| Scheda 1) Giuliana Caron, psicologa, psicoterapeuta sistemica
in formazione, Vicenza |
LA PRAGMATICA DELLA COMUNICAZIONE
Laspetto essenziale della comunicazione
verbale risiede nella sua funzione sociale. La comunicazione è una condizione sine qua
non della vita umana. Ogni essere umano è coinvolto fin dallinizio della sua
esistenza in un complesso processo di acquisizione delle regole della comunicazione, anche
se ne è consapevole solo in minima parte.
La comunicazione è governata da precise
regole e si basa su alcune proprietà.
La prima caratteristica consiste
nellIMPOSSIBILITA DI NON COMUNICARE. Lattività o linattività, le
parole o il silenzio hanno tutte valore di messaggio: influenzano gli altri e gli altri, a
loro volta, non possono non rispondere a questa comunicazione anche senza esserne
consapevoli.
Inoltre ogni comunicazione ha un ASPETTO DI
CONTENUTO e un ASPETTO DI RELAZIONE, ed è il secondo che classifica il primo ed è quindi
metacomunicazione. In una relazione "sana" laspetto relazionale recede
sullo sfondo. Viceversa, le relazioni "malate" sono caratterizzate da una lotta
costante per definire la relazione, mentre laspetto di contenuto diventa meno
importante.
Unaltra caratteristica fondamentale
della comunicazione riguarda linterazione tra comunicanti. La natura della
comunicazione dipende dalla PUNTEGGIATURA delle sequenze di comunicazioni, cioè
dallordine (causa-effetto) che i soggetti danno alle loro azioni e controreazioni.
Possono sorgere conflitti su ciò che si considera la causa e ciò che si considera
leffetto dei reciproci comportamenti. Alla radice di questi conflitti di
punteggiatura cè la convinzione che esista soltanto una realtà e che ogni opinione
diversa dalla nostra dipenda dalla irrazionalità dellaltro o da cattiva volontà.
In realtà linterazione è di tipo circolare e quindi nessuna delle versioni può
essere considerata più vera. Questi conflitti sono circoli viziosi e lunico modo
per uscirne è metacomunicare.
Gli esseri umani, poi, comunicano sia con il
MODULO NUMERICO (le parole) sia con quello ANALOGICO (non verbale). Il linguaggio numerico
ha una sintassi logica assai complessa e molto efficace. Serve a trasmettere informazioni
sugli oggetti; riguarda, cioè, laspetto di contenuto. Il Linguaggio analogico,
invece, ha la semantica ma non la sintassi adeguata per definire in modo non ambiguo la
natura delle relazioni. Luomo deve combinare questi due linguaggi, traducendo
costantemente dalluno allaltro con notevole perdita dinformazione.
Infine nella comunicazione tutti gli scambi
sono SIMMETRICI o COMPLEMENTARI a seconda che siano basati sulluguaglianza o sulla
differenza. Nel rapporto simmetrico, per esempio, ciascuno dei due tende a essere uguale
allaltro, o meglio, a non essere da meno dellaltro. Ciascuno si comporta come
se volesse dire "Io conto quanto te". Il rapporto è complementare quando è
impostato sulla differenza: uno è "quello che sta al di sopra" (one-up),
laltro "quello che sta al di sotto" (one-down). Linterazione
simmetrica comporta il rischio dellescalation, mentre quella complementare può
portare alla rigidità quando colui che gestisce il rapporto soffoca la personalità
dellaltro tenendolo costantemente in una condizione di dipendenza.
Visto che non è possibile non comunicare, le
reazioni possibili quando si vuole evitare limpegno inerente ad ogni comunicazione
sono poche.
Si può RIFIUTARE LA COMUNICAZIONE facendo
capire che non si vuole conversare, si può ACCETTARE controvoglia la comunicazione, ma si
può anche SQUALIFICARE la comunicazione contraddicendosi, cambiando argomento, dicendo
frasi incoerenti o incomplete
Infine si può usare il SINTOMO come comunicazione,
come a dire "Non mi dispiacerebbe parlare con lei, ma cè qualcosa più forte
di me che me lo impedisce" (in realtà finge di aver sonno, di essere sordo, ubriaco
o di non conoscere la lingua ecc.).
BIBLIOGRAFIA
Watzlawick, P., Beavin, J.,
Jackson,D.D.(1967) "Pragmatica della comunicazione umana", Tr.It. Astrolabio,
Roma 1971
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| Scheda 2) Manuela Tirelli, psicologa, psicoterapeuta sistemica,
II° Servizio Psichiatrico Ulss 16, Padova |
In questi anni in cui lorganizzazione sociale sta subendo cambiamenti vertiginosamente rapidi, il fenomeno dellimmigrazione dai
paesi del terzo mondo a quelli industrializzati è diventato particolarmente visibile e costituisce un ulteriore elemento di complessità.
Si sta determinando, infatti, la presenza nello stesso territorio di culture molto diverse fra loro, caratterizzate da miti, punti di
riferimento ideali, costumi e visioni della vita e del mondo fra loro molto differenti. Già adesso, forti tensioni sociali sono prodotte da
fenomeni di dipendenza di minoranze da maggioranze e da fenomeni di intolleranza verso gli immigrati, spesso visti come coloro
che "rubano il lavoro" (Baldo, Manconi,1993). Limmigrazione determina , quindi, una "crisi sociale" cioè una situazione nella quale
non possono più essere sufficienti le regole ed i riferimenti utilizzati precedentemente per determinare un sufficiente stato di equilibrio.
Questa crisi viene percepita solitamente come problema. In realtà, utilizzando metodi adeguati, anche culture molto diverse possono
essere messe in contatto e comprendersi reciprocamente creando le condizioni per trasformare il contatto fra le diversità in risorsa.
La mediazione culturale si propone di raggiungere questo obiettivo. Quando due persone, appartenenti a diverse culture,
comunicano fra loro, anche se conoscono ciascuno la lingua dellaltro, necessitano, per potersi davvero capire, della presenza di un
terzo che conosca non solo il codice linguistico dei due in relazione, ma anche la cultura da cui ciascun codice deriva. Questa
competenza, tipica appunto del mediatore culturale, consente che la barriera si spezzi e si costituisca "un attrito" dal quale si
produce una comunicazione (Lheimeur,1994).
Occorre che il mediatore culturale sappia riconoscere ed accettare che esistono delle differenze "irriducibili", che non saranno
necessariamente riconducibili a soluzioni armoniche. Essi svolgono un'azione di mediazione, tendono cioè un ponte che permetta
una conciliazione fra aspettative ed interessi a volte contrapposti, con la consapevolezza che non sempre sono traducibili e
riconducibili a diritti e che, pertanto, sono solo affrontabili attraverso una pratica negoziale di mediazione (Castiglioni, 1997).
Un autore che, partendo da un approccio sistemico, si è occupato del processo della mediazione culturale è Barnett Pearce (1993).
Egli propone un "approccio cosmopolita", sostenendo che in una società multietnica è necessario che i soggetti della
comunicazione valutino i messaggi provenienti dallaltro allinterno del sistema di significati della cultura di provenienza dellaltro e
non in base ai propri parametri. Chi comunica deve cioè considerare il partner come parlante non nativo della propria cultura e se
stesso come parlante pure non nativo della cultura del partner.
I comunicanti potranno accedere proficuamente allo scambio di significati solo a patto di non porre in crisi i propri valori e significati
né indurre, daltra parte, in dubbio quelli dellaltro. A partire dalle diverse esperienze culturali e dai "linguaggi" di cui ciascuno dei
partner della comunicazione è "nativo" è possibile costruire nuovi costrutti accessibili ad entrambi i comunicanti. In tal modo si
produrranno nuovi sistemi di valori originali, non necessariamente coerenti fra loro. Lobiettivo non è infatti quello di giungere alla
costruzione di un unico sistema di valori, obiettivo che implicherebbe inevitabilmente la definizione di un minor spazio per i valori
rappresentativi di culture "di minoranza", ma piuttosto quello di costruire un grande contenitore allinterno del quale possano
coesistere costrutti originari delle diverse culture di provenienza e costrutti prodotti dallincontro di diverse culture.
