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Parte settima

 

L’educatore

 

 

7.1 La pedagogia interculturale

La prospettiva della pedagogia interculturale trova le sue origini negli anni Settanta nei paesi del nord Europa, in quel periodo interessati dalla consistente immigrazione favorita dal boom economico degli anni Sessanta. Si sviluppa all’interno delle cosiddette pedagogie compensative, rivolte da un lato a facilitare il successo scolastico dei figli degli immigrati, dall’altro a promuovere provvedimenti, in tema di educazione degli adulti, finalizzati all’integrazione nel contesto di approdo. La prima preoccupazione emergente in quegli anni fu perciò quella di studiare le forme più idonee per favorire lo scambio tra mondi culturali dominanti e i mondi minoritari dei neo-arrivati: scambio che venne definito educazione interculturale.

Già alla fine degli anni Settanta si sente l’esigenza di passare dall’educazione interculturale alla pedagogia interculturale: tale transizione cela l’insoddisfazione per pratiche ed interventi improvvisati e non supportati da una riflessione sistematica. In altri termini, per rendere operativamente più efficace e significativa l’azione educativa in direzione interculturale, si è avvertita la necessità di poter contare su una scienza specifica o su una dimensione teoretica, che ne orientasse la progettualità e ne allargasse gli orizzonti.

Mentre infatti l’educazione, secondo una concezione antropologica, è intesa come un esperienza di apprendimento o di cambiamento che può avvenire indipendentemente dal fatto di progettarla o meno, la pedagogia è il punto di vista scientifico che studia ed organizza le procedure quando volontariamente si vuole educare qualcuno. La pedagogia è un campo del sapere: si parla dunque di pedagogia quando qualcuno fa progetti sulla educabilità di qualcun altro. La pedagogia è perciò la riflessione sull’educazione e si fa interculturale quando il suo discorso teoretico si preoccupa di promuovere la relazione in presenza di differenze culturali.

Possiamo dire dunque con Demetrio che "La pedagogia interculturale è un settore del pensiero sull’educazione che si prefigge di delineare le strategie migliori dal punto di vista organizzativo e delle finalità perché soggetti portatori di culture diverse possano imparare a comunicare tra loro indipendentemente dalle differenze di lingua, comportamenti culturali e credenze".

Oggi il concetto di pedagogia interculturale rispetto ai suoi inizi si è arricchito di nuovi diversi contenuti:

  1. una più ampia consapevolezza che l’incontro tra culture diverse, sia nel mondo dell’infanzia che in quello degli adulti, vada indirizzato da scelte sia politiche che educative;
  2. considerare sia la scuola che gli altri servizi socioculturali uno strumento per l’incontro tra persone provenienti da vari paesi e pensare che queste persone sono alla ricerca di saperi e di conoscenze, oltre che di un miglioramento delle loro condizioni economiche;

3. la "filosofia compensativa" che ha ispirato i primi provvedimenti volti a non penalizzare i figli degli immigrati è stata superata da una filosofia fondata su un educazione volta al riconoscimento dell’alterità e della differenza, con la consapevolezza che le migrazioni sono diventate un fatto strutturale del mondo moderno.

Nonostante la pedagogia interculturale sia nata per la ristrettezza della pedagogia compensativa, è necessario anche oggi considerare questi due aspetti in modo congiunto, in quanto, se il nuovo arrivato non parla la lingua del paese ospite, non è in grado di raccontare di sé e quindi di essere capito. Due culture possono incontrarsi se messe nelle condizioni di comunicare.

La pedagogia interculturale, in quanto pedagogia e non psicologia o sociologia, si occupa innanzitutto di organizzare le condizioni più favorevoli all’integrazione e all’interazione tra persone di diversa origine e tradizione etnica, cercando così di facilitare la conoscenza reciproca, la disponibilità all’incontro e allo scambio, ma anche il cambiamento di entrambi. Il concetto di integrazione infatti non è univoco: anche chi ospita infatti deve rivedere il proprio modo di pensare e di comportarsi, così come chi è ospitato è chiamato ad adattarsi alle forme di convivenza che gli vengono richieste nel paese di arrivo. In caso contrario andrà incontro al fallimento del suo progetto migratorio, all’emarginazione.

La pedagogia interculturale si prefigge di individuare le azioni educative più idonee per far sì che l’immigrato possa sentirsi in una situazione di vantaggio. Ciò ridurrà il rischio di dis-integrazione e di sradicamento che si trova a vivere la persona che, lasciando il suo paese, non può mantenere un legame totale con le forme culturali, gli stili di vita, i riferimenti affettivi che aveva prima e al contempo non riesce ad imparare quanto gli è necessario, in quanto la sua vita si esprime in un altro paese. L’immigrato per potersi integrare deve così da un lato rinunciare a parte di sé, ma in cambio deve poter fruire di mezzi di accoglienza adeguati. E’ necessario così creare le opportunità di sostegno umano, oltre che funzionali, per porre l’immigrato nelle condizioni di ricostruirsi un’identità, uno spazio razionale e psicologico nel quale possa riconoscersi ed essere riconosciuto come cittadino.

Anche l’autoctono va stimolato ad accogliere e ad integrarsi con l’immigrato, ad apprendere nuovi contenuti circa le cause delle migrazioni internazionali e le tradizioni culturali dei paesi di origine degli immigrati e a considerare infine l’immissione di altre culture nella nostra società una risorsa che contribuisce ad arricchire le nostre mentalità e i nostri sistemi relazionali.

L’educazione interculturale non dovrebbe dunque rivolgersi solo al soggetto o alle popolazioni migranti, bensì all’intera comunità di accoglimento. Sia gli stranieri che gli italiani sono chiamati così a compartecipare ad un processo comune, interpretando insieme un cammino per crescere, trasformarsi e arricchirsi vicendevolmente secondo una linea di reciproca conoscenza ed emancipazione, promuovendo il principio secondo cui l’individualità si realizza solo e in quanto rapporto con l’alterità.

Di conseguenza, l’ambito della pedagogia interculturale non si limita alla situazione in cui l’educatore lavora concretamente con gli immigrati; oltre a ciò l’educatore cerca di costruire le premesse psicologiche affinché la tendenza interculturale possa diffondersi. Un atteggiamento interculturale si dimostra in realtà più utile, anche se meno rassicurante, rispetto all’atteggiamento monoculturale in quanto ci si rende più disponibili ad accettare le ragioni dell’altro e più aperti verso il cambiamento inteso nella sua dimensione evolutiva di incremento di sviluppo umano. Una mente formata in senso plurietnico è umanamente più complessa, più ricca di capacità connettive, più propensa alla teorizzazione, attenta più alla interazione tra le parti che alla difesa incondizionata del particolare e dell’interesse locale.

