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"I limiti cognitivi della percezione nello sfruttamento dell’immaginario dell'uomo. Interazioni

tra occhio-mente e cervello."

Paolo Manzelli

Nell’ avvicinarsi al III° millennio si individua la necessita’ di superare i limiti riduzionistici delle conoscenze per liberare le potenzialita’ creative dell’ immaginario dell’ uomo in una nuova dimensione della comunicazione multimediale interattiva estesa globalmente dalla utilizzazione di protocolli unificati in internet.
All’ interno di tale dimensione innovativa della comunicazione basata sulla multimedialita’ interattiva e’ necessario prendere in attenta considerazione che “realismo percettivo” e’ divenuto un modello ormai obsoleto, che purtroppo ancora sopravvive nelle concezioni comuni di
interpretazione della percezione visiva, proprio in quanto viene normalmente riproposto dalla educazione nella scuola.
E’ necessario oggi pensare come la persistenza di tale modello cognitivo, limitativo di una concezione piu’ attuale e scientifica, determini condizioni di passività ed incoscienza della mente nei confronti della suddetta innovazione, che favoriscono il condizionamento e l'inibizione dell’ immaginario creativo dell’ uomo. (1)
Infatti in un’ epoca in cui il ricorso alla cosi detta “realtà virtuale” e comunque a simulazioni computerizzate della realta’, ritenere ancora che l’ occhio veda oggettivamente l’ ambiente esterno, come se nella retina fosse biologicamente possibile definire una immagine fedele del mondo rovesciato, per mezzo di reazioni fotochimiche nei coni e bastoncelli, effettuata da inesistenti raggi di luce, rappresenta in verita’ un modello interpretativo antiquato, ed allo stesso tempo educativamente imprudente, proprio in quanto permette una facile manipolazione della mente da parte di coloro che utilizzano processi di codificazione e decodificazione tecnologica dei segnali percettibili nell’ambito della comunicazione dei mass-media. (2)
Sappiamo oggi che il compito evolutivo della nostra capacita’ di percezione visiva, non è quello di ricostruire le immagini a partire dagli stimoli che provengono dai nostri occhi, ma scartare quelle che non risultano utili alla nostra sopravvivenza. Infatti nel quadro di una informazione multimediale che cresce a dismisura in rete internet, dobbiamo assolutamente essere in grado di rivolgere l’ attenzione e concentrarci sui frammenti di informazione che sono utili alla nostra evoluzione mentale. Pertanto il modello del realismo percettivo, proprio in quanto considera che il cervello abbia la sola funzione di raddrizzare le immagini gia’ descritte nella retina dell’ occhio , e’ certamente obsoleto. Non e’ neppure proporzionato al bisogno di rinnovamento cognitivo nei riguardi della percezione, spostare il modello percettivo limitato alla visione oculare, ammettendo che la visione del mondo esterno viene elaborata dalle sezioni degli emisferi cerebrali occipitali, in quanto sappiamo che neppure l’area neuronale occipitale, responsabile della rilevazione ed elaborazione dei dati sensoriali percettivi e’ di per se capace di vedere; cio’ in quanto il sistema nervoso tende ad operare come un sistema di integrazione unitario.(3)
Infatti la percezione deve essere significata tramite sistemi attenzionali di focalizzazione visiva, per effettuare un riconoscimento mnemonico ed emozionale dei dati sensoriali; ciò comporta lo sviluppo di una capacita di integrazione della azione di varie aree cerebrali, che complessivamente ci rendono coscienti della nostra percezione visiva.
Nel quadro dell avanzamento delle concezioni neurologiche moderne, il riduzionismo del realismo percettivo rappresenta pertanto una approssimazione , che rende difficile accordare l occhio con una mente coscientemente creativa, proprio in quanto l'uomo facendo riferimento ad un tale modello cognitivo antiquato, tende facilmente a confondere le immagini virtuali, come realtà per di più assumendo lo stesso
modello cognitivo riduzionista, come base per le attuare rappresentazioni multimediale di una realtà immaginaria; ne consegue che il confronto tra reale ed immaginario subisce un anomalo e costante appiattimento, che tende ad inibire la differenziazione creativa dei nostri pensieri e delle nostre azioni.
Ricordiamo che gia Aristotele , si era posto il problema della creazione delle immagini mentali distinguendo la percettibilità dell'organo della vista dalla sensazione visiva (quest ultima denominata Phantasma ovvero apparizione). Dobbiamo ammettere che perlomeno Aristotele cosidero per la percezione un meccanismo differente da un automatismo del tipo stimolo-risposta tra oggetto veduto e soggetto vedente. Infatti per Aristotele l'oggetto sensibile, causa la vista di una apparizione phantasma, anche se poi la sua spiegazione della percezione, si limito ad una descrizione del fenomeno, dato che il phantasma, veniva interpretato similmente all'azione di contatto di un dito sulla cera, che per pressione e calore, riproduce la traccia delle impronte digitali sul supporto plastico. (4)
Gia gli studi su le illusioni percettive degli studiosi della Gestalt-theory, (vedi : womans figures oppure Faces Illusion- 5) hanno fatto riflettere gli studiosi della percezione ; cosi ad esempio uno stesso schema visivo puo essere interpretato come un profilo di una bella fanciulla, oppure come una vecchia befana, ovvero in un altro caso, lo stesso disegno puo essere evidenziato sotto il profilo simmetrico di due facce, oppure focalizzato come figura centrale di un calice. Tali studi sono stati perfezionati da l arte di M.C.Escher (6) sulle figure impossibili, nonche da altri studi sulle illusioni tridimensionali (7)- Le illusioni percettive ,del tipo di quelle citate su le figure ambigue appositamente combinate per dare luogo alla percezione alternativa di disposizioni percettive differenziate a seconda di una particolare predisposizione della attenzione, sono piu facilmente spiegabili oggi, sapendo che il cervello e composto da due emisferi cerebrali ,destro e sinistro, connessi da un gruppo di fibre del corpo calloso, e che i lobi cerebrali, nell'uomo hanno funzioni quasi indipendenti asimmetricamente differenziate (8) . Dagli studi di Elettro Encefalo Grafia (EEG), conosciamo inoltre che una diversa focalizzazione della attenzione o della nostra capacita di concentrazione del pensiero, genera nel cervello una azione elettromagnetica. modificando la nostra capacita temporanea di percezione alternata delle doppie illusorie figure. (9)
Infine e stato sperimentato che se produciamo una breve stimolazione magnetica un emisfero cerebrale, attraverso impulsi che attraversano ilcorpo calloso, viene passivata la attività dell 'altro emisfero. Quanto sopra costituisce un dato sperimentale importante; in quanto, conoscendo che ogni evento cerebrale, attivato che sia da messaggi sensoriali o da sensazioni emotive ovvero da attività di pensiero, viene comunque codificato in correnti elettromagnetiche, comprendiamo
che tutti questi eventi cerebrali agiscono alternativamente da segnali di attivazione/inibizione del azione biochimica delle sinapsi neuronali in differenti aree cerebrali.  Donald O. Hebb,(10) considerato il padre della psico-biologia connessionista (1904-1985), per primo comprese che, la attivazione e/o disattivazione simultanea di particolari aree neuronali, modifica temporaneamente le proprieta individuali di flessibilita cerebrale, quindi dobbiamo considerare, in guisa di un principio generale, il fatto che la attivazione di alcuniraggruppamenti di neuroni favorisce la disattivazione di altri.Pertanto dato che la attenzione, cosi come gli stati emozionali e cognitivi, fanno registrare attivita elettromagnetiche nel cervello, si comprende come esse vadano ad agire come attivazioni e/o inibizioni dei processi di ristrutturazione della flessibilita cerebrale che sono responsabili dell apprendimento .
In conseguenza a tali correlazioni tra attivita elettromagnetiche e biochimiche e segnali percettivi, comprendiamo che la manipolazione delle attivita cerebrali, oggi potenziata dalla utilizzazione del mass-media, possiede una intrinseca capacita di agire sulla definizione flessibile della modularita cerebrale e di conseguenza sulle strategie di significazione della mente e cio e particolarmente importante a riguardo della percezione della visiva poiche essa e di immediata comprensione. Riflettendo sui precedenti dati scientifici, si capisce come non sia piu lecito assumere che i sensi possano definire un oggettiva rappresentazione del mondo esterno, (11), proprio in quanto e necessario dedurre che tale acquisizione cognitiva, denominata realismo cognitivo, cagioni un preciso condizionamento limitativo della naturale capacita di generare collegamenti flessibili delle nostre articolazioni connettive cerebrali.
Viceversa e ammissibile che, da una piu profonda comprensione del fatto che le nostre attivita cerebrali di rappresentazione visiva non ci fanno direttamente percepire la realta oggettiva, si possono piu facilmente far scaturire progettazioni di comunicazione multimediale creativa.
Il problema di rimuovere i fattori cognitivi obsoleti , per delineare una rinnovata organizzazione cerebrale che predisponga il cervello alla creativita(12), e stato affrontato con azioni concettualmente diverse, ma essenzialmente convergenti dalla scienza e dall arte contemporanea.
E stato recentemente analizzato un interessante parallelismo tra il cambiamento cognitivo delle fisica moderna e dell arte di Salvator Dali e di Pablo Picasso (13).
Entrambi , scienziati ed artisti, infatti pur in seguito a diverse motivazioni iniziali, dovevano confrontarsi con la problematica della relativita dello spazio/tempo, non più concepibili come entità assolute e indipendenti .
Salvator Dali, ha egregiamente rappresentato dalle esigenza di interazione tra spazio e tempo con i suoi dipinti di "orologi molli", con cui ha voluto raffigurare una elasticita dello spazio/tempo, per superare un modello cognitivo di uno spazio cartesiano rigido di prospettiva classica.
Da tali esempi di sensibilita artistica, ci possiamo accorgere, che le nostre rappresentazioni mentali sono il frutto della capacita umana di trascendere il proprio patrimonio genetico, arricchendolo di nuove interconnessioni cerebrali di origine culturale.
Ma dobbiamo anche riflettere che ogni attivita di apprendimento cognitivo, associata alla definizione delle capacita di elaborazione cerebrale, trova suo limite proprio in conseguenza del fatto che l'uomo tende a confondere la realtà con il modello concettuale storicamente affermato, poiche assume quest ultimo come paradigma di base per articolare le sue previsioni creandosi una realtà immaginaria, che con l'evoluzione scientifica e culturale diviene gradualmente obsoleta. (14)  Concludendo, da quanto detto si puo comprendere come il superamento dei limiti cognitivi della percezione per un utilizzo creativo dell'immaginario dell'uomo, sia oggi divenuto decisamente importante. Infatti viviamo in un epoca in cui la tecnologia di sistemi informatici e telematici e capace di trasformare e comunicare interattivamente in sistemi numerici binari (digitali), ogni segnale sensoriale ed anche tradurre in percezione sensoriale cio che naturalmente e impercettibile. Quanto sopra condurra in breve a modi di vivere e lavorare sostanzialmente diversi rispetto a quelli che per due secoli hanno caratterizzato la società industriale.
Già, ad esempio, si profilano metodologie nuove di apprendimento adatte al superamento dei modalita tradizionali di fare scuola, che ormai sono poco rilevanti, se poste in relazione alle attuali necessita e possibilita di apprendimento degli studenti. Tra esse il Learning on Demand imparare su richiesta (LOD), sistema di network di editoria elettronica, nato per migliorare e rendere piu funzionale l'apprendimento a distanza in una società in continua trasformazione, basato sugli studi di elaborazione di ipertesti multimediali online, finalizzati alla integrazione tra l apprendimento a memorizzazione iconica e verbale (15)
Pertanto sebbene sia problematico fare previsioni sul nostro futuro nell avvicinarsi del III millennio, e certo che la accettazione cosciente di questa complessa innovazione, comporta la necessità di dedicare una seria attenzione al rinnovamento della educazione e del lavoro, nella dimensione di un apprendimento permanente di nuovi generi di formazione mentale.
Il discorso qui brevemente accennato, rimane aperto a contributi di quanti dei nostri giovani saranno capaci di proporsi come nuovi  costruttori della storia; rivolgendoci a loro speriamo di facilitarne il compito, iniziando con l aiutarli a superare criticamente limiti cognitivi della percezione, al fine di dare un contributo ad un ulteriore sviluppo alla creatività cosciente dell immaginario dell'uomo.

Bibliografia online:

(1) Cervello Informazione apprendimento:
http://www.edscuola.com/archivio/salusm.shtml
(2) Finzione e realta del Mondo Virtuale ,
http://www.fub.it/telema/TELEMA16/Paolon16.html
(3) Address Gestalt properties of perception:
http://cns-alumni.bu.edu/pub/slehar/webstuff/hr/hr.html ;
http://cns-alumni.bu.edu/pub/slehar/webstuff/bubw/bubw.html
(4) Aristotle -Sense Perception, http://www.perseus.tufts.edu/GreekScience/Students/Tom/Anima.html
(5) Gallery of Illusions, http://dragon.uml.edu/psych/illusion.html
(6) Three dimension M.C. Escher:
http://www.msn.fullfeed.com/~jpdesign/MPR.html
(7) Creative illusions : http://enchantedmind.com/illusion.htm
(8) Visual Brain ,
http://psyche.cs.monash.edu.au/v5/psyche-5-18-bridgeman.html
(9) Selective magentic brains stimulation ,
http://www.ukrv.de/ch/neuro/niehaus2.html
(10) D.O.Hebb, http://cogsci.soton.ac.uk/~harnad/Archive/hebb.html
(11) All in the Brain , http://www.hhmi.org/senses/a/a110.htm
(12) Cervello.e rimozione dei pregiudizi cognitivi :
http://www.edscuola.com/archivio/precognit.shtml
(13) Science Art connections:
http://physics.wm.edu/~larsen/monroe.html#2a
(14) T.S..Kuhn Science Paradigms ,
http://mfp.es.emory.edu/kuhnsyn.html
http://utenti.fastnet.it/utenti/marinelli/filosof/strivol.html
(15) Learning on Demand : http://future.sri.com/LOD/LOD.index.shtml
http://www.ncrel.org/sdrs/edtalk/newtimes.htm
http://www.asee.org/pubs/html/aln.htm
http://www.npaci.edu/envision/v14.4/eot_learning.html
Firenze 10/01/2000 - Paolo Manzelli <LRE@blu.chim1.unifi.it>
Microchip & brain vision
http://landow.stg.brown.edu/cpace/prosthesis/stein/vision.html
http://ourworld.compuserve.com/homepages/Peter_Meijer/sensub.htm

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Paolo Manzelli, Direttore LRE/EGOCreaNET

E.Mail : LRE@chim1.unifi.it

H.P: http://www.chim1.unifi.it/group/education
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Written by Gina Ross, Psychotherapist and co-founder of the International Israeli Trauma CenterExcerpt from the upcoming book: "Healing Society: The Role of the Media in the Healing of Trauma"

 

"The Role of the Media in the Healing of Trauma"

 

Prompted by the Littleton school tragedy where two students killed twelve of their peers, two teachers, and themselves, the media has again become the most obvious and easiest target for affixing blame in a situation that leaves the country shocked, bewildered, and desperately in search of answers. Why is there so much random violence in our country and why are children falling sway to its lure at ever younger ages?

Accused of contributing to these incomprehensible tragedies by their money-driven, sensationalistic coverage -- media people know that the answer is much more complex. The "bottom line" does indeed affect the choices of what to cover in the news or in entertainment, but this bottom line is ultimately dictated by the public finger on the TV remote, the movies they choose, the music they allow their youth to listen to and the video games they buy for their children. It is true that "what bleeds, leads" seems to be the people’s choice-- and the media is accused of exploiting this.

Our position is twofold:

The media is not responsible for the violent acts plaguing us worldwide

And

The media is uniquely equipped and positioned to assume a central leadership role in educating the public about the nature of trauma, its costs to individuals and society, and techniques now available for healing it.

Our position is that there are other root causes for the violence. We believe that psychological trauma is an organizing principle by which we can identify the source of many of the ills that currently affect our society. This type of trauma is a root cause of violence. Trauma is a root cause for the "What bleeds, leads" mentality. Trauma is a root cause for the high percentage of media coverage that is violence-related. And violence is traumatizing.

We see the media as potentially one of the most powerful tools to help us resolve one of the most daunting and pervasive problems besieging our society. Rather than "killing the messenger," we ask the messenger to become a messenger of healing and to join us in investigating the core of what is reported – the nature of psychological trauma itself. The media is inextricably linked to this subject of trauma and violence because it reports on it, is accused of feeding on it and propagating it, and is wrongly being held responsible for some of society’s most shattering tragedies.

 

The media’s influence and the copycat phenomenon.

A beneficial example of the power of the media occurred in an episode of Happy Days in which Fonzi applied for a library card. The next week thousands of young students went to the library to get their own cards. The tragic side of the copycat coin was illustrated following the news coverage of the Littleton tragedy: thousands of bomb scares occurred in Mexico the next day and hundreds of threats in America. And this phenomenon has spread over the world.

