Notizie / News

 


From/Da: Venezia (I)
From/Da: Valdagno VI (I)

From/Da: VICENZA (I)

Nell'ambito della campagna "L'ITALIA SONO ANCH'IO" a sostegno dei diritti di cittadinanza dei migranti e dei loro figli, il Comitato vicentino ha invitato lo scrittore e giornalista italo-senegalese PAP KHOUMA per presentare il suo libro "NOI ITALIANI NERI" (DALAI EDITORE 2010). Il libro, PROPOSTO PER LA PRIMA VOLTA NELLA NOSTRA PROVINCIA,  tocca i temi del rapporto tra nuovi cittadini ex-migranti e le difficoltà che la società di arrivo antepone per una effettiva pratica di CITTADINANZA CONDIVISA. 

Pap Khouma, di origine senegalese, vive a Milano, dove si è sempre occupato di cultura e di letteratura, attraverso numerose e svariate esperienze. Per dodici anni ha girato l'Italia, invitato da scuole di diverso ordine e grado a svolgere "lezioni" sulla storia e la cultura africana, e sui temi della multiculturalità. Per conto dei Provveditorati ha tenuto corsi di aggiornamento per insegnanti sull'integrazione. Ha partecipato come relatore a numerosi convegni nazionali e internazionali, presso le maggiori  università italiane (Milano, Roma, Bologna), sui grandi temi dell'immigrazione, della cultura e della letteratura , e nel 1998 è stato invitato a svolgere un ciclo di conferenze negli Stati Uniti. Ha lavorato come responsabile della "libreria del viaggiatore" all'interno del Megastore B612 di via Muratori a Milano, e ha partecipato alla progettazione e all'ideazione della stessa, prendendo personalmente i contatti e i successivi accordi con le maggiori case editrici nazionali. Lavora ora presso la libreria FNAC di Milano, dove si occupa in particolare del reparto libri in lingua originale. Iscritto all'Albo dei giornalisti stranieri dal 1994, per quattro anni (1991-1995) ha firmato una rubrica su "Linus", e ha collaborato con "l'Unità", "Il Diario", "Epoca", "Sette", "Metro". Ha pubblicato Io, venditore di elefanti (insieme al giornalista e scrittore Oreste Pivetta, Garzanti ed. 1990), giunto oggi all'ottava edizione, adottato da molte scuole come libro di testo, e i cui brani sono inseriti in numerose antologie scolastiche, ed è stato curatore e coautore del libro Nato in Senegal immigrato in Italia (Ambiente ed. 1994).

L'evento si svolgerà VENERDI 3 FEBBRAIO alle ore 18
presso la SALA DEGLI STUCCHI del Municipio di Vicenza (Corso Palladio 98). 
Introduce e coordina il Dott. ENIO SARTORI.


Enio Sartori, docente di Lettere presso il Liceo Sociale “Arturo Martini” di Schio, direttore di «Trickster», Rivista del Master in Studi Interculturali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Padova, è dottore di ricerca presso il Dipartimento di Italianistica della stessa Università. Si occupa delle relazioni tra lingue, territori e migrazioni, in particolare nel Nordest. Tra le sue pubblicazioni si ricorda la prosa poetica Vedi alla voce corpo (Ellemme, Roma 1989), il saggio di antropologia culturale e religiosa Alla soglia dell’alba. Il Summano e la leggenda di sant’Orso tra mito e storia (Signum, Padova 2000), l’audiolibro di poesie in dialetto vicentino Parole suonate in controcanto (Il Narratore, Padova 2002). È anche autore dei testi dell’album di Patrizia Laquidara Il canto dell’anguana (Slang Records, Brescia 2011).


Chiunque voglia non solo partecipare ma anche contribuire alla positiva riuscita dell'iniziativa, contatti il comitato all'indirizzo: l'italiasonoanchiovi@gmail.com - 377/1981414 - 334/7563705

In collaborazione con Il Comune di Vicenza


From/Da: www.presseurop.eu

Romania, bloccata la sanità privata

CORRISPONDENZE

Il governo costretto alla marcia indietro anche dall'impegno di Raed Arafat (nella foto), il medico palestinese che ha fondato il Servizio pubblico di Pronto soccorso rumeno

Articolo tratto da www.presseurop.eu

Se Raed Arafat è sempre stato popolare fra i romeni è perché essi si sentono vicini a questo palestinese originario della Siria, che ha fondato il Servizio mobile di soccorso, rianimazione ed estrazione di persone incidentate (Smurd).

Nato a Damasco nel 1964, Raed ha scoperto a 14 anni una passione per il pronto soccorso. Al liceo ha creato la prima équipe con alcuni compagni di scuola. La medicina, all'inizio una semplice passione, sarebbe ben presto diventata una professione. Suo padre voleva che facesse il Politecnico, ma Raed aveva deciso di "diventare medico o spazzino".

A 16 anni è arrivato in Romania, perché "era il paese che ha risposto più rapidamente alla mia domanda di ammissione all'università [il governo comunista di Nicolae Ceauşescu aveva organizzato un sistema che permetteva ai cittadini dei paesi arabi di studiare in Romania]. "Più tardi ho scoperto che ero stato ammesso anche in Grecia e negli Stati Uniti, ma i miei genitori non mi hanno parlato della proposta americana per paura che non tornassi più". Nel 1989, dopo aver ottenuto la sua laurea, Raed ha avuto la possibilità di andare in Francia. Ma a causa della rivoluzione scoppiata in Romania, il rilascio dei visti si è bloccato e Raed è rimasto a Bucarest.

Venti anni dopo aver fondato lo Smurd, nel 1991, Raed ritiene che in Romania il sistema di pronto soccorso sia cambiato. "Oggi i pompieri svolgono un ruolo fondamentale negli interventi urgenti. È lo stesso sistema adottato nella maggior parte dei paesi dell'Ue. I pompieri e la loro mentalità militare hanno avuto un ruolo importante nell'evoluzione del sistema romeno". La sua prima équipe di pronto soccorso utilizzava la sua auto privata. Qualche tempo dopo un'ex collega di facoltà, che esercitava in Germania, ha aiutato Raed raccogliendo fondi per comprare una vecchia ambulanza. In seguito sono arrivati i doni della Croce rossa norvegese.

Raed continua a fare i suoi turni di guardia sull'elicottero. Spesso ha sentito alle sue spalle commenti del genere: "Ecco l'arabo che è venuto a insegnarci la medicina!", ma come dice lui stesso: "Questo arabo ha imparato la medicina in Romania ed è un puro prodotto romeno!"

Il 12 gennaio Raed, che era stato nominato sottosegretario alla sanità nel 2007, si è trasformato in un "nemico della riforma sanitaria", come lo ha definito il presidente della repubblica Traian Băsescu intervenendo in una trasmissione televisiva. Raed aveva criticato la riforma del suo servizio e la privatizzazione degli ospedali pubblici. Immediatamente dopo la telefonata di Băsescu, Raed si è dimesso dalla sua carica [anche se poi è tornato sulla sua decisione ed è rientrato al ministero].

Un affare miliardario
La privatizzazione della sanità vale circa 4,5 miliardi di euro, più un miliardo e mezzo proveniente dalle assicurazioni private e dalla vendita del patrimonio pubblico. La maggior parte dei romeni teme che si arrivi a una situazione in cui le cure mediche non saranno più un obbligo per lo stato, abbandonando al loro destino le persone più povere e senza assicurazione. Altri ritengono che la privatizzazione degli ospedali e l'introduzione delle assicurazioni private darà vita a un grande mercato di cui approfitteranno gli imprenditori e i politici.