Compito della pedagogia interculturale è di fare in modo che le diverse culture convivano senza ignorarsi, dal momento che la non conoscenza del pensiero dell’altro è causa di conflitti, distanze e pregiudizi. L’integrazione non significa solo tolleranza, ma comprensione delle altrui forme di vita e di pensiero.

In conclusione, la pedagogia interculturale si presenta come il tentativo, scientificamente suffragato, di dare risposta alla nuova situazione interetnica venutasi a creare nelle nostre società, allo scopo non tanto di assimilare chi proviene da "fuori" alle abitudini ed esigenze della popolazione autoctona, quanto piuttosto di pervenire al riconoscimento ed al rispetto dell’alterità e della differenza, in uno spirito improntato al dialogo nella reciprocità, all’interpenetrazione conoscitiva, alla collaborazione solidaristica. 

 

7.2 Educare: un viaggio all’interno di sé

 

 Le migrazioni rappresentano un evento di trasformazione della nostra società, una sfida per chiunque lavori nell’ambito delle scienze dell’educazione. Il confronto con la diversità mette in crisi la qualità delle nostre idee, delle nostre emozioni, dei nostri comportamenti. L’educatore, nel momento in cui si relaziona con persone portatrici di culture diverse, è chiamato a rivedere e ad integrare i propri saperi.

Di fronte allo straniero infatti i comportamenti si complicano e diventano imprevedibili. Anche quando consapevolmente decidiamo di assumere un determinato comportamento, possono invece affiorare almeno tre diverse evocazioni:

    • l’evocazione di stereotipi e pregiudizi nei confronti della mentalità, dell’intelligenza, delle modalità affettive e delle pratiche della vita quotidiana dell’altro;
    • l’evocazione di difese di tipo territoriale, visto che la presenza dell’altro nei nostri spazi di vita e di lavoro costituisce una minaccia per gli equilibri del nostro ecosistema;
    • l’evocazione di paure per la possibile perdita dei nostri valori e delle nostre condizioni.

L’educatore deve quindi interrogarsi e trasformare gli interrogativi che si pone in percorsi formativi. Tali interrogativi sono posti da Demetrio in questi termini:

    • Come mi sto rappresentando l’altro e perché gli attribuisco queste caratteristiche e questi significati ?
    • Quanto di personale e di etnocentrico c’è nelle mie rappresentazioni ?
    • Chi sono io educatore portatore di una cultura di fronte alle altre culture?

Dal punto di vista pratico l’educatore dovrà agire secondo tre modalità:

    • esplorativa (l’educatore osserva episodi di vita relazionale, registra quello che vede, diventa un osservatore partecipante);
    • facilitativa (l’educatore dovrà riuscire a creare le condizioni affettive ed il clima relazionale affinché sia il bambino che l’adulto immigrato si sentano accettati e riconosciuti nella loro specificità);
    • interculturale (l’educatore considera gli immigrati portatori di saperi che gli forniscono spunti per trasformare il luogo educativo in occasioni di scambi e di riflessioni sul mondo multietnico).

Esplorare, facilitare e valorizzare i saperi sono azioni pedagogiche che dovranno sempre di più far parte del curriculum degli educatori e considerare l’incontro con le differenze etniche una occasione per rivedere e rinnovare i propri stili educativi. Anche l’uso, ad esempio, di strumenti per le rilevazioni affettive e psicologiche va ripensato, dal momento che potrebbero essere inadatti nei confronti di chi si serve di altri codici per pensare, comunicare e agire.

 

L’educatore deve pensare al non autoctono come ad una risorsa; deve saper assumere un atteggiamento di ascolto; deve interrogarlo per conoscerlo meglio e lasciarsi interrogare, discutendo con lui quello che riesce a scoprire affinché anche l’immigrato si senta protagonista. L’interazione con lo straniero deve fargli percepire il nostro interesse per la sua storia, per il suo punto di vista ed ogni proposta educativa va con lui dialogata e concertata. La soluzione del problema non va dunque trovata partendo da una personale visione etnocentrica, ma da un confronto diretto che può far rivedere le proprie posizioni cognitive e cambiare il proprio punto di vista per entrare in quello dell’altro, per leggerne i bisogni e i modi di essere. Il primo compito dell’educatore è quindi autopedagogico. Per comprendere gli altri è indispensabile conoscere se stessi ed in questo senso non a caso si può considerare la relazione interculturale come occasione autoriflessiva. L’effetto specchio induce a confrontarsi e a criticarsi, svelando rigidità e stereotipi del proprio modo di pensare, aprendo nuove possibilità di comprensione.

Esplorare la differenza stimola inevitabilmente una più attenta esplorazione di se stessi, significa "mettersi in cammino". Chi emigra intraprende un viaggio, vive una transizione materiale, un movimento nello spazio, ma chiunque, pur senza cambiare paese, si pone alla ricerca di qualche cosa di utile, si mette comunque in viaggio e vive prove e trasformazioni. Deve vivere una transizione interiore: "Lasciare una spiaggia per approdare ad un’altra; deve sapere guardarsi indietro e guardare avanti".

 

7.3 L’educatore come mediatore: l’orientamento ai servizi

 

 Spesso l’immigrato dispone di pochi strumenti per riuscire ad interpretare la complessa realtà che lo circonda; allo stesso tempo però la società e gli operatori dei servizi si trovano impreparati a confrontarsi con questi nuovi concittadini e utenti portatori di una diversa cultura.

La figura dell’educatore può contribuire a promuovere, a sostenere il percorso di autonomia personale dell’immigrato e a potenziare così le sue capacità ed opportunità di inserirsi nel nuovo tessuto sociale.

L’educatore potrebbe infatti svolgere un importante ruolo di orientamento nella società italiana, aiutando l’immigrato a conoscere e a utilizzare i servizi e le opportunità presenti nel territorio, ma soprattutto a riconoscere le proprie risorse personali, in modo che, anche trovandosi in un particolare stato di bisogno, possa essere in grado di programmare il proprio futuro ed utilizzare il proprio tempo e le proprie capacità.

