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From/Da: Venezia (I) |
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From/Da: Valdagno VI (I) |

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From/Da: VICENZA (I) |
Nell'ambito della campagna "L'ITALIA SONO ANCH'IO" a sostegno dei
diritti di cittadinanza dei migranti e dei loro figli, il Comitato vicentino ha
invitato lo scrittore e giornalista italo-senegalese
PAP KHOUMA per presentare il suo libro "NOI
ITALIANI NERI" (DALAI EDITORE 2010). Il libro, PROPOSTO PER LA
PRIMA VOLTA NELLA NOSTRA PROVINCIA, tocca i temi del rapporto tra nuovi
cittadini ex-migranti e le difficoltà che la società di arrivo antepone per una
effettiva pratica di CITTADINANZA CONDIVISA.
Pap Khouma, di origine senegalese, vive a Milano, dove si è sempre
occupato di cultura e di letteratura, attraverso numerose e
svariate esperienze. Per dodici anni ha girato l'Italia, invitato da
scuole di diverso ordine e grado a svolgere "lezioni" sulla storia e la
cultura africana, e sui temi della multiculturalità. Per conto dei
Provveditorati ha tenuto corsi di aggiornamento per
insegnanti sull'integrazione. Ha partecipato come relatore a numerosi
convegni nazionali e internazionali, presso le maggiori università
italiane (Milano, Roma, Bologna), sui grandi temi dell'immigrazione,
della cultura e della letteratura , e nel 1998 è stato invitato a
svolgere un ciclo di conferenze negli Stati Uniti. Ha lavorato come
responsabile della "libreria del viaggiatore" all'interno del
Megastore B612 di via Muratori a Milano, e ha partecipato alla
progettazione e all'ideazione della stessa, prendendo personalmente i
contatti e i successivi accordi con le maggiori case editrici nazionali.
Lavora ora presso la libreria FNAC di Milano, dove si occupa in
particolare del reparto libri in lingua originale. Iscritto all'Albo dei
giornalisti stranieri dal 1994, per quattro anni (1991-1995) ha firmato
una rubrica su "Linus", e ha collaborato con "l'Unità", "Il Diario",
"Epoca", "Sette", "Metro". Ha pubblicato Io, venditore di
elefanti (insieme al giornalista e scrittore Oreste Pivetta, Garzanti
ed. 1990), giunto oggi all'ottava edizione, adottato da molte scuole
come libro di testo, e i cui brani sono inseriti in numerose antologie
scolastiche, ed è stato curatore e coautore del libro Nato in Senegal
immigrato in Italia (Ambiente ed. 1994).
L'evento si svolgerà VENERDI 3 FEBBRAIO alle ore 18
presso la SALA DEGLI STUCCHI del Municipio di Vicenza (Corso Palladio
98).
Introduce e coordina il Dott. ENIO SARTORI.
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Enio Sartori, docente di Lettere presso il Liceo Sociale
“Arturo Martini” di Schio, direttore di «Trickster», Rivista del
Master in Studi Interculturali della Facoltà di Lettere e Filosofia
dell’Università di Padova, è dottore di ricerca presso il
Dipartimento di Italianistica della stessa Università. Si occupa
delle relazioni tra lingue, territori e migrazioni, in particolare
nel Nordest. Tra le sue pubblicazioni si ricorda la prosa
poetica Vedi alla voce corpo (Ellemme, Roma 1989), il saggio di
antropologia culturale e religiosa Alla soglia dell’alba. Il Summano
e la leggenda di sant’Orso tra mito e storia (Signum, Padova 2000),
l’audiolibro di poesie in dialetto vicentino Parole suonate in
controcanto (Il Narratore, Padova 2002). È anche autore dei testi
dell’album di Patrizia Laquidara Il canto dell’anguana (Slang
Records, Brescia 2011).
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Chiunque voglia non solo partecipare ma anche contribuire alla positiva
riuscita dell'iniziativa, contatti il comitato all'indirizzo:
l'italiasonoanchiovi@gmail.com - 377/1981414 - 334/7563705
In collaborazione con Il Comune di Vicenza
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From/Da:
www.presseurop.eu |
Romania, bloccata la sanità privata
Il governo costretto alla marcia indietro anche dall'impegno
di Raed Arafat (nella foto), il medico palestinese che ha
fondato il Servizio pubblico di Pronto soccorso rumeno
Articolo tratto da www.presseurop.eu
Se Raed Arafat è sempre stato popolare fra i romeni è perché essi si
sentono vicini a questo palestinese originario della Siria, che ha
fondato il Servizio mobile di soccorso, rianimazione ed estrazione di
persone incidentate (Smurd).
Nato a Damasco nel 1964, Raed ha scoperto a 14 anni una passione per il
pronto soccorso. Al liceo ha creato la prima équipe con alcuni compagni
di scuola. La medicina, all'inizio una semplice passione, sarebbe ben
presto diventata una professione. Suo padre voleva che facesse il
Politecnico, ma Raed aveva deciso di "diventare medico o spazzino".
A 16 anni è arrivato in Romania, perché "era il paese che ha risposto
più rapidamente alla mia domanda di ammissione all'università [il
governo comunista di Nicolae Ceauşescu aveva organizzato un sistema che
permetteva ai cittadini dei paesi arabi di studiare in Romania]. "Più
tardi ho scoperto che ero stato ammesso anche in Grecia e negli Stati
Uniti, ma i miei genitori non mi hanno parlato della proposta americana
per paura che non tornassi più". Nel 1989, dopo aver ottenuto la sua
laurea, Raed ha avuto la possibilità di andare in Francia. Ma a causa
della rivoluzione scoppiata in Romania, il rilascio dei visti si è
bloccato e Raed è rimasto a Bucarest.
Venti anni dopo aver fondato lo Smurd, nel 1991, Raed ritiene che in
Romania il sistema di pronto soccorso sia cambiato. "Oggi i pompieri
svolgono un ruolo fondamentale negli interventi urgenti. È lo stesso
sistema adottato nella maggior parte dei paesi dell'Ue. I pompieri e la
loro mentalità militare hanno avuto un ruolo importante nell'evoluzione
del sistema romeno". La sua prima équipe di pronto soccorso utilizzava
la sua auto privata. Qualche tempo dopo un'ex collega di facoltà, che
esercitava in Germania, ha aiutato Raed raccogliendo fondi per comprare
una vecchia ambulanza. In seguito sono arrivati i doni della Croce rossa
norvegese.
Raed continua a fare i suoi turni di guardia sull'elicottero. Spesso ha
sentito alle sue spalle commenti del genere: "Ecco l'arabo che è venuto
a insegnarci la medicina!", ma come dice lui stesso: "Questo arabo ha
imparato la medicina in Romania ed è un puro prodotto romeno!"
Il 12 gennaio Raed, che era stato nominato sottosegretario alla sanità
nel 2007, si è trasformato in un "nemico della riforma sanitaria", come
lo ha definito il presidente della repubblica Traian Băsescu
intervenendo in una trasmissione televisiva. Raed aveva criticato la
riforma del suo servizio e la privatizzazione degli ospedali pubblici.