Băsescu ha finito per chiedere al governo di Emil Boc di ritirare il suo progetto di riforma sanitaria, affermando che "all'interno del sistema nessuno vuole un cambiamento. E anche all'esterno sono troppo pochi a volerlo: gli ospedali non vogliono cambiamenti, i medici di famiglia non vogliono cambiamenti, il sistema di pronto soccorso non vuole cambiamenti".

Forse Raed non è quel cavaliere senza macchia e senza paura descritto dalla stampa, ma gode della fiducia dei romeni. Al contrario di Băsescu, che preferisce affidare la sua salute a medici austriaci. Ma il vero colpo all'immagine di Băsescu viene proprio da persone che dovrebbero essergli vicine, come il suo sottosegretario.

Come sottolinea Alina Mungiu-Pippidi, presidente della Società accademica di Romania, "la riforma della sanità è stata concepita in modo antidemocratico e poco professionale. Lo stato dovrebbe promuovere le persone capaci come Raed Arafat invece di allontanarle".

Traduzione di Andrea De Ritis

From/Da:MONTECCHIO M. VI (I)
From/Da: http://temi.repubblica.it/micromega-online/gulag-america/

Gulag America

di Giuliano Santoro

Mentre state leggendo queste righe, negli Stati uniti ci sono 6 milioni di persone soggette a restrizione della libertà personale. È una cifra impressionante, che ha portato Adam Gopnick a scrivere sulle pagine dell’autorevole New Yorker che nella cosiddetta “Terra dei liberi” ci sono più detenuti “che nell’Unione sovietica dell’Arcipelago Gulag di Stalin al suo apice”. 
Così, mentre comincia la lunga campagna elettorale che ci condurrà alle presidenziali d’autunno, il settimanale liberal della Grande Mela pubblica un saggio accurato e impietoso sullo stato della carcerazione di massa negli Stati Uniti. Sullo sfondo, Obama sorride in videochat su YouTube, cercando di far dimenticare le timidezze che hanno segnato il suo primo mandato, e prova ad accreditarsi a sinistra rivendicando la necessità di “tassare di più i ricchi”. 

L’articolo del New Yorker comincia mettendo in fila alcuni termini di raffronto, per capire le dimensioni e le caratteristiche dell’America imprigionata. La detenzione di massa è cresciuta dopo gli anni Ottanta: prima del 1980, c’erano 220 detenuti ogni 100 mila americani. Il numero delle persone in cella adesso è più che triplicato: ogni 100 mila cittadini, ci sono 731 galeotti. Ogni giorno 50 mila persone, una massa di gente che farebbe il tutto esaurito allo Yankee Stadium, si svegliano in cella d’isolamento. Ogni anno 70 mila detenuti subiscono violenze sessuali. Da venti anni a questa parte, inoltre, la somma che viene investita per le carceri supera di sette volte quella che si spende nella formazione superiore. La relazione tra formazione e detenzione non è casuale: si calcola che la metà degli afroamericani che non ha un diploma in tasca prima o poi finisca in galera.

Il fattore etnico è fondamentale. I milioni di uomini e donne che popolano l’immaginaria città dei detenuti e dei controllati dalla legge, ribattezzata da Gopnick “Lockuptown”, costituiscono la seconda metropoli del paese. È una città, quella delle sbarre e delle manette, dove ancora nonostante il “presidente nero”, vige una qualche forma di apartheid. “La detenzione di massa – scrive Gopnick – ha influenza sulla società contemporanea come avveniva per la schiavitù nel 1850”. Infatti, autorevoli studi dimostrano come il sistema penitenziario americano di oggi sia la continuazione con altri mezzi (neanche tanto diversi) del regime segregazionista. 

Se gli afroamericani vengono arrestati in misura sette volte superiore ai cittadini bianchi, dunque, è perché l’America razzista non ha mai smesso di condurre la sua battaglia: travolta dal movimento per i diritti civili degli anni Sessanta e Settanta ha continuato a lavorare sotto traccia. E ad agire di concerto con il perverso sistema delle prigioni private, che producono profitti solo massimizzando il numero dei detenuti e risparmiando al massimo sul loro reinserimento. Inutile dire che le lobby della detenzione privata oliano il meccanismo diabolico che Gopnick descrive con spietata sincerità parafrasando Brecht: si tratta di “un’impresa capitalistica che si nutre dell’uomo cercando di impedire che si faccia qualcosa per impedire quella miseria”. È un modello inquietante quello della “galera for profit”, che si vorrebbe importare anche nel nostro paese, con la scusa delle “liberalizzazioni” di Monti.

Quanto agli Stati Uniti, la sintesi viene dalla giurista, laurea a Stanford e cattedra in Ohio, Michelle Alexander: “Il sistema di incarcerazione di massa afroamericano lavora per incatenare gli afroamericani in gabbie reali e virtuali”. Insomma, sarebbe ora che Obama si scrolli davvero di dosso quella che Paul Krugman tempo fa ha definito efficacemente la “sindrome di Anzio”: dopo essere sbarcato, non dovrebbe indugiare sul bagnasciuga.

From/Da: http://nawaat.org

Tunis: Conférence sur les migrations en méditerranée

Vendredi 13 janvier 2012

Conférence sur l’immigration à l’Institut de Recherche sur le Maghreb Contemporain (IRMC)

Une conférence universitaire pour présenter un ouvrage collectif sur les migrations en méditerranée ? A priori pas l’évènement le plus palpitant auquel assister un 13 janvier 2012, près d’un an après la révolution tunisienne. En arrivant à l’IRMC on se retrouve avec quelques étudiants et universitaires qui attendent calmement l’arrivée des conférenciers, bien loin de l’agitation du centre-ville et pour une soirée-débat quasiment à huit-clos.


L’ouvrage présenté: Migrations Critiques, un ensemble d’articles de sociologues et d’historiens issus des pays riverains de la Mare Nostrum: des contributions d’universitaires espagnols, italiens, français, tunisiens, etc…L’ensemble a été dirigé par le professeur Salvatore Palidda de l’université de Gênes. Reflet des discussions qui vont se tenir durant la soirée, le plan de l’ouvrage est sans concessions et divisé en trois parties:

1-la racialisation des problématiques liées à l’immigration (à travers les discours publiques sur les cultures d’immigration)
2-la critique des politiques néo-libérales
3-la criminalisation de l’immigrant dans le discours public.

Le directeur de l’ouvrage, Salvatore Palidda, commence rapidement à résumer les principales problématiques abordées par l’ouvrage et son intervention se transforme rapidement en une dénonciation générale à l’adresse de l’Europe et des européens. Critique d’une politique européenne commune qui ne verrait l’immigration que comme une menace pour le Vieux Continent au même titre que la grande piraterie ou les pandémies globales, démystification des discours humanitaires censés justifier la lutte contre l’immigration illégale au nom du combat contre la traite des êtres humains, condamnation de la tendance générale à classer les populations sur la base de leurs origines: en quelques minutes l’orateur en revient à ce vieux problème du regard que tout à chacun porte sur autrui et à dixit “cette façon de classer l’autre ; la manière et la pratique de classer l’autre”.

