Montecchio Maggiore (VI) 26 Novembre
2006 - Giornata Mondiale del Diabete
La
comunicazione con l’utente straniero: l’importanza del mediatore
culturale nella gestione del paziente diabetico Il
diabete mellito: aspetti epidemiologici, sociali e psicologici. Il
diabete mellito è oggi una malattia caratterizzata da elevata cronicità
che colpisce una parte rilevante della popolazione, tra cui numerosi
immigrati che rappresentano e in tendenza rappresenteranno una percentuale
sempre più cospicua dei pazienti
nel prossimo futuro. Anche
nella nostra Ulss n. 5 Ovest Vicentino (fig.1), che comprende un’area
territoriale caratterizzata da un’elevata industrializzazione e quindi
con una forte immigrazione - la presenza di migranti tra gli assistiti
(fig.2) e tra i pazienti del servizio diabetologico in particolare è
cospicua (fig.3). Fig.
1 – Ulss n. 5
Ovest Vicentino
Fig. 2 – Migranti tra gli assistiti dell'Ulss n. 5 Ovest Vicentino
Fig. 3 – Migranti trai pazienti diabetici dell'Ulss n. 5 Ovest Vicentino
Dato
il carattere sociale e diffuso della malattia (dovuta allo
stile di vita attuale, sia in relazione all’alimentazione, sia alla
ridotta attività fisica), la prevenzione diventa l’approccio primario
come ormai tutti gli esperti in materia affermano.
Per
prevenire la malattia, è necessaria un’informazione diffusa alle
diverse categorie di cittadini che li spinga ad adottare comportamenti
alimentari e di vita quotidiana che possano impedire, ritardare o rendere
meno probabile l’insorgere del disagio. Il
diabete mellito, per il suo carattere di cronicità e per la
modalità con cui viene gestito attualmente (autogestione della
cura da parte del paziente) richiede una costante collaborazione del
paziente stesso e dei familiari alla terapia, mentre il suo andamento
dipende fortemente dalla capacità del paziente di controllare il proprio
comportamento e stile di vita. Diventano
quindi importantissimi (forse più che in altre malattie) gli aspetti
psicologici del paziente, che stanno alla base della compliance alla
cura. Importante è il modo in cui il paziente percepisce e gestisce la
sua malattia (la gravità, il livello di ansia ad essa collegata,
l’accettazione o meno della realtà della malattia, la fase del ciclo
vitale che egli sta attraversando) e come la malattia stessa viene
percepita e gestita nell’ambiente familiare. E’
altrettanto importante di conseguenza l’aspetto della comunicazione fra
gli operatori sanitari e la comunità nel suo insieme (che è destinataria
dei messaggi di educazione alla salute), fra gli operatori sanitari e il
paziente e fra gli operatori sanitari e i familiari. Solo
attraverso una comunicazione efficace sarà possibile rendere consapevoli
dei rischi connessi al diabete la comunità e le singole persone, rendere
accettabile al paziente la realtà della malattia, la necessità della
cura e dei comportamenti adeguati da assumere. La prevenzione e la cura del diabete con i
pazienti immigrati
Come
abbiamo visto, la prevenzione e la cura del diabete e dei disagi ad esso
collegati per essere efficaci non possono prescindere da una buona
comunicazione col paziente e con i familiari. Occorre perciò,
affinché la relazione e la comunicazione con l’utenza (potenziale e
attuale) con i pazienti conclamati e le loro famiglie siano positive,
tener conto degli aspetti culturali, che sono connessi a come ciascun
utente percepisce e vive la malattia. La
comunicazione interculturale è un fenomeno complesso nel quale
rientrano i diversi aspetti collegati alla cultura, come i comportamenti,
le comunicazioni, le aspettative, le abitudini di vita, le credenze, ecc.
e i significati ad essi attribuiti dall’individuo e a livello sociale.
Nello
scambio interculturale ciascuno dei comunicanti, affinché ci sia una
reale comprensione, nel momento dell’interpretazione dei messaggi deve
riferire i ‘comportamenti’ verbali e non verbali ‘emessi’
dall’altro, al sistema di significati all’interno del quale si muove l’altro
e non a quello che si riferisce alla propria cultura di appartenenza.