Immediatamente dopo la telefonata di Băsescu, Raed si è dimesso dalla
sua carica [anche se poi è tornato sulla sua decisione ed è rientrato al
ministero].
Un affare miliardario
La privatizzazione della sanità vale circa 4,5 miliardi di euro, più un
miliardo e mezzo proveniente dalle assicurazioni private e dalla vendita
del patrimonio pubblico. La maggior parte dei romeni teme che si arrivi
a una situazione in cui le cure mediche non saranno più un obbligo per
lo stato, abbandonando al loro destino le persone più povere e senza
assicurazione. Altri ritengono che la privatizzazione degli ospedali e
l'introduzione delle assicurazioni private darà vita a un grande mercato
di cui approfitteranno gli imprenditori e i politici.
Băsescu ha finito per chiedere al governo di Emil Boc di ritirare il suo
progetto di riforma sanitaria, affermando che "all'interno del sistema
nessuno vuole un cambiamento. E anche all'esterno sono troppo pochi a
volerlo: gli ospedali non vogliono cambiamenti, i medici di famiglia non
vogliono cambiamenti, il sistema di pronto soccorso non vuole
cambiamenti".
Forse Raed non è quel cavaliere senza macchia e senza paura descritto
dalla stampa, ma gode della fiducia dei romeni. Al contrario di Băsescu,
che preferisce affidare la sua salute a medici austriaci. Ma il vero
colpo all'immagine di Băsescu viene proprio da persone che dovrebbero
essergli vicine, come il suo sottosegretario.
Come sottolinea Alina Mungiu-Pippidi, presidente della Società
accademica di Romania, "la riforma della sanità è stata concepita in
modo antidemocratico e poco professionale. Lo stato dovrebbe promuovere
le persone capaci come Raed Arafat invece di allontanarle".
Traduzione di Andrea De Ritis
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From/Da:MONTECCHIO M. VI (I) |
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From/Da:
http://temi.repubblica.it/micromega-online/gulag-america/ |
Gulag America
di Giuliano
Santoro
Mentre state leggendo queste righe, negli Stati uniti ci sono 6 milioni di
persone soggette a restrizione della libertà personale. È una cifra
impressionante, che ha portato Adam Gopnick a scrivere sulle
pagine dell’autorevole New
Yorker che nella cosiddetta
“Terra dei liberi” ci sono più detenuti “che nell’Unione sovietica
dell’Arcipelago Gulag di Stalin al suo apice”.
Così, mentre comincia la lunga campagna elettorale che ci condurrà alle
presidenziali d’autunno, il settimanale liberal della Grande Mela pubblica
un saggio accurato e impietoso sullo stato della carcerazione di massa negli
Stati Uniti. Sullo sfondo, Obama sorride in videochat su YouTube, cercando
di far dimenticare le timidezze che hanno segnato il suo primo mandato, e
prova ad accreditarsi a sinistra rivendicando la necessità di “tassare di
più i ricchi”.
L’articolo del New Yorker comincia
mettendo in fila alcuni termini di raffronto, per capire le dimensioni e le
caratteristiche dell’America imprigionata. La detenzione di massa è
cresciuta dopo gli anni Ottanta: prima del 1980, c’erano 220 detenuti ogni
100 mila americani. Il numero delle persone in cella adesso è più che
triplicato: ogni 100 mila cittadini, ci sono 731 galeotti. Ogni giorno 50
mila persone, una massa di gente che farebbe il tutto esaurito allo Yankee
Stadium, si svegliano in cella d’isolamento. Ogni anno 70 mila detenuti
subiscono violenze sessuali. Da venti anni a questa parte, inoltre, la somma
che viene investita per le carceri supera di sette volte quella che si
spende nella formazione superiore. La relazione tra formazione e detenzione
non è casuale: si calcola che la metà degli afroamericani che non ha un
diploma in tasca prima o poi finisca in galera.
Il fattore etnico è fondamentale. I milioni di uomini e donne che popolano
l’immaginaria città dei detenuti e dei controllati dalla legge, ribattezzata
da Gopnick “Lockuptown”, costituiscono la seconda metropoli del paese. È una
città, quella delle sbarre e delle manette, dove ancora nonostante il
“presidente nero”, vige una qualche forma di apartheid. “La detenzione di
massa – scrive Gopnick – ha influenza sulla società contemporanea come
avveniva per la schiavitù nel 1850”. Infatti, autorevoli studi dimostrano
come il sistema penitenziario americano di oggi sia la continuazione con
altri mezzi (neanche tanto diversi) del regime segregazionista.
Se gli afroamericani vengono arrestati in misura sette volte superiore ai
cittadini bianchi, dunque, è perché l’America razzista non ha mai smesso di
condurre la sua battaglia: travolta dal movimento per i diritti civili degli
anni Sessanta e Settanta ha continuato a lavorare sotto traccia. E ad agire
di concerto con il perverso sistema delle prigioni private, che producono
profitti solo massimizzando il numero dei detenuti e risparmiando al massimo
sul loro reinserimento. Inutile dire che le lobby della detenzione privata
oliano il meccanismo diabolico che Gopnick descrive con spietata sincerità
parafrasando Brecht: si tratta di “un’impresa capitalistica che si nutre
dell’uomo cercando di impedire che si faccia qualcosa per impedire quella
miseria”. È un modello inquietante quello della “galera for profit”, che si
vorrebbe importare anche nel nostro paese, con la scusa delle
“liberalizzazioni” di Monti.
Quanto agli Stati Uniti, la sintesi viene dalla giurista, laurea a Stanford
e cattedra in Ohio, Michelle Alexander: “Il sistema di incarcerazione di
massa afroamericano lavora per incatenare gli afroamericani in gabbie reali
e virtuali”. Insomma, sarebbe ora che Obama si scrolli davvero di dosso
quella che Paul Krugman tempo fa ha definito efficacemente la “sindrome di
Anzio”: dopo essere sbarcato, non dovrebbe indugiare sul bagnasciuga.
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From/Da: http://nawaat.org |
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Vendredi 13 janvier 2012
Conférence sur l’immigration à l’Institut de Recherche sur le Maghreb
Contemporain (IRMC)

Une conférence universitaire pour présenter un ouvrage collectif sur les
migrations en méditerranée ? A priori pas l’évènement le plus palpitant auquel
assister un 13 janvier 2012, près d’un an après la révolution tunisienne. En
arrivant à l’IRMC on se retrouve avec quelques étudiants et universitaires qui
attendent calmement l’arrivée des conférenciers, bien loin de l’agitation du
centre-ville et pour une soirée-débat quasiment à huit-clos.