Tenendo conto del pensiero di Pearce possiamo capire n cosa consista, non solo sul piano della comunicazione interpersonale, ma
anche sul piano sociale il lavoro del mediatore culturale. Egli diventa un agente di cambiamento ed un "garante" del fatto che il
cambiamento possa avvenire salvaguardando i contributi di tutti e vivendoli come risorse.
In Italia, la figura del mediatore culturale è presente da una decina di anni solo nelle realtà più sensibili alle problematiche poste
dallimmigrazione. Altri paesi (ad es. la Francia) hanno formalizzato la necessità della presenza di questa figura,
istituzionalizzandola, da almeno 20 anni. Da noi i primi corsi di formazione sono stati svolti nel 1089 a Milano e successivamente a
Torino e Bologna. In queste ed in altre città dove il fenomeno migratorio è significativo questa figura è presente nei Comuni, nel
Servizio Sanitario, nella scuola. Spesso, purtroppo, però, la loro presenza è discontinua, garantita solo da contratti di consulenza.
Il ruolo sociale del mediatore culturale è certamente più significativo in quelle realtà dove queste figure si sono costituite in
Cooperative, assumendo, in questo modo, una maggiore visibilità ed un peso culturale e politico rilevante.
BIBLIOGRAFIA
Adinolfi A. (1992) "I lavoratori extracomunitari", Il Mulino, Bologna
Armezzani M., e altri (a cura di ) (1998) "I significati soggettivi di salute e di ben-essere", UNIPRESS, Padova
Balbo L., Manconi L. (1993) "Razzismi: un vocabolario", Feltrinelli, Milano
Bonifazi C. (1998) "Limmigrazione straniera in Italia", Il Mulino. Bologna
Castiglioni M. (1997) "La mediazione linguistico-culturale", Franco Angeli, Milano
Demetrio D., Favaro G. (1992) "Immigrazione e pedagogia interculturale", La Nuova Italia, Firenze
Gonzo M., Tirelli M. (1995) "Pianificazione culturale e comunicazione trans-culturale" in Rivista di Servizio Sociale, n°2 33-41
Favaro G., (1998) "La salute degli immigrati", Unicopli, Milano
Lheimeur A. (1994) "Linterprete culturel ou la tierce personne dans la relation thérapeutique" in: AA.VV., Régard sur limmigration,
Interservices Migrants, Paris.
Pearce B.W.(1993) "Comunicazione e condizione umana"; Franco Angeli, Milano
Scandurra E. (1995) "Lambiente delluomo:verso una città sostenibile", Franco Angeli, Milano
Zanchetta P. (1995) "Essere stranieri in Italia", Franco Angeli, Milano
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| Scheda 3) Suor Federica Cacciavillani, docente corsi linguistici per adulti
stranieri, resp. progetti mediazione culturale, Verona |
LINSERIMENTO SCOLASTICO
DEL BAMBINO IMMIGRATO
INSEGNANTI
"AGO" O "FORBICI"?
Un re, un giorno, rese
visita al grande mistico sufi Farid. Si inchinò davanti a lui e gli offrì in dono un
paio di forbici di rara bellezza, tempestate di diamanti. Farid prese le forbici tra le
mani, le ammirò e le restituì al suo visitatore dicendo: "Grazie, Sire, per questo
dono prezioso: loggetto è magnifico, ma io non ne faccio uso. Mi dia piuttosto un
ago".
"Non capisco",
disse il re. "Se voi avete bisogno di un ago, vi saranno utili anche le
forbici".
"No", spiegò
Farid: "Le forbici tagliano e separano. Io non voglio servirmene. Un ago, al
contrario, cuce e unisce ciò che era diviso. Il mio insegnamento è fondato
sullamore, lunione, la comunione. Mi occorre un ago per restaurare
lunità e non le forbici per tagliare e dividere" (J.Vernette, Parabole
dOriente e dOccidente, ed. Droguet et Ardant).
Inserire nella scuola
italiana un bambino straniero significa, come insegnanti, fare delle scelte di campo: che
aiutino in primo luogo il bambino a ricucire i difficili fili della sua esistenza, divisa
tra due (o più) mondi, tra due tipi di scuola, tra diversi tipi di insegnanti e di
compagni di classe.
Il Ministero della Pubblica
Istruzione, con le Circolari Ministeriali emanate negli ultimi dieci anni riguardanti
linserimento dei bambini stranieri nella scuola, dà direttive molto chiare: dalla
301 del 1989 alla 205 del 1990, dalla CM n.5 del 1994 al recente art. 45 del capo VII del
DPR 31.8.1999 del regolamento normativo sullattuazione del testo unico delle
disposizioni concernenti la disciplina dellimmigrazione(D:L: 25 luglio 1998, n.286)
le indicazioni sono di accogliere e inserire nella classe a cui ambiscono per età gli
alunni stranieri, in qualsiasi tempo dellanno scolastico arrivino in Italia.
Linserimento va fatto nelle classi delle scuole dei Comuni di residenza: non si
prospettano assolutamente "classi di accoglienza" o "scuole speciali"
per i ragazzi stranieri.
E questa una scelta di
campo che il MPI ha fatto e sta facendo, ritenendo i ragazzi stranieri dei ragazzi con il
diritto-dovere allistruzione e proponendo per la scuola italiana percorsi di
accoglienza e di educazione interculturale.
In questo ambito anche gli
insegnanti, direttamente interessati sia allinserimento dei bambini stranieri che
alleducazione interculturale, fanno delle scelte di campo: il loro progetto
educativo deve essere inter-culturale, cioè deve porre in atto strategie di conoscenza,
scambio, relazione tra le culture, e non solo multi-culturale, che dice un approccio
eminentemente descrittivo di una situazione di convivenza di persone-ragazzi di diversa
provenienza.
Linsegnante
"ago" è colui che attua uneducazione interculturale come modo di
comprendersi appartenente ad un mondo più ampio di quello della sua scuola , del suo
Paese, del suo continente, e sviluppa scelte etiche corrispondenti a questo modo di
sentire, ampliando il suo modo di comunicare che diventa "plurale", fatto di
diversi logos "pluriversali". E linsegnante che si sente parte non
più di un uni-verso culturale, ma di un pluri-verso linguistico-culturale, e sa proporre
percorsi educativo-didattici aperti alla pluriversalità.
Latteggiamento
"ago" che linsegnante interculturale vive nel rapporto con il bambino
straniero (e con tutti gli alunni) è quello della stima pregiudiziale: il
pregiudizio di stima nei confronti dellaltro, in particolare dellimmigrato e
del bambino straniero, permette un approccio positivo della persona nella società di
accoglienza e del bambino nella scuola italiana. Larrivo a scuola dei bambini
stranieri è per certi aspetti un problema: non conoscono la lingua, sono spaesati, hanno
abitudini e modelli formativi diversi
ma costituiscono per la scuola una risorsa
importante, sia sul piano relazionale che sul piano cognitivo. Dal punto di vista relazionale,
si favorisce negli alunni lo sviluppo di una relazionalità aperta, della capacità
effettiva di porsi nei panni degli altri, di convivere con essi secondo criteri di
identità, di conoscenza, di rispetto, di dialogo, di interazione e di cooperazione. Dal
punto di vista cognitivo, lapproccio con il "diverso" e
leducazione interculturale promuovono nei ragazzi una intelligenza flessibile,
che non si fissa in rigide formae mentis ma che sa conoscere la realtà, i saperi, gli
altri, attraverso flessibili criteri cognitivi.
IL PERCORSO DI
ACCOGLIENZA, INSERIMENTO, INTEGRAZIONE E INTERAZIONE DEL BAMBINO IMMIGRATO
I. ACCOGLIENZA
Accoglienza vorrà dire
mandare segnali chiari in merito al clima di benvenuto da costruire non soltanto in questa
o quella classe, bensì da allargare a tutta la scuola. I bambini devono sentire e capire
che è il contesto educativo ad occuparsi di loro, facendoli sentire importanti:
nonostante quelle loro diversità da sempre al centro di pregiudizi e razzismo.
Unaltra pelle, unaltra lingua, unaltra storia alle spalle, vanno
accolte, ascoltate, accompagnate per mano (D.Demetrio, Agenda interculturale, Meltemi,
Roma, 1997, pag. 16.)
