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"Differenza, diritti umani e aiuto nelle pratiche degli operatori sociosanitari con le donne immigrate"  

di Mauro Gonzo 

Gli studi femministi e 'post-coloniali' (in particolare quelli della studiosa di origine bengalese G. S. Spivak) hanno messo in guardia contro l’uso di categorie descrittive di tipo sociale e culturale nei confronti di determinati strati della popolazione, come ad esempio le ‘donne’ o le ‘donne immigrate’.



Ciò in quanto tali categorie tendono a creare delle entità descrittive univoche spesso basate su degli stereotipi che si fondano su concettualizzazioni che si originano all’interno di discipline le quali adottano un punto di vista eurocentrico o occidentale in genere. Queste categorie descrittive vengono utilizzate solitamente all’interno di programmi che si prefiggono di fornire dei modelli di comportamento a queste fasce della popolazione che vengono giudicati auspicabili e si inseriscono dentro ‘politiche’ degli enti e servizi pubblici che afferiscono all’ambito statale nei diversi paesi.



La lotta contro le ‘mutilazioni genitali femminili’, che da un altro lato comunque è stata ed è condivisa da associazioni e comunità femminili nei paesi africani e di altre zone dove è in uso tale pratica, è parte di una sfera di confronto e conflitto che riguarda il corpo che viene definita biopolitica. Per il filosofo francese Michel Foucault ‘biopolitica’ è il terreno ove agiscono le pratiche mediante le quali la ‘rete dei poteri’ gestisce le discipline del corpo e la regolazione delle popolazioni.



L'area di incontro tra potere e sfera della vita e riguarda la stessa gestione del corpo umano come specie. Discipline che vanno dalla biologia alla genetica alla statistica fino alla demografia e all’igiene hanno contribuito a tratteggiare le linee della "normalità" in base a cui classificare comportamenti auspicabili o meno e a fornire gli strumenti concettuali per la gestione delle attività biologiche.



Foucault in tutta la sua opera, dalla 'Storia della follia' in poi, individua -  all'interno della società occidentale nel suo sviluppo economico e sociale e dei paradigmi che la sottendono  - nell'affermazione del binomio normale-patologico (o deviato) nella scienza medica, nell'imposizione di sistemi di previdenza o assicurazione nella sfera economica, nell'avvento di igienismo e eugenetica, le tappe fondamentali attraverso le quali si attua questo passaggio su vasta scala alla cd. ‘biopolitica’.



Si tratta di un contesto di grande rilevanza attuale nelle pratiche sociali, come si comprende dalla seguente definizione: "Biopolitica è lo studio sistematico delle ragioni della decisione politica - con particolare riferimento al rapporto fra lealtà morali di singoli, gruppi o comunità e decisione pubblica, alla formazione del consenso, alla determinazione delle materie di rilevanza costituzionale, alle strategie di allocazione delle risorse, al governo del conflitto, alla concezione della cittadinanza - concernente le scienze della vita e della salute attraverso una metodologia di analisi interdisciplinare" (F. Manti, http://lgxserve.ciseca.uniba.it/lei/scuola/carelli/bioetica/lezione10.htm ).



E’ necessario quindi analizzare le vaste implicazioni della prassi psico-medico-sociale che viene posta in atto nel momento in cui come operatori dei servizi pubblici ci facciamo agenti di un intervento che incide così a fondo nella vita degli individui, nella comunicazione e nei rapporti fra le comunità immigrata e autoctona, nelle relazioni di potere e giudiziarie, oltre che nella sfera solo apparentemente neutra della prevenzione sanitaria. E’ necessaria inoltre un’opera di ‘decostruzione’ rispetto ai costrutti che impieghiamo, tanto più in quanto essi vengono usati con ‘buone intenzioni’ rispetto ai ‘diritti delle donne immigrate’ (la nozione di decostruzionismo può essere usata in riferimento a J. Derrida come una strategia di lettura dei testi volta a metterne in luce gli scarti, i vuoti, le fratture, le discontinuità, le aporie, le strutture ideologiche...).



Deve essere oggetto della nostra attenzione più ancora che la categoria sociale (come quella di ‘donna immigrata’) o il concetto (concetti come ‘prevenzione’ o ‘diritto umano’ che noi diamo per scontati nella nostra prassi quotidiana e che collochiamo in un contesto ‘neutro’), il soggetto stesso del nostro discorso, che siamo noi in quanto operatori e in quanto portatori (sani?) di concetti impliciti o espliciti (pregiudizi) che stanno alla base del nostro operare.

Si tratta perciò di un’operazione autoriflessiva che riveste come abbiamo visto aspetti culturali, biopolitici e antropologici ed è attinente a un concetto attuale di che cos’è antropologia culturale: un’antropologia che studia oggi innanzitutto i presupposti dell’occidente (Markus e Fisher). La metafora che meglio esprime il carattere della cultura per gli attuali antropologi interpretativi è quella della cultura come testo, che occorre appunto, "leggere" così come fanno i membri stessi della cultura in oggetto nella loro vita quotidiana.