L’ouvrage présenté: Migrations
Critiques, un ensemble d’articles de sociologues et d’historiens issus
des pays riverains de la Mare Nostrum: des contributions d’universitaires
espagnols, italiens, français, tunisiens, etc…L’ensemble a été dirigé par le
professeur Salvatore Palidda de l’université de Gênes. Reflet des discussions
qui vont se tenir durant la soirée, le plan de l’ouvrage est sans concessions et
divisé en trois parties:
1-la racialisation des problématiques liées à l’immigration (à
travers les discours publiques sur les cultures d’immigration)
2-la critique des politiques néo-libérales
3-la criminalisation de l’immigrant dans le discours public.
Le directeur de l’ouvrage, Salvatore Palidda, commence rapidement à résumer les
principales problématiques abordées par l’ouvrage et son intervention se
transforme rapidement en une dénonciation générale à l’adresse de l’Europe et
des européens. Critique d’une politique européenne commune qui ne verrait
l’immigration que comme une menace pour le Vieux Continent au même titre que la
grande piraterie ou les pandémies globales, démystification des discours
humanitaires censés justifier la lutte contre l’immigration illégale au nom du
combat contre la traite des êtres humains, condamnation de la tendance générale
à classer les populations sur la base de leurs origines: en quelques minutes
l’orateur en revient à ce vieux problème du regard que tout à chacun porte sur
autrui et à dixit “cette façon de classer l’autre ; la manière et la pratique de
classer l’autre”.
Silvia Finzi, professeur de civilisation italienne à la Faculté de la Manouba à
Tunis et qui prend la parole à la suite de Salvatore, ira plus loin: “on a voulu
faire de l’immigré une catégorie” dira-t-elle en citant la contribution d’un
universitaire espagnol. Or, “si migrer, c’est aller d’un endroit à un autre, du
moment où j’arrive quelque part, je cesse d’être un migrant”. Et pourtant ça
n’est pas ce que l’on a observé “des deux côtés de la méditerranée”,
souligne-t-elle, faisant référence à la fois à la stigmatisation de communautés
de migrants de 2e, 3e et parfois 4e génération au Nord et à ses travaux sur
l’histoire de la communauté italienne en Tunisie. Pour quelles raisons ?
Principalement en raison du processus de création des identités nationales:
définir l’autre, éventuellement le connoter, voir le stigmatiser, répondrait à
notre “anxiété identitaire”. On soupire un peu, car la montée des
“néo-conservatismes au Nord comme au Sud” (expression d’un autre intervenant) ou
plus simplement la réaffirmation des identités nationales, n’incitent pas à
croire achevées ces constructions identitaires exclusives et souvent
meurtrières. On pense à l’Art français de la Guerre, le livre d’Alexis Jenni,
qui consacre des pages à cette façon de classer l’autre pour y répondre par une
question: “Comment supporterais-je cet encombrement qu’est l’autre si le désir
que j’ai de lui ne me fait tout lui pardonner”.
En rester là, perché sur une mince Tour d’Ivoire d’amour universel et de
solidarité fraternelle ne serait cependant pas vraiment satisfaisant.
Heureusement et malgré la réticence de nos chercheurs à “donner des solutions”
on peut retenir quelques constats percutants que je me permets ici de commenter
à l’aide d’autres lectures:
- L’émergence de ce que Salvatore Palidda nomme un “racisme démocratique”: c’est
à dire d’un discours politique qui, au nom de la défense de la démocratie,
comporte de plus en plus d’éléments racistes à l’encontre des immigrés ou
simplement des marginaux. “Détruire la démocratie au motif de la défendre”: là
on ne peut que s’inquiéter avec Salvatore Palidda de ce phénomène inquiétant et
qui dépasse la seule problématique de l’immigration. Il faut en effet lire l’excellent
article publié par Mireille Delmas-Marty dans la revue
Esprit pour comprendre que la
philosophie de toutes les grandes réformes du système pénal depuis dix ans, sous
couvert d’améliorer l’efficacité du travail des forces de l’ordre et de répondre
aux besoins de sécurité des citoyens, restreint peu à peu l’exercice de nos
libertés et atteint directement les mécanismes protecteurs du droit à un procès
équitable.
- L’absence de données et de statistiques publiques réellement impartiales à la
fois sur l’immigration illégale et sur la délinquance qui lui est souvent
explicitement attribuée. Nous disposons rarement de données de long terme et du
point de vue des victimes directes, c’est à dire, dans le cas de l’immigration
illégale, des clandestins eux-mêmes. En revanche l’action répressive s’est
concentrée depuis une dizaine d’années sur deux types d’activités illicites :
les infractions à la législation sur les stupéfiants et … les étrangers en
situation irrégulière («Mesurer la délinquance»: ouvrage de Philippe
Robert et de Renée Zauberman)! Nous sommes donc abreuvés de statistiques d’expulsions
qui font complètement abstraction du vécu des individus expulsés comme des
conséquences à long-terme de cette politique (conditions du retour des
clandestins expulsés et éventuellement nouvelles tentatives d’immigration, coût
pour l’Etat français des expulsions régulières, etc).
Or, comme le souligne Pierre-Yves Geoffard, professeur à l’Ecole d’Economie de
Paris et directeur d’études à l’EHESS (cf. Peut-on
légiférer contre la bêtise ?),
cette partialité des données publiques s’explique en partie par les indicateurs
de performance auxquels sont soumis dans l’exercice de leur métiers les forces
de l’ordre. Ces indicateurs sont d’après-lui “stupidement obnubilés par le taux
d’élucidation” : il est en effet plus facile de remplir ces objectifs en
constatant une infraction à la législation sur les stupéfiants ou en arrêtant un
immigré en situation irrégulière “puisqu’au contraire d’un cambriolage ou d’un
homicide, le constat d’un tel délit identifie ipso facto son auteur”.
Les indicateurs que nos administrations se donnent pour évaluer le travail de
nos forces de l’ordre sont donc tronqués car ils incitent les policiers à «
faire du chiffre » au détriment d’autres priorités.
Que faire pour répondre à ces deux problèmes ?
Les conférenciers se sont bien gardés de donner des réponses, refusant
d’assimiler le travail de recherche en science sociale à un travail en conseil
des politiques. Changer les indicateurs de performance des policiers en France?
Sûrement une bonne étape mais il ne faut pas se leurrer: chaque nouvel
indicateur créé ne sera que l’illustration du changement de politique et
continuera à permettra au pouvoir en place de brandir des chiffres favorable à
son action (même si cette dernière pourra être plus positive). Il faut donc
diversifier les sources d’informations et pour cela, selon Pierre-Yves Geoffard,
favoriser l’accès des chercheurs aux données sources, et allouer des budgets
suffisants à la conduite d’enquêtes sur la population générale et les victimes!
Et pour l’immigration plus spécifiquement?
Silvia Finzi rappele qu’«une terre est libre que si l’on peut y
circuler » : le droit à la mobilité est fondée sur une aspiration humaine
essentielle et l’Europe doit réaffirmer son attachement à la libre circulation
des personnes qui fait partie intégrante de son corpus de valeurs et qui figure
dans la Chartedes Droits Fondamentaux. Et comme il faut se rappeler qu’une
liberté formelle n’a de sens que si elle est réelle pour le citoyen, il faudra
veiller à favoriser la mobilité pour tous, au Nord comme au Sud.