Come comprendere e
comprendersi se non esiste il tramite della lingua? Oltre il primo momento, di accoglienza
e di accompagnamento empatico, la lingua interviene come grande problema-risorsa. La
scuola si organizza con un "pronto soccorso linguistico", un corso intensivo di
lingua italiana per apprendere le basi della lingua della relazione e del gioco. In
questo primo momento è molto importante la figura del mediatore linguistico-culturale
che, oltre a dare sicurezza affettiva al bambino, gli permette di comprendere ciò che gli
viene detto e di farsi capire. Queste figure professionali stanno entrando in varie
istituzioni, e in particolare le esperienze scolastiche al riguardo sono molto positive. La
lingua dello studio abbisogna di tempi maggiori di apprendimento (dai quattro ai sei
anni ) per cui sono necessari dei laboratori linguistici che nel corso degli anni
permettano ai bambini stranieri di acquisire le abilità linguistiche per apprendere
i contenuti disciplinari scolastici.
II. INSERIMENTO
Il bambino straniero viene
inserito nella classe cui ambisce per età . per attuare un vero inserimento occorre
conoscere diversi aspetti del bambino:
- i dati biografici e la storia scolastica
- i sistemi scolastici dei paesi dorigine
- la storia personale del bambino
- gli interessi e le abilita
- la biografia linguistica .
III. INTEGRAZIONE
Lintegrazione è il
processo per cui il bambino, gradatamente, si sente meno estraneo al contesto e il
contesto lo sente meno estraneo a sé. I percorsi di integrazione sono favoriti da un
primo apprendimento della lingua italiana, dalla valorizzazione di ciò che il bambino sa
e sa fare, dallinstaurarsi di un rapporto positivo con gli insegnanti ed i compagni,
dalla relazione con la famiglia del bambino straniero, favorita dal mediatore linguistico
culturale che permette la comunicazione e la comprensione reciproca.
IV. INTERAZIONE
E il punto di arrivo e
la meta di ogni accoglienza, inserimento e integrazione di bambini stranieri: sono le
azioni e le risposte, le proposte e le discussioni che lincontro tra le culture pone
in atto. La valorizzazione delle culture dorigine dei bambini stranieri, delle loro
lingue, religioni, del loro mondo immaginario, delle fiabe, degli ambienti, degli usi e
costumi dei loro paesi, permette la vera interazione e leducazione interculturale
tipica dellistituzione scolastica che nel "teatro dal mondo", nei giochi
dei diversi popoli, nella valorizzazione delle diverse culture favorisce la costruzione
del pluriverso culturale .
BIBLIOGRAFIA
AA.VV. Tutti a
scuola, Centro COME, Milano 1999
A. Nanni, Leducazione
interculturale oggi in Italia, Quaderni dellinterculturalità 6, Ed:EMI, Bologna
1998
D.Demetrio, Agenda
interculturale, , Meltemi, Roma 1997
A.Durino, F.Fabi,
M.Traversi, Dallaccoglienza alla convivenza, ed. Meltemi, Roma 1997
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| Scheda 4) Igino Bozzetto, psicologo, psicoterapeuta sistemico, didatta del
Centro Padovano di Terapia della Famiglia, Vicenza |
| COSTRUZIONISMO
SOCIALE E COMUNICAZIONE INTERCULTURALE
I teorici del costruzionismo sociale affermano che le idee, i
concetti e i ricordi, hanno origine nellinterscambio sociale e vengono mediati
attraverso il linguaggio. Ogni conoscenza si sviluppa nello spazio tra le persone, nel
regno del mondo comune. Solo attraverso il procedere della conversazione con le persone
che gli sono vicine lindividuo sviluppa un senso di identità.
In base alla premessa che i sistemi umani sono generatori di
linguaggio - e quindi di significati - tutti noi, ovunque e sempre, coordiniamo le nostre
azioni con quelle di altri individui, ci creiamo delle storie coerenti su noi stessi e sul
mondo che esperiamo, e riconosciamo che il mondo e lesperienza che ne abbiamo sono
molto più vasti delle storie che creiamo per rappresentarli, accettiamo che abbiano un
qualcosa di misterioso.
Un esempio a portata di mano per tutti è lo sviluppo del
bambino: essere umano programmato geneticamente a partecipare ad interazioni basate sul
co-adattamento alla società ( ladulto).
La socializzazione è un processo finalizzato a rendere il
bambino membro di un particolare sistema sociale che inizialmente coincide con la famiglia
ma ben presto include anche gli altri sottosistemi.
Il co-adattamento è assicurato dalla capacità delladulto
di adeguarsi ai ritmi del bambino che influenzano la scelta di tempo ( cogliere i momenti
adeguati per inserire le risposte), la ridondanza ( luso continuo di ripetizioni) e
lelaborazione e lespansione ( commentare ed espandere ciò che il bambino fa).
Anche ladulto sembra geneticamente predisposto a tal compito quando dimostra di
possedere degli universali educativi : il baby-talk ( registro linguistico caratterizzato
da un tipo di discorso semplificato, ripetitivo e con esagerazioni nellintonazione),
lallattamento ( pattern di attività e pausa fra chi allatta e chi succhia) e i
frames, ( forme di comportamento che limitano la possibilità di agire del bambino ed
evidenziano gli aspetti del mondo considerati attraenti).
Una prospettiva basata sulla comunicazione pone in primo piano
le attività sociali: le attività attraverso le quali le persone condividono la loro
esperienza.
La società contemporanea ne rende visibile limportanza
attraverso due processi:
a) lurbanizzazione , che ha messo insieme genti di diversi
ambienti e culture rendendo necessario il coordinamento tra persone che non si capiscono e
che non vanno daccordo;
b) la comunicazione di massa, attraverso cui i confini di
diverse aree di vita si confondono.
In ambienti stabili, le tradizionali forme di comunicazione
funzionano bene ma diventano poco utili quando ci sono mutamenti discontinui, guidati
dalla storia o dalla tecnologia ( ad es. la caduta del muro di Berlino e internet), oppure
negli incontri con gli altri, quando nell"altro " si percepisce una
profonda diversità e quindi una minaccia.
Occorre pertanto tentare di realizzare due obiettivi: da una
parte cercare di ottenere un sufficiente livello di coordinamento tra individui e gruppi i
cui mondi sociali sono e rimarranno incommensurabili, dallaltra cercare di
raggiungere una coerenza sufficiente sul senso del mondo e un mistero sufficiente per
suscitare la nostra curiosità.
"Ciò che ha permesso la sopravvivenza della nostra
relazione matrimoniale - dice Teresa, moglie italiana di Mortesa, iraniano - è stata la
bassissima influenza della religione e delle famiglie estese nella nostra autonomia
decisionale; il nostro pensarci cosmopoliti, cittadini del mondo".
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| Scheda
5) Chiara Volpato, psicologa, docente di
Psicologia Sociale, Dipartimento di Psicologia, Università di Trieste |
IL PREGIUDIZIO
I pregiudizi sono giudizi e modi di vedere
che si discostano dalla realtà. Sono giudizi dati in modo affrettato,a partire da dati
insufficienti e mantenuti anche quando la conoscenza sull'oggetto in questione si è
arricchita e sono state raccolte maggiori informazioni. Secondo gli studiosi di psicologia
sociale, il pregiudizio può essere definito come l'attitudine a reagire nei confronti di
una persona prontamente e in modo chiaramente sfavorevole, sulla base dell'appartenenza di
tale persona a una categoria o gruppo. Quando il pregiudizio si traduce in un
comportamento specifico possiamo parlare di discriminazione.