Nobody is to blame for this reality. The copycat phenomenon and is just that: a phenomenon. When the media are blamed for it, they rightly become defensive, fearing legislation and legal sanctions. Solutions that could be easily created if the public and the media joined forces never materialize. What we do see are confrontations, defensive measures and counterattacks. The responsibility of the media needs to be recognized and shared by all: in addition to media personnel, the public in general, and parents, schools, the government, and big business in particular.

 

The media’s opportunity in the new millennium.

Today the media is positioned as the most powerful force in shaping the world in the 21st century. If it does not take this role seriously, and use it consciously, it will eventually lose its credibility, which is already under attack. The media and its members can choose to take on a leadership role that shapes the values of our society in an unprecedented way. We have seen actors create their own powerful ambassadorships for various worthy causes. The media can make a similar shift in its focus so that it uses its power to shape society in ways that foster everyone’s well-being—even as they continue to provide live coverage of events both tragic and uplifting. They are the ones to determine what people will see on TV and watch for entertainment from the thousands of events and pieces of information available at any particular moment. They understand the power of suggestion.

Ultimately, movement towards any change on a societal level comes from the grassroots, but only the media has the ability to support the change, amplify it and help it take "root." The media is undeniably more influential than it was 30 years ago for the simple reason that information is now globally accessible in an instant.

The rate of acceleration, the frantic change the technological advances have created in many other areas, affect the media too. The capacity to televise anything live from anywhere has changed the nature of the impact of information, and we have not stopped long enough to analyze this change nor to evaluate its effects.

To all of the people who have responded to my proposal to the media by saying that the media won’t respond because it is making money and that’s the bottom line, I say, the media is not a monolith. As in any other sector, there are people with a specter of beliefs and orientations. I do not believe that one of the most idealistic professions on earth follows only the bottom line.

Therefore, this is an invitation to the media to explore a subject that has global impact.

Trauma, largely ignored as a (not the) root problem underlying many of society’s ills, is raising its head in an unnamed but palpable way in our schools, in our homes, in our cities. The media can play an influential role in raising awareness that fosters healing on the global scale. Are we asking the media to become pop psychologists? No. The saviors of humanity? Of course, not. Our goal is to provide information to the media about the pervasiveness and impact of trauma—as well as how to heal it-- so that they, in turn, can inform the public about it.

Our current view of our society--as filled with random and senseless violence or horrifying destructiveness--will change when understood in the context of trauma. Once we begin to recognize trauma as a generator of this seemingly baseless violence, the situation is no longer hopeless. Why? Because of the new understanding we have on trauma soundly based in recent research, and because of the development of cutting-edge methods that are now available to heal it. The critical role that the media can play in disseminating the information that could become the source of widespread healing is likely to be of personal interest to millions.

 

What exactly is trauma?

The new understanding of trauma makes it harder to define but easier to heal. What traumatizes one person might not traumatize another. What is traumatizing at one time might not be traumatizing at another. Context, age, personality, and previous life experience make a person more or less vulnerable to traumatization. The Vietnam veterans present an example of context in which traumatic suffering was made worse by the lack of recognition and validation by one’s support system.

These men and women who returned home from a conflict that many found pointless, to a hostile and rejecting country, were left with symptoms of post-traumatic stress disorder in far greater numbers than World War II veterans who were received as heroes. Not only did they face hell in Vietnam, they returned to face hell at home, taunted by antiwar protesters. A shocking fact is that more Vietnam Veterans have died from suicide than veterans from other wars. Many others were so shattered by their experiences that they were institutionalized; scores of others walk the streets of the nation, demoralized, hungry, addicted, and homeless. Had we possessed then today’s awareness and understanding of trauma, and had the veterans had access to trauma practitioners trained in the new methods, many of these shattered veterans might be leading normal, productive lives.

Additionally, it is only a recently accepted knowledge that chronic childhood abuse can impart devastating traumatic effects similar to the effects found in war veterans. Chronic childhood trauma disrupts the child’s brain development and imprints long-lasting biological changes. These changes can manifest in the form of depression, chronic anxiety, destructive behavior against oneself and ultimately suicide. But they can also manifest in aggressive and increasingly violent behavior toward others. Most abused children do not turn to violence, but a still significant number become teenage delinquents, engaging in violent and antisocial behavior, long before reaching adulthood.

Aggression against others has been particularly well documented in war veterans, traumatized children, and in prisoners with histories of early trauma (Van der Kolk). Indeed studies have shown that ninety percent of most violent criminals in prisons have a history of child abuse. A very high percentage of the institutionalized mentally ill have also had abused or neglected childhoods. Of those who don’t turn to acts of violence, many are likely to be drawn to situations that reenact the original trauma. For example, it is not rare for combat soldiers to join police swat teams, for abused women to be attracted to abusive men, or for sexually molested girls to be drawn to the sex industries.

 

Secondhand trauma can affect anyone.

By now, everyone has heard of the effects of "secondhand smoke." Most Americans knew for decades that smoking cigarettes led to cancer, but it wasn’t until studies confirmed the dangers of "secondhand smoke" that the tide truly turned against the tobacco industry. Awareness of the harmful effects on non-smokers changed the playing field. Public opinion was mobilized leading to legal and legislative remedies.

The similar phenomenon of secondhand trauma, also known as secondary or vicarious traumatization, is defined as the impact trauma has on individuals beyond its immediate victims. Over three thousands studies have been conducted over the past forty years on the effect of the media on violence (laboratory experiments, field studies, correlation data, longitudinal 92 to know studies of thought to 22 years, two major meta-analysis, one examining 67 studies and over 30,000 subjects, and the other 230 studies and close to a hundred thousand subjects). Responding to the data’s outcome, innumerous parental organizations as well as health and government agencies have accused the media as the source for the violence that exists in our society. The media, like the tobacco industry, has been targeted. Many have called for legislative action. Our position is that legislative action regarding the presentation of trauma and violence in the media is not the answer. The concept of "secondhand trauma," however, presents a powerful incentive for the media to take action.

Anyone who comes in direct contact with a traumatized person is exposed to secondhand trauma. This population is comprised of millions of people in the healing, helping, and protective professions: therapists, doctors, nurses, medics, social workers, firemen and police, as well as emergency and disaster workers. But reporters, both print and video, news media editors and researchers, newscasters and camera personnel are also continually exposed to secondhand trauma. Police, firefighters and disasters rescuers are already aware of secondary trauma and have introduced the practice of debriefing as an attempt, however incomplete, to diffuse any harmful effects of exposure to trauma.

Encouragingly, attempts to address this issue in the media industry have been initiated as the number of casualties in the field has risen. Akila, a television news journalist I recently interviewed, presents a clear example of the need for support of media employees.

Akila left her job because she could not face one more day seeking the "juiciest" of life’s tragedies. She just "could not take it anymore." She reflected on the pain she felt exploiting people’s vulnerability by exposing their anguish--which is what her job required of her. She had to flee, but she was still mourning the loss of the career that she had pursued since the age of 11. She also spoke of the harshness of the news environment, how often she had no time even to go to the bathroom, needing to override her body signals, under the pressure of her job assignments. Akila was not alone in suffering the effects of highly stressful demands of the news industry. People in the business show high rates of divorce, chronic health problems, alcoholism and drug abuse, absenteeism, as well as suffer from traumatic symptoms such as flashbacks, nightmares, outbursts of anger and hostility, self-destructive ideation at times culminating in suicide attempts.

Secondary traumatization-- in this case, from direct exposure to victims, war and reporting on and photographing violence or disasters scenes-- can create traumatic symptoms, even if the reporter, the news editor or the photographer were doing their job from a relatively safe distance. Like firsthand symptoms of trauma, these symptoms can resurface years later, triggered by some seemingly inconspicuous and unrelated incident. A recent research study has also shown that the large majority of a group of media people interviewed had experienced some type of trauma in their lives and that more than 80 percent had witnessed violent events while on duty.

"Twenty years ago, if you said journalism was stressful, the response would have been, ‘so what?’ Today there’s an increase in consciousness about its risks," says John Russial, associate professor of journalism at the University of Oregon as well as a newspaper consultant. As this awareness grows, the field is beginning to make changes in training among its professional ranks.

Frank Ochberg, who developed a Victims and Media Program at the School of Journalism at Michigan State University, disagrees with the notion that feeling too intensely could get in the way of being objective. "Journalists, by habit or culture, refuse to feel their grief, their horror, their anxiety," he comments. It is welcome news that a course he developed, "Trauma and Journalism," is now being taught at four universities. All journalism curricula should teach just such a course.

Martin Cohen, a Florida psychologist who has worked with journalists at Poynter Institute for Media Studies, reminds them that they are "not just objective journalists doing [a] job, but human beings who have been exposed to something awful." He recommends debriefing between 24 – 72 hours after exposure, but adds:

"the rank and file are not going to ask for it. They fear it would be interpreted as a weakness when, in fact, it is wisdom. Their hearts are exposed even if they’re looking through a lens. They’re injected with a poison, a certain kind of energy that can affect them for a longtime if they don’t deal with it. There are going to be consequences for seeing someone else’s suffering. The mere exposure to trauma can be traumatic."

The stigma attached to being affected by traumatic events, second- or first-hand, needs to be addressed. We need to be able to talk openly about and treat trauma as we do with physical disease. Surveys have found that nearly 40 percent of editors surveyed reported job-related health problems ranging from insomnia to alcoholism and hypertension, and these numbers are on the rise. "The culture of bravado that fans the flames also discourage them from slowing down or seeking counseling," says Robert Giles, now executive director of the Media Studies Center in New York, "they must be seen as war-horses, impervious to trauma, fatigue, and fear."

Though the New York Times offers a stress debriefing program to journalists who have been exposed to trauma, in which they discuss the experience and their feelings, Patricia Drew, its director, admits reporters are initially reluctant to use it. "They are afraid they won’t be sent out on the next tough story," she says.

Rick Bragg, New York Times Pulitzer Prize-winning photographer, covered Oklahoma City bombing, multiple murders in New Orleans and the Jonesboro, Arkansas student killings. The face of a woman who’d lost her husband in Oklahoma City is seared in his memory. "That is real hurt. What’s happened to us is so much less. That doesn’t mean what happens to us isn’t serious. But I don’t feel I have a right to call myself a victim….I never felt it was appropriate to whine…..we can’t act like that or we can’t get the job done." Here, there’s simply a need for restructuring of thought. We could say to him, "it’s not about whining or taking on the victim status. It’s about processing what you experienced as a witness to horrifying events. If you give yourself time to acknowledge what you’re feeling, then you’ll be better able to continue doing your job."

Karina Bland, Arizona Republic reporter, writes: "Because I feel the horror so strongly, I write more graphically, so people can feel it……nobody talks about this stuff. We interview people about trauma and we see horrible things all the time, but we never consider how it affects us."

Lindsey Hilsum, diplomatic correspondent, London’s Channel 4 News, sought no psychological help after her time in Rwanda: "What kind of counselor am I going to find in London – someone who doesn’t even know were Rwanda is?…the problem isn’t me: it’s not in my head. I have a right to be upset about this. It was an awful, dreadful thing I witnessed." There are ways, even brief approaches, to detoxify these kinds of overwhelming experiences. Hilsum says, "it’s not in my head"—meaning, she’s not making it up. Her assumption was that because what traumatized her was real, not invented, there was no relief or recovery possible. This is simply not true.

One of the most tragic stories of secondhand trauma is that of photographer Kevin Carter, the South-African native who won the Pulitzer Prize in 1994 for a photo published in the New York Times of a vulture circling over a starving girl who’d collapsed on her way to a feeding station in southern Sudan. Two months after winning the prize, his body was found in his red pickup truck, dead of carbon monoxide poisoning.

Carter called taking that photo," the most horrifying experience of my career." According to Time magazine, after taking the photo, he sat under a tree, lit a cigarette, talked to God, and cried. Carter’s friend, freelance journalist Joao Silva commented: "he was depressed afterward…he kept saying he wanted to hug his daughter."

From Carter’s suicide note: "I am really sorry. The pain of life overrides the joy to the point that joy does not exist." He also described being depressed and "haunted by the vivid memories of killings and corpses and anger and pain…of starving or wounded children, of trigger-happy madmen." In a letter to Time, Carter’s sister wrote, "the pain of his mission, to open the eyes of the world to so many of the issues and injustices that tore at his own soul, eventually got to him."

Carter’s tragic story provides a window into the devastating stress found in covering traumatic events. New research is just beginning to indicate that, untreated, such stress can have serious long-term effects on the ability of journalists to function, according to Roger Simpson, associate professor of communication at University of Washington, Seattle, who conducted a survey on the subject in 1996. Simpson surveyed 131 journalists at six newspapers in Washington and Michigan, and found that the degree of post-traumatic symptoms they described were comparable to those reported in parallel studies of Australian firefighters who had recently battled a brushfire and of Norwegian soldiers trapped in an avalanche. The difference, however, was that firefighters and soldiers routinely receive a debriefing – a form of therapeutic counseling to ease their distress. Simpson also found that, statistically, those most likely to develop trauma symptoms were those who had covered fatal car accidents. "The longer the exposure, the more likely a respondent had begun to experience avoidance tendencies and intrusive thoughts." These journalists were troubled by details such as the position of the body in the car or the Coke bottle in the road, in some cases, many years later.

The effects of such stress can be serious. "How can journalists communicate what’s new and fascinating in the world around them if they themselves have shut down psychologically," Simpson wondered. Further more, he notes that "journalists have serious responsibilities in challenging public institutions. If they are not focused, not thinking clearly, don’t have energy – those are serious problems."

Like soldiers months or years after leaving the battlefield, journalists typically experience a delayed reaction. At the time, they can focus fiercely on the task at hand, asking questions, writing down notes, taking refuge in the control and distance their job provides; they may not even know that they have been affected. Later, however, some will suffer from dread, insomnia, emotional numbing, and intense, intrusive memories that bring back the full force of their horror. Daily Oklahoman managing editor Ed Kelley says, "Unlike anybody else in this society we’re supposed to shut it all out. It’s a myth, we can’t do it."

Combat photographer John Gaps, creator of God Left Us Alone Here: A Book of War (photos and poetry, 1997, Lone Oaks Press), found that macabre details haunted him such as the image of a silver watch on the wrist of a Serbian soldier whose head had been blown off by a rocket during the 1991 war in Croatia: "His boots were still laced up, nice and tidy, and the watch was still ticking. Those are the little things that take away your ability to reason later on."

"After Rwanda, it took me a year before I even learned how to sleep again," says Donatella Lorch, who covered the genocide for The New York Times. Once back at her home in Nairobi, "I remember walking to my window and seeing my gardener with a machete. I instinctively ran to other side of the room. I wasn’t even able to control myself . . .. It stays with you, yes, it does stay with you. I left Africa and had six months of darkness in my soul, a really deep depression."

When the U.S. bombed Baghdad last December, Lorch, by then an NBC News correspondent, had three bathroom breaks in twenty hours, so busy was she doing live question-and-answer hits with an anchor for network, cable, and allied stations. As Keith Miller, a London-based correspondent for NBC, describes it, "You are given a countdown to live, requiring a very clear head and . . . accompanied by a serious adrenaline rush. Three minutes later, you’re down. Then you’ve got to come back up again. When you do that for fifteen hours or more it can be really debilitating."

Miller notes that easy air travel can make such experiences even more ghastly and surreal. When he covered Rwanda, "We left Kigali and that afternoon were at a garden party in Wimbledon. People said, ‘Where were you?’ I just couldn’t talk about it."

Chris Cramer, currently president of CNN’s international news division, helped launch debriefing programs for journalists handling high-risk assignments when he was head of newsgathering for the BBC in London. In1980, Cramer was taken hostage with 25 others by Iranian dissidents during a siege of the Iranian Embassy in London. He was pistol-whipped and held at gunpoint. "I was a basket case for years afterwards. I came off the road because of it. Had I known more about stress and trauma, I might have gotten over it a bit faster."

Donatella Lorch, every so often, discards the stance of detached observer and acts forcefully on her own emotions. While stationed at the Albanian border last May, covering the refugees streaming in from Kosovo, she found a six-year-old boy ill with cancer. She arranged, with the help of Italian doctors, to have him taken by helicopter to Italy for treatment. "That helps with all the stress," she says. "One producer told me to stop playing God. Another said, ‘If playing God works, why not?’"

-- The preceding includes significant contributions from "Confronting the Horror," American Journalism Review, Jan-Feb 1999, by Sherry Ricchiardi and "Burnout Stress on the Job," Columbia Journalism Review, July/August 1999, by Joanmarie Kalter.

 

The suffering incurred by media people from secondhand trauma needs to be addressed for its own sake, so that they can receive the proper help and not have to experience the symptoms of secondary traumatization for years to come. But it also has to be addressed for the public’s sake as well.