Finalement: c’est pas une si mauvaise façon d’occuper son vendredi 13 que d’aller
à une conférence à l’IRMC!
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From/Da: www.meltingpot.org |
La crisi non ferma l’assunzione delle badanti. In 10 anni stranieri
quintuplicati
Straniera, 41 anni, 28 ore di lavoro alla settimana, guadagno annuo di 5.828 € è
l’identikit della badante. Roma, Milano e Torino in testa alla classifica per
numero di badanti
La richiesta di badanti non si ferma neppure
di fronte alla crisi: dal 2001 il numero di lavoratori domestici stranieri è
quintuplicato raggiungendo quota 711mila. Nelle casse dell’Inps sono stati
versati nel 2010 700milioni di €, pari a 985 €, a persona a fronte di un
guadagno medio annuo di 5.828 €. Identikit della badante? Donna, straniera,
di 41 anni, proveniente dall’Est Europa, che lavora per 28 ore la settimana
dichiarandone 33. Questi alcuni risultati di una ricerca realizzata dalla
Fondazione Leone Moressa (www.fondazioneleonemoressa.org)
che ha analizzato gli ultimi dati Inps sui lavoratori domestici iscritti
all’istituto previdenziale.
Quanti sono e quanto contribuiscono. In
Italia si contano nel 2010 oltre 871mila lavoratori domestici regolarmente
iscritti all’Inps. Di questi il 81,5% è straniero (710mila unità), e tra
questi il 71,8% proviene da paesi extracomunitari. Dal 2001 al 2010 a
crescere sono stati gli stranieri: in dieci anni il loro numero si è quasi
quintuplicato (+408,3%), mentre per gli italiani si tratta appena del
+23,7%. Complessivamente i lavoratori domestici versano nelle casse
dell’Inps 834 milioni di € in contributi, di cui l’83,9% da colf e badanti
di origine straniera (699 milioni di €). Nell’ultimo periodo (2001-2010) la
crescita dei contributi versati è stata del +274,8%, ma se si osserva la
parte riservata agli immigrati si tratta del +487,6% (quindi quasi sei
volte). Se si rapporta il valore dei contributi versati e il numero di
lavoratori domestici, si calcola un contributo medio annuo procapite che
ammonta a 957€. Ma se gli italiani versano 834€, per gli stranieri si tratta
di 985€, di cui 1.000€ per i lavoratori extracomunitari e 946€ per i
comunitari.
L’identikit del lavoratore domestico.
Le colf e le badanti sono per la stragrande maggioranza donne, sia per i
lavoratori italiani che per quelli stranieri. Le italiane hanno mediamente
46 anni, lavorano per 20 ore la settimane e dichiarano 36 settimane
lavorative all’anno. Ricevono una retribuzione media annua di 4.805 € e
versano nelle casse dell’Inps 834 € a testa. Le lavoratrici domestiche
straniere sono più giovani delle italiane (in media hanno 41 anni, 43 per le
comunitarie), lavorano per 28 ore settimanali (quindi 8 ore in più delle
italiane) e dichiarano 33 settimane lavorative all’anno (ma per le
extracomunitarie si tratta di 34 settimane). Ricevono una retribuzione annua
media di 5.828 €, un po’ più elevata per le donne extracomunitarie (1.000€)
che per quelle comunitarie (946€). Più della metà delle lavoratrici
domestiche straniere proviene dall’Est Europa (57,3%), il 20,5% dal
continente asiatico. La rimanente parte si suddivide tra Sud America (10,8%)
e Africa (9,4%).
La diffusione nelle province. Roma,
Milano e Torino sono le prime tre province italiane per numero di badanti:
la capitale, con i suoi 104mila iscritti all’Inps, raccoglie il 14,7% del
totale delle badanti italiane, Milano l’11,5% e Torino il 4,4%. Sebbene in
tutte le aree la presenza straniera sia molto forte, le province
settentrionali mostrano un’incidenza di poco superiore rispetto alle aree
meridionali. Unica eccezione è la Sardegna dove generalmente le badanti e le
colf sono per la maggior parte italiane. Se si rapporta invece il numero di
lavoratori domestici sul totale degli anziani over 75 si osserva come Roma e
Milano si distinguono ancora una volta dalle altre province: su mille
persone di quell’età si contano nella capitale 259 badanti e nel capoluogo
lombardo 209, quando a livello nazionale la quota è di appena 116.
La richiesta di manodopera straniera per la cura
della persona e della casa, affermano i ricercatori della Fondazione Leone
Moressa, non ha conosciuto crisi. Il progressivo invecchiamento della
popolazione, la maggiore presenza delle donne nel mercato del lavoro e la
scarsità di servizi assistenziali pubblici spinge molte famiglie ad affidare
a terzi la gestione dei propri anziani (e in alcuni casi anche della casa).
I dati presentati non descrivono in realtà tutto il fenomeno, dal momento
che molte badanti che lavorano nel nostro paese lo fanno in nero. E non è da
escludere che molte famiglie, sebbene si avvalgano di manodopera regolare,
non dichiarino tutte le ore effettivamente lavorate dalle badanti. Accanto
alle procedure di emersione (tramite regolarizzazioni o sanatorie), la
politica migratoria dovrebbe riconoscere a questo lavoro una vera e propria
professionalità e incentivare le famiglie alle assunzioni regolari tramite
agevolazioni fiscali dato il grosso peso economico che occorre sostenere.
Le
tabelle allegate
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From/Da: Montecchio M. VI (I) |
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From/Da: Pantarei MI (I) |
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VITA DA DONNE
GRUPPO AL FEMMINILE DI SVILUPPO PERSONALE

“Mi capita
questa cosa, che io le storie non me le so inventare di sana pianta: ho bisogno
di una spinta di verità” A. Camilleri
Vogliamo
farvi una proposta al femminile in cui parlare di voi, tra donne, sulla vostra
esperienza di femminilità e non solo, perché ci sembra che, con “..una
spinta di verità…”, possiamo dar voce a tante storie ricche di inventiva, di
soluzioni, di novità.
Con
l’aiuto della letteratura, della Cinematografia, del disegno e vostro
costruiremo un luogo di riflessione su noi stesse e sulle nostre modalità
relazionali, PER CREARE NUOVE CONNESSIONI, PER CONFRONTARE DIVERSE IDEE E
POSSIBILITÀ.
Il gruppo
di sviluppo personale prevede la
partecipazione a tutti e 10 gli incontri.
Calendario: 23/2-8/3- 22/3-5/4-19/4-3/5-17/5-31/5-14/6-28/6
Sarà
condotto dalle dott.sse Gandini e Bertonati.
Il costo è
di 40 euro a incontro.
PER
INFORMAZIONI E ISCRIZIONI: SEGRETERIA 02 29523799
Dovrete
portare voi stesse, la vostra curiosità e ricchezza, il resto verrà da sé.