Dal punto di vista dell'antropologia culturale, le MGF rappresentano un rito di passaggio, ovvero una di quelle cerimonie che regolano i mutamenti di status, di ruolo o di età delle persone e così facendo scandiscono le varie fasi del ciclo di vita.
Le MGF sono una componente fondamentale dei riti di iniziazione attraverso cui in alcune società tradizionali si diventa "donna". Le mutilazioni dei genitali femminili sono anche la porta di accesso alla propria comunità, rappresentano un rituale di ingresso.
Questo vale per tutti i membri di una comunità, uomini e donne, anche se vigono modalità di accesso distinte. Nelle società africane ad esempio - seppure secondo modalità diverse - non sono infatti solamente i corpi femminili a essere segnati o mutilati, ma anche quelli dei giovani maschi.



Naturalmente in questo si può intravedere anche l’esigenza di controllo della donna e della sessualità femminile che può rappresentare una fonte di instabilità sociale e di perdita di controllo da parte dell’autorità patriarcale, non diversamente da quanto è avvenuto ed avviene in altre forme nelle società occidentali. Ma questa del rito di iniziazione e del controllo sul corpo femminile sono solo due fra le molte possibili letture.  Leggere, attraverso le narrazioni e i significati che vengono trasmessi in connessione alle pratiche MGF, le istanze delle culture di origine è senza dubbio importante per comprendere le esigenze e il punto di vista delle persone coinvolte in quanto collegate al loro contesto originario.



Ma è importante anche comprendere le istanze della cultura occidentale nel concettualizzare prima, e poi nell’intervenire attivamente nelle MGF, nella sua ansia di ‘penetrazione’ etnografica e di ‘normalizzazione’, e questo è uno degli effetti cui un pensiero critico deve mirare.

L’intervento di aiuto degli operatori sociosanitari, che si esplica nei servizi, tra l’altro in concomitanza con l’intervento giudiziario, tende a far emergere l’interesse della singola donna, spesso in conflitto con le istanze della famiglia o della comunità di appartenenza (ecco la doppia differenza quella femminile e quella culturale che vengono ordinate secondo una gerarchia determinata) per supportare un’azione che riguarda la sfera biopolitica , il ruolo e l’emancipazione della donna.

La lettura e quindi l'intervento che mira a far emergere la singolarità della donna a cui i servizi stanno rivolgendo la loro pratica non deve essere all'interno di una mera luce etnografica contrapposta invece alla modernità occidentale e alla conseguente emancipazione in senso normalizzante. Deve essere piuttosto un percorso che, tramite dislocazioni e successive ibridazioni, dà ulteriore significato all'esperienza della migrazione così come è vissuta dalla donna in seno a istituzioni alle quali appartiene quali la famiglia, la famiglia allargata, la comunità di appartenenza e ai mondi del paese di arrivo nella quale è immersa.


Abstract

I programmi delle istituzioni e dei servizi pubblici rivolti alle 'donne immigrate' spesso utilizzano categorie descrittive che presuppongono una visione antropologica di tipo occidentale, secondo cui si tratta di portare le donne e le comunità dei paesi non occidentali a una consapevolezza maggiore sulla linea di un 'progresso' che si dà per acquisito ma che spesso è discutibile e non viene accettato dalle dirette interessate e dalle comunità di appartenenza. Occorre invece valutare che cosa questo progresso dovrebbe comportare in modo problematico, includendo le esperienze emancipative dei popoli di questi paesi. 

La lotta contro le ‘mutilazioni genitali femminili,’ d'altro canto, comunque è  condivisa da associazioni e comunità femminili nei paesi africani, che sono i più coinvolti nerl fenomeno.  

E’ necessario però analizzare le implicazioni della prassi psico-medico-sociale che viene posta in atto nel momento in cui come operatori dei servizi pubblici ci facciamo agenti di un intervento che incide così a fondo nella vita degli individui, nella comunicazione e nei rapporti fra le comunità immigrata e autoctona, nelle relazioni di potere e giudiziarie, oltre che nella sfera apparentemente neutra della prevenzione sanitaria.

L’aiuto degli operatori sociosanitari, che si esplica in concomitanza con l’intervento giudiziario, tende a far emergere l’interesse della singola donna o minore, a volte in conflitto con le istanze della famiglia o della comunità di appartenenza.

Leggere, attraverso le narrazioni e i significati che vengono trasmessi, le istanze delle culture di origine è importante per comprendere le esigenze e il punto di vista delle persone coinvolte.


Bibliografia

G. S. Spivak - http://it.wikipedia.org/wiki/Gayatri_Chakravorty_Spivak;

Studi postcoloniali: http://it.wikipedia.org/wiki/Studi_postcoloniali

M. Foucault - http://it.wikipedia.org/wiki/Biopolitica

Decostruzione - http://it.wikipedia.org/wiki/Decostruzionismo

J. Derrida - http://it.wikipedia.org/wiki/Jacques_Derrida

Marcus, Fischer, Antropologia come critica culturale, Meltemi, Roma 1998

 

 


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