisco e penso che quando un italiano vuole escludermi parla in dialetto. Int.6

In particolare alcuni testimoni di Geova parlano la lingua Akan così possono capire benissimo quello che dicono i ghanesi, mentre quando i testimoni di Geova parlano in dialetto noi non capiamo. I testimoni di Geova si dimostrano ben disposti verso i ghanesi solo per interesse. Int.6

 

Altre due intervistate mi hanno riferito di ricevere visite da parte dei testimoni di Geova, che secondo la testimonianza di un volontario di Arzignano ricevono tra i ghanesi crescenti consensi.

Alcuni testimoni di Geova venivano a trovarmi e volevano insegnarmi a parlare in italiano, ma ora queste persone non sono più autorizzate ad entrare all’Istituto S.. Non penso che questo sia giusto, vorrei che potessero venire a trovarmi. Int.11

Conosco un italiano che parla bene la nostra lingua, è un testimone di Geova. Int.15

Quando chiedevo alle donne se avevano amicizie italiane solitamente mi elencavano i nomi di volontari, in particolare appartenenti ad enti di ispirazione cattolica.

Ci sono tanti che ci vogliono bene, ad esempio L. è come mio fratello. Int.2

Quelle signora di cui ti ho parlato prima è come una madre e una sorella. Non so come mai ma questa donna ha visto in me qualche cosa di particolare. Int.4

La signora M. e la signora F. sono per me come delle mamme, però non vado quasi mai a trovarle perché non ho tempo. Int.7

Ho amici italiani al 60% (mi elenca i nomi di alcuni alcuni volontari del centro accoglienza di Arzignano), qualche volta vengono anche a qualche festa. Int.3

Sono rari i casi in cui hanno stretto legami fuori dalla cerchia del volontariato,

Abbiamo buoni rapporti con i vicini. Ricordo che una volta un vicino mi ha fatto telefonare gratis, poi questi vicini ci hanno invitato ad una festa di compleanno. In tutti i paesi ci sono persone buone e persone cattive. Int.7

 

legami che, approfondendo la conversazione, spesso si rivelavano essere superficiali.

Alla mia domanda ‘Hai amicizie italiane ?’ un’altra donna rispondeva:

...solo una che lavora in fabbrica, la signora M., prima lei arrabbiata, adesso basta. Le persone non uguali. Ho visto te, tu me piace. Non tutti uguali. Qui è difficile incontrarsi, no difficile in Ghana. Int.9

 

ed un’altra ancora, che avevo visto solo una volta in occasione di una festa, mi dice

... solo tu. Int.6

 

Anche con i volontari però non sempre si instaurano rapporti di reciproca amicizia, nel senso che può accadere che ci sia un approccio di tipo paternalistico verso le immigrate; approccio che a volte li porta a sostituirsi alle donne al momento di certe decisioni, riguardanti, per fare un esempio, l’educazione dei figli. Ricordo la delusione di alcuni volontari quando una donna, pur essendo cattolica ma frequentante anche la chiesa pentecostale, si rifiutò di fare impartire la prima comunione alla sua bambina, anche se quest’ultima partecipa con assiduità alle attività organizzate nella parrocchia della volontaria.

Da un colloquio è emerso che gli italiani trattano i neri africani diversamente dai neri americani; il fatto poi che da decenni abbia sede a Vicenza una caserma di militari americani (molti dei quali neri) non sembra avere facilitato in questi anni l’accoglienza di immigrati africani.

I vicentini trattano diversamente i neri americani da quelli africani. Int.7

A questo punto della conversazione era intervenuto il marito raccontando di quando una volta lui aveva dato un passaggio in auto ad una donna italiana che gliel’aveva chiesto; non appena lui le aveva detto che era nero africano e non americano la ragazza aveva voluto scendere.

Certi tipi di comportamenti che ostentano discriminazione da parte degli italiani fanno purtroppo soffrire:

Specie all’inizio quando qualche anziano mi incontrava per strada si faceva il segno della croce o cambiava strada. Anche adesso capita e mi dispiace ma so che lo fanno non per cattiveria, ma perché non capiscono. Int.2

Altre non hanno mai avuto esperienze particolarmente negative

Io non ho mai trovato persone razziste, per me no, altre dicono di sì. Int.3

... a me no, però una mia amica mi ha raccontato che una sera un ragazzo apposta col motorino le è andato addosso dicendole poi che visto che è nera non l’aveva vista. Int.6

 

Si può dire, da quanto emerso nei colloqui avuti, che senza dubbio le discriminazioni sono più pesanti nei luoghi di lavoro e al momento di cercare casa. Per dare un ultimo esempio, così parla il marito di S., presente all’intervista:

Un mio amico che lavora con me è andato dal padrone a chiedere un livello più alto perché lavorava da tanto lì, gli spettava per contratto e il padrone ha risposto che i neri rimangono sempre allo stesso livello. Int.8

 

Sempre riguardo le relazioni tra italiani ed immigrati in genere, riportiamo qui i risultati di un’indagine redatta dalla fondazione Corazzin di Venezia svolta nell’ottobre 1992 nell’area del Bassanese.