Per
informazioni e iscrizioni:
segreteria@centropantarei.it
tel.02 29523799
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From/Da: www.meltingpot.org |
Promosso dal Progetto Melting Pot Europa con il patrocinio dell'Ordine degli
Avvocati di Padova
dal 3 febbraio al 9 marzo presso il Palazzo di Giustizia di Padova, Aula Bettiol
La giurisprudenza e le prassi intervenute a seguito del recepimento della
normativa europea nell'ordinamento italiano nel corso del 2008, insieme agli
interventi adottati per rispondere alla cosiddetta "emergenza Nordafrica",
propongono la necessità di ridisegnare, aggiornare e diffondere, in seno ad
avvocati, operatori del terzo settore e della Pubblica Amministrazione,
competenze relative al quadro di riferimento normativo e giurisprudenziale in
materia di protezione internazionale.
Il Progetto Melting Pot Europa, dal 1996 attivo nel campo dell'informazione,
della comunicazione e della formazione in materia di immigrazione ed asilo,
propone questo ambizioso percorso formativo a favore di avvocati ed operatori
del settore.
Il corso di formazione si articolerà in 6 lezioni che si terranno con cadenza
settimanale a cura di esperti del settore tra i più qualificati nel panorama
nazionale.
PROGRAMMA E RELATORI:
Venerdì 3 febbraio 2012, ore 15.00
1. Quadro normativo di riferimento
Relatore: Avv. Livio Neri, Foro di Milano
La normativa internazionale, il Regolamento Dublino, il decreto qualifiche. Un
quadro normativo di riferimento in materia di riconoscimento della protezione
internazionale
Venerdì 10 febbraio 2012, ore 15.00
2. Le procedure per il riconoscimento della protezione internazionale
Relatore: Avv. Paolo Cognini, Foro di Ancona
Dall'ingresso in Italia alla decisione delle commissioni territoriali
competenti. Procedure e prassi
Venerdì 17 febbraio 2012, ore 15.00
3. Il Ricorso avverso il diniego della commissione
Relatore: Avv. Salvatore Fachile, Foro di Roma
Il ricorso avverso la decisione negativa della Commissione territoriale
competente. Aspetti procedurali e giurisprudenza
Venerdì 24 febbraio 2012, ore 15.00
4. Lo status di titolare della protezione internazionale
Relatore: Avv. Marco Paggi, Foro di Padova
I diritti dei titolari dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria,
del permesso per motivi umanitari. L'iscrizione anagrafica, l'assistenza
sanitaria, il lavoro, l'unità familiare, le prestazioni di previdenza sociale
Venerdì 2 marzo 2012, ore 15.00
5. L'accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati
Relatrice: Dott.ssa Daniela Di Capua, Direttrice del Servizio Centrale
Lo SPRAR, il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati in Italia.
I diritti dei beneficiari, gli standard di accoglienza, le problematiche
connesse agli status giuridici.
Venerdì 9 marzo 2012, ore 15.00
6. Emergenza Nord Africa: tra prassi illegittime e accoglienza differenziata
Relatore: Prof. Fulvio Vassallo Paleologo, Università di Palermo
La normativa di emergenza, i respingimenti differiti e i trattenimenti
illegittimi. Prassi e giurisprudenza. L'accoglienza differenziata dei
richiedenti asilo.
CREDITI FORMATIVI
3 crediti formativi per ogni lezione
SEDE DELLE LEZIONI
Aula Bettiol, Palazzo di Giustizia Padova
Via N. Tommaseo n. 55* (Zona Fiera - Stazione F.S.)
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verrà comunicata via mail)
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Fax 049 664589
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Crisi dell’euro
Il flusso si inverte
A proposito dei fenomeni migratori innescati
dalla crisi, il Guardian scrive che
fin dalla sua concezione, l'Unione
europea ha rappresentato un paradiso per chi cercava rifugio dalla
guerra, dalla persecuzione e dalla povertà in altre parti del mondo.
Tuttavia, mentre l'Ue affronta quella che Angela Merkel ha definito il
momento più difficile dopo la Seconda guerra mondiale, le cose sembrano
irrimediabilmente cambiate. Un nuovo flusso di migranti sta abbandonando
il continente, e minaccia di diventare una marea inarrestabile se la
crisi del debito continuerà a stritolare l'Europa.
I paesi più colpiti dal fenomeno sono
Irlanda, Grecia e Portogallo, che negli ultimi due anni sono stati soggetti
al bailout Ue-Fmi e a durissimi provvedimenti di austerity.
In Irlanda, dove il 14,5 per cento della
popolazione non ha un lavoro, l'emigrazione è aumentata stabilmente dal
2008, anno del crollo della Lehman Brothers e dell'esplosione della bolla
immobiliare. Secondo l'ufficio centrale di statistica, tra l'aprile 2010 e
l'aprile 2012 40.200 irlandesi hanno abbandonato il paese, 12.500 in più
rispetto all'anno precedente.
I portoghesi hanno scelto di partire per le
ex colonie: almeno in diecimila si sono stabiliti in Angola e molti altri
hanno scelto Mozambico e Brasile. Secondo le stime del governo brasiliano il
numero di portoghesi residenti nel paese è passato da 276mila nel 2010 a
330mila.
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From/Da:http://awaraghi.blogspot.com |
Il grido di Dayamani
Come la festa annuale di Internazionale che
si tiene a Ferrara, la rivista
indiana Tehelka aveva
organizzato la sua festa a Goa. Questa festa si chiama “Think-fest” o
“il festival del penisero”. Alcuni amici che erano andati al festival mi
avevano detto che è stata un’esperienza indimenticabile.
Qualche anno fa durante un festival letterario a Torino, avevo
conosciuto Tarun Tejpal,
il fondatore e l’editore iconico di Tehleka. La sua rivista è
riconosciuta per i suoi reportage coraggiosi e contro correnti. Oltre a
dirigere la rivista, Tarun Tejpal è anche uno scrittore. Tra i suoi
libri vorrei segnalare, “La storia dei miei assassini”. Tehleka è stato
attaccato più volte dai governi indiani, sia quelli del congresso che
quelli del BJP, e dalle grandi industrie, ma nonostante tutto riesce a
andare avanti.
Gli interventi del Think-fest di Tahelka si possono guardare al sito
della rivista. Se non avete problemi con l’inglese, vi consiglio di
vedere questi video. Per esempio, guardate il video di Maajid
Nawaz, l’ex-estremista islamico diventato l’anti-estremista. Lui è
inglese di origine pakistana. Ho trovato il suo intervento molto
interessante.
Invece vi voglio parlare di un altro intervento di questo festival,
quello di Dayamani Barla.
Dayamani, conosciuta anche come “ Dayamani didi” (sorella maggiore
Dayamani) è un giornalista di origine indigena e appartiene alla tribù
di Munda.
Dayamani è cresciuta in mezzo all’emarginazione che i poveri e gli
indigeni spesso subiscono in nome del progresso in tutto il mondo. Ha
dovuto dormire per terra nella stazione di Ranchi quando era bambina, e
ha lavorato come domestica mentre era uno studente, ma nonostante tutto
è riuscita a completare il corso di giornalista e ora lavora presso il
quotidiano in hindi, Prabhat
Khabar, nello stato di Jharkhand in
India.