Silvia Finzi, professeur de civilisation italienne à la Faculté de la Manouba à Tunis et qui prend la parole à la suite de Salvatore, ira plus loin: “on a voulu faire de l’immigré une catégorie” dira-t-elle en citant la contribution d’un universitaire espagnol. Or, “si migrer, c’est aller d’un endroit à un autre, du moment où j’arrive quelque part, je cesse d’être un migrant”. Et pourtant ça n’est pas ce que l’on a observé “des deux côtés de la méditerranée”, souligne-t-elle, faisant référence à la fois à la stigmatisation de communautés de migrants de 2e, 3e et parfois 4e génération au Nord et à ses travaux sur l’histoire de la communauté italienne en Tunisie. Pour quelles raisons ?

Principalement en raison du processus de création des identités nationales: définir l’autre, éventuellement le connoter, voir le stigmatiser, répondrait à notre “anxiété identitaire”. On soupire un peu, car la montée des “néo-conservatismes au Nord comme au Sud” (expression d’un autre intervenant) ou plus simplement la réaffirmation des identités nationales, n’incitent pas à croire achevées ces constructions identitaires exclusives et souvent meurtrières. On pense à l’Art français de la Guerre, le livre d’Alexis Jenni, qui consacre des pages à cette façon de classer l’autre pour y répondre par une question: “Comment supporterais-je cet encombrement qu’est l’autre si le désir que j’ai de lui ne me fait tout lui pardonner”.

En rester là, perché sur une mince Tour d’Ivoire d’amour universel et de solidarité fraternelle ne serait cependant pas vraiment satisfaisant. Heureusement et malgré la réticence de nos chercheurs à “donner des solutions” on peut retenir quelques constats percutants que je me permets ici de commenter à l’aide d’autres lectures:

- L’émergence de ce que Salvatore Palidda nomme un “racisme démocratique”: c’est à dire d’un discours politique qui, au nom de la défense de la démocratie, comporte de plus en plus d’éléments racistes à l’encontre des immigrés ou simplement des marginaux. “Détruire la démocratie au motif de la défendre”: là on ne peut que s’inquiéter avec Salvatore Palidda de ce phénomène inquiétant et qui dépasse la seule problématique de l’immigration. Il faut en effet lire l’excellent article publié par Mireille Delmas-Marty dans la revue Esprit pour comprendre que la philosophie de toutes les grandes réformes du système pénal depuis dix ans, sous couvert d’améliorer l’efficacité du travail des forces de l’ordre et de répondre aux besoins de sécurité des citoyens, restreint peu à peu l’exercice de nos libertés et atteint directement les mécanismes protecteurs du droit à un procès équitable.

- L’absence de données et de statistiques publiques réellement impartiales à la fois sur l’immigration illégale et sur la délinquance qui lui est souvent explicitement attribuée. Nous disposons rarement de données de long terme et du point de vue des victimes directes, c’est à dire, dans le cas de l’immigration illégale, des clandestins eux-mêmes. En revanche l’action répressive s’est concentrée depuis une dizaine d’années sur deux types d’activités illicites : les infractions à la législation sur les stupéfiants et … les étrangers en situation irrégulière («Mesurer la délinquance»: ouvrage de Philippe Robert et de Renée Zauberman)! Nous sommes donc abreuvés de statistiques d’expulsions qui font complètement abstraction du vécu des individus expulsés comme des conséquences à long-terme de cette politique (conditions du retour des clandestins expulsés et éventuellement nouvelles tentatives d’immigration, coût pour l’Etat français des expulsions régulières, etc).

Or, comme le souligne Pierre-Yves Geoffard, professeur à l’Ecole d’Economie de Paris et directeur d’études à l’EHESS (cf. Peut-on légiférer contre la bêtise ?), cette partialité des données publiques s’explique en partie par les indicateurs de performance auxquels sont soumis dans l’exercice de leur métiers les forces de l’ordre. Ces indicateurs sont d’après-lui “stupidement obnubilés par le taux d’élucidation” : il est en effet plus facile de remplir ces objectifs en constatant une infraction à la législation sur les stupéfiants ou en arrêtant un immigré en situation irrégulière “puisqu’au contraire d’un cambriolage ou d’un homicide, le constat d’un tel délit identifie ipso facto son auteur”.
Les indicateurs que nos administrations se donnent pour évaluer le travail de nos forces de l’ordre sont donc tronqués car ils incitent les policiers à « faire du chiffre » au détriment d’autres priorités.

Que faire pour répondre à ces deux problèmes ?
Les conférenciers se sont bien gardés de donner des réponses, refusant d’assimiler le travail de recherche en science sociale à un travail en conseil des politiques. Changer les indicateurs de performance des policiers en France? Sûrement une bonne étape mais il ne faut pas se leurrer: chaque nouvel indicateur créé ne sera que l’illustration du changement de politique et continuera à permettra au pouvoir en place de brandir des chiffres favorable à son action (même si cette dernière pourra être plus positive). Il faut donc diversifier les sources d’informations et pour cela, selon Pierre-Yves Geoffard, favoriser l’accès des chercheurs aux données sources, et allouer des budgets suffisants à la conduite d’enquêtes sur la population générale et les victimes!

Et pour l’immigration plus spécifiquement?
Silvia Finzi rappele qu’«une terre est libre que si l’on peut y circuler » : le droit à la mobilité est fondée sur une aspiration humaine essentielle et l’Europe doit réaffirmer son attachement à la libre circulation des personnes qui fait partie intégrante de son corpus de valeurs et qui figure dans la Chartedes Droits Fondamentaux. Et comme il faut se rappeler qu’une liberté formelle n’a de sens que si elle est réelle pour le citoyen, il faudra veiller à favoriser la mobilité pour tous, au Nord comme au Sud.

Finalement: c’est pas une si mauvaise façon d’occuper son vendredi 13 que d’aller à une conférence à l’IRMC!

 

From/Da: www.meltingpot.org

La crisi non ferma l’assunzione delle badanti. In 10 anni stranieri quintuplicati

Straniera, 41 anni, 28 ore di lavoro alla settimana, guadagno annuo di 5.828 € è l’identikit della badante. Roma, Milano e Torino in testa alla classifica per numero di badanti

La richiesta di badanti non si ferma neppure di fronte alla crisi: dal 2001 il numero di lavoratori domestici stranieri è quintuplicato raggiungendo quota 711mila. Nelle casse dell’Inps sono stati versati nel 2010 700milioni di €, pari a 985 €, a persona a fronte di un guadagno medio annuo di 5.828 €. Identikit della badante? Donna, straniera, di 41 anni, proveniente dall’Est Europa, che lavora per 28 ore la settimana dichiarandone 33. Questi alcuni risultati di una ricerca realizzata dalla Fondazione Leone Moressa (www.fondazioneleonemoressa.org) che ha analizzato gli ultimi dati Inps sui lavoratori domestici iscritti all’istituto previdenziale.

Quanti sono e quanto contribuiscono. In Italia si contano nel 2010 oltre 871mila lavoratori domestici regolarmente iscritti all’Inps. Di questi il 81,5% è straniero (710mila unità), e tra questi il 71,8% proviene da paesi extracomunitari. Dal 2001 al 2010 a crescere sono stati gli stranieri: in dieci anni il loro numero si è quasi quintuplicato (+408,3%), mentre per gli italiani si tratta appena del +23,7%. Complessivamente i lavoratori domestici versano nelle casse dell’Inps 834 milioni di € in contributi, di cui l’83,9% da colf e badanti di origine straniera (699 milioni di €). Nell’ultimo periodo (2001-2010) la crescita dei contributi versati è stata del +274,8%, ma se si osserva la parte riservata agli immigrati si tratta del +487,6% (quindi quasi sei volte). Se si rapporta il valore dei contributi versati e il numero di lavoratori domestici, si calcola un contributo medio annuo procapite che ammonta a 957€. Ma se gli italiani versano 834€, per gli stranieri si tratta di 985€, di cui 1.000€ per i lavoratori extracomunitari e 946€ per i comunitari.