Uno dei risultati principali riguarda la scarsa conoscenza del fenomeno migratorio dimostrata dagli intervistati, anche rispetto agli elementi quantitativi: ad es. solo il 9% ha dato una risposta abbastanza esatta rispetto al numero di immigrati presenti nel territorio. La ricerca ha rivelato che gli stereotipi nei confronti degli immigrati sono radicati e che pur modificandosi perdurano anche di fronte al contatto diretto con gli immigrati. La vicinanza diretta tende in alcuni casi a ridimensionare i pregiudizi espressi dagli intervistati, altre volte a rafforzarli e ad aumentare la distanza percepita nei confronti di persone considerate diverse. Queste differenze, legate ad una prospettiva etnocentrica, tendono a sopravvalutare la cultura veneta. L’esperienza del diverso causa un miglioramento decisivo delle valutazioni del proprio gruppo ed un miglioramento anche delle considerazioni sui gruppi meno lontani, del tipo: "Adesso che conosco i neri ed i marocchini sono ancor più certo che "noi" abbiamo più qualità di loro, ma allo stesso tempo mi sono ricreduto su alcuni loro aspetti che credevo negativi".

La vicinanza migliora le opinioni rispetto ad alcuni gruppi di immigrati come quello marocchino o dell’Africa sub Sahariana; peggiorano invece gli stereotipi nei confronti degli zingari e degli albanesi; peggiorano cioè nei riguardi di gruppi che già venivano considerati lontani.

 

6.2.24 Relazioni tra italiani e stranieri.

Suggerimenti per l’incontro

Quasi tutte le donne hanno espresso il desiderio di poter incontrare persone italiane e confrontare i diversi modi di vivere. Durante le interviste chiedevo se un luogo che favorisse il dialogo tra immigrati e italiani fosse una buona idea. Alcune di loro hanno fatto presente che ci dovrebbero essere persone preparate a facilitare tale incontro.

A volte non so dove andare, anche se mi sento una persona aperta ed espansiva; un posto così sarebbe una buona idea. Int.1

Bisogna avere qualcuno come te sociale, non dovrebbe essere una casa lasciata al caso. Int.2

... per poter parlare, stare insieme, organizzare incontri per parlare di tante cose e potersi conoscere. Int.3

Sarebbe utile uno scambio, che si possa organizzare iniziative come cucinare ... . Io so ballare musica africana e mi piacerebbe organizzare uno spettacolo in cui anche ballo perché gli altri ghanesi mi prendono sempre in giro perché voglio ballare. Ma non subito questo, un po’ più avanti. Int.4

...sarebbe interessante ... [il marito aggiunge che prima bisognerebbe che venissero soddisfatti i bisogni primari come la casa ed il lavoro, altrimenti non si ha tanta voglia di fare tante cose...] ... Int.5

Sarebbe utile, si potrebbe fare amicizia. Int.6

Avevamo richiesto alla Caritas un luogo di incontro per stranieri. Avevamo fatto anche alcune riunioni. Si era pensato che ognuno dovesse pagare diecimila lire da tenere come cassa per le emergenze, ad esempio per chi non aveva da dormire [Il marito aggiunge che queste riunioni non avevano esito positivo: tanti ghanesi non erano d’accordo, allora non si sono più fatte]. Secondo me un luogo dove potersi incontrare sarebbe una cosa molto utile. Int.7

Sarebbe molto bello ... [aggiunge il marito che gli piacerebbe recitare in un gruppo teatrale composto da italiani e ghanesi]. Int.8

Questo va bene per cominciare, no problema. Io sempre a casa, sì ... mi piace. Io solo sempre con mio marito, perché io sempre sono stanca. Int.9

Ci vorrebbe qualcuno che parlasse inglese altrimenti non riusciamo a capirci. Int.11

Sì, sarebbe molto utile, perché c’è tante persone che non capiscono gli africani, perché noi siamo immigrati qua ma abbiamo il nostro modo di vivere, di ... come si dice, vedere le cose, abbiamo lasciato le nostre tradizioni, le cose che facciamo là, e quando veniamo qua noi troviamo le cose un po' diverse, è difficile se non c’è qualcuno che può aiutarci di capire e imparare e un giorno sarà difficile fare le cose, se è possibile fare un centro così sarebbe molto bello per noi e anche per gli italiani. Int.13

Cosa vorresti ci fosse e venisse fatto in questo centro ?

Un centro dove italiani incontrino immigrati africani, sarebbe meglio fare, non so, come una associazione che c’è italiani ed africani che quando c’è un giorno una volta alla settimana, una volta al mese incontriamo e discutiamo, come qualcuno dice la sua esperienza qua per fare capire a italiani come stiamo qua in Italia e anche italiani di dirci come dobbiamo fare a vivere qua, perché ad esempio in Ghana non abbiamo la stagione fredda e qua abbiamo questa stagione e c’è alcuni che non sa vestirsi in questa stagione, vestono in modo leggero o troppo, ma se c’è questo centro, associazione, si impara a fare certe cose e anche cose più importanti. E’ un po’ difficile imparare da solo, dal lavoro o dalla TV, non impariamo niente da qua, ma se c’è persone vive con cui stare insieme allora sarebbe utile. Int.13


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