La presenza di un educatore nella fase di accoglienza dovrebbe far sì che l’immigrato, specialmente nei momenti immediatamente successivi al suo arrivo, non sia solo: deve rappresentare quindi per lui un punto di riferimento effettivamente raggiungibile e disponibile ad ascoltarlo e a valorizzarlo. La persona straniera va messa nelle condizioni di comunicare attraverso l’acquisizione della lingua italiana, deve poter fruire delle strutture e delle istituzioni della nuova società, va messa al corrente sugli usi e costumi della cultura italiana e anche veneta, va aiutato nella formazione e nell’elaborazione di progetti individualizzati. Far vivere allo straniero una esperienza soggettiva positiva fin dai primi momenti in cui avviene l’incontro tra culture contribuisce alla prevenzione del disagio e della marginalizzazione che a volte l’immigrazione porta con sé. L’educatore, nel momento in cui l’immigrato si presenta con un problema, dovrebbe stabilire assieme all’interessato un percorso all’interno della rete, spesso complessa, dei servizi; stabilire quindi insieme luoghi, tempi, persone a cui fare riferimento. Particolare attenzione dovrà essere posta alla ricostruzione delle motivazioni che hanno spinto l’immigrato a rivolgersi al servizio per cogliere la vera natura della domanda ed il reale bisogno, al di là dell’urgenza che spesso caratterizza la tipologia della richiesta.

La valorizzazione e l’utilizzazione delle capacità degli immigrati risulta al riguardo fondamentale. Gli immigrati dovrebbero perciò essere chiamati a collaborare nella elaborazione dei progetti loro destinati, oltre che dare indicazioni utili agli operatori per il miglioramento delle prestazioni. Anche il grado di adesione dell’utente (compliance) alla soluzione del suo problema è infatti influenzato dai modelli culturali della persona.

L’educatore deve sapere assumere il punto di vista dell’altro per riuscire a cogliere le espressioni di sistemi culturali e valori diversi dai propri. Deve inoltre avere un grande flessibilità per riuscire a proporre un tipo di mediazione accessibile sia all’immigrato che alla società di accoglienza ed in particolare al sistema dei servizi. L’azione dell’educatore infatti non dovrebbe essere rivolta solo a facilitare e a promuovere la capacità dell’immigrato nell’accedere ai servizi, ma a favorire anche l’operatività dei servizi stessi nei confronti dello straniero. L’educatore si propone come un mediatore che può contribuire a migliorare il rapporto tra immigrato e operatore e a favorire la comunicazione con una persona portatrice di una cultura, valori e comportamenti spesso diversi da quelli del mondo occidentale.

D’altro canto anche gli operatori dei servizi vanno informati sulle caratteristiche dell’immigrazione straniera e dei vari gruppi etnici e sensibilizzati riguardo ai bisogni dei nuovi utenti. L’immigrato rappresenta un utente particolare non perché i suoi bisogni si differenziano da quelli delle persone italiane, ma in quanto il suo modello culturale di riferimento è altro. E’ infatti la diversità culturale che connota la specificità del bisogno dell’immigrato: una conoscenza di base della cultura e delle abitudini della comunità di provenienza è necessaria per poter offrire, per quanto possibile, all’utente un’offerta personalizzata.

L’educatore quindi può contribuire a contestualizzare questo nuovo utente e a favorire l’instaurarsi di un clima di accoglienza favorevole, già dal primo incontro. La mia esperienza mi ha ad esempio fatto riflettere su come sia importante l’attenzione alla comunicazione analogica, al linguaggio non verbale, al tono della voce, che in effetti differiscono nelle diverse culture e possono inoltre dare utili elementi per una maggiore comprensione della persona straniera, specie quando ha una scarsa conoscenza della nuova lingua. L’educatore deve saper negoziare nelle situazioni che causano incomprensione e disagio tra l’immigrato e i suoi interlocutori e che portano inevitabilmente ad una sottoutilizzazione se non ad un abbandono dei servizi. Si verifica che l’immigrato non rispetta la puntualità agli appuntamenti, non osserva le prescrizioni dell’operatore, identifica il servizio in un interlocutore particolare, sopravvaluta o sottovaluta il servizio in base agli esiti ottenuti alla prima richiesta o in seguito alle aspettative createsi attraverso le informazioni ricevute dai propri connazionali. La donna in particolare, nel momento in cui si rivolge ai servizi sanitari, avverte più intensamente la differenza culturale.

Il sentimento di disagio verso la burocrazia è amplificato quando l’utente è africano. La soddisfazione nella fruizione dei servizi è più che mai in questo caso in stretto collegamento con la capacità di dialogare. Instaurare subito un buon clima relazionale risulta fondamentale: ho constatato direttamente quanto sia importante il momento della conoscenza e del saluto. Durante le interviste ad esempio una buona parte del tempo era impiegata appunto nella conoscenza. Negli incontri successivi, le domande reciproche sulla salute personale, dei familiari e dei conoscenti, il contatto fisico della stretta di mano o dei baci non sono solo dei convenevoli formali come spesso noi li consideriamo. Solo dopo che ci si è rassicurati a vicenda sulla propria amabilità e disponibilità, si può entrare nel merito dei vari argomenti.

Il lavoro dell’educatore non deve svolgersi in modo isolato, ma va inserito all’interno di un’équipe, in una sinergia dunque con le varie risorse presenti nel territorio, affinché l’accoglienza dell’immigrato segua criteri e metodologie condivise nell’approccio al problema, allo scopo di evitare inutili sovrapposizioni e incoerenze nell’azione. A questo proposito risulta necessaria per l’educatore il supporto di una figura di supervisione, specie in campo antropologico.

L’educatore dovrebbe inoltre lavorare in stretta collaborazione con il mediatore culturale straniero. Una figura non esclude l’altra: l’educatore è un mediatore che non si limita a facilitare l’interazione tra sistemi culturali diversi e all’interpretariato linguistico, ma si pone come uno strumento di sostegno nel percorso di integrazione. Per fare questo diventa fondamentale, come abbiamo detto prima, riuscire a costruire un rapporto di fiducia con l’utente e con il suo contesto familiare e comunitario. Ecco quindi che il rapporto con l’educatore, che appartiene alla società di approdo e non al suo gruppo etnico, diventa il modello di un possibile dialogo. La relazione interpersonale tra educatore ed immigrato costituisce così una sorta di laboratorio interculturale, all’interno del quale si sperimentano, anche empiricamente, possibili percorsi di rapporti con gli altri.

 

 

7.3.1 Gli ambiti di lavoro

Gli ambiti di lavoro in cui l’educatore può trovarsi ad operare hanno luogo sia in strutture residenziali che più in generale e diffusamente nel territorio.