Secondo gli studi più recenti,
pregiudizi e stereotipi sono il risultato della normale elaborazione dell'informazione nel
processo di percezione sociale. Essi hanno lo scopo di consentire l'orientamento in un
ambiente complesso. Nel corso dell'educazione gli individui imparano ad usare una serie di
categorie mentali, alle quali vengono di volta in volta associate le informazioni in
arrivo. Tali categorie non sono neutre, ma implicano giudizi di valore e preferenze. Nel
momento in cui un individuo viene classificato in una di queste categorie, i valori ad
essa associati vengono trasferiti su di lui. Per comprendere il fenomeno, dobbiamo tener
presente che:
a) Un carattere non è mai attribuito a un
gruppo in assoluto, ma sempre in relazione ad altri gruppi (dire che i settentrionali sono
'grandi lavoratori', implica che altri gruppi lo siano in misura minore).
b) La percezione dell'ambiente è sempre
preordinata dalle nostre cognizioni precedenti, dalle nostre aspettative e dalle norme e
situazioni sociali. In base a questa percezione stereotipata, raccogliamo persone e gruppi
in classi generali. Usando tale classificazione tendiamo a dedurre da certi caratteri
osservabili - come il colore della pelle - altri dati non direttamente accessibili, come,
ad esempio, l'intellegenza. Anche le somiglianze fra i membri di un gruppo sono
sopravvalutate a seguito della formazione di classi distinte, mentre fra un gruppo e
l'altro si sottolineano piuttosto le differenze.
c) I membri di gruppi estranei sono
soggetti a giudizi estremi, in positivo come in negativo, in quanto sul loro conto non si
dispone di una conoscenza come quella che si ha del proprio gruppo. Comportamenti o
attributi giudicati leggermente negativi conducono, quando vengono osservati negli
stranieri, a una significativa accentuazione del giudizio negativo. Queste determinazioni
a svantaggio del gruppo estraneo sono ulteriormente rafforzate dal fatto che il
comportamento valutato come negativo degli individui che appartengono a un gruppo diverso
dal nostro viene attribuito più a qualità e attribuzioni interne che a fattori esterni,
con il risultato di far ricadere la responsabilità sul gruppo oggetto di pregiudizio.
Quali fattori contribuiscono al diffondersi dei pregiudizi?
1) I pregiudizi nascono più facilmente in
situazioni competitive piuttosto che in situazioni di collaborazione e di scambio. Tajfel
(1985) ha tuttavia dimostrato che i fenomeni di differenziazione tra i gruppi e i
comportamenti di favoritismo per il proprio gruppo si sviluppano anche in assenza di
conflittualità.
2) All'origine dei pregiudizi può esservi
la competizione economica tra maggioranza e minoranza. I pregiudizi si acutizzano infatti
in situazioni di crisi economica e sociale. Le crisi di ogni genere - recessioni
economiche, rapide trasformazioni sociali, tensioni nazionali o internazionali -
esasperano infatti i problemi di identificazione con il proprio gruppo e portano a una
più netta demarcazione nei confronti di gruppi estranei: in tal modo si producono e
rafforzano pregiudizi e ostilità.
3) I pregiudizi vengono trasmessi
socialmente. Essi di solito non nascono da esperienze personali, ma dall'accettazione di
modi di vedere tipici della cultura di appartenenza (si pensi, ad esempio, alla secolare
trasmissione di pregiudizi e stereotipi antiebraici, mantenuti in vita come
"patrimonio culturale"). Le differenziazioni sociali e le valutazioni relative
ai gruppi diversi dal nostro vengono apprese dall'ambiente sociale attraverso
comportamenti di imitazione, identificazione, osservazione, espliciti insegnamenti,
divieti e punizioni. Un senso di appartenenza etnica comincia ad emergere nei bambini già
prima dei cinque anni, anche senza che intervengano contatti personali con membri di altri
gruppi.
LO STEREOTIPO
Il termine, usato per la prima volta da
Lippmann nel 1922, indica pictures in our heads, immagini mentali che semplificano
la realtà. Gli stereotipi sono descrizioni semplicistiche di interi gruppi sociali. Sono
probabilmente inevitabili e servono, come tutte le categorizzazioni, a spiegare eventi
complessi, a giustificare azioni offensive contro il gruppo estraneo, a valorizzare,
differenziandolo, il proprio gruppo.
Sono stati Katz e Braly, nel 1933, a creare
un vero e proprio paradigma sperimentale per lo studio sul campo, seguito fino agli anni
Sessanta. Il metodo consisteva nella presentazione di una serie di aggettivi; i soggetti
dovevano indicare quelli più frequentemente utilizzati nella definizione di un dato
gruppo etnico. Si riscontrò un notevole accordo nelle risposte: ad esempio, i neri furono
associati ai tratti che indicavano pigrizia e superstizione, gli ebrei ai tratti indicanti
furbizia e così via.
Più recentemente è stato dimostrato che
spesso le persone concordano con lo stereotipo applicato al loro gruppo, valutando però
le caratteristiche che lo compongono in modo positivo anzichè negativo. Peabody (1980),
ad esempio, ha trovato che individui appartenenti a sei diverse nazioni manifestano un
accordo unanime nella valutazione del proprio carattere nazionale e di quello altrui. I
termini scelti, però, per indicare gli attributi si diversificano a seconda della
provenienza dei giudici: un gruppo può così essere definito "riservato" o
"scostante", "spontaneo" o "impulsivo", "economo"
o "avaro" a seconda che il giudizio venga da suoi connazionali o da membri di
altri paesi.
Gli stereotipi sul proprio gruppo sono
normalmente complessi e differenziati, mentre la mancanza di rapporti con i membri di
altri gruppi ha come conseguenza che gli stereotipi su di loro riflettono un insieme
semplificato di concetti. Questo è alla base di una serie di fenomeni:
1) Ipergeneralizzazione: riferendosi
ad un gruppo estraneo, è facile generalizzare il comportamento di un singolo membro,
estendendone i significati all'intero gruppo. Questo può creare particolari problemi nei
casi in cui - si pensi, ad esempio, alla situazione degli immigrati extracomunitari nel
nostro paese - i più visibili sono i meno integrati.
2) Memoria negativa: in genere, si
ricordano meglio i fatti che confermano i propri stereotipi, soprattutto quelli che
gettano discredito sull'altro gruppo. In un esperimento divenuto un classico della
psicologia sociale, Hamilton e Gifford (1976) hanno posto in luce il fenomeno delle correlazioni
illusorie, secondo il quale le aspettative stereotipiche determinano la percezione di
correlazioni, illusorie appunto, tra determinati attributi e l'appartenenza a un gruppo.
3) Effetto di omogeneità dell'outgroup:
i membri dei gruppi estranei sono percepiti come simili, omogenei, poco differenziati tra
loro.
4) Polarizzazione dei giudizi: la
valutazione dei membri di un gruppo estraneo può variare fortemente a seconda delle
situazioni. In un esperimento svolto negli USA, ad esempio, alcuni ricercatori hanno
chiesto a dei soggetti bianchi di valutare delle domande di iscrizione a una facoltà
universitaria. A un gruppo di soggetti fu detto che una domanda particolarmente
interessante era stata fatta da un nero, a un altro gruppo da un bianco. I soggetti
valutarono il candidato nero in modo decisamente più positivo rispetto al candidato
bianco. In seguito, i soggetti valutarono una domanda poco interessante; questa volta
giudicarono il candidato nero molto più severamente del candidato bianco. Si verificò
così una estremizzazione dei giudizi nel caso di candidati neri, e una maggior cautela
nel caso di candidati bianchi.
5) Bias attributivi: si tende ad
attribuire a fattori interni e stabili il successo di un membro del proprio gruppo, mentre
il successo di un membro di un gruppo estraneo tende ad essere attribuito a fattori di
tipo esterno e instabile. Parimenti, l'insuccesso di un membro dell'ingroup viene di
preferenza attribuito a fattori esterni e instabili, mentre quello di un membro
dell'outgroup a fattori interni stabili. Recentemente, è stato posto in luce il fenomeno
del linguistic intergroup bias, secondo il quale si tende a usare un linguaggio
astratto per descrivere comportamenti positivi dell'ingroup e comportamenti negativi
dell'outgroup, e un linguaggio concreto per descrivere comportamenti negativi dell'ingroup
e comportamenti positivi dell'outgroup.
Riassumendo, gli stereotipi concorrono alla
sopravvalutazione delle differenze tra i gruppi e alla sottovalutazione delle
differenze all'interno di un gruppo. Essi possono altresì produrre delle distorsioni
della realtà, giustificando condizioni di ostilità e oppressione intergruppi.