What we call the "trauma vortex" is biasing media coverage. Examples of the reactions to secondhand trauma include numbing of emotions and compartmentalization, avoidant behavior, a fixation on traumatic events with the consequence of viewing the world – and thus reporting it – as a terribly traumatic place. A high degree of cynicism often develops from exposure to so much evidence of human cruelty and nature’s indifference to human suffering. All these factors can slant reporting by infiltrating it with threads of hopelessness, helplessness and dread.

At the same time the study previously mentioned had revealed that repeated exposure to trauma sensitized some media people to victims’ concerns and increased their capacity to be non-intrusive. Their first hand experiences opens them to what is happening and to their power to take action in their endeavors.

 

The power of the media can be redirected.

When I mentioned to Akila, the journalist I interviewed, that I was writing a book specifically addressed to the media about the nature of trauma, the possibility for healing it that is available today, and the constructive role the media could play in this, she was shocked. "No one is going to listen to you, "she protested, "or understand what you want to do. It is too big and too complex a topic." She thought further and remarked on an interview she had just heard about the remake of the movie Shaft. Originally produced in 1975, the film glamorized having multiple sexual partners. The year 2000 remake could not afford to treat the subject in the same manner. The reality of AIDS, brought to the public’s attention by the media, had turned the glamour into a possibly fatal irresponsibility, and had fundamentally changed the film’s portrayal of sex..

"I see that shifts have been possible, but I still don’t understand how the media can help in the healing of trauma?" insisted Akila. "It seems to me that we make money out of exploiting suffering, that we package trauma."

"That’s what the public and the experts also say. But I don’t see it that way," I answered. I explained my concept of the "trauma vortex" and how the various media are caught in it, too.

The concept of the trauma vortex, coined by Peter Levine (creator of Somatic Experience, one of the cutting-edge trauma treatment methods,) provides a helpful metaphor. The word "vortex" aptly conveys the self-perpetuating, spiraling, out-of-control negative energy that amplifies as it swirls downward, generating a crescendo of chaos.. The urge for repetition (talking obsessively about what happened to us or repeating it in behavior) is an attempt to achieve this completion. When we cannot complete the process, our nervous system stays stuck in a state of hyperarousal, an alternating cycle of extremes, unable to discharge the excess energy and associated feelings. The trauma vortex takes on a life of its own, so to speak, gathering similar experiences to it, especially ones echoing the original trauma. Trauma interrupts, according to Levine, a process that would normally be inclined to move towards resolution, whenever possible

Levine’s trauma vortex principle, also called " the black hole of trauma" by trauma expert and researcher Dr. Bessel Van der Kolk, applies as well to the collective consciousness. As a community, we are mesmerized by and addicted to trauma and violence. Our adrenaline flows, producing a "high" and an appetite for more until we are so caught up that our hunger for watching it becomes insatiable. Both the media and the public are in a dance together in a spiraling trauma vortex.

The media’s influence can also be observed in other ways. The media has ridden an astounding wave of technological advances throughout this century, turning our planet into a global village. Hundreds of millions of us shape our views of reality through the media as it instantaneously brings the world into our homes. Most of us are unaware that Americans spend around eight to nine hours a day getting their information from TV, movies, magazines, print media and the Internet. The media’s powerful range has served us well as a crucial force for positive change in the areas of human and civil and political freedom, gender and sexual oppression, child abuse, environmental dangers, and drug abuse. Without the involvement of the media these issues could not have reached their current level of recognition. The media has supported wonderful organizations from time to time. Mothers Against Drunken Driving (MADD), is a perfect example of what an organization, supported by the media, can do to radically change social attitudes.

MADD was created in 1980. In March of 1983, NBC created "The Candy Lightner Story," a made-for-television movie about the founder of MADD, which resulted in 122 more chapters opening in 35 states by the end of the month, along with significant additional media attention. 84 percent of the country had heard about MADD at the end of that month and 55 percent believed it was accomplishing its mission. Today MADD has 600 chapters and Community Action Teams in all 50 states. Since its inception, alcohol-related traffic deaths have declined 43 percent; more than an estimated 138,000 people are alive today, and untold numbers of victims receive support and assistance in dealing with the aftermath of alcohol related auto accidents, as a result of MADD’s efforts and the unwavering support it has received from the media. Baby boomers remember watching ads for cigarettes and alcohol in commercials as well as entertainment TV and movies. For many years now, that that has no longer been the case. A positive learning curve is possible when the public is provided with information. Dissemination of information—"the public has the right to know"—is what the media is committed to as its mission.

 

Psychological trauma is an immutable fact of life.

In the last century we have experienced a staggering number of major and extraordinary traumatic events that have affected 90 percent of the world’s population--two World Wars, the Holocaust, genocides in Asia and Africa, labor camps, massive migrations through exile, mass torture, countless internecine wars, acts of terrorism, authoritarian repressions, millions of homicidal acts, as well as repeated waves of natural disasters.

Adding the number of "daily", "ordinary" events such as car accidents, surgical or medical procedures, major illnesses, and the all too common occurrences of domestic violence (2000 children are murdered by their parents and caretakers each year, and 14,000 more are injured) as well as assault and rape, evidences our exposure to direct or secondhand trauma at some point in our lives. While most people rebound from trauma on their own, too many remain traumatized leaving a staggering cost to society. This is why it is essential to deal with trauma consciously and knowledgeably.

 

Trauma is in the eye of the beholder.

We use a broad definition of psychological trauma to include symptoms ranging from those of simple phobias to the most severe form of post-traumatic stress disorder.

Trauma can result from:

  • a sudden and unexpected physical threat (such as a close encounter with violence and death)
  • a sudden or an unexpected loss (death of a loved one, loss of one’s house due to fire, etc. )
  • a life-threatening illness
  • witnessing violence or traumatic events
  • Chronic abuse and the accumulation of insidious but so-called ordinary losses, betrayals, hurts or humiliations.
  • Traumatic events perceived as threatening, even if one is not physically injured.

These events, or our perception of them, rupture our sense of predictability and security, leaving us psychologically traumatized. They overwhelm our ordinary mechanisms of coping which normally give us the sense of control, meaning, and connection in our lives.

"Trauma is in the body, not only in the event". "Reality shapes biology".

According to researcher Bessel Van der Kolk, traumatic memories are stored differently than other experiences. They are etched forever in the amygdala, and might take years to reappear; they might take years for them to manifest symptoms. Trauma can break down our bodies’ natural system of defense creating changes and disorganization in the autonomic nervous system . Physically we may feel weak and depleted; indeed the immune system is depleted, exposing us to incapacitating or even life-threatening disorders. Emotionally we feel devastated, as if we are deteriorating and falling apart. Our normal ways of coping cease to function, our reliable defenses break down, and our self-soothing rituals lose their effectiveness. Socially we feel cut off and alone. Spiritually, we feel we have lost our connection to God ( if a spiritual sense was part of our lives pre-trauma) and to the world.

 

Trauma has remained a secret in the closet of shame.

People tend to feel responsible for the trauma that happens to them, which creates simultaneous responses of guilt and shame. Both of these reactions stop us from communicating our experiences; instead the secret is buried deeply within, sometimes for a lifetime. This hidden trauma keeps us disconnected from others and makes healing impossible. For example, a 59-year-old woman who was sexually abused by her stepfather at the age of four, has held the distorted conviction that it was her fault and so kept it a secret for 55 years. Intellectually, she understood that it couldn’t have been her fault, but the emotions of guilt and shame didn’t release until we processed the trauma through one of the new techniques.

Another woman, raped by her brother, had kept it a secret for 30 years. Even though the trauma hampered her sexual relationship with her husband, she could not tell him about her abuse because she felt damaged and guilty. Watching the Oprah Show one day, she was stunned to hear a woman recounting a story strikingly similar to hers. She finally opened up to her husband, yet it took her another three years to begin therapy. By then her marriage was in total disarray; her husband thought that because he now knew her story and was supportive, their sexual life should have improved.

Trauma creates a vicious cycle of shame, guilt, mistrust, suspicion, fear, rage, and desire for revenge that breaks the social bonds with one’s family, one’s community, and sometimes even one’s country (the Oklahoma City bombing provides an extreme example of this).

Although denying, ignoring, or discrediting past trauma doesn’t help, people use these defenses because no other solutions were at hand.

 

Traumatic reenactment is an attempt to heal that fails—around the world.

Individuals repeat or reenact their trauma, attempting to resolve them, but instead pass them on to future generations. Events resembling past traumatic ones can reactivate the fear connected with the original trauma, or can be replayed in an attempt to rework the old trauma.

A number of abused children grow up to become perpetrators and violent offenders, wife-beaters or self-mutilators; sexually-abused girls may become promiscuous or even enter prostitution; combat veterans may provoke fights in bars. Traumatized social groups often organize their identities around revenge, leading to ethnic strife, civil war, or war between nations.

The Hundred Years War between England and France provides a classic example of a full-blown trauma vortex at an international level. The present conflicts between Northern Irish Catholics and Protestants, the Israelis and Palestinians, the Serbs, Croatians and Bosinians have the same character: each act of violence sparks another act of violence into an ever-downward spiral.

How can the trauma vortex perspective change the way we perceive some of these conflicts? For example, when the Egyptian army attacked Israel in 1972, a few days later many of its soldiers fled the battlefield and literally ran home. At the time the media focused on images of thousands of soldiers’ boots left in the sand, depicting the Egyptian army in cowardly retreat in the face of an invincible Israeli army.

If looked at this event in terms of the instinctive fight-flight survival instincts, it is completely understandable that an army who is not fighting for survival, and recognizes the deadly superiority of its enemy, would run for its life.

The Israeli army, despite its superior training, was fighting for the survival of its country. It had to fight and win-- it had no other choice. In the meantime the Egyptian army, ridiculed as cowardly, had to return to the battlefield years later, even knowing it would probably lose, to save the pride of its people paving the way for the Yom Kippur War. The Israeli army, lulled by its supposed invincibility, let its guard down and almost succumbed.

Recently, Israeli soldiers in Lebanon, afraid of dying, wanted to go home. They were not cowards, as some of the Israeli media have suggested, but merely in touch with their survival instincts. As long as they believed they were defending the security of their country, they did not protest and dutifully served, although weekly soldiers lives were lost weekly. Once their government pledged to depart from Lebanon in a few months, they were no longer defending their country but merely sitting ducks to an ever- emboldened enemy. It became senseless to be one of the last soldiers to die in meaningless skirmish. Their fear is not a cowardly fear but a healthy survival instinct.

Trauma expert Peter Levine traveled to Washington wishing to advise President Clinton on the return of the Serbs to Albania. He wanted to warn that the Serbs should not be returned to Albania without some healing efforts taking place in the country. Levine was not able to speak with the President. As Levine anticipated, the returning Serbs were being slaughtered by a traumatized Albanian population who had no opportunity to process their individual and collective traumas.

An understanding of the impact of psychological trauma, the survival instincts, and the need to process trauma can change the direction of conflicts between countries and inform solutions for peace.

We have available today the proper international institutions to help populations process fully their collective trauma.

 

Trauma is curable.

Everyone needs to know that there are effective alternatives treatments available; that trauma can be released and healed through corrective emotional experiences. This is where the media can play a crucial role. The remarkable neural plasticity of the brain that underlies our ability to adapt allows us to rewire our perceptions and memories, so that we can make peace with the past. Research has shown that what was thought of as irreversible damage is often not so.

When I shared with Akila this profound news --that trauma is curable and that hers could be healed-- she said sadly, "I really don’t believe that anybody can make me feel better about my traumas. I know them well, I understand them so well-- not that I can do anything about them."

Many people are unaware that they have been traumatized or that the symptoms they live with daily come from their traumas. Akila did know she’d had traumatic experiences but was convinced that she would always feel this way—"damaged." She was caught in her own trauma vortex: she had not experienced enough relief from her original trauma after many years, and these earlier traumatic effects had been even reinforced by new ones on the job. This is exactly how most trauma victims feel:" there is no hope for my healing". They are convinced that their traumatization is forever and will only worsen, that they will feel tainted or damaged forever. Desperation slowly turns to resignation.

 

Resiliency to trauma can be developed.

Specific personality characteristics help people rebound from trauma without negative impact, and these characteristics can be developed. Resiliency training ideally could be part of school curriculum.

 

Research has revealed many of the social costs of trauma.

Ongoing painful childhood experiences undeniably contribute to serious emotional and physical problems in adulthood. Child abuse and neglect increase the risk for addiction, depressions, anxiety and personality disorders, as well as abusive adult behaviors. Past trauma can increase the incidence of illness and premature death. Trauma may also be central to many school problems, such as some learning disabilities, disruptive behaviors, school violence, and teachers’ burnout from teaching in dangerous schools.

Children are regularly misdiagnosed as having Attention Deficit Disorder or other learning disabilities when, in fact, they are suffering from the trauma symptoms that mimic those of ADD. Obviously, children whose nervous systems are constantly reacting to threat cannot achieve the state that is the optimum condition for learning.

Enduring psychological trauma also plays a dominant role in many job-related problems such as absenteeism, downtime, accidents, employee turnover, and lost productivity. Indirect effects of trauma probably contribute to at least some of the homelessness, unemployment, poverty, and social disharmony that so challenge our nation and our world.

Trauma can also be shattering to families and relationships.

 

Trauma can lead to self-medication and affect physical health.

A research study of 16,000 people by the Center for Disease Control in Atlanta showed that adults who were abused as children are vastly more likely to become smokers, alcoholics, and drug abusers or suffer from obesity. The immune system is also affected: those abused also have significantly higher rates of lung disease, diabetes, heart disease and cancer. More specific studies have shown that women with histories of chronic sexual abuse where more prone to immunological disorders.

 

Mental health is at risk.

People who carry unresolved psychological trauma may turn their emotions against themselves resulting in anxiety, depression, anger, or self-destructive behaviors including suicide. It is a common belief of people who have been traumatized that the world is an unfriendly place; life is always disappointing; people can’t be trusted; something will always go wrong; things can’t work out; am not in control of my destiny; I deserve to feel guilty and ashamed; something is deeply wrong with me.

 

The media can participate in educating the general public.

Are people offered the necessary information and the available resources to deal with the trauma reported by the media, or are they left scared, indifferent, numb or powerless? Two issues come together here: what is reported and how it is reported.

"The trend is that more bad news is presented than good news, and the shock stories are front loaded in the news hour. A life taken is believed to be more attention-grabbing than a life saved," Akila told me.

This problem of "bad news" versus "good news" can be resolved fairly easily. Traumatic stories can be positively enhanced by giving attention to the consequences of the events and the opportunities for healing available to the survivors. This presents no overwhelming obstacle for those media people who are interested in helping the public address traumatic issues in a constructive and healing manner. Such an approach might actually capture their audiences and "run more ink"--open opportunities for human interest stories, as well as serve as rewarding experiences for the media personnel involved.

This stands as an invitation to the media to consciously address the widespread issue of trauma, which is one of the media’s main focus anyway. By "consciously address" I mean giving the type of research and personnel attention to the nature and effects of trauma that is currently given to reporting the events themselves. There can be power and profit in change. This was true when the news became a business. It can also be true when the media becomes an educator.

 

The media and the public have an interactive relationship

The media does not stand to lose anything by adding the dimension of providing comprehensive information about trauma. The public appears hungry for the traumatic type of coverage; people do turn their sets on and view many hours of programming a day, however much they may complain. Humanity has always been fascinated with tragedy. We have a need for storytelling, for repeating the details and flow of others’ misfortunes as a kind of rehearsal for coping with tragedy. This fascination has gone out of control. It is under the spell of the trauma vortex. It is also true that humanity can also been drawn to courage and spirituality – facing and rising above our greatest challenges.

 

The concept of the trauma vortex also applies to our collective consciousness.

Traumatic events happen regularly in every corner of the world and are reported by the international media complex. These ongoing transmissions of tragic events on a continual basis represent the trauma vortex operating at the collective level. At the community level, we have become simultaneously mesmerized and anesthetized by trauma and violence, unable to tear ourselves away from "on the spot" coverage of horrendous events, such as the Littleton massacre or the Oklahoma City bombing. We develop a sensory tolerance for the gruesome. Both the media and the public find themselves locked in a whirlpool of over stimulation – obsessively observing and talking about the horrible and the tragic.

The public doesn’t necessarily want to watch but finds it difficult to stop, caught in the swirling momentum of the trauma vortex and the ever-increasing need for stimulation. The media, particularly the news outlets, are trapped in their own secondhand trauma vortex. The entertainment media follow suit with programs accelerating this vortex even more. During the Gulf War, for example, many people I talked to were captivated by the horrifying images and could not stop watching, even though they were deeply disturbed and depressed by them.

During the Los Angeles riots, a syndicated columnist noted that "the incessant news coverage kept people glued to the screen. It might have even unwittingly encouraged some people to participate in the looting." The capacity to think and reflect, to empathize and take action, is replaced by a hypnotic sensory over stimulation, leading to an increased tolerance to "hyperarousal," the rush of adrenaline released throughout the body in response to threat or excitation of any kind.