Dayamani sta lottando da diversi anni per i diritti dei gruppi indigeni
contro le grandi industrie e contro i politici di Jharkhand. Aveva vinto
la causa contro la multi nazionale di acciaio Areclor,
proprietà del magnate Mittal, la quale voleva costruire un’impianto per
la produzione di acciaio nello stato di Jharkhand. Questa lotta,
collegata alle immagini del film Avatar,
aveva ricevuto anche molta attenzione internazionale.
Al Think-fest di Tehelka, Dayamani ha parlato in hindi. Penso che
l’intervento di Dayamani merita di essere conosciuto molto di più. Per
questo motivo ho pensato di tradurre alcuni tratti di questo intervento
dall’hindi all’italiano. Invece se potete capire hindi, vi consiglio di
non perdere questo suo intervento al sito di Tehelka, perché ascoltare
la voce di Dayamani è un’esperienza forte.
"Prima di tutto da parte dei popoli indigeni dello stato di
Jharkhand, dell’India e del mondo, vi porto il mio saluto. La
società indigena cosa pensa dell’acqua, delle foreste, dei fiumi,
delle montagne e dell’ambiente, penso che non solo in India ma in
tutto il mondo vi è un grande bisogno di capirlo.
Se voi guardate la storia del mondo, i popoli indigeni hanno sempre
scelto di vivere dove vi sono le foreste, i fiumi e le montagne. Per
la società indigena, l’acqua che scorre nel fiume, gli uccellini che
cantano nel cielo, i raggi del sole, il verde della foresta, tutta
l’erba della terra insieme ai fiori e ai frutti, sono tutt’uno con
la sua lingua, con la sua cultura, con i suoi valori culturali e
sociali, e con la sua storia. La storia del mondo lo dimostra...
Amici miei, la relazione tra il popolo indigeno e la foresta è
quella di un figlio con sua madre. L’anno ha 12 mesi e 4 stagioni.
In ogni stagione la foresta ci offre frutti, radici, verdure. Nostra
lingua, nostra cultura e nostra storia sono intrecciate con la
foresta. Per gli altri la foresta è solo un insieme di alberi, la
terra è solo un pezzo di terra, l’acqua è qualcosa che si compra in
bottiglie, tutto è da vendere e da comprare. Ma non per noi. Per noi
l’acqua e la foresta sono i nostri diritti comunitari, sono la
nostra eredità e non sono la nostra proprietà. Non li possiamo
vendere..
Ci dicono che ci ricompenseranno, ci daranno soldi per il fiume,
soldi per la terra. Ma chi di voi ha mai venduto la sua madre per i
soldi? Noi popoli indigeni diciamo che non esiste un ricompenso che
può pagarci il valore della nostra lingua, della nostra cultura, e
della nostra storia. Quanto ricompenso mi potrete dare? Potrete
pagare il valore dell’acqua pulita? Potrete pagare il valore della
storia? Non si può pagare il valore di queste cose.
Ci dicono che senza l’industrializzazione non vi sarà lo sviluppo.
Noi chiediamo soltanto lo sviluppo sostenibile, uno sviluppo
equilibrato. Da una parte l’agricultura deve sviluppare, dall’altra
parte il fiume deve sviluppare, e dall’altra ancora, i valori umani
devono sviluppare. Solo se i valori sociali e la nostra storia
possono sviluppare allora avremmo lo sviluppo sostenibile. Senza lo
sviluppo dell’agricultura e dell’ambiente, non è possibile nessun
sviluppo...
India è diventata indipendente 65 anni fa. Subito dopo hanno
cominciato a costruire grandi industrie nello nostro stato. Le
industrie di SCC, Tata, Bokaro, ecc. Hanno sradicato 10 milioni di
persone dalle loro terre per queste industrie, delle quali 80% erano
persone indigene. Dove sono andate a finire quelle persone che hanno
perso le loro terre? Il governo, la stampa, e gli assistenti
sociali, non ti sanno dire, quanti sono e dove sono. Io ve lo posso
dire dove sono andate a finire quelle persone e come vivono. Muoiono
di stenti. I bambini di quelli che hanno perso le case per costruire
gli impianti di Bokaro, SCC, Tata e Birla, muoiono di stenti. Per
l’impianto di Bokaro hanno preso la terra di 65 villaggi e quella
zona industriale riceve tutta l’acqua, ma quelli che sono stati
cacciati via dalle loro terre, muoiono senza acqua, muoiono senza
medicine. Non hanno lavoro, non hanno un tetto sulla testa, non
hanno da mangiare, i loro figli non vanno a scuola. E’ questo lo
sviluppo? Non vi daremmo le nostre terre. Mai più. Vogliamo la
giustizia.
Ci chiedete come avremmo lo sviluppo? Venite a vedere le terre dove
sono state create le grandi industrie, dove hanno scavato le
miniere. Il distretto di Hazaribad, la zona di Bokaro. Centinaia di
migliaia di ettari di terra sono diventati sterili. Tutti i nostri
fiumi sono inquinati. Il fiume Damodar di Bokaro, una volta la
chiamavano Jeevanrekha, la linea della vita, è tutta inquinata.
Animali non possono bere la sua acqua, non puoi usare quell’acqua
per agricoltura. Così sono morti tutti i nostri fiumi. Ci parlate
dello sviluppo. Avete la scienza e la tecnologia, perché non fatte
che le nostre terre tornano ad essere fertili? Perché non
risuscitate i nostri fiumi. Quello si che sarebbe sviluppo. Quelli
che hanno perso le loro terre e che girano nei villaggi come i
manovali, quelli che vivono come schiavi per tutte le loro vite,
riabilitate loro. Date a loro un tetto per ripararsi, date la scuola
ai loro figli affinché possono diventare ingegneri, quello si che
sarebbe sviluppo.
Non voglio parlare soltanto di Arcelor e di Mittal. Negli ultimi 10
anni, il governo dello stato di Jharkhand ha firmato 104 accordi con
le grandi industrie. Di queste 98 industrie vogliono scavare le
miniere e costruire gli impianti di acciaio. Hanno bisogno di
scavare ferro dalla terra, hanno bisogno di acqua e di elettricità
per funzionare. Soltanto Arcelor vuole 12.000 ettari per l’impianto
di acciaio e ha bisogno di altre terre per le sue miniere. Se le 104
industrie si costruiranno nello nostro stato, a nessun agricoltore e
a nessun indigeno di Jharkhand resterà un centimetro di terrà da
coltivare o di foresta. Non avremmo acqua da bere. Siamo contrari a
questo sviluppo.
Questa lotta, non lo facciamo per noi, ma pensiamo alle nostre
generazioni future. Dicono che Jharkhand è ricca di risorse
minerali. Per questo devono distruggere il tutto il prima possibile?