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| Scheda
6) Mara Benetti, B.A. Hons. in Latin American Studies, M.A. in Social
Anthropology, London; )Mauro Gonzo, psicoterapeuta sistemico, Consultorio familiare
ULSS 5, Arzignano, Vicenza |
ISTINTO MATERNO, ATTACCAMENTO E CURE
DEL BAMBINO IN UNOTTICA SOCIOCULTURALE
Nella nostra società lopzione
della maternità da parte della donna viene proposta in termini mistico-lirici: a dispetto
del suo carattere istintivo, la maternità costituirebbe la più nobile delle
funzioni biologiche e sociali femminili, mirante ad assicurare la sopravvivenza
dellindividuo e della specie. Lamore materno viene ad assumere così
unimportanza nella definizione del ruolo sociale della donna e del rapporto di
genere. Si presume cioè lesistenza, al di la dei fattori contestuali, di un
impulso istintuale - soprattutto nella donna - verso la procreazione. Viceversa, secondo
il nostro punto di vista, lamore materno e, corrispondentemente, lattaccamento
infantile, sono influenzati dagli aspetti socio-culturali; il bambino, inoltre, stabilisce
una relazione con la madre che, fin dal momento della sua nascita, è condizionata da
aspetti comunicativi e sociali.
Bowlby per primo cercò di applicare sistematicamente la metodologia
degli studi scientifici di tipo biologico nel campo della psicologia. La teoria
dellattaccamento, proposta da Bowlby, Ainsworth e al., postula lesistenza di
determinate costanti della relazione madre/bambino nei primi anni di vita, cioè di
aspetti essenziali di tale relazione in mancanza dei quali è possibile prevedere, per i
bambini che ne sono privati, dei comportamenti disadattati nella vita adulta.In tempi più
recenti, molti altri AA hanno ripreso tale filone cercando di far risalire le
caratteristiche relazionali ed affettive delladulto al tipo di relazioni
sperimentate nei primi due anni di vita, non più solo in base ad osservazioni di tipo
clinico condotte su un numero esiguo di casi, ma anche di ricerche più sistematiche. Essi
hanno focalizzato la relazione primaria madre/bambino enfatizzandone limportanza
come determinante del comportamento umano, estendendo gli effetti di questa relazione
sullo stesso processo di socializzazione e di costruzione della personalità. Così
facendo, essi hanno individuato una costante, di origine psico-biologica, generalizzabile
alluomo nelle più diverse situazioni socioculturali.
Anche la sociobiologia e letologia umana hanno cercato di
individuare delle costanti comportamentali, intese come vincoli biologici
collegati allereditarietà e alla selezione, tali di spiegare la relazione
madre/figlio come determinata da fattori diversi da quelli specifici delle differenti
culture sviluppatesi nelle diverse società umane.Vi sarebbe una predisposizione
innata ad apprendere determinati comportamenti che possono essere vitali per la
sopravvivenza e ladattamento della specie, tra cui il comportamento relazionale
madre/bambino. Hinde e Eibl-Eibesfeldt, in contesti diversi, sostengono che la relazione
madre/bambino può essere stata, nella storia evolutiva della nostra specie, un pattern
relazionale di fondamentale importanza per levoluzione della comunicazione, sia non
verbale che verbale, e di comportamenti sociali di tipo protettivo, collaborativo e
complementare, e quindi non competitivi, originati dallistinto di protezione verso
la prole, non solo da parte dei genitori, ma di tutti gli adulti della stessa specie
tendenzialmente, che poi si sono generalizzati anche ad altri contesti creando i
presupposti per la vita sociale.
Hinde, tuttavia, sostiene che tutte o quasi
le argomentazioni che fanno provvisoriamente parte delletologia umana
dovrebbero essere attentamente vagliate e studiate in maniera più scientifica, tenendo
conto che la relazione madre/bambino è appunto una relazione ed implica perciò una
considerazione diadica, e che essa si svolge in un contesto di rapporti che coinvolge la
famiglia allargata, il gruppo, ecc., da cui essa è influenzata. Nel campo di quanti
sostengono linfluenza del contesto sociale e culturale, Mc Gurk et al. mettono in
luce la tendenza degli studi sullattaccamento di ispirazione bowlbiana
ad operare allinterno di posizioni universalizzanti o che essi corrono il rischio di
essere intesi in tal modo. In particolare, criticano i due concetti di monomatria e
monotropismo, cioè il principio che il bambino deve essere allevato da ununica
persona e quello corrispondente che vede il bambino come propenso naturalmente
a formare ununica relazione significativa di attaccamento con la madre.
Secondo questi AA, benché vengano presentati come universali, questi
concetti sono in realtà radicati nel contesto sociale in cui si svolge la ricerca, cioè
nelle società tecnologiche e industrializzate dellOccidente in cui è predominante
il modello della famiglia nucleare. Essi affermano invece la prevalenza, a livello
numerico, di un sistema di allevamento dei figli di tipo collettivo: su 186 società non
industrializzate investigate, soltanto il 3% presenterebbe una modalità di allevamento
dei bambini di tipo monomatrico. Il resto di queste società evidenzia una grande
diversità di forme di allevamento, tra cui: lesclusivo attaccamento alla madre, la
cura dei figli condivisa fra la madre ed altri bambini, maschi e femmine, generalmente
legati da vincoli di parentela, ma non esclusivamente. In base a questi risultati, sarebbe
dunque più appropriato concludere che e il sistema di allevamento dei figli di tipo
collettivo ad essere più vicino a proporzioni universali.
Uno dei tipi di allevamento più comuni nelle società tradizionali è
quello svolto dai fratelli. Leiderman e Leiderman riportano il caso dei Kikuyu in Kenia,
dove le donne si allontanano per varie ore dal focolare domestico lasciando la cura dei
figli a partire dai 4 mesi in poi ai bambini più grandi della famiglia immediata, estesa,
o del vicinato, e soprattutto alle femmine dai 7 ai 12 anni. Gradualmente, il neonato
comincia a passare periodi di tempo sempre più lunghi lontano dalla madre fino ad essere
accudito da questa balia per più di mezza giornata alletà di 7/8 mesi.
Una volta che il bambino è svezzato, è la balia stessa che si occupa di dargli da
mangiare. Nelle società tradizionali, le madri che svolgono la maggior parte delle
attività di sussistenza tendono a svezzare i loro figli prima delle madri con un
coinvolgimento minore in queste attività, allo scopo di rendersi libere dalle costrizioni
dellallattamento. Un altro caso interessante dal punto di vista
dellinterdipendenza fra sistema di allevamento e fattori socio-ecologici è quello
di una comunita Hausa nella Nigeria del Nord in cui lallevamento dei figli
viene organizzato collettivamente dalle varie mogli di un unico capo famiglia.
Allinterno di questo allargato focolare domestico, la responsabilità
ricade su tutte le femmine adulte del gruppo e non esclusivamente sulla madre biologica.
Questi esempi dimostrano la mancanza di omogeneità, cioè che non
esiste un singolo metodo naturale di accudire alla prole umana, ma molti
sistemi, che operano sulla base della situazione sociale, economica, storica e culturale
di ciascun caso specifico.Un sintomo della stretta corrispondenza che esiste fra strutture
economiche e sistemi socio-culturali si osserva anche nei paesi occidentali negli ultimi
30 anni. A causa di cambiamenti demografici e di nuovi e pressanti fattori economici, il
sistema tradizionale di child-care basato sulle strutture della famiglia
nucleare si è dimostrato inadeguato e insufficiente. La situazione è tale da creare nei
genitori che non sono in grado di prendersi cura direttamente dei figli notevoli sensi di
colpa e di renderli oggetto di stigmatizzazione sociale.
Il problema pertanto pare
essere non tanto una sterile discussione per stabilire quale sia il metodo di allevamento
migliore in assoluto, ma piuttosto la mancanza di sensibilità verso i nuovi bisogni della
famiglia allinterno della presente situazione economica e la necessità di
sviluppare nuovi sistemi di supporto come asili e day care facilities e di
integrarli nel tessuto sociale.Il genere di appartenenza di ciascuno di noi consiste in un
modello di interazioni tra lindividuo e lambiente, a cui tutti noi aderiamo
per convenzione. Allinterno della famiglia è il modo differenziato in cui i
genitori trattano i figli, maschi o femmine, in base alle loro caratteristiche genetiche
che ha leffetto di causare le differenze comportamentali. In un ambito sociale più
vasto, le donne tendono ad incontrare generalmente situazioni che richiedono certe
transazioni di tipo, per cosi dire, femminile (per esempio,
subordinazione, cooperazione, comprensione per i problemi altrui), in quanto gli uomini
vengono generalmente esposti a situazioni che richiedono lo sviluppo di attributi
comportamentali maschili (indipendenza, autonomia, dominio).