Il
comunicante deve esercitare una particolare attenzione ai significati
impliciti e a quanto nei messaggi veicolati
presuppone una esperienza del mondo differente, senza dare per
scontato una ‘traduzione’ immediata e semplificatoria all’interno
dei propri schemi. Ciò significherebbe infatti dare una interpretazione scorretta dei messaggi, oltre che fonte di problemi e conflitti. Fig. 4 - Comunicazione
Secondo B.W. Pearce (1) , una modalità di comunicazione che affronti il problema della diversità culturale, si può instaurare tra etnie e comunità aventi diverse mitologie e diversi presupposti mentali, a patto che i comunicanti considerino gli altri partecipanti all'interazione come "non nativi " della propria cultura, e quindi non dando per scontati i significati veicolati di volta in volta come se appartenessero ad un medesimo contesto; privilegiando, inoltre, nello scambio comunicativo non la "coerenza", bensì il "coordinamento" fra le diverse forme culturali e i diversi significati. In tal modo, si evita di ricostruire i significati a partire da contesti impropri, cosa che potrebbe portare ad un fraintendimento di fondo. Questa incomprensione può derivare dal modo differente di nominare aspetti simili dell'esperienza, o al contrario, da atti comunicativi - verbali o non verbali -uguali nella forma che trasmettono significati diversi. Si tratta perciò di acquisire - all’interno dei servizi sociosanitari - un’attitudine a comunicare con le molte persone che provengono da esperienze diverse, le quali fanno ormai parte del mondo sociale in cui viviamo e operiamo, al fine di poter intervenire sia livello di prevenzione del disagio sia nel momento della cura, stimolando atteggiamenti positivi e produttivi da parte del paziente che si trova a vivere un situazione di difficoltà e la vive all'interno dei propri presupposti psicologici e culturali. Strumenti per la comunicazione. Per
intervenire adeguatamente con questa nuova casistica, occorre
adattare i servizi sociosanitari e ciascun operatore alla presenza dei
migranti acquisendo nuovi metodi e strumenti di lavoro in grado di
favorire la comunicazione. Tra
questi nuovi strumenti di lavoro, possiamo considerare le traduzioni
dei materiali informativi che usiamo nella prevenzione e nella cura e la
presenza e l’utilizzo dei mediatori culturali, che possono essere
utilizzati per comunicare con i pazienti appartenenti ad altre culture. Sia
i materiali informativi in più lingue che l'uso del mediatore sono comunque strumenti che non esauriscono tutti gli aspetti e le
difficoltà della comunicazione con i pazienti provenienti da diverse
culture, in quanto in conclusione è l’operatore (medico, infermiere,
ecc.) il titolare e responsabile della comunicazione col paziente
nell’ambito professionale della terapia, in tutta la sua complessità, comunicazione che sarà tanto
più valida quanto sarà diretta allo scopo e personalizzata. L’operatore sanitario sarà avvantaggiato dal fatto di conoscere, per quanto possibile, alcuni aspetti della cultura di origine e della condizione attuale del paziente (tra cui aspetti legati all’alimentazione, alla religione, alla realtà socioeconomica, ecc.) , che gli permettono di poter più facilmente entrare in contatto con lui e di capire le sue specifiche caratteristiche e necessità. Altrettanto avvantaggiato sarà nella sua attività se avrà acquisito un’apertura mentale verso il dialogo con le persone provenienti da differenti culture e inoltre capacità specifiche nella comunicazione intercultuale, le quali comprendono sia lo sviluppo consapevole di caratteristiche personali, sia accorgimenti da adottare nel processo comunicativo. A
tale scopo, sono stati organizzati dei corsi di formazione per gli
operatori nella nostra Ulss (fig.5). Nel Servizio Diabetologico inoltre,
in particolare, sono stati organizzati incontri con i mediatori
culturali da parte del personale (medico e infermieristico) per
conoscere aspetti della cultura dei pazienti migranti e
dell’alimentazione (aspetto fondamentale perché incide
direttamente sul comportamento del paziente nella prevenzione e nella cura della sindrome diabetica).
Fig.
5 - Formazione agli operatori:
Fig.