The media today is simply reporting the surface manifestations of trauma both on individual and collective levels. It is an objective reporting, in the sense that camcorders are objective, but it can only superficially reflect what is going on in our society. This type of reporting unwittingly spreads and amplifies the impact of trauma. By so mirroring our society’s traumatic ills, the repeated, intensified exposure evokes fear in many of us and aggressive impulses in some—while simultaneously numbing everybody’s capacity for empathy. Members of the media and their audience are caught in the ongoing cycle of this trauma vortex.

From this point of view, it is especially understandable that the media exhibits a bias towards the reporting of violence and tragedies, which have become one of the main staples of sensory input in our culture. This bias unwittingly normalizes violence by numbing us to its presence through incessant exposure, and over stimulates our nervous systems so that we need more and more stimulation. An example of such numbing was the killing of a 7-year-old girl in Las Vegas. The friend of the killer, who witnessed the murder, said that it was not his business and that he "did not know the girl," when asked why did he not stop his friend from harming her. He even became a very popular date for some of the girls in his school because of his involvement on the scene of the crime and for having been interviewed on television.

 

We need to normalize trauma, not violence.

The varied manifestations of trauma need to be known and understood by the public. We need to overcome the ignorance and misconceptions regarding psychological trauma and the stigma it carries for too many people. Akila put it perfectly:

"We need to understand what trauma is and what causes us to oversimplify it. We don’t want to remember it. We don’t even know that we are taking it in. We know that something is unpleasant, we know it feels bad, but we don’t know it is actually traumatizing, and that it has an effect on us. We can even say that we were abused, but to most people abuse doesn’t translate into injury that can have a lasting effect. We take a pill, go on a vacation, buy a new house, and we think it is finished, it is done."

In this statement, Akila totally captures the elusive nature of trauma, how difficult it is to grasp as a concept because it manifests in so many different ways and because there are so many misconceptions about it.

 

How the media can help and be helped

We propose to make available information regarding trauma for media professionals.

Literature and/or workshops would provide an overview of :

  • the nature of trauma
  • trauma's long-lasting impact on people and society as a whole
  • the techniques available for healing in mental health and what can be taught through the media.
  • the uniquely powerful role the media can play
  • workshops for secondhand trauma

The media can develop an accurate understanding of the nature of trauma, patterns of traumatization, and the trauma vortex. The exaggerated emphasis on the violent, the abnormal, and the tragic could then be seen as a dangerous (although understandable) manifestation of this trauma vortex. This new perspective would foster an organic shift in the media’s coverage of events as well as the media’s creation of entertainment.

Simple but specific changes in news coverage have the power to bring about the healing process:

  • The media can become aware of how the relentless push of the trauma vortex itself is affecting the selection and delivery of the news, and it can interrupt this cycle of traumatization by inserting healing images into the coverage of traumatic events. By understanding that both the media and the public are understandably caught in the trauma vortex. The trauma vortex cannot be reversed without our awareness and conscious effort.
  • The media and the copycat phenomenon.

Ex: After Columbine, 1,000 bomb scares in Mexico, and hundreds of copycat threats in this country went off.. The media needs to analyze this copycat effect that happens after ongoing coverage and consult with the healing community about how to present the tragedies in a manner that does not feed into this phenomenon.

  • By becoming aware of the blinders or "tunnel vision" of a trauma-saturated perspective.

In focusing mostly on the negative, the media unwittingly reinforces people’s fears. At any given moment, there are endless examples of violence and catastrophes to cover as well as endless examples of courage, resiliency, healing, etc. Which ones should we choose? How many of each kind? By giving at least equal time to healing stories, the media have the opportunity to balance the effects of tragic stories.

Ex: The Los Angeles riots might have taken a different scale if the media had already understood the nature of the trauma vortex and changed their choice of words (i.e., "The sensational chase that created and ‘exciting’ trail of electricity from the car"—from the coverage of a police chase of May 30th), the tone of excitement and urgency used when covering violence, and the tendency to sensationalize.

  • By warning viewers of upcoming disturbing images and blacking out gory details such as remains of bodies, disposal of bodies, visual evidence of brutality, instruments of torture, etc. (We routinely bleep sexual and curse words. We could readily bleep gory details once we understand how disturbing their effects is on children and sensitive adults).
  • By stopping incessant coverage of events involving violence or tragedy.

Ex: One station decided not to cover the Littleton tragedy until 11:00 p.m. to avoid the impact of it on the children. That is a perfect example of sensitive and responsible coverage. By understanding the need to respect the hours that children watch TV and not cut into their programs to show, for example, a suicide shooting on the freeway, as happened in L.A. in 1999. Some news stations, shaken by what happened, decided to have a few seconds intervals between the live shooting of a scene and its transmission, for fear that it might happen again.

  • By making people aware of the help available while the tragic events are being reported.
  • By assessing whether a piece of news is likely to add to the well-being of society or worsen it. A choice in what to cover is taking place anyhow. What are the criteria?
  • By avoiding reporting speculation and rumors that can cause much anxiety to people (family, friends, and survivors) and provoke erroneous deductions (it is too late and not enough to retract or correct them later).

Ex: Rumors concerning who set fire to the Branch Davidian complex

  • By understanding the vulnerability of victims and avoiding unnecessary broadcasting of details that embarrass, humiliate, or hurt victims of crime. The lack of privacy of victims destabilizes the privacy and the sense of safety of each one of us.
  • By developing an awareness of the tendency to look for spins on coverage to keep a story in the news.
  • By de-emphasizing the cult of celebrities, specially the ones who act out or commit crimes or violence. Too many celebrities and political figures are left unscathed by their behavior and this serves as example of impunity.
  • By withholding the identity of perpetrators to deprive them of their "fifteen minutes of fame."

Ratings alone, important as they are, cannot be the bottom line. Luckily the public seems more ready to cooperate in the changes, so that the pragmatic business aspect is not too endangered. Entertainment Media could create more characters and stories showing helpful and inspiring behavior and events, including more effective ways to address violence, cruelty and evil.

  • By portraying violence in a manner that does not encourage it.

Ex: Showing the consequences of a violent act on the perpetrator as well as the suffering of the victims, as opposed to violent behavior where there are no consequences, no pain, no regrets, no grief over what was done.

Research shows that there is more negative influence when the violent scene includes a clear intention to harm or injure; when there is portrayal of physical abuse as well as verbal; when there is violence that leaves the viewer in an aroused state; when violence is not interrupted and not subjected to critical commentary; when violence is portrayed realistically and specially when the viewer is already predisposed to act aggressively;.

  • By understanding that children are more impacted by the actions of the heroes who use violence and by aggressive behavior that is seen as justified, and more likely to emulate the behavior than when such behavior is demonstrated by the "bad guys." It is not an obvious piece of information, but it can be applied very easily to entertainment media.

Children are more impacted by the actions of characters they can identify with and by violence that has cues similar to ones in real life.

  • By understanding that humor combined with violence trivializes or decreases a viewer’s perception of the violence and its consequence.
  • By promoting people that show courage, dedication, and heroism as having both entertainment and news value.
  • By telling stories with a healing reframe, showing how people have successfully recovered from tragedies.
  • By promoting stories that encourage connections between people and their communities.

This is an invitation to bring awareness and unrelenting consciousness to the phenomenon of global and instantaneous communication, and to the effects of the interaction between a media that mirrors society and a society that often seems led by its own reflection. We invite the media to participate in a dialogue with the organizations and trauma experts concerned about effects of the media. Only the media itself can find the proper answers.

 

Methods available.

Over the past decade or two, several innovative treatment methods have emerged that are proving particularly effective against the ravages of trauma. Some of these share a couple of key elements: they are brief compared to traditional therapy's years of ongoing weekly sessions, and consist of easily learned methods that allow practitioners to effectively utilize them without years of training or experience in the methods. Added to the regular training and experience of gifted therapists, these tools can move the healing of trauma at astonishing pace. Some of these tools also work well in the hands of dedicated laypeople, specially lay people in the addiction field. Some can be self-applied and some can even be taught via the media in emergency situations.

Most of these techniques are broadly applicable to many different kinds of emotional and personal problems, including trauma and loss, panic, anxiety, phobias, negative emotional states, depression, pain, addictive cravings, and performance problems. Most offer direct, focused, efficient therapy that usually results in significant (if not dramatic) changes within a few sessions.

Most of these methods rely very heavily on the inherent capacity for healing in the client, whether using the body’s language or the mind’s language as a resource.

Some of the methods use the concept of resourcing (i.e. developing the strengths of the client) before doing trauma work.

 

Four Brief Effective Therapies in Action or " Power Therapies"

Charles Figley, who coined the concept ‘secondhand trauma’ has been a leader in the study and treatment of trauma. He founded the International Society of Traumatic Stress Studies; the Journal of Traumatic Stress, the first online computer traumatic studies journal; and the Green Cross, an international, Internet-connected organization that mobilizes and dispatches therapists to disaster areas around the world.

He and Florida State University colleague, Joyce Carbonell, oversaw what they termed the "active ingredients" project, which set out to demonstrate and test a number of the new trauma therapies. The project was not intended to be a comparative study of which approach worked best. Rather, it was a pioneering attempt to demonstrate four new methods of treatment on a typical client population in a sufficiently rigorous and controlled way that some empirically valid conclusions could be drawn from the process.

Inventors of each of the methods came together for a week and worked publicly with assigned clients in a laboratory setting. Discussions devoted to uncovering the meaning of it all followed.

Figley and Carbonell created a criteria by which to evaluate trauma methods.

Approaches had to be "extremely efficient," producing within a few sessions an "extraordinary impact on clients' progress in recovering from PTSD"; and effectiveness had to be verified by 200-300 licensed or certified clinicians who had actually used them to treat PTSD. Suffering the after-effects of a trauma or a phobia (on the theory that many phobias are embedded reactions to trauma), the majority of the participants were women, median age 40. Nearly 40% were dealing with unresolved issues from childhood abuse. The remaining subjects included Vietnam and Gulf War veterans; crime, rape, domestic violence and accident victims; people suffering bereavement or losses; and people with various phobias. Of 39 who made it through the entire process of treatment, the number of participants assigned to each approach ranged from 6 to 15 (EMDR 6, TIR and VKD 9, TFT 15). The average time required to achieve results by each method ranged from a high of just over 4 hours for EMDR (which requires the clients to talk more) to a low of just about one hour for TFT.

The average time required to achieve results by each method ranged from a high of just over 4 hours for EMDR (which requires the clients to talk more) to a low of just about one hour for TFT.

Four methods made the final cut:

 

Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR)

Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR), developed by psychologist Francine Shapiro, involves visual, auditory, and or kinesthetic stimulation while the client processes and reintegrates traumatic material. The client thinks about the traumatic memory and the negative beliefs associated with it (i. e, "It was my fault that I got raped.") while visually tracking the rapid back-and-forth movements the therapist makes with two fingers or a wand before his or her face. Alternately, physical taps or sound may be used. Like the eye movements, taps or sounds are alternated left and right. The bilateral stimulation seems to be an essential element of the treatment.

Shapiro has spent years working to establish EMDR within standard professional and scientific psychology, pushing more strenuously for empirical research than any other mental-health-care innovator in recent history (outside the pharmaceutical industry). She has provided free EMDR training to researchers and trained more than 35,000 clinicians in her approach. EMDR has been the subject of at least 60 clinical research studies.

In 1997 Kaiser Permanente, a huge California H.M.O., funded a study comparing E.M.D.R with standard Kaiser psychological care (talk therapy with or without medication) for trauma victims. By the end of this study, nearly 80 percent of the EMDR. group no longer suffered from PTSD symptoms, compared with just half of those who got standard care. Not only were more EMDR patients cured, but they recovered twice as quickly. On average, they were symptom-free after just six sessions, versus 12 for standard care. Psychological tests also showed that eye-movement therapy did a better job of easing depression and anxiety, with most E.M.D.R. patients testing in the normal range after therapy.

 

Trauma Incident Reduction (TIR).

TIR is a highly focused and repetitive desensitization and cognitive imagery approach that was refined in the mid-1980s by Frank Gerbode, a California psychiatrist. It is a very directive and controlled based tool. In a single session, with no suggestion or interpretation from the facilitator, the client is directed to review a traumatic incident, first silently, then aloud, over and over again in the presence of an interested but neutral "facilitator," until arriving at an internal resolution. The client is enabled to reach his/hers own insights and resolve his/her difficulties. The therapist role is only to keep the client’s attention tightly focused on his experience of the incident. TIR can be applied informally, even though it is very structured. It allows it to be used by therapists and helpers from many different backgrounds and philosophical persuasion, on clients from many different cultures. The process can be used by adults and children, on thoughts, on feelings, emotions and sensations.

 

Visual Kinesthetic Dissociation (VKD).

VKD, demonstrated by Florida therapists Maryanne and Edward Reese, is related to Neuro-Linguistic Programming (NLP), developed in the early 1970s by Richard Bandler and John Grinder- an approach based on close observation of verbal, behavioral, and sensory patterns. In VDK’s particular application of NLP to trauma incidents, clients are led through a step-by-step program of purposeful dissociation from the trauma, watching a movie of themselves reliving the traumatic event and instructed to imagine communicating with and reassuring their younger, traumatized selves. The entire experience is thereby integrated into their present lives.

 

Thought Field Therapy (TFT).

TFT, created by Roger Callahan during the early 1980s, requires only that the client think briefly about the traumatic event while specific acupuncture meridian points (believed to stimulate the body's bio-energy system) are tapped or rubbed.

All the clients seemed to improve, some dramatically. According to Gail Davies, director of the psychosocial stress clinic at Florida State, who administered the project, "Not one client who participated in the project failed to benefit." In addition to real, world changes, the subjects all showed improvement on tests measuring symptoms and self-assessment. really a therapy at all. He calls it an educational model for helping people achieve personal growth.

 

Emotional Freedom Technique (EFT)

Emotional Freedom Technique (EFT) is an offshoot of TFT. Gary Craig, a student of Callahan’s, simplified TFT by creating an all-inclusive sequence that tapped all the points (7). This allowed people to bypass the need for detailed diagnosis. Clients who have had successful experiences with it feel transformed and more definitively, relieved of their pain.

EFT, like TFT is based on the idea that emotional problems are directly linked to disturbances or blockages in the acupuncture meridian system.

Craig maintains an active list on the Internet of methods based on his approach. He is determined to make EFT available to as many people as possible, giving away the techniques. Videos and tapes are sold at cost value. Treatment is aimed at neutralizing, balancing or in other ways clearing blockages, often by tapping on or holding acupuncture points while keeping the problem in mind.

Three energy psychotherapy conferences have already taken place, along with a growing organization, ACEP, the Association for Comprehensive Energy Psychotherapies.

The current economics of managed care demand ever shorter therapies, making brief, affordable and effective treatments, both needed and attractive. No two people experience PTSD the same way, and we aren't going to find one quick fix that works for every client. These new approaches are techniques and tools, but not the whole therapy."

Therapists know that successful treatment still often depends more on relationship than method, and some worry that, by emphasizing the quick, symptomatic fix, the field is in danger of forgetting that trauma never happens exclusively inside the individual. Some feel PTSD cannot be adequately treated without addressing broader family social, political and spiritual issues, as well as individual psychological suffering and neurophysiological stress reactions.

Still, Davies sees the so-called "power therapies" offering hope by jump starting the process of therapy. "They move clients along much more quickly through their trauma to a resolution. You can cover more in a single session than in a month of weekly talking."

--with significant contributions from an article in July/August 1996 "Networker" by Mary Sykes Wylie

 

Somatic Experiencing (SE)

According to Peter Levine, creator of S.E., trauma is an interrupted process that is otherwise naturally inclined to complete itself whenever possible. It is based upon the realization that wild prey animals, though threatened routinely, are rarely traumatized, because they utilize innate mechanisms to regulate and discharge the high levels of energy aroused during defensive survival behaviors.

Although humans possess regulatory mechanisms virtually identical to those in animals, the function of these systems is often overridden by the rational mind, the neo cortex. This restraint prevents the complete discharge of survival energies, and does not allow the nervous system to regain its equilibrium. The un-discharged energy remains in the body. and the nervous system becomes stuck in '"survival mode." The various symptoms of trauma result from the body's attempt to "manage" and contain this unused energy: thus trauma engenders the breakdown in the capacity to modulate arousal. Feelings of helplessness, fear, rage, confusion, guilt, shame, self-blame and disorientation, all mitigate against self regulation. When we experience terrible feelings, we tend to recoil and avoid them. We split off or disassociate from them. We fear being consumed by them and brace and tighten our bodies against them. The more we avoid them, the more they are present as what is not felt remains unchanged or is intensified, creating stronger avoidance: hence the vicious cycle of trauma.