Mentre il punto di vista
essenzialista vede listinto materno come parte intrinseca della psiche femminile, il
costruzionismo sociale lo considera invece il risultato di una serie di esperienze
variabili nel tempo, nella storia e nelle diverse classi sociali a cui viene costantemente
esposto il sesso femminile e che finisce per caratterizzarlo in quanto tale.La dicotomia
natura-cultura, riferite rispettivamente alla femmina e al maschio è un luogo comune
dellantropologia occidentale. Barnes, nel suo articolo "Genitrix : Genitor ::
Nature : Culture", ad es., sostiene che la relazione madre-bambino è
naturale in quanto necessaria alla sopravvivenza individuale; lamore
materno che, a suo parere, segue automaticamente la nascita di un figlio, è geneticamente
determinato. La maternità dunque è prima di tutto naturale e solo
secondariamente riconosciuta socialmente e istituzionalizzata.
La relazione padre-bambino invece non sarebbe automatica - non e
quindi cosi forte - nel senso che, per Barnes, non esiste alcuna evidenza che
luomo sia programmato ad amare il figlio che feconda. Determinati processi sociali
intervengono dunque a fortificare questo legame, a istituzionalizzare la paternità
sociale, e soprattutto ad assicurare la trasmissione del potere e delle risorse politiche
ed economiche del genitor. Ma questo non è quanto accade
universalmente: nel caso degli Aché del Sud America, ad esempio, è il
bambino e non la madre ad essere identificato con la natura. In questa
società, infatti, la nascita di un figlio mette il padre sociale nel gravissimo pericolo
di regredire allo stato animale. Per dimostrare di essere umano, anzi uomo, la
consuetudine stabilisce che il padre vada a caccia nella foresta ed ammazzi un animale. Il
bambino rappresenta infatti un elemento naturale che minaccia di prorompere
allinterno dellordine sociale precostituito e di distruggerlo. La società,
pertanto, si protegge assegnando al bambino un padre ed una madre sociale.
Questultimo è un esempio di come società diverse diano risposte diverse agli
stessi fenomeni naturali.
BIBLIOGRAFIA :
AINSWORTH M.D.S., WITTING B.A.
(1969) "Attachment and the exploratory behaviour of one-year-olds in a strange
situation". In B.M. FOSS (ed.), Determinant of infant behavior, Methuen, London,
vol.4, pp. 113-136.
BARNES J. (1973), "Genitor: Genitrix :: Nature: Culture". In
GOODY J. (ed.) The Character of Kinship.
BOWLBY J. (1988) "A secure base", Routledge, London.
EIBL-EIBESFELDT I. (1970) "Ethology: the Biology of
Behavior", New York, Holt, Rinehart and Winston.
HINDE R. (1987) "Individuals, Relationships and Culture: links
between ethology and the social sciences", CUP.
LEIDERMAN H.P., LEIDERMAN G.F. (1974)
"Affective and cognitive consequences of polymatric infant care in the East African
Highlands", Minnesota Symposium on child psychology, 8, 81-110.
MATHIEU N.C. (1979) "Biological
Paternity, Social Maternity". In HARRIS C. (ed) The Sociology of the Family.
MC GURK H., et al.
(1993) "Controversy, theory and social context in contemporary day care
research", Journal of Child Psychology Psychiatry
|
| Scheda
7)
Giuliana Schiavi, Docente di Teoria della traduzione, Scuola Superiore
Interpreti Traduttori di Vicenza. |
LINGUE DIVERSE
In termini concreti,
parlare una lingua significa innanzitutto avvalersi di un'istituzione con la quale si
comunica e si interagisce per mezzo di simboli uditivi e orali arbitrari volontariamente
prodotti e abitualmente usati. La combinazione di questi simboli permette le costruzione
di espressioni verbali che però non sono soltanto sequenze di parole. Ad esse si
sovrappongono altri due tipi di fenomeni vocali, più o meno distinguibili: quello
prosodico (accento e intonazione) e quello paralinguistico (ritmo, volume di voce ecc.);
quest'ultimo comprende anche una serie di fenomeni non vocali (movimento degli occhi,
espressioni facciali, gesti, posture), che contribuisce a determinare ulteriormente la
struttura di significato.
Si dà qui per scontato che
esiste una facoltà innata di acquisizione linguistica in generale, e altrettanto per
scontato che la conoscenza di una lingua nativa è trasmessa culturalmente: viene
acquisita, benché non necessariamente appresa, in virtù dellappartenenza ad una
società specifica. Essa è quindi culturalmente e socialmente determinata. In altre
parole la facoltà di acquisizione linguistica geneticamente trasmessa non può
concretizzarsi nellacquisizione e nella conoscenza di una qualsiasi lingua naturale
a meno che i dati in base ai quali la facoltà linguistica opera non vengano forniti dalla
società in cui si cresce e in condizioni tali da non ostacolare in maniera grave lo
sviluppo cognitivo ed emotivo di un individuo.
In termini più concreti e
quotidiani parlare una lingua significa utilizzare un sistema di comunicazione che la
società a cui si appartiene ha messo a disposizione fin dalla nascita e che sarà
costituito da categorie e distinzioni elaborate in maniera dinamica dalla società stessa
e riversate e rese operative nella lingua.
Queste brevi premesse ci
permettono di dire che quando parliamo:
1. nominiamo le cose che
ci circondano e che appartengono alla sfera della nostra esperienza diretta,
(loperazione è selettiva, cioè composta in parte dalla presenza oggettiva
dei fenomeni intorno a noi e in parte dallimportanza attribuita agli stessi
all'interno delle dinamiche attive nellambiente in cui viviamo - bisogni, priorità,
pertinenze ecc. Da qui discende il grado di codificabilità variabile delle lingue e il
non-isomorfismo dei repertori lessicali delle varie lingue; ogni lingua sceglie di
nominare delle cose e di tacerne altre connotiamo le cose che ci circondano, vale a
dire le mettiamo in relazione alla nostra esperienza, emotività, percezione (aggettivi e
loro gradualità).
In altri termini le parole
si caricano di valori emotivi e culturali. Nominare le cose inoltre significa dare
unetichetta "negoziabile": lindeterminatezza delle parole è
necessaria affinché vi sia comunicazione: una lingua tende naturalmente ad essere
economica, vale a dire con mezzi relativamente controllati nel numero deve riuscire a
soddisfare esigenze potenzialmente indeterminate. Se si avesse una parola specifica che
descriva in maniera sintetica e dettagliatissima ciascun aspetto della propria esperienza
la comunicazione risulterebbe impossibile perché la quantità di informazioni
linguistiche elaborate sarebbe. Soltanto i contorni aperti delle parole permettono
comunicazione, essi permettono lindicazione di un tratto generale che ciascun
ricevente può mentalmente completare e adattare al proprio mondo di percezione.
Nello stesso tempo però
alcuni elementi lessicali vengono caricati, ispessiti e tendono a costituire
piccoli nuclei culturali riconoscibili da tutti i membri di una determinata comunità
linguistica: anche singole parole a referente concreto "semplice" possono
occupare uno spazio semantico diverso da lingua a lingua. Il "pane" italiano, ad
esempio, ha un equivalente linguistico in quasi tutte le lingue, ma non ha un pari
equivalente semantico che alla fine lo inserisce in una serie di locuzioni e proverbi che
sono per loro natura più culturali che referenziali: togliersi il pane di bocca, non
si vive di solo pane, stare a pane e acqua, mancare il pane, in nostro pane quotidiano,
buono come il pane, mangiar pane a ufo, ecc.
2. stabiliamo fra le cose
relazioni e rapporti operativi nel tempo e nello spazio, (in altre parole costruiamo la
sintassi, anchessa non isomorfa fra lingue);
3. utilizzando quanto
appena elencato, costruiamo rappresentazioni simboliche e astratte, miti, narrazioni, che
ci permettono di esprimere quanto non riconducibile direttamente alla ragione: le
metafore, la propria letteratura
4. narriamo noi stessi in
rapporto al mondo che ci circonda e alle dinamiche (soprattutto sociali) messe in atto
dallo stesso (utilizzo di gerghi, registri, varianti - ma soprattutto pronomi personali e
strategie discorsive);
5. ci rappresentiamo come
esseri individuali (uso creativo e personale della lingua) e esseri sociali (uso creativo
e personale della lingua limitato dalle norme messe in atto dalla società di
appartenenza, norme che ad esempio contemplano permessi e divieti, e codificate dalla
lingua stessa).