6 - Traduzioni:
L'alimentazione. Conoscere l'alimentazione dei paesi di provenienza dei migranti è importante per il personale dei servizi sociosanitari che si occupa dei pazienti diabetici. Ecco nelle brevi note che seguono alcune informazioni su alcuni dei paesi di provenienza degli immigrati maggiormente rappresentati nella nostra zona (a titolo di esempio) che possono essere utili per gli operatori (medici, infermieri, assistenti sanitari). Occorre tener conto naturalmente del fatto che l'alimentazione si modifica nel paese di arrivo a seconda della situazione economica, della disponibilità di cibi tradizionali, del cambiamento dei gusti da parte dei figli e dei genitori, ecc.. Occorre tener conto infine del fatto che spesso vengono assunti cibi 'italiani' o 'occidentali' confezionati industrialmente secondo modalità poco adatte o opportune dal punto di vista dietetico. Marocco L’assunzione del cibo è distribuita in tre pasti nell’arco della giornata. Prima colazione: Pane e olio di oliva, pane e formaggio, di solito con il tè zuccherato. Pranzo: come carboidrati grano duro (cuscus) una o due volte la settimana e grano tenero (pane). Il pane è l’alimento base in tutti i pasti. Come proteine carne di bovini e pollame. D’estate è molto più frequente l’uso di carne di capra. Fibre e vitamine: si usa molta verdura e frutta. Cena: minestra di verdura, oppure crema o passato di legumi (harira) più spesso d’inverno. Gusti: cibi speziati non piccanti e conditi con olio, elaborati. I dolci sono molto zuccherati (l’uso dei dolci aumenta con la presenza degli ospiti e nelle festività). Si usa molto anche la frutta secca (mandorle, datteri). Alcol: non ammesso - Maiale: non ammesso. Nel mese di Ramadan (digiuno): all’alba si mangia pane e miele e cose zuccherate con il tè (tè verde). Al tramonto si rompe il digiuno con datteri, dolci e tè e una leggera cena con harira (passato di legumi). Verso le 21 o 22 si fa un pasto completo elaborato, perché i giorni di Ramadan sono considerati giorni di festa. Fig. 7 - Cibi
Bangladesh.
In Bangladesh la maggior parte della popolazione è mussulmana; c’è anche una consistente minoranza induista. L’assunzione del cibo è distribuita in tre pasti principali durante la giornata. Colazione: pane sottile impastato e tirato col matterello o piadina, di solito con uovo, latte, patate. Te zuccherato. Pranzo: il riso è l’alimento base in tutti i pasti come carboidrato; riso con burro (Polao, Biriani) o riso da solo. Come proteine, carne di bovini, capra, pollame, pesce. Si usa molta verdura e frutta. Cena: pane sottile impastato e tirato col matterello, riso, minestra di verdura. Si mangia carne, pesce, verdura. Gusti: cibi speziati, qualche volta piccanti e conditi con olio, elaborati. I dolci sono zuccherati (l’uso dei dolci è frequente con la presenza di ospiti e nelle festività). Si usano molto anche pasti salati elaborati. Merenda: biscotti, dolci, cose fritte, pasta salata, con tè zuccherato. Fig. 8 - Cibi
India
Essendo l’India molto vasta, la sua cucina è molto varia: le abitudini alimentari variano a seconda della regione, del gruppo sociale, della religione, del clima. La cucina indiana è ricca di sapori forti. Secondo la concezione indiana, gli alimenti si dividono in due categorie: 1. cibi rinfrescanti, come lo yogurt, le banane, il tamarindo, vanno evitati quando si è soggetti a raffreddamento; 2. cibi riscaldanti, come l’aglio, il peperoncino, la carne, nuocciono agli stati infiammatori. In India tradizionalmente si assume il cibo con le mani, per avere anche un rapporto tattile con esso: così infatti si sentono la temperatura e il grado di cottura. Si mangia seduti per terra. Nonostante queste abitudini, il cibo è trattato con molto rispetto: non lo si tocca senza essersi lavati le mani, non lo si avvicina con le scarpe ai piedi e quando ci si siede a mangiare, gli si dedica attenzione. Non si parla mentre si mangia e non si interrompe il pasto per fare qualcos’altro. Il pasto è costituito da un piatto unico: cibi e salse vengono disposti tutto intorno al piatto, mentre nel mezzo si mette un mucchietto di riso o di pane. Sono molto usate le spezie, la cipolla e l’aglio. Nel preparare le spezie, queste si friggono fino a diventare scure; le spezie in polvere, se non sono ben cotte, non sono digeribili. La maggior parte della popolazione è vegetariana: per questo motivo, i