In S.E., individuals are guided into the body's instinctive "felt sense" where survival energies, previously "locked in" the neuromuscular and central nervous systems, can be discharged and completed, thus preventing or resolving traumatic symptoms. The felt sense is the capacity to increase body awareness. Used to focus on the uncomfortable feelings and sensations for a relatively short period of time, it allows them to shift and change and evolve in you feelings that enhance self-esteem. S.E. teaches a subtle discrimination between sensations, feelings, thoughts and emotions. It teaches the internal landscape of the body. The body tells us how we feel as we respond to threat.

The discharge of energies typically include involuntary trembling, shaking, and crying. The body may want, slowly, to move in a particular way.

Rhythm and timing are very important in S.E.. Everything in the wild is dictated by cycles. Animals follow the rhythms of nature. So, too, do the responses that bring traumatic reactions to their natural resolution. For human beings, these rhythms pose a two-fold challenge. First, they move at a much slower pace than we are accustomed to. Second, they are entirely beyond our control.

Healing cycles can only be opened up to, watched, and validated; they cannot be

evaluated, manipulated, hurried, or changed.

Resolving a traumatic reaction not only eliminates the likelihood of reactions emerging later, but also fosters an ability to move through threatening situations with greater ease. It creates a natural resiliency to stress.

 

Trauma and Violence in Television and Film

The most relevant information from all the research done, is that movie and television violence harm the already vulnerable segments of society. Many of us might feel gripped by fear for a while after watching traumatizing and violent scenes, or become increasingly numb to it, but most of us will not be moved to violence. It is the already disturbed psyches of youths who have been traumatized who are mostly vulnerable to retraumatization through the media.

 

Fast-forwarding to a better world.

"What I can’t envision," said Akila, "is how it would look if the media did actually do what you are asking them to do. What would change if the public really understood all the information you want to give them?"

This is what I can see in my mind’s eye….it is the year 2030 or 2040. . .

  • Traumatic events still occur, but there is less criminal violence; certainly less, or little, school violence, because there are now courses in developing resiliency to trauma, and emotional intelligence training as part of all school curricula. All school counselors and psychologists are trained in detecting the psychological effects of trauma and know how to treat it or where to refer for appropriate treatment.
  • Children are tested for psychological trauma at an early age and are no longer misdiagnosed as having learning disabilities, inappropriate aggression, or other pathologies so commonly assigned today. Crack babies are given an extraordinary and simple treatment that reinstitutes the balance of their nervous system through rhythmic movements.
  • Gangs have withered as our modern agency of initiation for disadvantaged youths. Our understanding of the importance of attachment and proper bonding at an early age has allowed us to create and provide the appropriate courses in maternity wings to new mothers and the appropriate home help for the ones who have more difficulties with the learning. Well thought-out programs are developed in all communities introducing our youth to initiation rites that are socially approved.
  • Teenaged mothers are not treated as social pariahs, but helped to recover from their traumas and regain a healthy sense of self that will allow them to take charge of their lives and bring up healthy babies-- instead of remaining in the trauma vortex and having one baby after the other, by different fathers, and without their support, as they are caught in the welfare system.
  • Prostitution is regarded as a product of trauma in our society and constructive help is offered instead of scorn and jail.

Research has shown that 40 percent of women on welfare have been sexually abused as young girls. This data now informs the welfare system of the 21st century. Welfare recipients who receive governmental help undergo therapeutic treatment, including trauma work. Sensitive and well-trained trauma therapists, aware that a very high number of these welfare recipients have been either sexually or physically abused, could help them heal old wounds that keep them from leading full and independent lives.

Another venue for change is the family court system: judges, lawyers, social workers are now well-informed on the possibilities for its treatment when they deliver their rulings or their care. They have a genuine understanding that early childhood trauma, untreated, can condition the individual to inflict harm. Domestic violence is responded to at the earliest warnings and treatment is strongly advised, with therapists trained in detecting and treating early trauma.

This will make it possible for families to stay together, to learn together.

  • Divorce court judges are informed about, and sensitive to, the possible trauma of divorce and recommend treatment to divorcing parents, going further than family courts who already recommend conciliation therapy.
  • Divorce lawyers are trained in understanding the possible traumatization of divorce to children and adults alike, and work in tandem with specialized therapists in divorce trauma, saving the nation’s children from much confusion, pain, and difficulties. Trauma courses are now part of a lawyer’s educational training.
  • Insurance companies can save billions of dollars by revising their beliefs and extending benefits for trauma treatment. With the help of the government, they have invested in research on innovative techniques for healing trauma. They understand the long-range impact of trauma on their clients and the billions of dollars it costs them in medical care apparently not recognized as related to trauma. Disability insurances, particularly, have a clear stake in this new vision. Car accident victims, for example, are automatically offered the chance to receive a therapeutic treatment that allows them to discharge any residual traumatic hyperarousal from the accident and to reestablish their orienting and defensive responses. I have clients who come to see me after a series of 7 or 10 accidents! They have gone to all the usual care providers: doctors, chiropractors, masseurs, etc., and they still have symptoms, sometimes two years later. They usually recover with 10 to 15 sessions of Somatic Experiencing, a modality that treats traumatic energy trapped in the body.
  • Another application of the knowledge we have is in the paramedic field. I see them trained in some of the techniques that help lower panic attacks people in emergency often experience. The number of deaths on the way to the hospital is significantly diminished and the exacerbation of symptoms due to psychological fear is diminished by applying some simple techniques.
  • Doctors are trained in all the possible symptomatology of psychological trauma that can help them accurately diagnose their patients’ illnesses. More than 70 percent of medical appointments are for symptoms that are not organically based.
  • Nurses in hospitals are all trained in some of these techniques and are able to alleviate considerable suffering, emotional as well as physical pain, and can better manage difficult patients. They are also trained to use these techniques to alleviate their own symptoms from dealing with traumas and illnesses all day long, which significantly reduces burnout and secondary traumatization.
  • Emergency-room personnel benefit from learning and applying these techniques more than anybody else, as much for the patients who arrive in a high state of shock, as for the staff who are among the most highly exposed to second hand trauma from all the helping professions.
  • Veterans returning from the battlefield are immediately offered counseling oriented towards processing the horrors they witnessed, suffered or had to commit. Counseling is made easily available to them and their families at later dates, as trauma at times, does not emerge for years. The stigma of trauma is long gone. Their manhood is not at stake because they have been traumatized.
  • People talk about trauma as they do now about flu and heart disease.
  • Police officers are trained in understanding the effects of traumatic shock on victims they are helping or interrogating. They are also trained in recognizing secondary trauma symptoms in themselves and can seek help for it, without having to fear losing assignments or their sense of manliness. Their families are also offered help, when needed, for the ongoing stress they cope with, from having loved ones whose lives are always on the line. The same for firefighters, disasters workers, prison guards, and so on.
  • Prisoners would bee freed, once they have served their mandated time, after they go through trauma treatment. To remove the negative effect of forced treatment, they can be offered shorter sentences, not only for good behavior, but also for going into therapy. They are made responsible for restitution, whenever possible, and given the chance to engage in work that can give them a skill they can use when they are paroled. Our current terrifying and traumatizing prison culture leaves inmates more traumatized, angrier and better trained in violence than ever.

"Now, that’s quite a task." Akila shook her head. "You are going to up come against people’s resistance about that. We need to know that somebody is responsible for the crimes that are committed. We are really fed up with this culture of victimization. We don’t want to see criminals as victims. It is also not fair to the victims."

I totally agree with Akila’s point. It’s not about taking away any responsibility. It is about facilitating prisoners’ ability to truly take responsibility. Clinical data on prisoners using the techniques described above showed that it was much easier for them to take responsibility for their actions after they were treated for their own traumas. Receiving acknowledgment of their own suffering, for what they have gone through, seems to make them more willing and better equipped to face and own up to the suffering they have inflicted. As mentioned previously 90 percent of hard-core criminals have histories of abuses in childhood.

These techniques encourage and facilitate taking responsibility for ones’ actions and feelings instead of perpetuating the sense of victimization.

  • Through the media, communities hit by natural disasters are offered information on where to get the necessary emotional help to process the traumatic impact of the event. Some of the healing from traumatic events can be done directly through the media, at a mass level, by showing videos on handling hyperarousal and on resiliency building.
  • On the international scene, healing the war traumas of whole nations can be attempted by the international community. Preventive measures can be instigated before populations are returned to their cities or villages after massacres in which they have lost families and friends.
  • Dictators who mount killing rampages can be presented by the international media as deranged by trauma, and thereby discredited in the eyes of their countrymen. When possible, past traumas of these same countries can be unveiled and validated and other solutions offered than retaliatory massacres.
  • All media members exposed to secondary trauma (reporters, news editors, news researchers, photographers, etc..) are made aware of the risks involved in their jobs, and encouraged to seek help when they recognize traumatic symptoms in themselves--without risking the loss of important assignments. They are crucially aware that any unresolved trauma might influence their choice of what is newsworthy and their style of coverage. They are also aware that untreated personal traumas from their past might make them more vulnerable to bias reporting, job stress, and burnout.
  • In the year 2070, as the information about trauma has become as much a part of our daily life as information on cholesterol, fats, carbohydrates, or harmful exposure to the sun….people will not be held responsible for having been traumatized but they will be held responsible for not going for treatment and for their actions that are by-products of the trauma vortex. The knowledge on trauma will be so widespread that ignorance of its effects will not be an excuse, in the same way that we now hold people responsible for following traffic laws.
  • Our judicial system could then be justifiably tough, once all other social structures would have supported with compassion the reestablishment of emotional and physical health of traumatized people (caring governmental policies, a well-informed and well-intended clergy, enlightened insurance companies, business practices that reflect the knowledge that caring for and motivating their employees, can save money).
  • Different media organizations have sponsored well funded, rigorous research on the media’s impact on society, including the copycat phenomenon, and have taken a leading role in hosting public discourse on values and policies. They serve the well-being of the public, by holding politicians and all public institutions responsible for demonstrating integrity in their public functions. They have developed their own watchdogs for themselves. An excellent example of these organization is the very recently created "Norman Lear Center," whose mission is to study the impact of the media on society’s values. "The Creative Coalition" is another example.

 

I am talking about making tremendous changes in our way of thinking.

What is really energizing about trauma, paradoxically, is that its healing is transformative for the individual as well as for society at large. Knowing how unresolved trauma closes people’s vision, engenders pessimism, cynicism, despair, and paralysis of the will, on one hand, or desperate and uncontrolled acting out, on the other, we can understand how healing opens the door to hope, optimism, the desire for creative action and endless possibilities.

I cannot imagine that a media invited to help inaugurate these changes, would say no!

"You are right!" Akila interjected. "Many journalists enter the field as idealists, wanting to uncover what’s wrong and help better society. I know I did. And that’s why I had to leave my job. I did not feel like I was doing anything I felt good about. Even my understanding of victims and my gentle handling of them felt traumatizing because they trusted me and allowed me to interview them because I was sensitive. It felt like such a Catch-22, and the only solution seemed to be leaving, but I see that leaving the business is not the only way to do it. I need to re-enter it in a position and with people who believe in what I am talking about—who want to take a leadership role in healing."

 

Written by Gina Ross, Psychotherapist and co-founder of the International Israeli Trauma Center

Excerpt from the upcoming book: "Healing Society: The Role of the Media in the Healing of Traum

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"Contributi per il superamento di stati di angoscia collettiva: disfunzioni psichiche e ritardi cognitivi conseguenti alla persistenza contemporanea del DUALISMO CARTESIANO   tra  PENSIERO E   MATERIA"


di Paolo Manzelli


Note di EPISTEMOLOGIA in PSICOLOGIA

Nel XVII secolo in corrispondenza alle trasformazioni economico-politiche, della nascita della società industriale, anche la cultura più propria della società nobiliare e contadina , subì profondi mutamenti concettuali di cui il pensiero di René Descartes, detto Cartesio, nato a Le Haye (Francia) nel 1596 ed educato dai Gesuiti nel collegio di La Flèche, rappresento una delle pietre miliari fondamentali del nuovo modo di organizzare la conoscenza.

Il progressivo smantellamento delle concezioni di Cartesio iniziò già con il G.W. Leibniz (Lipsia 1646 - Hannover 1716) nell'ambito della sua concezione delle “monadi”, dove ogni monade è specchio di tutte le altre, ma non semplice riflettore, perché il suo comunicare è interattivo similmente a come può essere rappresentato oggi l'individuo libero da angosce cognitive, davanti ad un monitor in rete la dove lo «spazio» ed il «tempo» si applicano, non a misure, ma piuttosto a definire la interattività di un sistema relazionale tale che tutto stia in armonia attiva con tutto.

Nel mondo contemporaneo alle soglie del terzo millennio il lavoro di demolizione delle concezioni cartesiane non è stato ancora completato per quanto la “Brain Imagin” sulle attività cerebrali tramite tecniche di Risonanza Magnetica e la capacità di elaborare informazione della Artificial Intelligence stiano tecnologicamente avanzando, senza per altro che sul piano teorico si sia aver ancora attuata la completa costruzione di un nuovo paradigma capace di dare spiegazione non più semplicemente dualistica tra interiorità soggettiva (mentale) ed ambiente oggettivo (reale) del raffigurarsi della elaborazione cognitiva della mente.

Questa scissione dualistica, persistente nel modo di pensare attuale, crea non poche problematiche psichiche tra le gente che vive nel mondo contemporaneo, proprio in quanto, oggigiorno si delineano nuove condizioni di sviluppo, nelle quali il “virtuale” agisce nel dematerializzare i processi economici, determinando il “valore aggiunto” più elevato della produzione materiale.

Come all'epoca della nascita della società industriale tale cambiamento dello sviluppo determina profonde trasformazioni economico-politiche. La sindrome della angoscia collettiva è uno dei malanni psichici più diffusi e continuamente crescenti nell'ultimo secolo. Pertanto una scienza cognitiva e psicologica che trascuri le esigenze di rinnovamento concettuale contemporanee è destinata a ripetere e peggiorare gli errori già interiorizzati come scissioni mentali nel passato in quanto proprio come allora l'Uomo rischia di non essere più in grado di visualizzare e preconizzare in termini creativi i processi di evoluzione cerebrale che sono associati allo sviluppo allo sviluppo storico sociale contemporaneo.

Non è difficile considerare infatti che è sempre meno attuale dire che il mondo in cui viviamo e i suoi processi sono indipendenti da noi e dalla coscienza che ne abbiamo; di conseguenza è facilmente falsificabile ogni affermazione cartesiana la quale affermi che mondo in cui viviamo è esterno alla nostra mente, proprio in quanto, quando osserviamo il mondo che ci circonda ciò che percepiamo non appartiene più a tutti gli effetti al mondo naturalmente oggettivo.

Purtroppo conserviamo cognitivamente un riferimento al dualismo cartesiano tra MENTE e MATERIA nella elaborazione delle nostre riflessioni, di conseguenza la scissione che deriva dal confronto falsato tra cognizioni obsolete e nuova realtà evoluta da un lato complica la vita a chi pretende ancora di ragionare per attivare un processo di revisione critica del sapere, mentre ormai altri, rinunciatari di ogni ragionamento possibile che conduca ad una revisione cognitiva del passato, si collocano nell'ambito di dimensioni prive stimoli razionali che progressivamente conducono la loro attività intellettiva a tali livelli impoverimento cognitivo, che vanno a corrispondere a comportamenti precocemente demenziali e retrogradi, qualora essi vengono osservati in relazione alle necessità flessibilità mentale creativa oggi necessaria a chiunque voglia essere in grado di inserirsi attivamente nello sviluppo contemporaneo.

- Alle radici delle Angoscia Collettiva;
- FOCUS sulla scienza della relazioni interattive tra Energia/MATERIA
ed INFORMAZIONE

Alcune personali riflessioni per conseguire un livello cognitivo più elevato tale che includa la “realta virtuale” le ho precedentemente scritte, non tanto e non solo al fine di giungere ad un più completo superamento del dualismo cartesiano, ma molto più pragmaticamente allo scopo di scoprire un modo migliore di adoperare la nostra mente, in un mondo in cui l'informazione deve essere rapidamente tradotta in acquisizione in tempo reale di nuove conoscenze , alcune tracce di tali riflessioni sono reperibili in rete.

In particolare trattando l'argomento Creativitad y Ciencia - ad un Convegno sul costruttivismo nella scienza moderna tenutosi a CUBA (1999) ho tentato di esemplificare la struttura essenziale di un nuovo paradigma cognitivo basato sulle relazioni generali che intercorrono tra ENERGIA / MATERIA ed INFORMAZIONE , tramite il quale sostanzialmente si dimostra che ogni qual volta si ottiene un variazione in crescita della energia spesa per incrementare la inter-attività della informazione, di conseguenza si ha una diminuzione relativa della energia spesa per le interazioni tra massa ed energia libera. Tale argomentazione, che discende dal postulato della costanza della energia totale, è indicata come PRINCIPIO di FERTILITÀ EVOLUTIVA.