La lingua rappresenta
dunque tutto ciò a cui una determinata società composta da individui fra loro collegati
in maniera organica, sistematica e dinamica, ha deciso di dare voce e la voce di una
lingua comporta anche per necessità di cose il suo silenzio. Il silenzio di una lingua
può essere rappresentato da assenze lessicali causate da assenze concrete nel mondo
circostante (piante o fiori che non esistono in un determinato ambiente ovviamente non
hanno un nome) o da assenze "mentali", la cosa esiste ma non è importante.
Il silenzio inoltre può
essere rappresentato da parole e concetti (linguisticamente esistenti) per vari motivi
tabuizzati. Oppure ancora da un diverso rapporto fra "implicito" ed
"esplicito".
Siamo dunque
tendenzialmente la lingua che parliamo e per il cui tramite ci raccontiamo.
Se questo è vero, e a ben
rifletterci, la nostra esperienza quotidiana ci dice che è così, viene spontaneo porci
alcune domande:
- chi siamo in
unaltra lingua? O anche chi siamo in assenza di lingua, vale a dire quando la non
conoscenza delle reciproche lingue a contatto impone un innaturale, totale, silenzio?
- Che cosa avviene quando
per scelta, necessità, o altro ci troviamo a dover essere in unaltra lingua?
- Quello che si dice in una
lingua si può sempre dire nellaltra? È sempre necessario?
Bibliografia:
Paolo E. Balboni, Parole
comuni culture diverse. Guida alla comunicazioe interculturale, Saggi Marsilio,
Venezia, 1999.
Marta Castiglioni, La
mediazione linguistico-culturale, Franco Angeli, Milano, 1997. Contiene una buona
bibliografia di riferimento
Emaunuele Riverso, Parole
e cose nella comunicazione interculturale, Edizioni Borla, Roma, 1993.
Grosman, M.,
"Cross-cultural Awareness: focusing on otherness"; C. Dollerup, A. Lindegard
(eds), Teaching Translation and Interpreting 2, J. Benjamins, Amsterdam, 1994.
J. House & S.
Blum-Kulka (eds), Interlingual and intercultural communication: discourse and cognition
in translation and second language aquisition studies; Tübingen, Narr, 1986.
Salmon Kovarski, L.,
"Stereotipi ideologico-culturali: problemi di traducibilità", Sapere
Lingusitico e Sapere Enciclopedico, L. Pantaleoni e L.S. Kovarski (eds), Atti del
Convegno Internazionale Forlì 18-20 aprile 1994, CLUEB, Bologna, 1995.
R.Galatolo, G.
Pallotti, La conversazione, Cortina Editore, Milano 1999.
Siti web:
Su biblinguismo:
http://crl.ucsd.edu/newsletter/10-3/
http://www.sinc.sunysb.edu/Class/lin541/RecentBooks.html
http://www.cal.org/ericcll/Minibibs/child_bilingual.html
http://www.cal.org/ericcll/Minibibs/Bilingual.html
http://www.arts.uwa.edu.au/LingWWW/LIN101-102/NOTES-102/Socio6.html
http://www.cal.org/ericcll/Minibibs/AgeDiff.htm
Su "studi culturali":
http://home.about.com/culture/index.htm?once=true&
http://vos.ucsb.edu/
http://www.academie-universelle.asso.fr/manuel/cont/fgarde.htm
|
| Scheda
8) Mauro Gonzo, psicoterapeuta sistemico, Consultorio familiare e Servzio
Mediazione Culturale ULSS 5, Arzignano, Vicenza , Italy. |
Intervento sui
sistemi allargati: metodologia e strumenti.
Parole chiave: teoria sistemica; intervento di comunità; cambiamento,
progettazione partecipata; strumenti; intervista; ricerca-azione; valutazione-azione.
Nellambito dello studio dei macrosistemi si sviluppa l'analisi dei sistemi
allargati complessi, definiti sistemi sociali in quanto si riferiscono a una
dimensione più ampia di quella dei sistemi umani che gli operatori psicosociali
incontrano tradizionalmente nella pratica quotidiana, costituiti normalmente da famiglie o
gruppi di utenti (Luhmann, 1990).
Lintervento di comunità prevede la realizzazione di progetti rivolti a ampie fasce
di utenti e questa è diventata ormai la modalità privilegiata di lavoro
nellattuale fase, in cui si chiede agli operatori dei servizi e degli enti pubblici
e del privato sociale di massimizzare lefficienza e lefficacia dell'intervento
in rapporto alle limitate risorse messe a disposizione dalle amministrazioni.
Viene oggi inoltre richiesto agli operatori dei servizi che realizzano progetti
di comunità di agire nella direzione del cambiamento, per modificare gli
atteggiamenti e il comportamento dellutenza in direzione della salute e/o del
benessere psicofisico: si parla appunto prevalentemente di prevenzione, educazione alla
salute, educazione permanente, ecc..
Ciò che viene definito come cambiamento all'interno di un determinato sistema può
determinarsi nel contesto della terapia o della consulenza, in
senso stretto, cioé in situazioni microsociali - come siamo più abituati a pensare -
oppure, nellambito di attività che coinvolgono sistemi allargati definite in
generale come processo di aiuto, prevenzione', ecc.. In queste attività
si persegue un'evoluzione dei sistemi coinvolti verso stati considerati maggiormente
desiderabili - dal punto di vista della committenza - attraverso modalità e tecniche di
vario tipo e di diversa provenienza che vanno dall'intervento con tecniche gruppali,
all'auto-aiuto, all'utilizzo di particolari modelli di comunicazione e di coinvolgimento
dei fruitori, ecc..
Nell'ambito della pratica sistemica sono stati sviluppati un insieme di concetti
operativi e tecniche finalizzate a favorire il cambiamento allinterno dei
sistemi umani, principalmente a livello microsociale, ma anche a livello
macro(1). I cambiamenti evolutivi negli atteggiamenti e nei comportamenti da parte della
popolazione target che si ottengono, essendo estesi ad un'utenza allargata, diventano
significativi dal punto di vista dell'economia del rapporto servizi/utenti e della
'desiderabilità sociale'.
Lorientamento allefficacia comporta un cambiamento negli stili di lavoro nelle
stesse organizzazioni che gestiscono i processi educativi, sociali, sanitari,
assistenziali, che evolvono da una modalità moderna a una
post-moderna, in cui si fa maggiore affidamento sulle potenzialità degli
attori di gestire i processi, non in modo gerarchico e preordinato ma in modo in modo
condiviso ed attivo a partire dal concetto di rete e dallattivazione delle risorse
psicologiche, affettive e linguistiche dei soggetti, che collaborano in modo creativo al
processo (Bergquist, 1994).
Pertanto, in tale contesto, è necessario utilizzare degli strumenti concettuali
adeguati, che si rifanno alle recenti acquisizioni nel campo del servizio sociale, quali
losservazione del ciclo riflessione-azione-riflessione-azione (nozione che
discende da concetti sistemici quali quello di sistema autopoietico, equifinalità,
neghentropia, fino alle acquisizioni del costruzionismo sociale), lorganizzazione
come sistema dotato di apprendimento, lottica conversazionale e dialogica
nei confronti dei partecipanti ai progetti e della popolazione di utenti definita come
target.
In questo processo riflessivo tutti gli attori sociali vengono concepiti in
funzione di una dimensione ecologica e all'interno di una conversazione reciproca nella
quale gli elementi cognitivi e affettivi che possono portare il sistema definito come
problematico ad evolvere in direzione del cambiamento sono valorizzati.
La stessa fase di ricerca - essendo la ricerca stessa un processo conoscitivo
che come tale accompagna ogni evoluzione - non può essere sganciata dal concetto di azione
sociale, in quanto tendenzialmente non si dà conoscenza al di fuori di una prassi di
cambiamento, una prassi che sollecita i diversi sottosistemi con cui viene a contatto
interagendo con essi.