L’identikit del lavoratore domestico. Le colf e le badanti sono per la stragrande maggioranza donne, sia per i lavoratori italiani che per quelli stranieri. Le italiane hanno mediamente 46 anni, lavorano per 20 ore la settimane e dichiarano 36 settimane lavorative all’anno. Ricevono una retribuzione media annua di 4.805 € e versano nelle casse dell’Inps 834 € a testa. Le lavoratrici domestiche straniere sono più giovani delle italiane (in media hanno 41 anni, 43 per le comunitarie), lavorano per 28 ore settimanali (quindi 8 ore in più delle italiane) e dichiarano 33 settimane lavorative all’anno (ma per le extracomunitarie si tratta di 34 settimane). Ricevono una retribuzione annua media di 5.828 €, un po’ più elevata per le donne extracomunitarie (1.000€) che per quelle comunitarie (946€). Più della metà delle lavoratrici domestiche straniere proviene dall’Est Europa (57,3%), il 20,5% dal continente asiatico. La rimanente parte si suddivide tra Sud America (10,8%) e Africa (9,4%).

La diffusione nelle province. Roma, Milano e Torino sono le prime tre province italiane per numero di badanti: la capitale, con i suoi 104mila iscritti all’Inps, raccoglie il 14,7% del totale delle badanti italiane, Milano l’11,5% e Torino il 4,4%. Sebbene in tutte le aree la presenza straniera sia molto forte, le province settentrionali mostrano un’incidenza di poco superiore rispetto alle aree meridionali. Unica eccezione è la Sardegna dove generalmente le badanti e le colf sono per la maggior parte italiane. Se si rapporta invece il numero di lavoratori domestici sul totale degli anziani over 75 si osserva come Roma e Milano si distinguono ancora una volta dalle altre province: su mille persone di quell’età si contano nella capitale 259 badanti e nel capoluogo lombardo 209, quando a livello nazionale la quota è di appena 116.

La richiesta di manodopera straniera per la cura della persona e della casa, affermano i ricercatori della Fondazione Leone Moressa, non ha conosciuto crisi. Il progressivo invecchiamento della popolazione, la maggiore presenza delle donne nel mercato del lavoro e la scarsità di servizi assistenziali pubblici spinge molte famiglie ad affidare a terzi la gestione dei propri anziani (e in alcuni casi anche della casa). I dati presentati non descrivono in realtà tutto il fenomeno, dal momento che molte badanti che lavorano nel nostro paese lo fanno in nero. E non è da escludere che molte famiglie, sebbene si avvalgano di manodopera regolare, non dichiarino tutte le ore effettivamente lavorate dalle badanti. Accanto alle procedure di emersione (tramite regolarizzazioni o sanatorie), la politica migratoria dovrebbe riconoscere a questo lavoro una vera e propria professionalità e incentivare le famiglie alle assunzioni regolari tramite agevolazioni fiscali dato il grosso peso economico che occorre sostenere.

- Le tabelle allegate

Fondazione Leone Moressa

From/Da: Montecchio M. VI (I)
From/Da: Pantarei MI (I)

VITA DA DONNE

GRUPPO AL FEMMINILE DI SVILUPPO PERSONALE

 

“Mi capita questa cosa, che io le storie non me le so inventare di sana pianta: ho bisogno di una spinta di verità” A. Camilleri

 

Vogliamo farvi una proposta al femminile in cui parlare di voi, tra donne, sulla vostra  esperienza di femminilità e non solo, perché ci sembra che, con “..una spinta di verità…”, possiamo dar voce a tante storie ricche di inventiva, di soluzioni, di novità.

Con l’aiuto della letteratura, della Cinematografia, del disegno e vostro costruiremo un luogo di riflessione su noi stesse e sulle nostre modalità relazionali, PER CREARE NUOVE CONNESSIONI, PER CONFRONTARE DIVERSE IDEE E POSSIBILITÀ.

 

Il gruppo di sviluppo personale  prevede la partecipazione a tutti e 10 gli incontri.

Calendario: 23/2-8/3- 22/3-5/4-19/4-3/5-17/5-31/5-14/6-28/6

Sarà condotto dalle dott.sse Gandini e Bertonati.

Il costo è di 40 euro a incontro.

PER INFORMAZIONI E ISCRIZIONI: SEGRETERIA 02 29523799

 

Dovrete portare voi stesse, la vostra curiosità e ricchezza, il resto verrà da sé.

Per informazioni e iscrizioni:

segreteria@centropantarei.it
tel.02 29523799


From/Da: www.meltingpot.org 
Promosso dal Progetto Melting Pot Europa con il patrocinio dell'Ordine degli Avvocati di Padova

dal 3 febbraio al 9 marzo presso il Palazzo di Giustizia di Padova, Aula Bettiol

La giurisprudenza e le prassi intervenute a seguito del recepimento della normativa europea nell'ordinamento italiano nel corso del 2008, insieme agli interventi adottati per rispondere alla cosiddetta "emergenza Nordafrica", propongono la necessità di ridisegnare, aggiornare e diffondere, in seno ad avvocati, operatori del terzo settore e della Pubblica Amministrazione, competenze relative al quadro di riferimento normativo e giurisprudenziale in materia di protezione internazionale.

Il Progetto Melting Pot Europa, dal 1996 attivo nel campo dell'informazione, della comunicazione e della formazione in materia di immigrazione ed asilo, propone questo ambizioso percorso formativo a favore di avvocati ed operatori del settore.

Il corso di formazione si articolerà in 6 lezioni che si terranno con cadenza settimanale a cura di esperti del settore tra i più qualificati nel panorama nazionale.

PROGRAMMA E RELATORI:
Venerdì 3 febbraio 2012, ore 15.00
1. Quadro normativo di riferimento
Relatore: Avv. Livio Neri, Foro di Milano
La normativa internazionale, il Regolamento Dublino, il decreto qualifiche. Un quadro normativo di riferimento in materia di riconoscimento della protezione internazionale

Venerdì 10 febbraio 2012, ore 15.00
2. Le procedure per il riconoscimento della protezione internazionale
Relatore: Avv. Paolo Cognini, Foro di Ancona
Dall'ingresso in Italia alla decisione delle commissioni territoriali competenti. Procedure e prassi

Venerdì 17 febbraio 2012, ore 15.00
3. Il Ricorso avverso il diniego della commissione
Relatore: Avv. Salvatore Fachile, Foro di Roma
Il ricorso avverso la decisione negativa della Commissione territoriale competente. Aspetti procedurali e giurisprudenza

Venerdì 24 febbraio 2012, ore 15.00
4. Lo status di titolare della protezione internazionale
Relatore: Avv. Marco Paggi, Foro di Padova
I diritti dei titolari dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria, del permesso per motivi umanitari. L'iscrizione anagrafica, l'assistenza sanitaria, il lavoro, l'unità familiare, le prestazioni di previdenza sociale

Venerdì 2 marzo 2012, ore 15.00
5. L'accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati
Relatrice: Dott.ssa Daniela Di Capua, Direttrice del Servizio Centrale
Lo SPRAR, il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati in Italia. I diritti dei beneficiari, gli standard di accoglienza, le problematiche connesse agli status giuridici.