Nel primo caso, nei centri d’accoglienza, in particolare dove sono presenti donne e bambini, l’educatore può contribuire a rendere questi luoghi non solamente "dormitori" isolati dal contesto sociale, ma dei centri propulsori di attività e di incontro interculturale. Riguardo le donne l’educatore potrebbe essere di sostegno nella gestione dei conflitti causati dalla migrazione attraverso l’ascolto; promuovere corsi di microalfabetizzazione, dando input positivi per l’apprendimento della lingua; dare informazioni sullo stile di vita italiano; orientare ed informare sui servizi; favorire l’inserimento nel tessuto sociale; dare un supporto nell’educazione dei figli ed aiutarli nell’inserimento scolastico con la collaborazione dei genitori; organizzare attività educative in cui anche i genitori stranieri possano portare il loro contributo.

Per quanto riguarda le attività del territorio, l’educatore può incontrare le comunità di immigrati, in particolare le donne, ai fini di far emergerne i bisogni e lavorare insieme per una possibile soluzione; individuare all’interno della comunità le donne più adatte ad assumere il ruolo di mediatrice interculturale; supportare le iniziative organizzate dalla comunità. L’attenzione dell’educatore non si rivolge solo agli stranieri: deve anche contribuire a far conoscere agli autoctoni la nuova realtà legata al fenomeno migratorio, "proponendo alle scuole, ai luoghi di vita e di lavoro, alle sedi di aggregazione, ai quartieri di moltiplicare le loro attenzioni per l’incontro con le nuove differenze su un piano di grande parità, reciprocità e volontà di conoscersi"; promuovere quindi iniziative nel territorio che contribuiscano a considerare l’immigrato non solo risorsa economica o figura folcloristica, ma un portatore di sapere.

Finiamo con le parole di Demetrio: "L’educatore, l’animatore e l’operatore sociale non devono mai dimenticare il diritto di chi è immigrato alla continuità con l’esperienza culturale, linguistica, religiosa nella quale è nato". Solo nel rispetto delle differenze ogni persona può entrare in un altro mondo senza dover perdere ciò che gli appartiene.

 

 

 

 

 

7.4 Esperienze personali

 

 

 

Nel periodo dell’elaborazione del presente lavoro ho potuto maturare varie esperienze sul campo, che mi hanno permesso da un lato di entrare in relazione e mettermi a confronto con donne immigrate, e che dall’altro si sono rivelate utili anche per delineare alcuni possibili ambiti di intervento dell’educatore. Per qualche mese ho frequentato la casa di accoglienza della Caritas di via Monteverdi, mentre da più di un anno partecipo alle riunioni e all’organizzazione delle attività dell’associazione Luna e l’altra, le uniche strutture che, nelle loro diversità, lavorano espressamente nell’ambito dell’immigrazione femminile. Inoltre ho avuto modo, in varie occasioni, di condividere insieme a donne ghanesi alcune esperienze significative. Farò riferimento in particolare a due episodi: il primo riguarda la mia partecipazione ad una messa pentecostale, il secondo ha avuto luogo in questura.

 

7.4.1 La casa di accoglienza della Caritas

La casa di accoglienza della Caritas di via Monteverdi, da me frequentata tra marzo e luglio del 1996, ospita donne immigrate prevalentemente ghanesi. Il mio inserimento nella struttura fin da subito non si dimostrava facile, dal momento che il mio ruolo era distinto da quello dei volontari e degli obiettori che vi lavorano. Prima di iniziare a frequentare la casa, sia i responsabili che le ragazze che svolgevano l’anno di volontariato sociale mi avevano fin da subito messo al corrente delle difficoltà che avrei incontrato nel relazionarmi con le donne. In particolare le volontarie, che seguivano i loro bambini nel pomeriggio, mi raccontavano di non avere allacciato con le madri dei rapporti significativi: nei casi più favorevoli, il dialogo con le donne riguardava quasi esclusivamente i figli.

Le prospettive che quindi andavano a delinearsi non erano molto incoraggianti. A posteriori posso dire invece che l’idea di iniziare il mio lavoro con la conoscenza diretta delle donne e delle loro vite si è dimostrata molto utile e formativa e mi ha aiutato a svolgere successivamente le interviste in modo migliore.

Fin da subito mi sono trovata di fronte anche a cose apparentemente banali, che tuttavia mi mettevano a confronto con la diversità: gli odori, i suoni, i colori ... . Ricordo in particolare l’insolito odore di una particolare zuppa cucinata con il sugo di pomodoro, molto intenso e speziato, che si diffondeva in tutte le stanze della casa. Ma soprattutto ricordo la gran confusione e le grida: le ospiti parlavano sempre ad alta voce, anche se spesso ci si trovava in parecchie in una stanza. A volte, quando interagivano e parlavano tra loro, ad una prima impressione sembrava discutessero, quando invece si trattava di una normale conversazione. Riflettevo anche sul fatto che, le prime volte che frequentavo la casa, a fatica riconoscevo i volti e ricordavo i nomi, anche perché le donne erano molte: avevo comunque l’impressione di avere difficoltà ad individuare e distinguere i loro tratti somatici. Adesso, grazie anche alla mia maggiore esperienza, sorrido ripensando ai miei primi incontri con donne africane alla Caritas; quell’odore che non mi piaceva mi è divenuto con il tempo familiare e gradevole. Grazie poi anche alle loro indicazioni ho acquistato una maggiore familiarità con i volti dei vari immigrati africani, tanto che ora ne comprendo la zona di provenienza. Le ospiti a questo proposito mi dicevano che anche per loro all’inizio gli italiani "erano tutti uguali".

Tali diversità mi facevano fin da subito riflettere sulla mia capacità di riuscire a confrontarmi con la differenza, temendo di non avere la disponibilità e la flessibilità necessarie. Mi sono resa conto che un grosso lavoro doveva essere fatto su me stessa, perché la comprensione di altri modi di vivere non può avvenire solo a parole o a priori: solo il confronto diretto può portare ad un vero riconoscimento dell’altro.

Per riuscire ad incontrare le donne ho pensato di frequentare la cucina, l’unica stanza della casa a disposizione oltre alle camere. Cercavo così di entrare in relazione con loro, condividendo alcuni aspetti della quotidianità. Le donne da subito hanno ricambiato il mio interesse per loro, rivolgendomi soprattutto domande di carattere personale. Erano stupite in particolare dal fatto che non ho ancora figli e che non mangio carne. Inoltre non sembrava loro giusto che percepissi uno stipendio per il lavoro che attualmente svolgo, perché non comporta sforzo fisico.