Le generazioni future non avranno bisogno di terra, di foresta e
d’acqua? Perché non parlano mai di sviluppo umano?
Tutte le grandi industrie vogliono portare via la terra degli
indigeni e non smetterò di lottare contro questo. Mi hanno
minacciato che se non smetterò di fare le riunioni nei villaggi per
parlare contro le industrie, mi spareranno tanti di quei colpi che
nessuno saprà riconoscere il mio corpo. Vi sfido a farlo. Se la
morte di una donna può salvare Jharkhand, sono pronta a prendere
centomila pallottole nel mio corpo. Resisterò fino al mio ultimo
respiro."
Le minacce dei padroni delle miniere non sono vuote. Solo alcuni giorni
fa, avevo letto la notizia che hanno ucciso suor Valsa John, una suora
che aveva deciso di andare a vivere in mezzo ai gruppi indigeni per
lottare contro la costruzione di nuove miniere. La chiesa ufficiale non
si è sbilanciata molto per condannare l’uccisione di Sr Valsa perché era
vista come una suora contro corrente e scomoda.
Questi stessi meccanismi sono dietro all’espansione del maoismo nelle
zone tribali, definiti dal primo ministro indiano come la più grave
minaccia alla sicurezza dell’India. Ma se non daranno le risposte alle
domande di Dayamani come pensanno di sconfiggere il maoismo?
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From/Da:Taylor & Francis Online |
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From/Da: Australia |
40
Years of the Aboriginal Tent Embassy
Sacred Fire Ceremonial Gathering
Thursday 26 January 2012
Old Parliament House lawns, Canberra
Come to support the Ceremonial gathering, the commemoration
of 40 years of struggle and the discussions on Sovereignty. Always was
always will be Aboriginal Land. Read more here.
More on Treaty here.
Bahasa Indonesia background here.
Tunnerminnerwait and Maulboyheenner
- Freedom fighters commemoration
Friday 20 January 2012 at 12 noon
RMIT Entrance, Corner Bowen & Franklin Streets, Melbourne
Tunnerminnerwait and Maulboyheenner conducted a campaign of resistance to
European settlement in 1841 around Western Port and South Gippsland. Read
more here
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From/Da: Buenos Aires Argentina |
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“Curso de Especialización en Psicoterapia”
(Herramientas de Intervención
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From/Da:http://www.indika.it |
JAIPUR E IL SUO FESTIVAL LETTERARIO
DSC Jaipur Literature Festival è il più grande festival letterario in Asia
meridionale, e la celebrazione più prestigiosa della letteratura nazionale e
internazionale che si tiene in India. Alla sua quinta edizione, questo
festival è ora considerato come il Kumbh Mela della scrittura indiana e
internazionale.
Jaipur, Rajasthan. Si è aperto oggi e durerà fino al 24 gennaio il
Festival Letterario di Jaipur, evento culturale divenuto, per importanza e
grandezza, un appuntamento annuale di grande prestigio per la diffusione
della letteratura dell’Asia meridionale dentro e fuori i confini indiani. (http://jaipurliteraturefestival.org/index/)

DSC Jaipur Literature Festival 2012
Da una titubanza iniziale, tipica della “prima volta”, ma con la voglia di
allargare il palcoscenico letterario indiano, il Jaipur Literature Festival
è divenuto ormai il più grande evento dedicato alla scrittura e alla
letteratura del bacino asiatico meridionale. La parola Festival in India
richiama la divinità, la comunità di appartenenza, il clima di festa e di
allegria che fa vibrare, e quello di Jaipur incarna tutti questi
aspetti entrando nel novero delle feste tradizionali indiane. Tuttavia,
prima di essere quell’appuntamento importante che è oggi, gli inizi non
furono facili: nel 2002, Namita Gokhale (Direttore) aveva organizzato un
evento sostenuto dalla ICCR con la partecipazione di scrittori indiani che
vivevano in India e all’estero, intitolato “At Home In The World”. In
un certo senso, questo fu un prototipo grezzo di JLF. Malgrado il successo
straordinario dell’epoca, non c’erano né i fondi né il sostegno da parte
dello Stato per trasformare questo appuntamento in un incontro annuale.
Dopo i primi anni un po’ incerti, a livello di partecipazione di pubblico e
di scrittori, il 2007 vide la partecipazione di Salman Rushdie con un
ritorno di pubblico notevole. C’era ormai la sensazione che quel rendez-vous
culturale fosse pronto per intraprendere un cammino proprio.
Il Jaipur Literature Festival è ampiamente riconosciuto come il Kumbh Mela
della scrittura indiana e internazionale con un vasto pubblico dall’India e
dall’estero: momento cruciale per la diffusione della scrittura, il festival
è il catalizzatore fondamentale per la nuova comunità letteraria in Asia
meridionale, con relatori provenienti da Afghanistan, Pakistan, Nepal,
Bhutan, Bangladesh, Sri Lanka e Myanmar. Nonostante vi sia un gruppo
crescente di altri festival letterari che stanno emergendo in tutta
l’area del subcontinente, il Jaipur Literature Festival sembra
rimanere l’unico momento letterario in grado di far gravitare i più
grandi nomi internazionali e i migliori scrittori in India che scrivono e
pubblicano in lingue diverse dall’inglese.
Con le sue 22 lingue riconosciute ufficialmente, 122 lingue regionali,
quattro lingue classiche (sanscrito, tamil, kannada e telugu) migliaia di
lingue materne e innumerevoli dialetti, l’India è in uno stato costante di
continua traduzione da una lingua all’altra. Mentre la letteratura indiana
in lingua inglese è la più visibile e diffusa a livello mondiale, la
scrittura vibrante nelle varie lingue indiane non è sempre facilmente
accessibile. Scrittori del Tamil Nadu, Orissa, Bengala, Assam, Goa,
Maharashtra, Karnataka e Punjab hanno il compito e il privilegio di mostrare
la diversità linguistica di queste regioni, e il filo emozionale comune che
li lega.
Viaggiando attraverso i generi, si passa dall’arte della narrativa alla
saggistica, dal giornalismo letterario alla letteratura di viaggio.
Un appuntamento come quello di Jaipur ha in sè il compito di aiutare a
riflettere sulla natura mutevole delle parole, sulle storie comuni che si
raccontano e che si condensano. Come esprimono i responsabili
dell’evento, in un’epoca virtuale come quella odierna, non deve venir meno
la natura profondamente democratica di questo festival, che ruota attorno al
dialogo e al dibattito: “Tutti gli eventi letterari sono completamente
gratuiti, gli autori si mescolano con la folla, e non vige la prenotazione
del posto. Tutti gli ingredienti perchè la cultura sia a portata di
chiunque”.
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From/Da:http://www.megachip.info |
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Per
i giovani dei paesi europei più colpiti dalla crisi economica, l'altro emisfero
è una terra promessa piena delle opportunità che mancano in patria. E Melbourne
si trova a rivivere il boom migratorio del dopoguerra.
di Helena
Smith - guardian.co.uk.