Venerdì 9 marzo 2012, ore 15.00
6. Emergenza Nord Africa: tra prassi illegittime e accoglienza differenziata
Relatore: Prof. Fulvio Vassallo Paleologo, Università di Palermo
La normativa di emergenza, i respingimenti differiti e i trattenimenti illegittimi. Prassi e giurisprudenza. L'accoglienza differenziata dei richiedenti asilo.

CREDITI FORMATIVI
3 crediti formativi per ogni lezione

SEDE DELLE LEZIONI
Aula Bettiol, Palazzo di Giustizia Padova
Via N. Tommaseo n. 55* (Zona Fiera - Stazione F.S.)

MODALITA' DI ISCRIZIONE
Per effettuare l'iscrizione al corso di formazione saranno necessarie queste due operazioni:
1) Inviare il modulo di richiesta per verificare la disponibilità di posti (che verrà comunicata via mail)
2) Una volta verificata la disponibilità, procedere all'invio della ricevuta di versamento della quota per perfezionare l'iscrizione (che verrà comunicata via mail)

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121 euro (Iva inclusa)
60,5 euro per praticanti avvocati e studenti (posti limitati)
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MODALITA' DI PAGAMENTO
Bonifico su c/c bancario
Banca Popolare Etica
EU IBAN: IT50T0501812101000000134453
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Progetto Melting Pot Europa
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Fax 049 664589

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Crisi dell’euro

Il flusso si inverte

A proposito dei fenomeni migratori innescati dalla crisi, il Guardian scrive che  

fin dalla sua concezione, l'Unione europea ha rappresentato un paradiso per chi cercava rifugio dalla guerra, dalla persecuzione e dalla povertà in altre parti del mondo. Tuttavia, mentre l'Ue affronta quella che Angela Merkel ha definito il momento più difficile dopo la Seconda guerra mondiale, le cose sembrano irrimediabilmente cambiate. Un nuovo flusso di migranti sta abbandonando il continente, e minaccia di diventare una marea inarrestabile se la crisi del debito continuerà a stritolare l'Europa.  

I paesi più colpiti dal fenomeno sono Irlanda, Grecia e Portogallo, che negli ultimi due anni sono stati soggetti al bailout Ue-Fmi e a durissimi provvedimenti di austerity.

In Irlanda, dove il 14,5 per cento della popolazione non ha un lavoro, l'emigrazione è aumentata stabilmente dal 2008, anno del crollo della Lehman Brothers e dell'esplosione della bolla immobiliare. Secondo l'ufficio centrale di statistica, tra l'aprile 2010 e l'aprile 2012 40.200 irlandesi hanno abbandonato il paese, 12.500 in più rispetto all'anno precedente.  

I portoghesi hanno scelto di partire per le ex colonie: almeno in diecimila si sono stabiliti in Angola e molti altri hanno scelto Mozambico e Brasile. Secondo le stime del governo brasiliano il numero di portoghesi residenti nel paese è passato da 276mila nel 2010 a 330mila.

 

From/Da:http://awaraghi.blogspot.com

Il grido di Dayamani

Come la festa annuale di Internazionale che si tiene a Ferrara, la rivista indiana Tehelka aveva organizzato la sua festa a Goa. Questa festa si chiama “Think-fest” o “il festival del penisero”. Alcuni amici che erano andati al festival mi avevano detto che è stata un’esperienza indimenticabile.

Qualche anno fa durante un festival letterario a Torino, avevo conosciuto Tarun Tejpal, il fondatore e l’editore iconico di Tehleka. La sua rivista è riconosciuta per i suoi reportage coraggiosi e contro correnti. Oltre a dirigere la rivista, Tarun Tejpal è anche uno scrittore. Tra i suoi libri vorrei segnalare, “La storia dei miei assassini”. Tehleka è stato attaccato più volte dai governi indiani, sia quelli del congresso che quelli del BJP, e dalle grandi industrie, ma nonostante tutto riesce a andare avanti.

Gli interventi del Think-fest di Tahelka si possono guardare al sito della rivista. Se non avete problemi con l’inglese, vi consiglio di vedere questi video. Per esempio, guardate il video di Maajid Nawaz, l’ex-estremista islamico diventato l’anti-estremista. Lui è inglese di origine pakistana. Ho trovato il suo intervento molto interessante.

Invece vi voglio parlare di un altro intervento di questo festival, quello di Dayamani Barla. Dayamani, conosciuta anche come “Dayamani didi” (sorella maggiore Dayamani) è un giornalista di origine indigena e appartiene alla tribù di Munda.

Dayamani Barla, rights of indigenous people in India


Dayamani è cresciuta in mezzo all’emarginazione che i poveri e gli indigeni spesso subiscono in nome del progresso in tutto il mondo. Ha dovuto dormire per terra nella stazione di Ranchi quando era bambina, e ha lavorato come domestica mentre era uno studente, ma nonostante tutto è riuscita a completare il corso di giornalista e ora lavora presso il quotidiano in hindi, Prabhat Khabar, nello stato di Jharkhand in India.

Dayamani sta lottando da diversi anni per i diritti dei gruppi indigeni contro le grandi industrie e contro i politici di Jharkhand. Aveva vinto la causa contro la multi nazionale di acciaio Areclor, proprietà del magnate Mittal, la quale voleva costruire un’impianto per la produzione di acciaio nello stato di Jharkhand. Questa lotta, collegata alle immagini del film Avatar, aveva ricevuto anche molta attenzione internazionale.