Partecipavo alla preparazione del cibo. Io imparavo ricette africane e talvolta davo anch’io qualche suggerimento sui piatti italiani. Le donne fin dal primo giorno mi avevano fatto assaggiare qualche pietanza; successivamente a turno ciascuna mi invitava a gustare piatti diversi, in particolare quelli che più soddisfacevano i miei gusti.

Nel giro di qualche settimana la mia presenza era diventata familiare: a causa di un’influenza non mi ero recata al centro per una settimana, così mi avevano telefonato per salutarmi. Forse aver dato il mio numero di telefono era stato inteso da parte loro come una reale attenzione nei loro confronti, al di là della mia presenza per la mia ricerca. Il mio inserimento nel gruppo è stato favorito da una donna in particolare, che parlava di me alle sue connazionali e mi presentava a loro in termini positivi. Ricordo comunque un preciso episodio che secondo me ha contribuito enormemente ad aumentare la stima delle donne nei miei confronti. Il giorno 7 marzo chiedo a S. se il giorno prima aveva festeggiato. "Perché ?" E io rispondevo che era la festa dell’indipendenza. Le donne si erano visibilmente emozionate: per la gioia improvvisavano dei passi di danza, dando vita poi ad una piccola festa. "E’ bello che tu ci abbia ricordato il nostro paese".

Con il trascorrere del tempo la mia presenza è divenuta sempre più familiare, tanto che da vari episodi notavo come la fiducia nei miei confronti andasse sempre più rafforzandosi. Spontaneamente mi raccontavano della loro famiglia, delle loro preoccupazioni più intime, il più delle volte in un italiano incomprensibile, tanto che certe situazioni erano difficili da gestire, richiedendo grande disponibilità da entrambe le parti. In un caso una donna, che inizialmente mi aveva detto di essere sposata, in un’altra occasione, mentre eravamo sole, mi disse: "Io, mio marito non vuole più", raccontandomi che il marito pochi mesi prima l’aveva lasciata e che lei non sapeva cosa fare.

In un altro caso S., una donna con una grande difficoltà ad esprimersi in italiano, mi chiede di seguirla in camera sua e lì mi fa leggere e tradurre in inglese una lettera che aveva ormai ricevuto da qualche giorno. Si trattava di una richiesta di rimborso di denaro di 10 milioni per danni che avrebbe commesso al lavoro.

In qualche occasione mi telefonavano a casa per chiedermi indicazioni su qualche strada, ma le spiegazioni si rivelavano faticose, visto che pure dopo anni di permanenza non sapevano il nome delle vie principali della città.

In un altro caso ancora una donna mi chiede di aiutarla in un suo problema: dice di avere da tempo dei forti mal di pancia e disturbi ginecologici: non ha il medico e non sa a chi rivolgersi perché non in regola con i documenti. Tramite l’associazione Luna e l’altra le fissiamo un appuntamento ginecologico dal quale risulta essere in stato avanzato di gravidanza. Pur avendo rassicurato la donna sul fatto che poteva rivolgersi all’associazione anche sprovvista dei documenti, questa aveva pensato di presentarsi con il permesso di soggiorno di una sua connazionale, creando così un inevitabile equivoco.

Da questi, così come da tanti altri episodi cui ho assistito e partecipato, ho avuto modo di riflettere sui contributi che l’educatore può dare in tali contesti: dall’attento ascolto delle loro esigenze si può arrivare all’elaborazione, insieme a loro, di "strategie" per migliorare la qualità della loro vita in un contesto a loro ancora spesso estraneo. Questi contributi si possono concretizzare in forme semplici o più complesse: fornire una cartina topografica e spiegare le zone della città, la stesura di un curriculum vitae da lasciare ai datori di lavoro corredato da un riferimento telefonico, l’acquisizione di un metodo nella ricerca della casa o di un lavoro sono conquiste che possono dare più fiducia in se stesse, pur magari non garantendo un immediato successo.

 

7.4.2 Associazione Luna e l’altra

Molto interessante si è rivelata la mia esperienza all’associazione Luna e l’altra. In qualche occasione ho collaborato al servizio di consulenza e orientamento per donne immigrate Aisha Spazio Donna e ho partecipato alle settimanali riunioni delle socie per oltre un anno: un impegno che continua tutt’oggi. All’associazione ho avuto meno occasioni di relazionarmi con le donne, ma ho avuto modo di riflettere sulle modalità delle immigrate di accedere ai servizi e sull’importante ruolo che l’educatore può rivestire nell’orientamento alle strutture. Inoltre ho sempre partecipato agli incontri di supervisione psicologica per le operatrici dello sportello.

Durante la mia collaborazione in Aisha Spazio Donna ho avuto modo di capire quanto importante, anzi indispensabile, sia innanzitutto instaurare un buon rapporto personale con la donna africana. Una corretta ‘presa in carico’ del bisogno dell’immigrata presuppone, come già detto, la capacità di riuscire a coglierne le reali necessità, anche al di là dell’urgenza manifestata in un primo momento.

Fondamentale risulta l’aspetto della documentazione e la conoscenza della biografia della donna. La compilazione della scheda anagrafica può risultare particolarmente difficile e creare una barriera tra operatore e utente, specialmente nei casi di irregolarità giuridica. A questo proposito penso che tali formalità debbano andare espletate in un secondo momento, a dialogo già instaurato.

Le riunioni settimanali sono state importanti occasioni di conoscenza dell’universo dell’immigrazione femminile. L’elaborazione dei dati sulla presenza delle donne al servizio mi ha messo a confronto con le loro principali problematiche, che differiscono anche in relazione alla nazionalità di provenienza. Nel marzo scorso, assieme alla presidente dell’associazione, ho partecipato ad una trasmissione radio dedicata all’immigrazione femminile a Vicenza: uno dei compiti dell’educatore infatti è anche quello di dare una corretta informazione alla popolazione autoctona sul fenomeno dell’immigrazione.

In sintesi, i miei contributi all’interno di Luna e l’altra sono stati volti a migliorare lo stile d’accoglienza, a coordinare le iniziative del servizio nel contesto territoriale e infine a promuovere la partecipazione delle immigrate all’associazione.