legumi sono un elemento importante della dieta quotidiana. Infatti, non c’è pasto che non contenga almeno un piatto di lenticchie, ceci o fagioli. Il più diffuso è il dal, che accompagna di norma il riso o chapati (gallette di miglio e grano): è una crema di lenticchie ben cotte e può essere insaporito con spezie a aromi. In India esistono decine di tipi di lenticchie diverse, di vari colori. In India si trova una grande varietà di pane, preparato con varie farine e cucinato in diversi modi: i più diffusi sono il chapati e il paratha. Poi c’è anche il naam, fatto con farina di grano tenero che si cuoce nel tandoor: è diffuso soprattutto nel centro-nord. Il rotti, invece, con farina di grano rosso o di mais, si cuoce sempre nel tandoor, ma direttamente sulla fiamma ed è diffuso in tutto il nord. Il puri, di farina di grano tenero, viene fritto ed è conosciuto in tutta l’India. Il vegetarianesimo può essere più o meno rigido: può escludere soltanto la carne e il pesce, o anche tutti i prodotti di origine animale, compresi il latte, il burro, lo yogurt e le uova. Fig. 9 - Cibi
Le persone di religione hindu non mangiano carne bovina, perché la mucca è un animale sacro; i musulmani, invece, non mangiano la carne di maiale. Una tradizione ancora molto viva è quella del digiuno settimanale, che ha motivazioni di salute e religiose: digiunare ogni tanto, infatti, purifica l’organismo e questo viene fatto nel giorno dedicato alla propria divinità prediletta, ad esempio il lunedì per il dio Shiva, il martedì per il dio Ganesh e così via. Serbia Nella cultura e nel modo di vita della Serbia si intrecciano le differenti tradizioni di vari popoli dell’ex-Jugoslavia e circostanti (croati, montenegrini, ungheresi, rumeni, albanesi, rom e molti altri). La cucina ha preso i suoi sapori in prestito dalla Turchia, dall'Ungheria e dalla Grecia. I Serbi amano molto la carne; la condiscono con spezie e la insaporiscano in vario modo preparando kekab serbi, hamburger, verdure ripiene di carne, grigliate di maiale, fegato, salsicce e polpette. Il concetto di cucina vegetariana è poco comune: la stessa carne di pollo e di pesce è considerata cibo vegetariano e perfino la minestra di fagioli è solitamente cotta con prosciutto affumicato per insaporirla. I montenegrini, che sono famosi per la produzione di mucche da latte, servono la loro carne con panna e formaggio. Anche la prima colazione è a base di carne: il tradizionale burek balcanico è una torta grassa e a più strati di carne e formaggio. La
frutta cresce dappertutto e gli abitanti amano godere dei propri raccolti
durante tutto l'anno facendo fermentare uva, mele e frutti con nocciolo in
un brandy chiamato rakija o nella sljivovica, di produzione casalinga. Albania
Tradizionalmente
l'Albania è per il 70% di religione musulmana, per il 10% cattolica e per
il 20% ortodossa, anche se la religione è stata trascurata e osteggiata
dallo stato nel periodo socialista e non tutta la popolazione è oggi
influenzata dalla religione. L'Albania è
l'unico paese europeo a maggioranza musulmana. Il cibo albanese ha subito
l’influenza della dominazione turca e molte altre influenze. Il
pasto principale è il pranzo di mezzogiorno. I primi e i secondi piatti
sono sostituiti di solito da un piatto unico. Viene utilizzato spesso il
metodo di cucina a vapore e dunque i cibi risultano ben cotti e salutari
da questo punto di vista. Viene
fatto largo uso di carne, in particolare di agnello, vitello, capretto e
maiale. Tra i piatti più diffusi ci sono lo shish kebab, il romsteak
(pasticcio di carne tritata) e il qofte (polpette di carne). Il macinato
di solito non è maiale, in quanto la popolazione ha una tradizione spesso
musulmana, ma bovino. Tra
i piatti tipici incontriamo il çonlek (stufato di carne e cipolle), il fërges
(uno stufato di manzo molto ricco), il rosto me salcë kosi (arrosto con
panna acida) e il tave kosi (montone con yogurt). Si
usano molto insalate miste con pomodoro, cetrioli, formaggio. Largamente
consumati sono anche prodotti quali yogurt, latte e altri derivati. Molto
apprezzati
sono i dolci, come i tipici lokum, cubetti di frutta o zucca canditi e
ricoperti di zucchero a velo profumato di vaniglia. E'
usato il vino; altre bevande alcoliche tipiche
diffuse sono il raki
(brandy), il konjak (cognac), l'uzo (un liquore all'anice simile all'ouzo
greco) e altri liquori alla frutta.