Nel cuore di Melbourne, al portone
di un grande edificio ubicato in Lonsdale Street, da parecchi mesi bussa un
flusso ininterrotto di giovani, uomini e donne, appena sbarcati da aerei
decollati dalla Grecia. L’isolato, risalente agli anni quaranta, ospita il
quartier generale della più grande comunità greca in Australia. Uomini e donne
viaggiano e si spostano da una parte all’altra del pianeta alla ricerca di una
vita migliore, come avvenne nella corsa all’oro a cavallo del XX secolo. A
differenza dei greci di un tempo, tuttavia, i migranti odierni hanno un livello
di istruzione considerevole e diplomi di laurea nelle discipline più
impegnative.
“Sono tutti laureati, in ingegneria,
in architettura o in meccanica. Ci sono insegnanti, bancari e persone disposte a
fare qualsiasi lavoro”, dice Bill Papastergiades, presidente e rappresentante
legale della comunità. “La disperazione tra di loro è tangibile. Siamo tutti
sgomenti. Spesso arrivano con un solo bagaglio a mano. Le loro vicende personali
sono sconvolgenti e a ogni nuovo aereo che atterra ne veniamo a conoscere di
nuove”.
L’esodo è solo uno dei tanti drammi
umani in corso in Grecia. Da giugno i responsabili della comunità di Melbourne
affermano di essere stati sommersi da migliaia di lettere, email e
telefonate da greci desiderosi di partire quanto prima alla volta di un paese
che – al riparo dalle turbolenze dei mercati globali – è considerato ormai una
terra promessa.
Soltanto quest’anno 2.500 i greci si
sono trasferiti in Australia, e le autorità di Atene fanno sapere che altri
quarantamila avrebbero “manifestato interesse” a fare lo stesso. Nella capitale
greca nell’ottobre scorso si è tenuta una “fiera dei talenti” organizzata dal
governo australiano per 800 posti di lavoro: vi hanno preso parte tredicimila
candidati.
Con la prospettiva di un quinto anno
di recessione, la disoccupazione che ha toccato la cifra record del 18 per cento
e circa il 42,5 per cento dei giovani greci senza lavoro, si prevede che la fuga
di cervelli continuerà ad aumentare. L’economia australiana, per contro, nel
2012 dovrebbe crescere del 4 per cento. “C’è chi dice che non vuole che i suoi
figli crescano in un posto simile”, dice Papastergiades. “L’altro giorno ho
ricevuto una telefonata da un idraulico greco disoccupato da otto mesi: ha tre
figli da mantenere ma è così disperato che ha pensato di suicidarsi”.
Tessie Spilioti è tra quelli che si
sono già trasferiti in Australia: “Non c’è nessun posto al mondo come la Grecia:
mi manca ogni giorno, come mi mancano i miei amici”, dice Spilioti, cresciuta in
Australia prima di stabilirsi ad Atene 27 anni fa. “Ma l’Australia è un paese
dove si vive bene. È la terra dell’abbondanza e c’è la sensazione che
l’occasione giusta sia dietro l’angolo. Questo manca del tutto in Grecia: lì la
gente è impaurita, l’atmosfera è cupa, l’umore è nero e la sensazione è quella
di essere sotto assedio. Non avevo mai pensato di andarmene, ma lo stress della
sopravvivenza aumentava ogni giorno".
Secondo le previsioni con la crisi
economica in Grecia andranno perdute due generazioni. La nuova diaspora
coinvolgerà i greci più giovani e meglio istruiti, quelli che parlano più lingue
ma non sono più in grado di sopravvivere in un paese la cui economia è in caduta
libera, in parte per le rigide misure di austerity che il governo greco è stato
costretto a varare in cambio degli aiuti.
Dimenticati da Atene
Un recente studio dell’università di
Salonicco ha dimostrato che la grande maggioranza dei greci che vogliono
emigrare appartiene alle generazioni più giovani, e si dirige in paesi come
Russia, Cina e Iran. Gran parte degli intervistati non aveva neanche provato a
cercare lavoro nel proprio paese, perché non vede prospettive in un’economia che
dovrebbe stringere la cinghia per i prossimi dieci anni almeno.
In Australia l’afflusso di migranti
ha sconcertato altri greci costretti in un recente passato – negli anni
cinquanta e sessanta – a intraprendere la stessa strada a causa della povertà e
della guerra. Per anni la diaspora è stata ignorata dai governi succedutisi ad
Atene, che si sono rifiutati perfino di concedere il diritto di voto ai greci
all’estero – anche a quelli che vivono a Melbourne, che può vantare una
florida comunità greca di oltre trecentomila persone.
Veder arrivare in massa dalla madre
patria una simile ondata di giovani di talento – per altro disposti ad accettare
anche umili mestieri manuali – è stato un brusco impatto con la realtà. “La
nostra comunità è sconvolta da questa marea di sogni infranti”, dice Litsa
Georgiou, 48 anni, trasferitasi a Sydney l’anno scorso con una bimba piccola e
il marito. “Molti speravano di rientrare in Grecia, ma da quello che si sente
raccontare da chi ha intrapreso un viaggio di 22 ore di aereo per arrivare fino
a qui, è terribile anche solo immaginare che alla Grecia occorreranno oltre
dieci anni per iniziare a risollevarsi”.
Fonte: http://www.guardian.co.uk/world/2011/dec/21/fleeing-greeks-australian-gold-rush.
Traduzione per Presseurop.eu a cura
di Anna Bissanti.
Tratto da http://www.presseurop.eu/it/content/article/1320521-l-esodo-dei-greci-australia.
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From/Da: Roma (I)
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From/Da:http://www.tandfonline.com/ |
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From/Da: CREMONA (I) |
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From/Da: EL GHIBLI (I) |
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From/Da: ANIMAZIONE SOCIALE |
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From/Da: |

Anti-Gypsyism in the CoE
Member States
Written by
Secretariat | 23
November 2011
ERTF calls on the CM of the CoE to
condemn and sanction anti-Gypsyism in its member
states
Istanbul, 23 November 2011: The
European Roma and Travellers Forum at the second
meeting of the Ad hoc Committee of Experts on Roma
Issues (CAHROM) in Istanbul delivered a Statement
appealing to the Committee of Ministers of the
Council of Europe to send a clear signal to member
states to condemn racism and anti-Gypsyism. Moreover
the Committee of Ministers should urge Member States
to demonstrate political commitment to prevent
collective criminalization, introduce institutional
guarantees to combat discrimination and segregation
and take steps to significantly improve the
social-economic conditions of Roma in Europe.
Anti-Gypsyism has become an usual environment for
its manifestation in Europe, an accepted way of
thinking and reacting for large numbers of people of
all categories in our societies. In times of
economic crisis and political turmoil, societies
tend to always look for scapegoats. The Roma have
been depicted as illiterate and unwilling to
integrate, encompassing the perfect image of what is
going bad in our societies. Deprived of proper
education and excluded from the labour market, they
are branded as parasites of the same societies that
have marginalised and oppressed them for centuries.
Read more...
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From/Da: Australia |

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