 

7.4.3 La messa pentecostale

F., una delle donne da me intervistate, mi aveva invitata ad andate alla messa pentecostale: secondo lei l’avrei sicuramente trovata interessante e mi avrebbe eventualmente dato la possibilità di conoscere altre donne ghanesi. F. durante l’intervista si era dimostrata molto credente, parlando spesso di Dio e di come lo Spirito Santo l’abbia aiutata in molte situazioni. Mi aveva raccontato in particolare un episodio accadutole la settimana prima. Il sabato si era recata in questura per richiedere il rinnovo del permesso di soggiorno; purtroppo aveva dimenticato il certificato di residenza e per questo il lunedì successivo era dovuta ritornare in questura. L’impiegato in base alla data di assunzione del lavoro inizialmente intendeva rinnovarle il permesso di soggiorno per altri due anni, ma dopo le insistenze di F. ha acconsentito al rinnovo per quattro anni dicendo "oggi sono buono". F. ha interpretato l’accaduto come opera dello Spirito Santo con queste parole:

Io pensavo che fosse una cosa brutta essere dovuta ritornare ed invece è stato Dio a volerlo per avere il modo di aiutarmi.

 

Il sabato ho telefonato a F. dicendole che l’indomani, essendo libera da impegni lavorativi, avrei potuto andare alla messa. F. dal tono della voce mi è sembrata molto contenta di ricevere la mia telefonata e ci siamo date appuntamento per l’indomani alle ore 11 vicino al Duomo di Montecchio Maggiore. F. non sapeva darmi l’indirizzo esatto del luogo in cui la messa veniva celebrata; mi aveva comunque detto che la casa era di colore giallo, un’informazione che però non corrispondeva a realtà.

Il giorno dopo, quando sono arrivata al Duomo, ho seguito alcune persone nere che si dirigevano verso uno stabile dove sull’entrata F. mi stava aspettando. La messa veniva celebrata nella sede della CGIL.

Entriamo, ed oltrepassata l’entrata raggiungiamo una grande sala. Qui vi sono circa 150 persone, tutti neri. Mentre entro al seguito di F. mi sembra che tutti stiano a guardarmi, molti si voltano. Sinceramente devo dire di avere vissuto con disagio il fatto di essere l’unica persona bianca presente (in seguito, commentando questo mio imbarazzo con una signora africana, questa aveva risposto che era finalmente ora che anche qualche italiano provasse quello che i neri provano sempre).

Noto quasi subito che uomini e donne sono seduti separati: sul lato sinistro della stanza sono seduti gli uomini, su quello destro le donne. Ci sono persone in piedi ed altre sedute lungo il perimetro della stanza. Una cosa che mi ha colpito è che la sala era coloratissima: molte donne indossavano vestiti in stile africano con fantasie molto colorate. Portavano in testa una specie di fazzoletto fatto con la stessa stoffa del vestito. Anche gli uomini erano vestiti da festa, solo due o tre avevano un vestito fatto a tunica, mentre gli altri erano quasi tutti vestiti in completi. Ai miei occhi sono subito risaltati colori che, secondo il nostro gusto, sono inusuali per vestiti da uomo: turchese, fuxia, giallo. I completi maschili avevano una fattura un po' diversa rispetto a quelli classicamente occidentali, differenziandosi per le giacche in genere molto corte che raggiungevano la vita e per i pantaloni molto larghi, tipo alla zuava.

Visto che non c’erano più posti disponibili sul lato delle donne, io e F. ci eravamo sedute sul lato sinistro della chiesa, vicino alla fila degli uomini.

Prima che la messa iniziasse, F. si avvicina a me dicendomi che solitamente, se alla messa sono presenti persone nuove, queste vengono presentate. Dico a F. che io vorrei solamente assistere e mi risponde che si vedrà. Dentro di me comincio un po’ a preoccuparmi perché non avevo previsto di dovere in qualche modo partecipare o espormi. In fin dei conti non ero lì per un sincero sentimento religioso e non avrei mai voluto urtare la sensibilità di qualcuno di loro.

I leader spirituali che conducevano la messa erano quattro, vestivano tutti con un completo nero. Con le prime parole pronunciate in inglese il sacerdote invitava i fedeli a tradurre e spiegare la messa ad eventuali persone straniere presenti. In quel momento molte persone si voltavano verso di me e pensavo che forse era la prima volta che a pochi chilometri da casa mia venivo chiamata straniera. Questo non mi aveva dato fastidio, mi era sembrato strano, insolito.

La giornata era un occasione speciale in quanto si trovavano lì riuniti non solo i fedeli di Montecchio Maggiore ma anche quelli di Vicenza e Thiene. Infatti a causa delle ferie estive molti ghanesi erano tornati al loro paese ed i singoli gruppi si erano numericamente ridotti. La messa inoltre seguiva tre giornate di digiuno durante le quali si poteva mangiare solamente dopo le sette di sera.

La celebrazione è stata eseguita quasi completamente nella lingua twi; la Bibbia invece è stata letta in inglese. Solo di rado la lingua africana veniva sostituita dall’inglese.

La messa era divisa in varie fasi che comunque non credo di essere riuscita ad individuare perfettamente. L’intera celebrazione comunque si concentrava sul concetto dello Spirito Santo che scende sugli uomini e che li guida e che nessuno può veramente aiutarci eccetto Dio.

Sull’altare c’era un complesso che suonava ed anche molti fedeli avevano con sé piccoli strumenti a percussione, in particolare cembali, maracas, piccoli bonghi ed altri strumenti africani che contribuivano all’accompagnamento. La musica ha avuto nella cerimonia una parte importante. Uno dei primi momenti che mi hanno sorpreso è stato quello dell’offerta. Ogni membro di ciascun gruppo partiva dal proprio posto ballando e si recava al centro dell’altare dove in un grande cesto lasciava la sua offerta in denaro. Si formava così una lunga fila di persone che danzavano, qualcuno in modo anche scatenato. Questa fase della messa sarà durata circa mezz’ora e verso il finale c’è stato un secondo momento dedicato alle offerte, questa volta però collettivo, partecipandovi tutti e tre i gruppi insieme.

F. continuava ad insistere perché anch’io la seguissi all’altare e io non me la sentivo; ad un certo punto lei ed un’altra donna mi hanno preso per mano e mi hanno fatta alzare, molto imbarazzata le ho seguite fino all’altare e anch’io ho dato una piccola offerta, mi sentivo un po’ ridicola e da quello che ricordo ero sicuramente quella che ballava di meno. Mentre avanzavo mi sono letteralmente corse intorno quattro donne, che io già conoscevo per via delle interviste e di mie altre esperienze. Queste mi abbracciavano e baciavano, complimentandosi e ringraziandomi per la mia presenza.