Note di NEUROSCIENZE in PSICHIATRIA

Sulla base di tali indicazioni per dare un contributo ad una riflessione aperta con il NETWORK di PSICOLOGIA e SCIENZE AFFINI (vedi: http://www.vertici.it), accenno in questo breve articolo ad un primo approfondimento su quanto ho scritto online in precedenza., che ha attinenza con il “Principio di Fertilità Evolutiva “ ( PFE) sopra accennato.

Trattando della attività cerebrale si comprende bene come le relazioni tra Energia (E = attività bio-elettrica ), Materia (M = neurotrasmissione) ed Informazione ( procedure di integrazione di aree cerebrali per la evocazione mnemonica e la successive elaborazione del pensiero), siano necessarie alla vita metabolica delle cellule cerebrali.

È infatti dimostrabile che i neuroni non vivono e si sviluppano unicamente sulla base di interazioni E/M , poiché il loro funzionamento prevede un predominante consumo energetico correlato complessivamente ai processi di elaborazione della Informazione. (il cervello pur mediamente pesando meno di 1/60 del peso corporeo, consuma ossigeno per un 20% del totale consumo medio giornaliero di ossigeno).

Ogni Pensiero è infatti associato ad un metabolismo cerebrale che non è solo una attività metabolica tradizionalmente intesa come interazione tra energia e materia (E/M), ma che presume una attività di comunicazione di informazione . Ciò non solo è vero per i neuroni, che sono specializzati per tale funzione, ma anche che per tutte le altre cellule in quanto la “vita” si fonda ed evolve sulla base di interazioni tra
che vengono comunicate e diffuse nello spazio/tempo in modo tale che si assume resti costante la energia totale del sistema globale.

Jean-Pierre Changeux nel suo “best seller intitolato l'Uomo neuronale”, tratta del e cioè di come le cellule cerebrali siano selezionate e decrescano in numero e interazioni durante l'arco di tutta la vita. Infatti il bambino, ancora nelle fase intrauterina, ha il massimo numero di neuroni a circa sei mesi, poi inizia il decadimento del n° di neuroni in favore della crescita di dendridi , cioè delle loro inter-connessioni sinaptiche, che raggiunge un suo massimo a circa quattro anni di vita, poi si ha una selezione decrescente delle dendridi nello sviluppo dell'apprendimento in quanto si attua un crescita di processi di integrazione tra differenti aree cerebrali che stabilizzano peculiari percorsi di evocazione delle memorie e di elaborazione della informazione.

Possiamo considerare pertanto che Il DARVINISMO NEURONALE, persegue quello che nell'articolo citato sopra (5) ho indicato come PRINCIPIO di FERTILITÀ EVOLUTIVA ove si dichiara che ad un aumento della Energia, correlata alla elaborazione della informazione, corrisponde una diminuzione di Energia associata alla massa della Materia (leggi: Metabolismo proteico) e/o ad una diminuzione della Energia Libera (leggi: segnali bio-elettrici generici di allarme e/o di attivazione delle aree cerebrali specifiche), mentre cresce la utilizzazione di energia in funzione dell'appendimento esercitato sulla base di processi di integrazione e modulazione di segnali condivisi tra differenti aree cerebrali.

Possiamo in conseguenza osservare che l'aver parametrizzato le attività cerebrali in termini di , ci permette di comprendere che quando il Principio di Fertilità evolutiva viene alterato nel suo positivo sviluppo è possibile intervenire sulle malattie mentali con differenti modalità tramite azioni specifiche tendenti a ristabilire il corretto sviluppo sulla base di strategie e metodologie non equivalenti tra di loro, poiché ciascuna di esse va’ ad affrontare il disagio psicologico in relazione un peculiare parametro componente l'energia cerebrale totale.

In tal guisa si può considerare l'utilizzazione di psico-farmaci per il Sistema Nervoso in neuropsichiatria, come azione tendente a riequilibrare le variazioni di massa del metabolismo neuronale, inoltre è possibile intervenire su alcune patologie mentali, con azioni psicofisiche che interagiscono con i fattori di interazione bio-elettrica , quali la psicologia cromatica o la musico terapia o la terapia dei profumi, dei sapori, ecc. Ovvero le terapie olistiche che agiscono su fenomeni di percezione extra sensoriali e/o dell'inconscio, quali la ipnosi, la pranoterapia, ecc., ed infine la psicanalisi terapeutica della parola, che interviene nei labirinti mentali propri della condivisione di memorie e conoscenze.

Il “PFE” certamente non riguarda il soltanto cervello come fosse possibile considerarlo un fattore isolato, in quanto essendo un archetipo di ordine evolutivo, concerne ogni interazione tra ; ciò significa, a riguardo delle relazioni Mente/Cervello, che esse non possono essere separate dall'ambiente culturale e di sviluppo in quanto sulla attività mentale vanno ad interagire fenomeni dello sviluppo sociale ed economico che possono dare origine a psicopatologie non risolubili nell'ambito di ciascuna delle differenti metodologie neuro psicologica, o della psicoterapie di tipo fisiologico o cognitivo o para-psicologico tradizionali.

Il dis-equilibrio di tipo globale che viene sostanzialmente a dipendere dal contesto di crisi culturale dei valori tradizionali, che oggigiorno è provocato dal cambiamento globale dell'epoca in cui viviamo, la quale necessita di strategie efficaci per agire come antidoto a psicopatie collettive che si oggigiorno diffondono nel mondo in guisa di un sistema virale contagioso.

Certamente la inversione di tendenza negativa del “( -PFE)“, va ad agire sulla psiche del singolo individuo che è maggiormente sensibile ad interiorizzarne la crisi con effetti di ansia, di stress a connotato clinico negativo come i disturbi di panico, di anoressie ecc..., ma essendo il male associabile alla globalità delle relazioni , la malattia assume una strutturazione mentale di sindrome patologica complessa, che determina degenerazioni al sistema di integrazione cerebrale che non possono essere risolte agendo singolarmente sulla persona, nel tradizionale contesto è costituito dal setting terapeutico classico, basato sulla relazione terapeuta-paziente, cioè mediante la serie di approcci tradizionalmente differenziati, finalizzati al riequilibro di settori specifici del funzionamento globale della mente del singolo individuo.

Come già detto il “Principio di Fertilità Evolutiva”, che associa le relazioni in termini generali, può essere convalidato nella prassi di ogni sistema con andamento evolutivo. Per fare un esempio banale, se osserviamo il recente sviluppo tecnologico dei “cellulari” si denota che all'aumentare della capacita’ di elaborazione di informazione dei più recenti “telefonini”, si associa una minor massa ed un minor consumo energetico. Ciò non dipende unicamente dal miglioramento delle batteria di ciascun cellulare, ma da un fattore meno visibile, poiché appartiene al sistema telefonico globale, proprio in quanto la possibilità miniaturizzazione di ogni singolo cellulare è correlata all'aumento del numero dei ripetitori di segnali nei campi di frequenza della telefonia mobile, che permette di comunicare a bassa potenza energetica.

Similmente per riequilibrare le psicopatologie che agiscono come una attività virale nella società contemporanea diviene necessaria, quale antidoto la realizzazione di una rete di NEUROPSICOLOGIA INTERATTIVA, finalizzata ad esercitare una ECOLOGIA della MENTE, che coinvolga l'individuo psichicamente malato nell'indirizzarlo agire attivamente verso una proficua ed attiva comprensione del mutamento epocale.

Con tutta evidenza è da sempre esistito uno stretto legame tra le attività dell'individuo umano e della sua specie e l'ambiente in cui queste attività si manifestano, proprio per questo l'intelligenza e la creatività dell'uomo è stata in grado di modificare la natura e quindi se stesso ,essendo egli parte integrante della natura.

Questo ciclo virtuoso inquadrabile nel (+PFE), ha determinato le condizioni in cui l'attività cognitiva si è evoluta, può reversibilmente andare globalmente in crisi (-PFE), in determinate condizioni storiche in cui attui un profondo cambiamento epocale, determinando una inversione della attività fisiologica dello “stress” che da compagno vitale del cambiamento, si riduce a sindrome patologica di depressione collettiva agendo sulla globalità di effetti sinergici che si rinforzano negetivamente nella comunicazione sociale. Che diviene progressivamente sempre più carente di contenuti innovativi e di stimolo alla creatività dell'uomo.

In tali casi la neuro-psicoanalisi della angoscia collettiva, può solo agire favorendo quel cambio del paradigma cognitivo necessario alla civiltà contemporanea, divulgandone interattivamente i significati in modo da generare le condizioni mentali che agiscano da antidoto efficace per la risoluzione del male collettivo. Concludendo queste brevi note ritengo importante sottolineare come, “ECOLOGIA della MENTE” sia una finalità perseguibile dalla neuro-psicologia cognitiva contemporanea, dal momento stesso che diverrà capace di coordinarsi, nell'ambito di un networking di rete finalizzato al recupero di stati e contenuti di coscienza intra-psichica, propri della intelligenza connettiva (6), di cui oggi lo sviluppo socio-economico ha assoluta necessità e che pertanto costituisce il contesto in cui è possibile recuperare le ragioni d'essere della creatività individuale e collettiva che hanno il loro fondamento nella genetica umana.

 

Per ulteriori informazioni:

Paolo Manzelli
Director of LRE/EGO-CreaNet-“VIA” – University of Florence
Via Cavour, 82 – 50129 FIRENZE – Italy
Phone: +39 055-288754
Fax: +39 055-2756702
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E-mail: LRE@UNIFI.IT
E-mail: manzelli@invisibilmente.it

Università degli Studi di Firenze

 

 CERVELLO- SCIENZA e FEDE . Brevi riflessioni sul tema della  BIO-Informazione.

 Di PAOLO MANZELLI LRE@UNIFI.IT


"Fede e Scienza" nascono nel quadro dello sviluppo cerebrale formando entrambe l’Albero della Conoscenza Umana;  la scienza e’ infatti paragonabile a ciò che dell'Albero è esteriormente visibile ed ai suoi frutti cognitivi, mentre la Religione ne rappresenta le radici più profonde. 

"Scienza e Fede" tendono in sostanza a porsi domande esistenziali che hanno la finalità comune di capire l’evolversi della vita umana nel mondo e nell’Universo, nella ricerca di dare un senso e un significato alla vita.


Concettualmente DIO e' FIGLIO dell'UOMO proprio in quanto è l’unicità del Dio il fattore  dominante della elevazione del pensiero del «Figlio dell'uomo», (*) di conseguenza  possiamo capire come Fede e Scienza nascano  entrambe dalla stessa condizione esistenziale tesa ad assumere coscienza di sé e della propria vita dell’universo.


Il sogno è una realtà fisiologica da cui nasce la fede in ciò che si ritiene essere sovrannaturale, infatti fin dai primordi dell’umanità è stato proprio il sognare i propri defunti che indusse la credenza della sopravvivenza dello spirito dopo la morte terrena, quale realtà evidentemente tangibile in quanto oggettivamente prodotta dentro se stessi.


Pertanto scienza e fede quali prodotti dell’ evoluzione cerebrale dell’Uomo, oggettivamente non possono essere in contrasto e di fatto osserviamo che la fede, pur suddivisa in molteplici religiosità, continua a prosperare là dove i successi del razionalismo scientifico si sviluppano.


Mentre la scienza procede nel dare i suoi frutti indagando per far luce nel dubbio dove ogni affermazione e’ possibile di successiva verifica, la fede pone le sue radici in un sistema cerebrale a carattere intuitivo ed emozionale, che nella sua limitata significazione, viene basato su dogmi e comunque su affermazioni non falsificabili, proprio  al fine prioritario di creare fiducia nella vita dopo la morte al di fuori di ogni disquisizione razionale. Inoltre investendo l’area emotiva del cervello nonché  per il loro carattere intuitivo, le concezioni religiose assumono un carattere più duraturo proprio come conseguenza della formazione delle memorie a lungo termine, ciò è vero in particolare in rispetto alle concezioni scientifiche che tendono ad una evidente maggior complessità di ragionamento e quindi minor facilita di memorizzazione.


Purtroppo, le diverse religioni, piuttosto che valorizzare l’evoluzione congiunta della crescita cerebrale tra scienza e fede generando la vigorosa crescita dell’ Albero Cerebrale della Conoscenza e soddisfacendo entrambe le differenti esigenze di sviluppo razionale ed  emotivo della complessa struttura cerebrale, hanno inteso rivolgere le proprie pratiche e convinzioni  religiose al fine di differenziare gruppi in  diverse identità culturali, cosa che certamente è in evidente contrasto nel caso delle religioni monoteiste, il cui riferimento è l’unicità del DIO.


Tale suddivisione dei riti religiosi finalizzate a promuovere le diversità culturali della gente anziché favorire un confronto di fiducia alla necessaria dubbiosità della indagine scientifica, crea tutta una serie di inutili contrapposizioni religiose e sociali, che di fatto rallentano pur senza fermarlo il progresso di una conoscenza integrata e cosciente dell’ uomo.


Il sistema nervoso è infatti modellato e modulato in  codici e schemi mentali, che sono la base di ogni possibile significazione cognitiva. In particolare, mentre l’uomo nell’evoluzione delle specie viventi è sempre più svincolato dai dettami dell’informazione genetica, le religioni, basandosi sulla concezione contro-intuitiva della trascendenza della Divinità, anziché dell’immanenza  della concezione Divina nella stessa struttura cerebrale dell’uomo, trasferiscono le oggettive e fisiologiche credenze di fede sull’esistenza sovrannaturale, in ritualità differenziate rispondenti a diversi codici e schemi mentali appresi per  tramite di riti  e liturgie differenti utilizzate allo scopo di promuovere il senso di un identità culturale e sociale differenziate e competitive tra i popoli della terra, anziché di favorire una unicità di identità umana, propria della formazione dell’EGO di ciascun uomo.


Riconosco che mi e venuto in mente di scrivere queste brevi riflessioni su “Fede e Scienza” spinto da coloro che credendo ad un Dio trascendente, asseriscono: "Come DIO ha potuto permettere l’ accadere di  tutto questo?" essendo in presenza  disastri e tragedie quali il recente tsunami, il maremoto nel sud-est dell’Asia del 26/DIC/04, un sisma catastrofico che ha provocato oltre 130.000 morti.


Infatti, se la gente avesse più attenzione alla scienza cercando di capire le sue opportunità di rapidissima informazione tecnologica, certamente tale  massacro poteva essere essenzialmente grandemente ridotto, bastava in molti casi favorire tramite la informazione inviata dai mass media (TV, Satelliti, Radio, Cellulari, Internet …..) lo spostamento cosciente della gente verso luoghi lontani dalle spiagge.


Certamente è utile riflettere sul fatto che la scissione tra Fede e Scienza produce una anomalia mentale, che fa si che l’Uomo moderno ancora non sia  mentalmente  cresciuto, pur avendo a disposizione strumenti di comunicazione rapidi che renderebbero l’umanità capace di uno sviluppo sostenibile anche in condizioni estreme di sopravvivenza.


In conclusione la religiosità  non può essere solo una risposta al bisogno di irrazionalità orientata dalle varie religioni per rasserenare l’incoscia  paura della morte con la promessa di una sovrannaturale beatificazione.


Ritengo che anche per superare le future catastrofi  principalmente dovute all’incoscienza umana, sarà pertanto opportuno rileggere rapidamente le convinzioni e concezioni che limitano lo sviluppo del rapporto tra “scienza e fede”, che  limitando di conseguenza la crescita dell’Albero Cerebrale della Conoscenza Integrata e quindi Cosciente, conducono l’Umanità ad una cecità fortemente incosciente sia sui propri limiti che sui propri poteri deprimendo pertanto ogni capacita di sviluppo globale dell’intera esistenza solidale umana.


(*) - NOTA: «Figlio dell'uomo» proviene dall'Antico Testamento dal libro del profeta Daniele.
Il testo che descrive una visione notturna del profeta dice : «Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco apparire, sulle nubi del cielo, uno, simile ad un figlio di uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui, che gli diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano; il suo potere è un potere eterno, che non tramonta mai, e il suo regno è tale che non sarà mai distrutto»(Dn 7,13-14).


BIBLIO ON LINE
Limiti delle scienza e ricorso alla fede : http://www.edscuola.it/archivio/lre/scifed.htmlPRIONI 

REPLICANTI E MEMORIA: http://www.descrittiva.it/calip/dna/basi_proteiche_replicanti.PDF

CAOS COSMOS e CRONOS : idee per l' epoca digitale.