Al Think-fest di Tehelka, Dayamani ha parlato in hindi. Penso che l’intervento di Dayamani merita di essere conosciuto molto di più. Per questo motivo ho pensato di tradurre alcuni tratti di questo intervento dall’hindi all’italiano. Invece se potete capire hindi, vi consiglio di non perdere questo suo intervento al sito di Tehelka, perché ascoltare la voce di Dayamani è un’esperienza forte.
"Prima di tutto da parte dei popoli indigeni dello stato di Jharkhand, dell’India e del mondo, vi porto il mio saluto. La società indigena cosa pensa dell’acqua, delle foreste, dei fiumi, delle montagne e dell’ambiente, penso che non solo in India ma in tutto il mondo vi è un grande bisogno di capirlo.
Se voi guardate la storia del mondo, i popoli indigeni hanno sempre scelto di vivere dove vi sono le foreste, i fiumi e le montagne. Per la società indigena, l’acqua che scorre nel fiume, gli uccellini che cantano nel cielo, i raggi del sole, il verde della foresta, tutta l’erba della terra insieme ai fiori e ai frutti, sono tutt’uno con la sua lingua, con la sua cultura, con i suoi valori culturali e sociali, e con la sua storia. La storia del mondo lo dimostra...
Amici miei, la relazione tra il popolo indigeno e la foresta è quella di un figlio con sua madre. L’anno ha 12 mesi e 4 stagioni. In ogni stagione la foresta ci offre frutti, radici, verdure. Nostra lingua, nostra cultura e nostra storia sono intrecciate con la foresta. Per gli altri la foresta è solo un insieme di alberi, la terra è solo un pezzo di terra, l’acqua è qualcosa che si compra in bottiglie, tutto è da vendere e da comprare. Ma non per noi. Per noi l’acqua e la foresta sono i nostri diritti comunitari, sono la nostra eredità e non sono la nostra proprietà. Non li possiamo vendere..
Dayamani Barla, rights of indigenous people in India
Ci dicono che ci ricompenseranno, ci daranno soldi per il fiume, soldi per la terra. Ma chi di voi ha mai venduto la sua madre per i soldi? Noi popoli indigeni diciamo che non esiste un ricompenso che può pagarci il valore della nostra lingua, della nostra cultura, e della nostra storia. Quanto ricompenso mi potrete dare? Potrete pagare il valore dell’acqua pulita? Potrete pagare il valore della storia? Non si può pagare il valore di queste cose.
Ci dicono che senza l’industrializzazione non vi sarà lo sviluppo. Noi chiediamo soltanto lo sviluppo sostenibile, uno sviluppo equilibrato. Da una parte l’agricultura deve sviluppare, dall’altra parte il fiume deve sviluppare, e dall’altra ancora, i valori umani devono sviluppare. Solo se i valori sociali e la nostra storia possono sviluppare allora avremmo lo sviluppo sostenibile. Senza lo sviluppo dell’agricultura e dell’ambiente, non è possibile nessun sviluppo...
India è diventata indipendente 65 anni fa. Subito dopo hanno cominciato a costruire grandi industrie nello nostro stato. Le industrie di SCC, Tata, Bokaro, ecc. Hanno sradicato 10 milioni di persone dalle loro terre per queste industrie, delle quali 80% erano persone indigene. Dove sono andate a finire quelle persone che hanno perso le loro terre? Il governo, la stampa, e gli assistenti sociali, non ti sanno dire, quanti sono e dove sono. Io ve lo posso dire dove sono andate a finire quelle persone e come vivono. Muoiono di stenti. I bambini di quelli che hanno perso le case per costruire gli impianti di Bokaro, SCC, Tata e Birla, muoiono di stenti. Per l’impianto di Bokaro hanno preso la terra di 65 villaggi e quella zona industriale riceve tutta l’acqua, ma quelli che sono stati cacciati via dalle loro terre, muoiono senza acqua, muoiono senza medicine. Non hanno lavoro, non hanno un tetto sulla testa, non hanno da mangiare, i loro figli non vanno a scuola. E’ questo lo sviluppo? Non vi daremmo le nostre terre. Mai più. Vogliamo la giustizia.
Ci chiedete come avremmo lo sviluppo? Venite a vedere le terre dove sono state create le grandi industrie, dove hanno scavato le miniere. Il distretto di Hazaribad, la zona di Bokaro. Centinaia di migliaia di ettari di terra sono diventati sterili. Tutti i nostri fiumi sono inquinati. Il fiume Damodar di Bokaro, una volta la chiamavano Jeevanrekha, la linea della vita, è tutta inquinata. Animali non possono bere la sua acqua, non puoi usare quell’acqua per agricoltura. Così sono morti tutti i nostri fiumi. Ci parlate dello sviluppo. Avete la scienza e la tecnologia, perché non fatte che le nostre terre tornano ad essere fertili? Perché non risuscitate i nostri fiumi. Quello si che sarebbe sviluppo. Quelli che hanno perso le loro terre e che girano nei villaggi come i manovali, quelli che vivono come schiavi per tutte le loro vite, riabilitate loro. Date a loro un tetto per ripararsi, date la scuola ai loro figli affinché possono diventare ingegneri, quello si che sarebbe sviluppo.
Non voglio parlare soltanto di Arcelor e di Mittal. Negli ultimi 10 anni, il governo dello stato di Jharkhand ha firmato 104 accordi con le grandi industrie. Di queste 98 industrie vogliono scavare le miniere e costruire gli impianti di acciaio. Hanno bisogno di scavare ferro dalla terra, hanno bisogno di acqua e di elettricità per funzionare. Soltanto Arcelor vuole 12.000 ettari per l’impianto di acciaio e ha bisogno di altre terre per le sue miniere. Se le 104 industrie si costruiranno nello nostro stato, a nessun agricoltore e a nessun indigeno di Jharkhand resterà un centimetro di terrà da coltivare o di foresta. Non avremmo acqua da bere. Siamo contrari a questo sviluppo.
Questa lotta, non lo facciamo per noi, ma pensiamo alle nostre generazioni future. Dicono che Jharkhand è ricca di risorse minerali. Per questo devono distruggere il tutto il prima possibile? Le generazioni future non avranno bisogno di terra, di foresta e d’acqua? Perché non parlano mai di sviluppo umano?
Tutte le grandi industrie vogliono portare via la terra degli indigeni e non smetterò di lottare contro questo. Mi hanno minacciato che se non smetterò di fare le riunioni nei villaggi per parlare contro le industrie, mi spareranno tanti di quei colpi che nessuno saprà riconoscere il mio corpo. Vi sfido a farlo. Se la morte di una donna può salvare Jharkhand, sono pronta a prendere centomila pallottole nel mio corpo. Resisterò fino al mio ultimo respiro."
Le minacce dei padroni delle miniere non sono vuote. Solo alcuni giorni fa, avevo letto la notizia che hanno ucciso suor Valsa John, una suora che aveva deciso di andare a vivere in mezzo ai gruppi indigeni per lottare contro la costruzione di nuove miniere. La chiesa ufficiale non si è sbilanciata molto per condannare l’uccisione di Sr Valsa perché era vista come una suora contro corrente e scomoda.

Questi stessi meccanismi sono dietro all’espansione del maoismo nelle zone tribali, definiti dal primo ministro indiano come la più grave minaccia alla sicurezza dell’India. Ma se non daranno le risposte alle domande di Dayamani come pensanno di sconfiggere il maoismo?
From/Da:Taylor & Francis Online

Postcolonial Studies, Vol. 14, No. 4, 01 Dec 2011 is now available online on Taylor & Francis Online.
This new issue contains the following articles:

Miscellany
Notes on Contributors

Pages: 349-350
DOI: 10.1080/13688790.2011.643462

Introduction
Introduction: differences and analogies
Vanita Seth & Christopher Connery
Pages: 351-353
DOI: 10.1080/13688790.2011.641910

Articles
Notes on the postmodernity of fake(?) Aboriginal literature
Patrick Brantlinger
Pages: 355-371
DOI: 10.1080/13688790.2011.641911

History as project and source in Achebe's Things Fall Apart
Emad Mirmotahari
Pages: 373-385
DOI: 10.1080/13688790.2011.641912

Rethinking the subaltern and the question of censorship in Gramsci's Prison Notebooks
Marcus E Green
Pages: 387-404
DOI: 10.1080/13688790.2011.641913

The uniqueness of the Brazilian case: a challenge for Postcolonial Studies
Heloisa Toller Gomes
Pages: 405-413
DOI: 10.1080/13688790.2011.641914

Nobel Peace Prize winner Liu Xiaobo and David Cameron's poppy
Gregory B Lee
Pages: 415-428
DOI: 10.1080/13688790.2011.641915

‘A desideratum more sublime’: imperialism's expansive vision and Lambton's Trigonometrical Survey of India
Nilanjana Mukherjee
Pages: 429-447
DOI: 10.1080/13688790.2011.641916

Miscellany
Editorial Board

Pages: ebi-ebi
DOI: 10.1080/13688790.2011.647619

From/Da: Australia

Survival 2012

40 Years of the Aboriginal Tent Embassy
Sacred Fire Ceremonial Gathering
Thursday 26 January 2012
Old Parliament House lawns, Canberra
Come to support the Ceremonial gathering, the commemoration of 40 years of struggle and the discussions on Sovereignty. Always was always will be Aboriginal Land. Read more here. 
More on Treaty here. Bahasa Indonesia background here.