La mediazione culturaleIl mediatore culturale è quella figura professionale che svolge la funzione di collegamento tra soggetti autoctoni e soggetti etnici, traducendo ad entrambi la lingua ed esplicitando gli aspetti culturali e comportamentali connessi all'appartenenza alla cultura dell'uno e dell'altro. Per far fronte a problemi come quello della comunicazione con gli utenti stranieri ed organizzare la presenza e l'attività dei mediatori è stato istituito nel 2001 il Servizio di Mediazione Culturale dell'Ulss n. 5, che ha sede presso l’Ospedale di Montecchio Maggiore. Esso ha lo scopo di fornire una risposta
alle numerose esigenze che sorgono nei reparti e servizi dell’Ulss, da
parte degli operatori, rispetto alla comunicazione con gli utenti
stranieri, oltre a favorire - in senso più ampio - l’integrazione
sociale e il benessere psicofisico degli utenti stessi. Inoltre si
rivolge – in un’ottica di integrazione territoriale - anche alle
scuole e alle amministrazioni ed enti pubblici esistenti nel territorio
dell’Ulss. Possono accedere alle prestazioni del servizio i
reparti e servizi dell’Ulss (Asl) allo scopo di essere supportati nella
comunicazione con gli utenti stranieri, attraverso la collaborazione dei
mediatori linguistico-culturali e degli operatori dell’équipe.
Possono accedere anche gli operatori della scuola e di altri enti come i
Comuni, Uffici Pubblici, ecc.. Il
Servizio di Mediazione Culturale è costituito da un’equipe di lavoro
composta da uno psicologo, un psicopedagogista ed un educatore i quali si
avvalgono della collaborazione di mediatori culturali provenienti da varie
nazioni. Il
mediatore culturale svolge la
funzione di “ponte”, facilitando
la comunicazione tra
gli operatori e i pazienti attraverso interventi diretti. L’equipe coordina, supervisiona e svolge
un’ attività di filtro sugli interventi di mediazione e le attività
del servizio. Vengono attuati diversi tipi di interventi di mediazione culturale:
- -Mediazione
diretta con l'utente e/o la famiglia (è la modalità preferenziale)
- -Consulenza
all’operatore
- -Incontro
di gruppo formativo/informativo (gruppi di genitori, di utenti, di
operatori)
- -Traduzione
di materiali informativi
Mentre il mediatore svolge la sua funzione nelle situazioni specifiche di intervento, l’equipe si occupa di dare attenzione ai processi, al percorso di integrazione e alle condizioni complessive che promuovono, sostengono e amplificano l’azione del mediatore raccordandole in una prospettiva più ampia.
Il mediatore culturale:
--
Conosce e decodifica la lingua e la cultura del paese di
origine e di arrivo a vantaggio dell’utente e dell’operatore
--
Conosce la situazione sociale e culturale del paziente ( es.
analfabetismo, mancanza di casa, problemi economici) e i problemi e le
difficoltà connesse con la specifica esperienza dell’immigrazione
--
Facilita la relazione fra utente e operatore/servizio
-- Non
prende la posizione di uno o dell’altro (utente o operatore)
--
E’ in grado di orientare l’utente verso un corretto uso dei
servizi sociosanitari
Le mediatrici culturali – supportate dagli operatori del Servizio - sono in grado inoltre di operare nelle difficili situazioni in cui è necessario esplorare le relazioni intrafamiliari e i diversi significati che di volta in volta assumono gli eventi vitali dei soggetti, le esigenze avanzate dai servizi sociosanitari e dai diversi contesti esterni, quali quello della magistratura, delle amministrazioni publiche, ecc., in modo tale da amplificare i fattori di benessere e di cura e le potenzialità dei servizi e delle persone. Le lingue parlate dai mediatori del nostro servizio sono le seguenti: arabo, albanese, rumeno, serbo-croato, cinese, francese, inglese, hindi, punjabi, bengalese, spagnolo, ungherese, tedesco, russo, portoghese oltre ad alcune lingue africane.
Fig. 9 - Servizio di mediazione culturale Fig. 10 - Metodologia della mediazione
Note e bibliografia. 1. B.W. Pearce (1993) Comunicazione e condizione umana. Franco Angeli, Milano. Amita Sharma, Raffella Zordan, Lucia Marangoni- India - Laboratori su alimentazione e vestiario Lucia Marangoni La mediazione e il mediatore culturali: uno sguardo esplorativo Il Servizio di Mediazione Culturale dell’Ulss N. 5 Ovest Vicentino *
Responsabile Servizio di Mediazione Culturale Ulss 5
|