Paolo Manzelli LRE@blu.chim1.unifi.it ;http://www.chim1.unifi.it/group/education

- CAOS -

La scienza del secolo scorso ha modificato quasi del tutto la nostra concezione del mondo deterministico, che era stato osservato come se fosse strutturato similmente ad un orologio regolato da rapporti lineari di causa ed effetto, facilmente prevedibili; tale immagine di un mondo meccanico era stata infatti delineata dalla interpretazione della fisica classica .
La scienza del secolo scorso, nel passare la propria attenzione dal macrocosno al microcosmo, ha compreso che, se approfondiamo la nostra interpretazione degli eventi , emerge ovunque il CAOS come evidenza
costante di ogni processo dinamico ad elevata conplessita' di relazioni.
(1)
Resta il dubbio se il CAOS sia conseguenza della limitatezza delle nostre concezioni interpretative della realta', ovvero se esso sia diretta conseguenza delle leggi della natura.
Riteniamo pertanto utile provare a ragionare su questo tema, perche' e' dal dubbio che nascono nuove idee e modelli interpretativi piu'adeguati al vivere e pensare nell' epoca digitale.
Con la scienza fisica del secolo XXI secolo (quanto-meccanica) ci siamo trovati di fronte al dilemma di non saper dare spiegazione certa all'ordinamento naturale evolutivo che intuiamo essere intrinseco al sistema
globale; pertanto rinunciando a prevedere gli eventi con esattezza,abbiamo accettato l' esistenza di una fondamentale indeterminazione, basando cosi' la spiegazione scientifica su una logica probabilistica al fine di
verificare le possibilita di successo delle nostre previsioni.
Albert Einstein (1879-1955), convinto che l' immaginazione e la saggezza fossero strumenti di conoscenza piu' potenti delle conoscenze storicamente acquisite, dopo aver tentato di mettere in evidenza tutta una serie di
paradossi, prodotti dalla interpretazione probabilistica della meccanica quantistica, si disse convinto che : " DIO NON GIOCA A DADI CON LA NATURA";frase con la quale volle evidenziare il sospetto che il CAOS dipenda
da una dimensione inadeguata delle nostre conoscenze, proprio in quanto esse sono limitate nella loro capacita di comprendere e rappresentare fenomeni dinamici complessi, come ad es: le fluttuazioni atmosferiche, le turbolenze del moto fluido, le dinamiche bio-evolutive che originano le mutazioni e di tante altri eventi che presentano dinamiche non lineari in moltisimi fenomeni e processi di elevata complessita'. (2)
Einstein, acquisendo il fatto che la radiazione elettromagnetica nel vuoto assume il valore di una costante universale, comprese che nessuna particella dotata di massa avrebbe potuto viaggiare al di sopra della
velocità della luce. La massa infatti misura la resistenza di una particella al moto; pertanto la massa della particella, aumentando esponenzialmente al crescere della velocità prossime a quelle della luce, diventerebbe
pressocche' infinita e quindi diverebbe necessaria la energia totale del cosmo per mantenere la particella alla velocita della luce senza poterla comunque superare.
Einstein inoltre, nel quadro delle concezioni relativistiche, comprese che il concetto newtoniano di spazio e tempo assoluti ed indipendenti, non aveva piu' valore Infine discusse il fatto che non siamo ancora in grado di capire sistemi che abbiamo bisogno di piu' di due variabili per essere spiegati, e per molto tempo cerco' di individuare quale potesse essere la "Variabile Nascosta" in modo da rendere risolubiili i paradossi e superare al contempo la necessita di ricorrere all' accettazione di una spiegazione indeterminata che fondamentalmente assume la presenza del CAOS nella costruzione dell'Universo.
Proseguendo nella nostra riflessione sappiamo che le concezioni scientifiche contemporanee fanno riferimento soltanto a due variabili cognitive : l'Energia e la Materia: queste ultime sono prese in considerazione in
relazione alla osservazione del mondo esterno In tal modo viene separato ed escluso dal pensiero scientifico il soggetto della sua osservazione in quanto la scienza si preoccupa solo e soltanto dall' osservato; da cio'
dobbiamo ammettere che la definizione concettuale del CAOS, cosi' come quella contrapposta dell' ORDINE, viene ad essere escusivamente relativa alle proprieta' dello spazio "disordinate e ordinate" e non a quelle che
includono la dinamica del tempo. (3)
Infatti quando la struttura concettualente bipolare di Energia e Materia, viene correlata a concezioni di ordine/disordine , dato che queste ultime hanno per riferimento la tradizionale cognizione di spazio, la questione dell'ordine / disordine, viene ancora ricondotta al dibattito tra Parmenide ed Eraclito sull' esistenza del vuoto nello spazio ; si ricorda infatti che per Parmenide disse: <se il vuoto non esiste e lo spazio e' pieno, allora non c'e' moto ne' divenire nel tempo se non quello erroneamente concepito
dai sensi> ; mentre per Eraclito il vuoto esiste, proprio perche'permette il continuo divenire della realta'. (4) 
Einstein comprese pertanto che le basi riferimento della scienza erano divenute insufficienti per dare spiegazione coerente e completa a sistemi che evidentemente implicano l' esigenza di introdurre il concetto di
informazione e con esso dell' uomo, come parte integrante del sistema evolutivo della natura, ma accorgendosi di non avere a disposizione nelle conoscenze pregresse alcun modello interpretativo globale sufficientemente
elaborato per poter trattare il sistema soggetto/oggetto di osservazione, come una unica entita' interattiva , non riusci' a delineare un quadro cognitivo sufficiente a superare la logica indeterministica della meccanica
quantistica, cosi' da integrarla con le concezioni che egli sviluppo' nell'ambito delle teoria della relativita' generale.

Il Laboratorio di Ricerca Educativa LRE/EGO-CreaNET, di educazione chimica e scienze integrate, partendo da tali conoscenze , ha ritenuto di poter proporre una nuova strategia cognitiva delle relazioni tra CAOS COSMOS e CRONOS , introducendo a priori nella descrizione delle interazioni tra Energia e Materia il parametro Informazione, al fine di rappresentare quel processo di informazione che viene attuato da qualsiasi sistema in divenire.
In tal guisa viene a definizione un nuovo paradigma interpretativo, con cui si tende a superare la suddivisione tra osservazione ed osservatore nella definizione del ruolo esplorativo della scienza visto nel quadro delle necessita di sviluppo cognitivo proprie della societa' digitale. (5)

Catalisi e trasformazioni chimiche

Nello studio delle "reazioni chimiche oscillanti" e cioe' dei processi di trasformazione chimica lontani dalle condizioni di equilibrio (6), ci siamo resi conto della difficolta' di definire l' azione catalitica ; pertanto siamo partiti dalla considerazione che, in una trasformazione chimica il passaggio da una situazione di ordine dei reagenti della reazione, ad un'altra situazione di equilibrio, costituita dal nuovo ordine molecolare dei prodotti, si attua sempre mediante l' azione di un sistema catalitico ovvero
auto-catalitico.
La catalisi trasforma l'Entropia (la relazione tra Energia e tempo, che equivale a disordine) in Neg-entropia ( entropia negativa), (7) che viceversa indirizza verso la formazione dell' ordine nuovo del sistema
trasformato; partendo da tali considerazioni abbiamo definito la proprieta del catalizzatore, cone azione tesa ad attuare il controllo dell'andamento della reazione, in termini di sistema di informazione; intendendo
per informazione quelle attivita' che precedono l' attuazione di una nuova forma molecolare, le quali permettono di realizzare la inversione del comportamento entropico in negentropico al sistema in trasformazione.
Per farci capire dai non addetti ai lavori, ricorreremo ad una semplice simulazione concettuale; proponiamoci pertanto di attuare la trasformazione dell' UVA (ordine vecchio) in MOSTO ( sistema di transizione) e poi VINO (
odine nuovo) , sapendo che la transformazione e' catalizzata da enzimi, possiamo pensare che essi agiscano come un insieme di informazione, per dare forma al nuovo ordine molecolare relativamente stabile. In tal caso il catalizzatore agisce a nostro avviso come un processo similare ad un sistema " mentale " primordiale, in qualche modo paragonabile a quello che si attua in sistemi biochimici piu' complessi del cervello, dove i neurotrasmettitori agiscono come i catalizzatori delle reazioni metaboliche tra energia materia, quelle cioe' che in fin dei conti producono le nostre stesse capacita' di pensiero.
Ragionando in tal guisa abbiamo definito la catalisi in termini di un sistema di informazione che precede ed indirizza la nuova formazione stabile prodotti di una reazione a partire dai reagenti; cio' significa in
sostanza, che il catalizzatore agisce nel decodificare la informazione dei reagenti e ricodificarla in quella dei prodotti. 

 COSMOS

Generalizzado tale nostra impostazione sulla catalisi chimica, abbiamo ammesso che ogni trasformazione tra energia e materia in natura, debba essere catalizzata da un sistema di informazione, in modo tale da poter
procedere nell' attuazione della transizione neg-entropica tra disordine ed ordine, che indirizza il divenire di ogni processo di cambiamento, verso l'ottenimento di nuove forme ordinate e relativamente stabili.
Come faccia l' Universo a essere concepito come una struttura assimilabile ed un sistema mentale e' stato il passo successivo della nostra riflessione, nella quale ci siamo cimentati, al fine di tentare di realizzare un
chiarimento delle relazioni concettuali tra CAOS COSMOS e CRONOS, perseguendo in vero l' idea che l' educazione possa essere anch'essa cambiata solo e soltanto se verranno, modificati i contenuti educativi,
assieme ai metodi ( pedagogici e/o tecnologici ) dell' insegnamento. Cio'proprio in quanto riteniamo che una base teorica creativa sia oggi estremamente necessaria per formare la mente a interpretare ogni tipo di
trasformazione, proprio in quanto ogni piattaforma concettuale innovativa, come si puo' constatare dalla storia dei cambiamenti concettuali della scienza, costituisce l' elemento fondante di ogni riflessione critica 
costruttiva.
Abbiamo pertanto accentuato la nostra critica in proposito del divenire del COSMO, perche sinceramente ci e' sembrato piu' comico, che scientifico, l'aver ritenuto che l' universo sia stato originato da un BIG BANG (Grande Botto), che ha trasformato l' energia in materia in maniera del tutto caotica e casuale. (8) 
Ragionando su questa questione ci siamo resi conto che il problema irrisolto dalla teoria dell' universo, interpretata in termini di evoluzione caotica, consiste principalmente nell' aver assunto
una dimensione lineare del tempo, mentre gia' nel quadro della relativita' di Einstein sappiamo che lo spazio/tempo e' creato dalla azione del campo di energia/materia; pertanto le due concezioni dello spazio e del tempo non vanno piu' considerate come entità separate e di diversa natura, ma come componenti di uno spazio/tempo quadrivettoriale (detto : cronotopo) dove spazio e tempo sono indistinguibili e possono trasformarsi l' uno nell'altro. Infatti,se un pezzo di materia acquista la velocita della luce,
sappiamo che la materia subisce una trasformazione in energia. Pertanto dato che la nostra percezione cerebrale altro non e' che la previsione dello scenario delle possibili interazioni materia-materia, che principalmente e' utile per evitare gli ostacoli nel nostro cammino, certamente quando la
materia si trasforma in energia essa esce dal nostro campo di osservazione
visiva.
A nostro avviso quindi la trasformazione della particella in energia, diventa facilmente comprensibile se immaginiamo che una coordinata dello spazio tridimensionale, si trasformi in una coordinata temporale e cioe' se la materia, codificata in termini si spazio/tempo da tre coordinate spaziali ed una temporale (x,y,z,t) , si trasforma in energia, quest' ultima risulta descritta da due coordinate spaziali ( x,y) e due coordinate temporali (t1,t2 - con t2 diverso da t1), dando luogo ad un campo elettromagnetico di onde piane. Tale campo energetico e' detto "Telo", sul modello di quello immaginato da l' astrofisico Arthur S. Eddington (1882 - 1944), scienziato scozzese contemporaneo di Einstein , che apporto' notevoli sviluppi scientifici per cambiare la concezione del COSMO immutabile verso una concezione di un universo in evoluzione.

Telo di Eddington (gif) : http://www.superstringtheory.com/anims/grelc.gif

Se viceversa vogliano ottenere materia dalla energia, possiamo immaginarsi di agire come quando realizziamo una lastra di liquido contenente disciolto del tensioattivo, e quindi per pressione sulla tensione del liquido,
otteniamo bolle di sapone. La precedente immagine mentale non e' cosi' tanto peregrina; infatti ci troveremo in una situazione simile a quella di annodare il Telo della onda piana di Eddington, creando una bolla, ottenuta per trasformazione di alcune dimensioni temporale nelle corrispettive dimensioni spaziali; tale trasformazione tempo-spazio, fa assumere la tridimensionalita nello spazio alla bolla di energia (che puo' divenire un fotone od un protone ecc.. a seconda delle energie messe in campo), mantenendo una unica successione temporale, correlabile allo stato della particella creata per torsione dell' onda energetica piana.
In tal guisa stiamo perseguendo l' idea della possibilita di esistenza di un sistema temporale, diacronico e non piu' sincronico, in quanto derivante dalla trasformazione del cronotopo in una di differente dimensionalita' dello spazio/tempo, che risulta diversa da quella percepita dalle nostre relazioni sensoriali con l' ambiente. Putroppo a molti sembrera' difficile accettare la plausibilita' di tali eventi proprio in quanto siamo avvezzi a reputare come riferimento sperimentale univoco nella scienza, quello costriuto dalla nostra percettivita' cerebrale, pur conoscendo bene i limiti fallaci delle nostre impressioni sensorie (9)
Riteniamo pertanto necessario tentare di costruire nuove alternative necessarie per comprendere la realta' a noi invisibile, tramite la riflessione educativa di scienze integrate di cui questa breve relazione fa
parte, per poter condurre l' apprendimento della scienza fuori da considerazioni limitative e fondamentalmente errate nella quali la cultura scientifica si dibatte da tempo spesso in modo spesso inconcludente. (10)
Per comprendere quanto detto sopra e nei citati riferimento bibliografici, bisogna accettare che l' energia possa trasformarsi in informazione; cio'significa in sostanza che la energia possa essere codificabile in due bit, uno relativo al tempo (t1,t2) ed uno allo spazio (x,y). 
Cio' diviene necessario quando si ritiene che l' energia possa venire codificata da un lato come materia e dall' altro come informazione, a seconda delle differenti codificazioni del cronotopo. L'energia tarsformata in materia assume la tridimensionalita nello spazio (x,y,z) e una sola dimensione della successione temporale ( t), mentre quando viene trasformata in informazionee essa diviene caratterizzata da una codificazione spazio-temporale bidimensionale nel tempo e nello spazio. (11)

Onda - Particella (gif) :
http://www.superstringtheory.com/anims/photon2.gif

CRONOS lineare degli eventi in correlazione alla Bidimensionalita' del
Tempo della informazione.

Il tempo come sequenza lineare di successione di eventi, esiste quindi solo e soltanto se preso in considerazione in relazione alla materia nella sua manifestazione come massa.
Invece il tempo, così come lo spazio, qualora vengano concepiti nell'ambito delle trasformazioni della energia in informazione, rappresentano un diverso assetto del "cronotopo" che caratterizza il nostro universo, il quale come abbiamo affermato, risulta essere bidimensionale nel tempo e nello spazio ; pertanto il tempo stesso puo' esistere caratterizzato da una componente binaria della informazione, proprio in quanto come tale assume anch'esso un carattere digitale.
La conversione una delle delle componenti temporali del " cronotopo "in una dimensione spaziale e' permessa nella trasformazione che avviene nella interazione con la materia, in cui l' onda si trasforma in particella per assumere la codificazione adeguata ad interagire nello spazio tridimensionale della materia.
Se ad esempio le frequenze del campo della luce visibile attraversano un mezzo trasparente, l' onda piana ad esse associata, permane dimensionata come informazione, mantenedo la sua codificazione energetica in due
componenti temporali e due spaziali; altresi quando l' onda interagisce ad es con la retina dell' occhio, la reazione fotochimica avviene per la possibilita dell' onda piana di trasformarsi in particella, assumento una
codificazione capace di interagire con la struttura tridimensionele nello Concludiamo queste brevi riflessioni dicendo che quando ragioniamo entro una dimensione univoca lineare del tempo, inteso come misura della durata dei fenomeni osservati da un osservatore esterno, tutto l' universo appare
essere caotico, perche' organizzato come un sistema disperso di entità materiali differenti, tenute assieme dal sistema gravitazionale, che pertanto risulta purtroppo mancante di una "massa oscura" invisibile.
Viceversa nella interpretazione originale a cui abbiamo accennato, l'Universo appare nuovamente come un sisistema perfettamente ordinato in termini di interattivita' associata alle trasformazione spazio/temporali
della energia, nelle sue componenti di materia ed informazione, dove le diversita', prima considerate dal punto di vista spaziale come disordine percettivo, sono altresi' funzionali ad un progetto comunicativo globale ed interattivo, intrinsecamente e perfettamente dotato di un criterio evolutivo.
Questa nostra interpretazione, basata su le trasformate spazio/tempo, e quindi trattabile in termini di operazioni tra differenti codificazioni delle relazioni che sussistono tra energia, materia ed informazione, nell'Universo. A nostro avviso un tale approccio tende ad evitare che la complessita' divenga complicazione; infatti datosi che l' energia e' un continuum, mentre la materia ha una struttura discontinua, le due
concezioni risultavano non integrabili tra loro se non si fosse pensato ad un sistema di decodificazione e ricodificazione del "cronotopo", operante nell' universo intero in termini di elaborazione di informazione.
Eintein continuo' a pensare a qualche forma di "Etere" che assolvesse questo compito da noi attribuito ad un sistema di informazione interattiva agente nell' Universo. Sappiamo infine che molti scienziati riterranno "esoterico" questo modo di ragionare, finche non comprenderanno che la differente interpretazione, che ci ha condotto a concepire uno scenario di interazione tra energia e materia ed informazione, ben si combina con la esigenza di pensare ad un mutamento della codificazioni del cronotopo spazio/temporale, necessarie trattare l'uomo stesso non piu' come un soggetto indipendente, ma come elemento centrale ed oggettivo della evoluzione del sistema universale.