Tunnerminnerwait and Maulboyheenner - Freedom fighters commemoration
Friday 20 January 2012 at 12 noon
RMIT Entrance, Corner Bowen & Franklin Streets, Melbourne

Tunnerminnerwait and Maulboyheenner conducted a campaign of resistance to European settlement in 1841 around Western Port and South Gippsland. Read more here


From/Da: Buenos Aires Argentina

“Curso de Especialización en Psicoterapia”

(Herramientas de Intervención Sistémicas-Cognitivas-Conductuales)

Coordina: Prof. Martín Wainstein y equipo docente

(UBA, UP, USAL, UBACyT, UNL)

Técnicas conductuales, cognitivas y sistémicas

Formato semanal:

Inicia 17/04/2012

Días martes de 19 a 21 horas

Formato intensivo:

21 y 22 Abril -16 y 18 Junio –18 y 19  Agosto-27 y28 Octubre- 1 y 2 Diciembre.

(5 módulos de 12 horas cátedra cada uno, un total de 60 horas)

Días y horarios de cursada: viernes de 9 a 17 horas

y sábados de 9 a 13 horas

Arancel: 10 cuotas de $ 350 (Sujeto a modificaciones)

Prácticas

Todos nuestros cursos incluyen un programa de actividades de observación de tratamiento en cámara Gesell; atención de pacientes por parte del alumno en forma individual o  en cooterapía con terapeutas expertos y para aquellos que ya están trabajando , ofrecemos supervisiones  de casos propios o de los vistos durante las prácticas.(*)

*Duración mínima de tres meses. Se abonan en forma independiente al pago del curso.

* En caso de actualizaciones por inflación se avisará con suficiente anticipación

Accede a nuestras promociones especiales inscribiéndote antes del 16 de Diciembre  

INSCRIBITE  RÁPIDA Y  FÁCILMENTE DESDE NUESTRA WEB!!!! 

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Fundación Instituto Gregory Bateson- Güemes 3524 1º- Capital Federal-

Tel: 4828-0456

 info@fundacionbateson.com.ar

VII Congreso  Panamericano  de Terapia Sistémica

IX Congreso ASIBA

“La integración de modelos en psicoterapia “

Buenos Aires: 19, 20,21 de  Abril  2012.

w.w.w.asociacionsistemica.com.ar



From/Da:http://www.indika.it

JAIPUR E IL SUO FESTIVAL LETTERARIO

DSC Jaipur Literature Festival è il più grande festival letterario in Asia meridionale, e la celebrazione più prestigiosa della letteratura nazionale e internazionale che si tiene in India. Alla sua quinta edizione, questo festival è ora considerato come il Kumbh Mela della scrittura indiana e internazionale.

Jaipur, Rajasthan. Si è aperto oggi  e durerà fino al 24 gennaio il Festival Letterario di Jaipur, evento culturale divenuto, per importanza e grandezza, un appuntamento annuale di grande prestigio per la diffusione della letteratura dell’Asia meridionale dentro e fuori i confini indiani. (http://jaipurliteraturefestival.org/index/)

DSC Jaipur Literature Festival 2012

Da una titubanza iniziale, tipica della “prima volta”, ma con la voglia di allargare il palcoscenico letterario indiano, il Jaipur Literature Festival è divenuto ormai il più grande evento dedicato alla scrittura e alla letteratura del bacino asiatico meridionale. La parola Festival in India richiama la divinità, la comunità di appartenenza, il clima di festa e di allegria che fa vibrare,  e quello di Jaipur incarna tutti questi aspetti entrando nel novero delle feste tradizionali indiane. Tuttavia, prima di essere quell’appuntamento importante che è oggi, gli inizi non furono facili: nel 2002, Namita Gokhale (Direttore) aveva organizzato un evento sostenuto dalla ICCR con la partecipazione di scrittori indiani che vivevano in India e all’estero, intitolato  “At Home In The World”. In un certo senso, questo fu un prototipo grezzo di JLF. Malgrado il successo straordinario dell’epoca, non c’erano né i fondi né il sostegno da parte dello Stato per trasformare questo appuntamento in un incontro annuale.  Dopo i primi anni un po’ incerti, a livello di partecipazione di pubblico e di scrittori, il 2007  vide la partecipazione di Salman Rushdie con un ritorno di pubblico notevole. C’era ormai la sensazione che quel rendez-vous culturale fosse pronto per intraprendere  un cammino proprio.

Il Jaipur Literature Festival è ampiamente riconosciuto come il Kumbh Mela della scrittura indiana e internazionale con un vasto pubblico dall’India e dall’estero: momento cruciale per la diffusione della scrittura, il festival è il catalizzatore fondamentale per la nuova comunità letteraria in Asia meridionale, con relatori provenienti da Afghanistan, Pakistan, Nepal, Bhutan, Bangladesh, Sri Lanka e Myanmar. Nonostante vi sia un gruppo crescente di altri festival letterari che stanno emergendo  in tutta l’area del subcontinente, il Jaipur Literature Festival  sembra rimanere l’unico momento letterario in grado di far gravitare  i più grandi nomi internazionali e i migliori scrittori in India che scrivono e pubblicano in lingue diverse dall’inglese.
Con le sue 22 lingue riconosciute ufficialmente, 122 lingue regionali, quattro lingue classiche (sanscrito, tamil, kannada e telugu) migliaia di lingue materne e innumerevoli dialetti, l’India è in uno stato costante di continua traduzione da una lingua all’altra. Mentre la letteratura indiana in lingua inglese è la più visibile e diffusa a livello mondiale, la scrittura vibrante nelle varie lingue indiane non è sempre facilmente accessibile. Scrittori del Tamil Nadu, Orissa, Bengala, Assam, Goa, Maharashtra, Karnataka e Punjab hanno il compito e il privilegio di mostrare la diversità linguistica di queste regioni, e il filo emozionale comune che li lega.
Viaggiando attraverso i generi, si passa dall’arte della narrativa alla saggistica, dal giornalismo letterario alla letteratura di viaggio.
Un appuntamento come quello di Jaipur ha in sè il compito di aiutare a riflettere sulla natura mutevole delle parole, sulle storie comuni che si raccontano  e che si condensano. Come esprimono i responsabili dell’evento, in un’epoca virtuale come quella odierna, non deve venir meno la natura profondamente democratica di questo festival, che ruota attorno al dialogo e al dibattito: “Tutti gli eventi letterari sono completamente gratuiti, gli autori si mescolano con la folla, e non vige la prenotazione del posto. Tutti gli ingredienti perchè la cultura sia a portata di chiunque”.

From/Da:http://www.megachip.info

L’esodo dei greci in Australia

greekstraliaPer i giovani dei paesi europei più colpiti dalla crisi economica, l'altro emisfero è una terra promessa piena delle opportunità che mancano in patria. E Melbourne si trova a rivivere il boom migratorio del dopoguerra.

di Helena Smith - guardian.co.uk.