L'intervento diventa così ricerca-azione, nel senso che al suo interno non si
possono scindere i due momenti dell'evoluzione cognitiva (introduzione nel sistema di
nuovi elementi conoscitivi e nuovi significati che avviene attraverso il meccanismo della
ricerca) e del cambiamento nel sistema stesso. Ciò in base all'assunto sistemico secondo
cui (Bateson 1972) un sistema è una mente; mentre per Maturana e Varela (1980), ogni
sistema è tale per la sua facoltà di autoprodursi ed evolvere elaborando cognitivamente
quanto emerge nel suo accoppiamento strutturale con altri sistemi.
La ricerca di per sé stessa, in quanto contesto che marca una particolare forma di
interazione tra i sistemi umani finalizzata alla conoscenza e dunque allaumento
delle informazioni che entrano in circolo nel sistema, crea di per sé condizioni
favorevoli al cambiamento, nel momento in cui aumenta la neghentropia del sistema e rende
nel contempo fluide le relazioni creando un nuovo meta contesto (il contestro di
ricerca) che ristruttura tutti i contesti e i significati precedenti (Cecchin et al.
1992).
L'approccio partecipativo amplifica l'aspetto dialogico (Bachtin, 1968;
1979; Todorov, 1990) , in cui si ha un coinvolgimento degli utenti e unattivazione
degli stessi (empowerment) nelle azioni e nelle decisioni che riguardano la
risoluzione dei problemi, il loro benessere e il cambiamento degli stili di vita.
Da ciò deriva la centralità dellapproccio partecipativo, che per non risultare
puramente retorico deve restituire voce, capacità di negoziare obiettivi e valori,
strumenti di decisionalità a quanti partecipano al processo (colleghi, collaboratori,
appartenenti ad altri enti nel territorio con cui si instaura una collaborazione che parte
dalla condivisione di linguaggi) e soprattutto a quanti si trovano ad essere relegati
sullo sfondo in veste di popolazione, target, utenti,
ecc.. Loperatore, leducatore, chi esercita la funzione docente, chi
svolge attività di prevenzione nella comunità, commisura i propri strumenti al contesto
in cui agisce (organizzazione, sistema allargato, comunità locale) mirando a coinvolgere
nelle varie fasi del/la processo sociale/conversazione tutti coloro che ne hanno facoltà
o che non avendola, possono acquisirla e contribuire così ad arricchire in modo
determinante il dialogo e lazione.
Ciò avviene per gruppi e sottogruppi, nei quali il processo decisionale e operativo
viene suddiviso in modo da permettere un ordine nel processo di comunicazione e di
circolazione delle informazioni in modo da coinvolgere da vicino e a livello personale un
numero ampio di soggetti.Nel realizzare questa conversazione allargata, loperatore
esce da sé stesso, dal suo ruolo professionale consueto, dal suo territorio
usuale, ed esplora in modo attento e sensibile altri mondi possibili, quelli di coloro che
stanno attorno a lui e con cui può entrare in contatto solo utilizzando tutti i propri
canali di comprensione e comunicazione, scoprendo così conflitti latenti, disaffezioni, o
nuove idee e presupposti (Sclavi, 2000 ).
Si determina in tal modo su scala allargata una pratica sociale critica e
trasformativa (Pakman, 1989), che incide sui partecipanti e sulle reciproche
relazioni sociali al di là del singolo obiettivo perseguito dall'intervento.E
fondamentale che il coinvolgimento avvenga fin dalla fase della progettazione delle
azioni, nella quale si condividono le scelte e le finalità con altri realtà,
organizzazioni ed enti che operano nel territorio, i quali potranno collaborare solo se
hanno fin dallinizio partecipato in modo complementare al progetto.
Si dovrebbe condividere quanto viene programmato, oltre che con gli operatori degli
enti coinvolti, anche con la cittadinanza, in modo possibilmente diretto o almeno
attraverso le realtà rappresentative presenti nel territorio (consigli di ciroscrizione o
quartiere, assemblea dei genitori, associazioni di immigrati, ecc.). La ricerca dovrebbe
essere condivisa con la popolazione o lutenza e rispondere a finalità e obiettivi
accettati come validi. Ciò può essere realizzato tramite momenti comuni di discussione
in cui gli esperti (coloro che solitamente pongono le domande e
controllano la metodologia) offrono la possibilità di una co-costruzione del
lavoro di ricerca-intervento ad un numero più allargato possibile di persone.
Loperatore da parte sua diventa in tendenza co-eguale con lutente, mente si
riduce la distanza tra chi gestisce la ricerca e chi ne il fruitore. In ogni fase del
lavoro, anche nel colloquio con il singolo utente, loperatore si attiene a un metodo
dialogico in cui il punto di vista dellutente viene valorizzato e colto sia nei suoi
aspetti informativi sia in quelli emozionali, nei quali si esprime la particolare storia e
visione del mondo della persona intervistata (Pakman, 1989). In tal modo, si amplia la conversazione
includendo in essa il numero maggiore di soggetti possibile.
Gli strumenti dintervento da utilizzare per ottenere questo ampliamento
della conversazione possono essere molti, tra cui: lintervista nelle sue
varie forme più o meno strutturate; il questionario. Essi possono diventare di
volta in volta pass-partout, strumenti di raccolta, circolazione, amplificazione delle
informazioni, arricchimento della conversazione, di valutazione e monitoraggio (Gonzo et
al., 1999). Essi non sono mai strumenti neutri e ancor più, nelle nostre intenzioni, si
rivolgono al cambiamento; introducono nuovi punti di vista e nuove informazioni;
sollecitano nuove distinzioni, spingono allevoluzione e alla definizione, permettono
provvisorie conclusioni che scandiscono il tempo altrimenti indistinto, come avviene nelle
situazioni statiche e patologiche (Boscolo, Bertrando, 1994 ).
Il progetto o intervento effettuato deve comprendere alla fine, la fase della
valutazione per permettere alla commitenza e ai fruitori di verificare
lopportunità dellimpiego delle risorse e i risultati ottenuti. Essa ha il suo
focus negli obiettivi positivi, nel miglioramento da ottenere, nellimplementazione
delle azioni e dei programmi. Ma può essere anche un momento qualificante in cui
consolidare o amplificare il cambiamento nel momento stesso in cui viene verificato,
analogamente a quanto accade nella terapia sistemica che prevede la fase di valutazione
e/o conclusiva come fase a tutti gli effetti terapeutica (Boscolo, Bertrando, 1994 ). Si
può quindi introdurre il concetto di valutazione-azione (vedi bibliografia), che
attraverso lo strumento dellintervista e del questionario è un ulteriore momento di
cambiamento di distinzioni, percezioni, cognizioni; vi è il rovesciamento di prospettiva
in cui si ha lempowerment dellutente che valuta e suggerisce soluzioni,
diventando attivo e propositivo di fronte agli esperti, che ne traggono
insegnamenti e non solo gratificazioni e prestigio come corollario del loro ruolo di
responsabili dei progetti (o di ricercatori, ecc.) che si rivolgono alla comunità. La
comunità stessa ridiventa soggetto e non solamente destinataria di progetti decisi da
altri, attraverso la diretta partecipazione alle diverse fasi del progetto, dalla
progettazione alla valutazione conclusiva.
Note:
1) Il concetto di 'cambiamento' in un sistema è stato discusso in Mosconi et
al. (1995). Negli articoli successivi (1995', 1997, 1999) vengono elencate le tecniche e
le relative metodologie del cambiamento sistemiche. In Bibliografia vedi Il
cambiamento nei sistemi allargati.
2) Per Maturana conoscere equivale a vivere e vivere equivale a conoscere
(Maturana,Varela 1980).
Bibliografia inziale, per argomenti, con particolare riferimento ai materiali
esistenti in internet:
Il cambiamento in un sistema:
Boscolo, L. , Bertrando, P. (1994) I tempi del tempo,Boringhieri, Torino.
Mosconi, A. Gonzo, M., Sorgato, R., Spaliviero, T., Tirelli, M., Tomas, M., Zerilli, M.
(1995)"Epistemologia sistemica e pratica terapeutica: divergenze e punti
dincontro fra alcuni autori", Psicoterapia e Scienze Umane, Anno
XXIX,n.2, pp.93-105.
Mosconi, A., Gonzo, M., Sorgato, R., Tirelli, M., Tomas,M. (1995')"From
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