Sei la più brava italiana che abbiamo conosciuto.

 

Mentre pregavano, non recitavano tutti le stesse parole contemporaneamente: avevano tutti gli occhi chiusi e molti alzavano le mani e le braccia verso l’alto. Alcuni, mentre pregavano, si buttavano per terra. Ad un certo punto, tra tutte è emersa la voce di una donna che con una tonalità di voce piuttosto strana ha cominciato a lodare il signore: tutti a quel punto hanno smesso di pregare per ascoltarla. F. mi spiegava che la donna era stata invasa dallo Spirito Santo. Poco più tardi un uomo cominciava a gridare, contorceva il corpo con movimenti ondulatori, tutti pregavano e sempre più alzavano il tono di voce. Tra la confusione l’uomo, dopo essere caduto a terra, veniva con la forza portato fuori dalla chiesa da alcuni presenti. Dopo circa una ventina di minuti è stato riaccompagnato dentro, due uomini lo sorreggevano in quanto sembrava non riuscire a reggersi in piedi da solo; nel frattempo comunque si era calmato. F. mi spiegava che in questo caso non si trattava dello Spirito Santo ma di uno spirito maligno.

La cerimonia complessivamente è durata per quasi quattro ore. Circa la metà del tempo è stato occupata dalla musica e dai balli collettivi, in particolare con l’esibizione di vari gruppi canori; un coro cantava canzoni gospel mentre il secondo proponeva canzoni più legate a ritmi e melodie africane. Quasi tutta le parte centrale della messa è stata dedicata alla lettura della Bibbia. F. mi traduceva il significato della predica che in particolare insisteva sul fatto che non bisogna fidarsi ad esempio degli stregoni, perché non sono lo spirito di Dio.

Verso la fine della messa alcuni fedeli chiedevano favori a Dio: un uomo ad esempio cercava lavoro, una donna chiedeva aiuto per una parente in Ghana ammalata e tutti insieme poi pregavano.

Ad un certo punto uno dei quattro leader spirituali che conduceva la messa si è avvicinata a F. per parlarle. F. allora mi dice che vorrebbero presentarmi; inizialmente io gentilmente declino l’invito. F. allora mi risponde che è tradizione presentare le persone che non si conoscono e che si fa questo per tutti: infine arrivano due predicatori che mi prendono per mano e mi portano all’altare. Assieme a me c’erano altre quattro persone: una signora nigeriana che dice di essere arrivata da poco, una signora ghanese che riferisce di essere mancata dalla messa per un lungo periodo a causa della maternità e una parente di questa, sempre ghanese. Mi sono presentata al microfono di fronte a tutta la comunità, e dovevo riferire il motivo della mia partecipazione alla messa. Sinceramente ora non ricordo bene quello che ho detto al microfono, comunque ho detto la verità, cioè che avevo conosciuto F. (che nella comunità dei fedeli è molto conosciuta anche perché insegna il loro ‘catechismo’) e che mi aveva parlato della loro messa invitandomi ad andare a vedere. Mi chiedono come mi è sembrata, io un po’ presa dall’imbarazzo ho risposto che sicuramente era la messa più allegra alla quale avessi mai partecipato. Io avevo parlato in italiano e successivamente mi è stato richiesto di ripetere quando detto in inglese e così ho fatto. Appena terminato di parlare sono ritornata al mio posto. Qualche minuto più tardi il predicatore è arrivato al mio posto dicendomi che vorrebbero tutti pregare per me. Il leader della comunità (vive in Italia da 11 anni ma conosce solo qualche parola di italiano) mi chiede se c’è qualche cosa in particolare che vorrei richiedere a Dio. In quel momento purtroppo non mi veniva in mente niente, ma alla fine dicevo che mi sarebbe piaciuto che italiani e immigrati potessero stare insieme senza che questo sembrasse una cosa strana.

Il predicatore mi prende per mano ed inizia a pregare, si esprime questa volta in inglese; capisco che prega per me, per la mia famiglia, per la mia situazione finanziaria. Tutta la comunità prega e alla fine quando torno al mio posto ricevo dai fedeli un caloroso applauso.

Al termine della messa i due gruppi degli uomini e delle donne gridano in un crescendo le parole mountain e fire. A messa conclusa molte persone vengono a salutarmi e a darmi la mano.

Durante la celebrazione F. mi chiedeva pareri sulla bibbia e successivamente mi esortava a tornare alla messa, dicendomi che sarebbe stato bello celebrare una messa pentecostale anche per gli italiani. Tutto ciò mi ha fatto pensare che non le sarebbe dispiaciuto che mi convertissi:

Lo Spirito Santo può scendere su di te in qualsiasi momento

 

mi avrebbe detto F. alla fine dell’incontro.

 

7.4.4 In fila in questura

Come nell’episodio precedente della messa, ho colto varie occasioni per condividere diverse esperienze e comportamenti con donne immigrate, assumendo il ruolo di osservatore partecipante.

Con F. ci eravamo date appuntamento davanti alla questura per andare poi a svolgere l’intervista a casa mia, poco lontano. Lei doveva prima produrre dei documenti che non aveva consegnato la settimana prima, così anch’io sono entrata con lei ed ho fatto la fila per consegnare le carte. Precisamente si doveva solo consegnare il suo certificato di residenza e F. mi diceva che era una questione di un paio di minuti. In realtà siamo riuscite nell’intento dopo tre ore di coda e solo dopo che io stessa ero andata a spiegare allo sportello l’esigenza di F. Il clima era teso e caldo non solo perché era pieno agosto. Gli immigrati più insistenti si imponevano e riuscivano a farsi ricevere passando davanti agli altri, per lo più donne, che invece stavano regolarmente in coda. Gli impiegati, già pochi essendo periodo di ferie, si mostravano visibilmente stanchi e spazientiti. Spiegavano meccanicamente le procedure burocratiche agli stranieri, i quali prestavano ascolto con aria smarrita; non a caso molti di loro, non avendo capito, erano tornati per portare qualche documento mancante, come appunto era successo a F..

Durante la coda, nel cortile della questura, era interessante cogliere le impressioni e i commenti dei vari immigrati. Sentendo forse F. raccontarmi la sua storia, alcune donne slave mi rivolgevano spontaneamente la parola e, quando si accorgevano che ero italiana, mi raccontavano i loro problemi; una in particolare pensava volessi scrivere un articolo in un giornale.