Nel cuore di Melbourne, al portone di un grande edificio ubicato in Lonsdale Street, da parecchi mesi bussa un flusso ininterrotto di giovani, uomini e donne, appena sbarcati da aerei decollati dalla Grecia. L’isolato, risalente agli anni quaranta, ospita il quartier generale della più grande comunità greca in Australia. Uomini e donne viaggiano e si spostano da una parte all’altra del pianeta alla ricerca di una vita migliore, come avvenne nella corsa all’oro a cavallo del XX secolo. A differenza dei greci di un tempo, tuttavia, i migranti odierni hanno un livello di istruzione considerevole e diplomi di laurea nelle discipline più impegnative.

“Sono tutti laureati, in ingegneria, in architettura o in meccanica. Ci sono insegnanti, bancari e persone disposte a fare qualsiasi lavoro”, dice Bill Papastergiades, presidente e rappresentante legale della comunità. “La disperazione tra di loro è tangibile. Siamo tutti sgomenti. Spesso arrivano con un solo bagaglio a mano. Le loro vicende personali sono sconvolgenti e a ogni nuovo aereo che atterra ne veniamo a conoscere di nuove”.

L’esodo è solo uno dei tanti drammi umani in corso in Grecia. Da giugno i responsabili della comunità di Melbourne affermano di essere stati sommersi  da migliaia di lettere, email e telefonate da greci desiderosi di partire quanto prima alla volta di un paese che – al riparo dalle turbolenze dei mercati globali – è considerato ormai una terra promessa.

Soltanto quest’anno 2.500 i greci si sono trasferiti in Australia, e le autorità di Atene fanno sapere che altri quarantamila avrebbero “manifestato interesse” a fare lo stesso. Nella capitale greca nell’ottobre scorso si è tenuta una “fiera dei talenti” organizzata dal governo australiano per 800 posti di lavoro: vi hanno preso parte tredicimila candidati.

Con la prospettiva di un quinto anno di recessione, la disoccupazione che ha toccato la cifra record del 18 per cento e circa il 42,5 per cento dei giovani greci senza lavoro, si prevede che la fuga di cervelli continuerà ad aumentare. L’economia australiana, per contro, nel 2012 dovrebbe crescere del 4 per cento. “C’è chi dice che non vuole che i suoi figli crescano in un posto simile”, dice Papastergiades. “L’altro giorno ho ricevuto una telefonata da un idraulico greco disoccupato da otto mesi: ha tre figli da mantenere ma è così disperato che ha pensato di suicidarsi”.

Tessie Spilioti è tra quelli che si sono già trasferiti in Australia: “Non c’è nessun posto al mondo come la Grecia: mi manca ogni giorno, come mi mancano i miei amici”, dice Spilioti, cresciuta in Australia prima di stabilirsi ad Atene 27 anni fa. “Ma l’Australia è un paese dove si vive bene. È la terra dell’abbondanza e c’è la sensazione che l’occasione giusta sia dietro l’angolo. Questo manca del tutto in Grecia: lì la gente è impaurita, l’atmosfera è cupa, l’umore è nero e la sensazione è quella di essere sotto assedio. Non avevo mai pensato di andarmene, ma lo stress della sopravvivenza aumentava ogni giorno".

Secondo le previsioni con la crisi economica in Grecia andranno perdute due generazioni. La nuova diaspora coinvolgerà i greci più giovani e meglio istruiti, quelli che parlano più lingue ma non sono più in grado di sopravvivere in un paese la cui economia è in caduta libera, in parte per le rigide misure di austerity che il governo greco è stato costretto a varare in cambio degli aiuti.

 

Dimenticati da Atene

Un recente studio dell’università di Salonicco ha dimostrato che la grande maggioranza dei greci che vogliono emigrare appartiene alle generazioni più giovani, e si dirige in paesi come Russia, Cina e Iran. Gran parte degli intervistati non aveva neanche provato a cercare lavoro nel proprio paese, perché non vede prospettive in un’economia che dovrebbe stringere la cinghia per i prossimi dieci anni almeno.

In Australia l’afflusso di migranti ha sconcertato altri greci costretti in un recente passato – negli anni cinquanta e sessanta – a intraprendere la stessa strada a causa della povertà e della guerra. Per anni la diaspora è stata ignorata dai governi succedutisi ad Atene, che si sono rifiutati perfino di concedere il diritto di voto ai greci all’estero – anche a quelli che vivono a Melbourne, che può vantare una florida comunità greca di oltre trecentomila persone.

Veder arrivare in massa dalla madre patria una simile ondata di giovani di talento – per altro disposti ad accettare anche umili mestieri manuali – è stato un brusco impatto con la realtà. “La nostra comunità è sconvolta da questa marea di sogni infranti”, dice Litsa Georgiou, 48 anni, trasferitasi a Sydney l’anno scorso con una bimba piccola e il marito. “Molti speravano di rientrare in Grecia, ma da quello che si sente raccontare da chi ha intrapreso un viaggio di 22 ore di aereo per arrivare fino a qui, è terribile anche solo immaginare che alla Grecia occorreranno oltre dieci anni per iniziare a risollevarsi”.

Fonte: http://www.guardian.co.uk/world/2011/dec/21/fleeing-greeks-australian-gold-rush.

Traduzione per Presseurop.eu a cura di Anna Bissanti.

Tratto da http://www.presseurop.eu/it/content/article/1320521-l-esodo-dei-greci-australia.

From/Da: Roma (I)
From/Da:http://www.tandfonline.com/ 

African Studies, Vol. 70, No. 3, 01 Dec 2011 is now available online on Taylor & Francis Online.

This new issue contains the following articles:

Original Articles
The Life and Death of Dr Abu Baker ‘Hurley’ Asvat, 23 February 1943 to 27 January 1989
Jon Soske
Pages: 337-358
DOI: 10.1080/00020184.2011.628797

Rethinking South Africa's Transition: From Transformative to Mainstream Approaches to Participatory Development
Luke Sinwell
Pages: 359-375
DOI: 10.1080/00020184.2011.628798

Rethinking State-Building in the Horn of Africa: Challenges of Striking a Balance between Traditional and Modern Institutions
Redie Bereketeab
Pages: 376-392
DOI: 10.1080/00020184.2011.628799

Making the Modern: Contestations over Muziki wa Dansi in Tanganyika, ca. 1945–1961
Maria Suriano
Pages: 393-414
DOI: 10.1080/00020184.2011.628800

Main Machinery: The ANC's Armed Underground in Johannesburg During the 1976 Soweto Uprising
Thula Simpson
Pages: 415-436
DOI: 10.1080/00020184.2011.628801

Talking to the Polls: Power, Time and the Politics of Representation in Two South African Radio Talk Shows
Jendele Hungbo
Pages: 437-454
DOI: 10.1080/00020184.2011.628802

Miscellany
Erratum

Pages: 455-455
DOI: 10.1080/00020184.2011.645589

Editorial Board

Pages: ebi-ebi
DOI: 10.1080/00020184.2011.640453

Spotlight on a South African Author: Zoë Wicomb
South African-born, Scottish-resident author Zoë Wicomb has been described as a writer of rare brilliance.

Read a virtual issue of articles on and by Zoë Wicomb, as well as further reading on contemporary South African literature, at: www.tandfonline.com/page/spotlight-Zoe-Wicomb

From/Da: CREMONA (I)
From/Da:  EL GHIBLI  (I)
From/Da: ANIMAZIONE SOCIALE 
From/Da:  
Thursday, 24 November 2011
From/Da:  Australia

 


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Punto Informatico, l'evoluzione della rete

 

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