Ad un certo punto, ormai in prossimità dello sportello, un impiegato, irritato dal comportamento esasperante di certi immigrati, perdeva le staffe ed apostrofava in malo modo gli utenti, anche in presenza di famiglie con bambini. Dopo un po' il gruppetto di immigrati ‘facinorosi’ veniva accompagnato fuori.

Essendoci ancora tanta gente all’ora di chiusura, gli impiegati decidevano sommariamente chi far restare e chi fare uscire e anche in questo caso chi si faceva valere aveva la meglio.

 

7.5 ‘Imparare ad apprendere insieme’. Un progetto per donne immigrate

 

7.5.1 Le donne al centro dell’incontro interculturale

Come abbiamo visto in precedenza, le donne, così come i loro figli, occupano un ruolo centrale nel processo di inserimento di tutti gli immigrati nella nostra società. Le donne si presentano come soggetti privilegiati per l’incontro e per lo scambio tra culture diverse; esse hanno un fondamentale ruolo di mediazione e di anello di congiunzione tra i due mondi ai quali appartengono, quello di origine e quello di approdo. Risulta quindi fondamentale, negli interventi adottati a favore degli immigrati, il coinvolgimento in primo luogo delle donne. Con ‘coinvolgere’ in questo contesto si vuole sottolineare l’importanza della partecipazione attiva ai progetti e la necessità di passare da una idea degli immigrati come destinatari di azioni ideate in loro favore a quella di protagonisti e soggetti dei loro percorsi di inserimento. Lo scopo dovrà quindi essere quello di realizzare interventi ed iniziative con le donne immigrate, non solo per le donne immigrate.

Un progetto di accoglimento e di integrazione a favore delle donne dovrebbe inoltre tenere presente le varie dimensioni dell’immigrazione femminile e riuscire a rispondere a diversi bisogni: di aggregazione, di informazione, di mobilità sia sociale che culturale, di inserimento nel nuovo contesto di approdo. Tutto questo attraverso la realizzazione di momenti e di luoghi che possano fare da "ponte" e mettere in relazione queste neocittadine con le risorse e le opportunità esistenti nel territorio.

Non meno importante poi è sostenere delle forme di autorganizzazione delle donne immigrate per la soluzione di loro specifici problemi o per la realizzazione di iniziative rivolte sia alla loro comunità che all’intera società.

Qualsiasi progetto di promozione della donna immigrata dovrebbe considerare come presupposti fondamentali le risorse, le capacità ed i saperi delle donne; dovrebbe in particolare:

    • favorire i percorsi di autonomia (fornendo alla donna informazioni, formazione e in particolare aiutarla nell’apprendimento della lingua);
    • valorizzare i saperi delle donne (tenere presenti il loro curriculum scolastico, le esperienze lavorative, i loro saperi tradizionali);
    • favorire momenti di incontro e di scambio (per uscire dalla situazione di isolamento in cui la donna immigrata si trova spesso a vivere, per confrontare e confrontarsi con i diversi punti di vista);
    • promuovere la partecipazione ai progetti e alle iniziative come protagoniste (ad esempio attraverso associazioni e cooperative);
    • facilitare l’accesso ai servizi, attraverso la presenza di mediatrici.

 

 

7.5.2 Il progetto. Linee guida

La capacità progettuale è una componente fondamentale ed indispensabile della professionalità dell’educatore. Ho ritenuto opportuno dunque, alla fine del mio lavoro, fare convergere le esperienze fatte e le nozioni acquisite stilando qualche idea guida per un eventuale progetto. Uno dei compiti possibili dell’educatore è quello di facilitare e favorire l’incontro tra persone portatrici di culture diverse e nel mio caso creare così situazioni in cui donne italiane e ghanesi possano conoscersi. Questo si propone come un progetto globale, non destinato esclusivamente a persone straniere.

Il progetto, attualmente in via di definizione, coinvolge alcune donne ghanesi e donne dell’associazione Luna e l’altra. Durante le interviste alcune ghanesi avevano espresso l’esigenza di poter incontrare persone italiane anche per poter meglio conoscere i vari aspetti del nostro modo di vivere. D’altra parte anche alcune operatrici dell’associazione Luna e l’altra desideravano incontrare donne straniere e conoscerle in occasioni più informali, al di là delle situazioni d’emergenza e quindi fuori dai consueti ruoli ‘operatore-utente’ assunti nel momento in cui la donna si rivolge al servizio Aisha Spazio Donna.

 

7.5.3 Obiettivi del progetto

L’idea è di sperimentare un lavoro di integrazione tra donne immigrate ed italiane, attivando processi di scambio tra culture diverse per riconoscersi uguali nella diversità e per costruire una sensibilità nei confronti degli altri.

l programma dovrebbe partire dal racconto dei momenti e delle esperienze più significative della vita delle donne: la propria nascita, l’arrivo delle mestruazioni, il rapporto con l’altro sesso, il fidanzamento, il matrimonio, la maternità, ecc. Quindi un’esperienza di incontro a partire dagli elementi biografici e dalla narrazione delle proprie storie di vita, per cogliere dal confronto tra sistemi culturali differenti quelle affinità che permettono il dialogo interculturale, nonché per ricercare quei valori comuni alla varie culture, senza i quali ogni forma di comunicazione sarebbe inibita nel nascere.

Rispetto alle donne ghanesi il progetto si prefigge di contribuire a farle uscire dall’isolamento e dallo stato di solitudine affettiva nel quale vivono, a relazionarsi con persone italiane, a migliorare l’acquisizione della lingua italiana, ad aumentare la capacità di comprensione della realtà circostante, ad aiutare le donne ad usare il proprio tempo con una progettualità, ad imparare nozioni sullo stile di vita italiano, ad abituare le donne a prendere attivamente la parola. Tutte, ed in particolare le donne italiane, avranno modo di confrontare i propri comportamenti abituali con quelli di altre donne e assumere punti di vista diversi rispetto a quelli abituali.

Il compito dell’educatore dovrebbe essere quello di creare un favorevole clima di relazione, stimolare la conversazione, l’osservazione e l’eventuale verbalizzazione delle dinamiche che riesce a cogliere, nonché riuscire a creare momenti di attenzione per il pensiero di ciascuno.

Il progetto prevede un numero di quattro incontri, da tenersi il sabato pomeriggio con scadenza di tre settimane. Alla fine degli incontri è prevista una festa e la preparazione di piatti di entrambi i paesi; al riguardo una donna ghanese ha suggerito di preparare dei cartelloni con fotografie dei vari momenti della vita delle partecipanti.


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