Il cervello umano certamente agisce in termini di energia materia ed informazione, ed e' in vero tramite lo sviluppo cognitivo umano, che possiamo rendere manifesta la intelligenza della natura non piu' filtrata
nel quadro di una scala meccanica o quanto meccanica di valutazione.
Nella nostra interpretazione delle relazioni tra CAOS COSMO e CRONOS,pertanto l' uomo, come gia' nell' epoca del Rinascimento, puo' assumere nuovamente il centro creativo del processo evolutivo a cui partecipa come
coscienza oggettiva, entro un sistema coerente con la intelligenza universale della natura.

BIBLIONLINE

(1) Teoria del Caos : http://www.galileimirandola.it/frattali/teoria.htm 
(2) EINSTEIN : http://digilander.iol.it/WaveWalker/einstein.htm  ;
http://www.italysoft.com/curios/einstein/ 
(3) Il TEMPO del CERVELLO: http://www.edscuola.com/archivio/lre/tempo.html 
(4) Filosofia Grecia Antica:
http://www.123point.net/001topzine/formazio/arfor10b.htm 
(5) SCIENCE AND CREATIVITY :
http://www.edscuola.it/archivio/lre/science.html 
(6) Le reazioni Chimiche Oscilanti -Audiovisivo- Pubblicazione Multimediale
del Centro Didattico TV. Della Universita' di Firenze (richiedibile al n°
+39/055/4377232 ; AV-service@cdt.unifi.it 
(7) Neg-entropy : http://www.uia.org/uiademo/kon/c0003.htm 
(8) The BIG BANG Theory :
http://liftoff.msfc.nasa.gov/academy/universe/b_bang.html 

http://map.gsfc.nasa.gov/html/big_bang.html 
(9) I limiti cognitivi della percezione :
http://www.edscuola.com/archivio/lre/limcogn.html 
(10) Dal Mondo degli atomi al mondo dei Bit :
http://www.edscuola.com/archivio/lre/atomi.html  
(11) La luce, l' onda, la particella:
http://www.sussidiario.it/scienze/magazine/manzelli/index.shtml  

Alimentarsi nella società dell'informazione.

                                             Riflessioni e strategie cognitive per una alimentazione cosciente.

 

                           di Paolo Manzelli  LRE@blu.chim1.unifi.it ; http://www.chim1.unifi.it/group/education

 

Dice un vecchio saggio cinese : "Mangia poco Vivrai molto".

Certamente tale detto pur avendo una intrinseca validità e un messaggio incoerente nei riguardi dell'epoca del consumismo contemporaneo proprio in quanto sarebbe difficile sostenere e rispettare una antica regola, che e in aperta contraddizione con il fatto che, essa appartiene ad un epoca in cui normalmente si moriva alcuni decenni prima della età in cui ancora oggi si vive.

E necessario ricordare che ogni sistema alimentare dipende dalla cultura e dalle esigenze di una epoca e non si può pensare che ci siano solo regolette semplici da rispettare valide per ogni tempo e luogo.

Per l uomo infatti il cibarsi corrisponde non solo ad una necessita biologica, ma anche ad una adattamento evolutivo all 'ambiente naturale e storico sociale. Oggigiorno quindi le scelte alimentari ottimali vengono a dipendere dalla crescita culturale e scientifica e dalla sua diffusione nella società della informazione.

Oggi non mancano le informazioni che riguardano cibi e bevande, ricette culinarie e consigli per le diete, ma purtroppo spesso esse sono contraddittorie tra loro e generano più confusione di quanto riescano ad eliminarne al fine di mangiare bene e vivere sano. (1)

La principale contraddizione consiste nel fatto che normalmente ogni riferimento scientifico sull'alimentazione considera il corpo umano a guisa di una macchina carente di combustibile.

Tale riduzionismo e la causa cognitiva principale degli errori per cui spesso le diete consigliate, a volte fanno persino fanno male all'organismo. (2),(3)

La parola "dieta" deriva dal greco "daita" e significa "regime di vita". Gia da tale radice etimologica si comprende che la alimentazione non puo essere intesa in senso restrittivo ed atemporale comunemente attribuitole, tramite la semplicistica equivalenza tra cibo e calore ( quest ultimo oggi espresso per convenzione non più in calorie ma in joule); in fin dei conti , infatti, si sottovaluta la relazione che sussiste tra alimento e crescita delle cognizioni piu adeguate per promuovere un salutare metabolismo fisiologico dell uomo nelle condizioni effettive dellambiente di esistenza nel quale esso vive.

Pertanto il cibo puo essere considerato solo come una una fonte di energia, in quanto il nostro organismo non pu essere paragonato ad una macchina.La vita dell uomo non e la esplicazione di funzioni meccaniche,che hanno bisogno di un bilancio tra entrate ed uscite di energia, quest ultime sostanzialmente spese dal movimento corporeo, ma in via ben piu complessa, ha necessita di stimolare uno sviluppo intellettuale creativo. Il cervello infatti si sostenta principalmente di saccarosio, ma la sua funzioe e quella di effettuare neuro-trasmissioni anche per generare sensazioni di benessere e forme intelligenti di pensiero.

Alcune diete si rifanno a culture alimentati diverse da quelle piu proprie della cultura occidentale

Ad es. la dieta macrobiotica stata importata dal Giappone da alcuni decenni La macrobiotica si basa sull'assunzione filosofica che tutto ci che esiste risulta formato da due forze ; lo Yin e lo Yang. I cibi Yin tendono a gonfiare (acqua, ecc.) mentre quelli Yang tendono ad asciugare (sale, ecc.). Essi sono perci classificati in modo che la loro scelta produca un effetto equilibratore sull'organismo. Ma anche in questo caso ci che in origine era una antica filosofia di vita in pratica stata ridotta ad una serie di regolette alimentari ed allintroduzione di alcuni alimenti, ben poco utilizzati in precedenza, come salsa di soia fermentata, il sale al sesamo, le alghe, il ginseng ecc… sostanze che spesso non si combinano con le nuove esigenze nutrizioniste dellepoca moderna. (4

Abbiamo quindi bisogno di riflettere sulla esigenza contemporanea per stabilire nuove relazioni tra nutrizione e benessere, acquisendo un più complesso apporto vitale per merito di fattori alimentari selezionati, in modo tale da regolare appropriatamente il corretto funzionamento metabolico in relazione alla completezza delle funzionalit evolutive del corpo e della mente proprie del nostro organismo biologico nell'ambito delle relazioni ambientali e sociali contemporanee. Infatti le sostanze contenute negli alimenti proteine, lipidi, carboidrati, vitamine, sali minerali ….)contengono principi nutritivi , che non si trasformano solo in aumento o diminuzione del peso di una persona, ma hanno delle funzioni evolutive che permangono del tutto sconosciute da chi vede la vita come una esistenza in se limitata alla sopravvivenza a misura di un bilancio energetico personalizzato. (5)

Una nuova e pi adeguata concezione nutrizionale va oggi associata ad uno stile di vita e di pensiero che privilegi il rispetto per l'uomo e per l'ambiente secondo una visione olistica e globale del mondo. E oggigiorno sempre pi necessario infatti acquisire un insieme di cognizioni e di atteggiamenti di vita, che conduca ad definire ed apprezzare le esigenze alimentari dell'uomo contemporaneo, affinché il cibo possa essere interpretato come cura vitale dell organismo mentale e fisico dell'uomo. (6)

Il cibo riveste un ruolo importante per la qualit della vita ed molto pi che un'esigenza fisica; odori, aromi e fragranze, sensazioni del gusto e dei colori della tavola, sono oggi ricercati per reinterpretare e rivisitare con originalità le tradizioni enogastronomiche regionali dando luogo a nuove forme di turismo associabili ad una antica cultura dello stare a tavola, che sono indubbiamente folcloristiche, ma che troppo spesso degenerano in abbuffate occasionali dissociate da un sistema regolare di vita e di alimentazione quotidiana.

Modelli alternativi di alimentazione sono ancora ben lontani da essere percepiti e proposti come formazione e come cultura alimentare in modo da correlare il cibo ed i suoi significati , sia alla soddisfazione del desiderio e del piacere che ad un corretto sistema di alimentazione appropriato al vivere in modo sano e salutare nell'epoca contemporanea.

 

Un altro saggio latino dice: "Mens Sana in Corpore Sano "

Anche in questo antico detto permane un valore intrinseco ancora apprezzabile, proprio in quanto il nutrimento da sempre agisce sul esperienza sensoriale e mentale agendo sulle proprietà della memoria che facilitano il trattamento delle interrelazioni affettive e di comunicazione umana.

Oggigiorno una alimentazione cosciente si deve porre ben pi complessi interrogativi su cosa e come mangiare e pertanto le frasi di ampia validit in tutti i tempi, non possono prescindere da una nuova razionalità e conoscenze scientifiche avanzate, che nel loro insieme possano fornire una guida alle reali problematiche della salute psico-fisica suscitate dall'epoca contemporanea.

Bisogna infatti considerare che oggi la produzione degli alimenti si discosta sempre pi dalle possibilità di riconoscimento del cibo che l'organismo umano ha appreso a distinguere biologicamente , nel corso di milioni di anni di evoluzione della specie; la chimica riuscita ingannare i sensi riproducendo artificialmente ogni sapore ed odore ed a confondere ulteriormente le idee sulla pochezza dell'apparato sensoriale per decidere sulla bontà dei cibi, la scienza ha sostenuto limportanza di assumere a riguardo un atteggiamento quantitativo per mezzo del quale si considera alimento una qualunque sostanza che lorganismo utilizza per produrre energia e regolare attivit metaboliche, paragonando anche queste ultime alla azione di una macchina termodinamica.

Dobbiamo considerare che tali concezioni scientifiche hanno improntato la produzione agro-industriale, la quale pur aumentando la quantit degli alimenti necessaria a risolvere almeno in parte il problema della fame nel mondo, ha apportato profondi cambiamenti alle qualità del cibo nel trattamento industriale, che ha cambiato ogni precedente equilibrio e complementarit tra principi attivi della nutrizione necessari alla nostra specie per regolare e reintegrare le funzioni biologiche sia del corpo che della mente, alterando ogni tipo di alimento con sostanze chimiche estranee alla loro pi naturale crescita e contraffacendo le specifiche propriet nutritive per eseguire la lavorazione industriale e la successiva conservazione dei cibi.

La natura non costruisce cibi specifici gi predisposti per le varie specie viventi ad eccezione della frutta e di altri poche sostanze, pertanto il trattamento del cibo e necessario, ma lindustria agro-alimentare ha troppo spesso prodotto alterazioni delle composizioni nutrizionali che hanno condotto ad aumentare le intolleranze alimentari.

 Sappiamo che ogni organismo vivente decodifica e ri-codifica sotto un controllo genetico, ogni tipo di cibo ingerito nellalimentazione e che perci gli organismi viventi posseggono straordinarie capacita biosintetiche, che li rendono strutture estremamente flessibili. In particolare lorganismo umano ha notevoli capacita adattative e di compensazione necessarie per realizzare un rapporto ottimale dei principi nutritivi essenziali; ci significa che i principi nutrizionali essenziali, cio non bio-sintetizzabili, contenuti nelle diverse classi di alimenti di cui si ciba luomo, (glucidi, protidi, lipidi, vitamine , sali ed acqua) , non sono molti e a volte risulta essenziale la loro presenza anche in tracce minime. Cosi ad esempio e dimostrato che tra i 21 amminoacidi costituenti le proteine solo 8 di essi sono essenziali, cosi come sono essenziali le vitamine e anche piccole tracce di elementi minerali che risultano comunque indispensabili al buon funzionamento della complessa attivit fisiologica e mentale delluomo. Pur conoscendo la grande flessibilit e grado di sicurezza del sistema biologico dei organismi pi evoluti, essi , come tutti i sistemi complessi, hanno precise limitazioni al di la delle quali il sistema organico decade inesorabilmente.

Per evitare di superare i limiti di azione biologica dellorganismo umano larte culinaria ha sviluppato e tramandato metodi adeguati per rendere pi appetibili, digeribili e pi gustosi i cibi, mediante la cottura ed i condimenti. Purtroppo oggigiorno il sistema di reclamizzazione del cibo e delle bevande ha ridotto labitudine al gusto per proporre cibi imposti come mode improvvisate dai mass media per tramite di una informazione ripetitiva e ridondante.

La "mens sana " quindi stata fortemente inibita da il martellare reclamistico.

Infine necessario sottolineare che non corretto leggere "Mens Sana in Corpore Sano" soltanto in correlazione con le attivit sportive, in quanto con esse si viene a prediligere la versione che in un corpo sano possa agire sulla sanit mentale; di fatto pi vero che una mente sana possa determinare la salute fisica.

Purtroppo anche in relazione allo sport, viene prediletto il corpo nei confronti della mente in quanto si ripropone ripropone lidea dominante, tesa a considerarne prevalente laspetto materiale del cibo e quindi del corpo, come si conviene alla pi generale interpretazione meccanicista della scienza, che tende a sottovalutare nelluomo le necessit mentali ed affettive correlate alla assunzione del cibo magari per sostituirle con la intelligenza artificiale pi facilmente commerciabile e controllabile.

La vita mentale ottimale delluomo prevalentemente dedita a rappresentazioni cognitive che quindi vengono sistematicamente alterate, sia dal sistema di reclamizzazione dei prodotti alimentari, ma anche dallatteggiamento scientifico di indole meccanica. Nutrirsi per luomo non significa semplicemente mangiare. Questa connessione ben messa in evidenza dalla religione cristiana, fa si che nella mente umana, fame, sete, saziet, gusto e piacere del cibo, abbiano un valore psicologico e sociale, che genera un rapporto interiore di fiducia che lega il cibo alla vita familiare ed alla cultura di appartenenza. Pertanto molti disturbi alimentari non sono causati solo dalle alterazioni nutrizionali degli alimenti, ma da uno stato psichico di rottura della fiducia nelle rappresentazioni mentali associate allatto del mangiare e cio delle connessioni nei confronti delle relazioni familiari e del gruppo culturale, rottura che genera insoddisfazioni e di conseguenza stati di ansia e di stress.

Le regole del mangiar sano non possono prescindere dalla mente e con essa da una sua concezione piacevole della vita adeguata ai tempi . Infatti vari disturbi alimentari di indole psichica, non sono altro che l'atto di rottura di questa intima fiducia tra cibo ed ambiente affettivo e relazionale per cui si assiste sempre pi spesso allaumento di distonie neuro-vegetative connesse a disturbi fobici nei riguardi della alimentazione quali nei casi estremi generano le sindromi della anoressia e della bulimia. (7)

 

 

"Sono ci che mangio" unaltra efficace antica sentenza risalente ad Epicuro di cui e importante una rilettura contemporanea del fatto che il cibo non e solo un bisogno, ma anche un piacere, per cui siamo realizzati da ci che mangiamo.

A questo proposito la situazione nutrizionale odierna tende a divenire particolarmente a rischio.

Come abbiamo visto, fino ad oggi, lo sviluppo agro-industriale e della informazione imposta sotto forma di reclame, ha alterato fortemente l alimentazione umana, spesso aumentandone la quantit a discapito della qualit dei prodotti, agendo sia sul piano oggettivo della produzione e vendita degli alimenti, sia nel profilo mentale del significati culturali e scientifici della alimentazione. Pertanto attualmente la produzione alimentare per molti aspetti pone al limite della rottura la flessibilit e la adattabilit dellorganismo umano nellambiente in cui viviamo; ci ha determinato inevitabili danni per la salute : sul piano fisico, quelli dovuti allaumento delle allergie e del diabete, fino ai casi pi gravi quali la corresponsabilità nella crescita esponenziale di malattie mortali quali i tumori ed il cancro; ed inoltre, in relazione alla psiche, un inadeguato sistema alimentare contribuisce a provocare stati di ansia e di dissociazione della regolazione mente/corpo quali le sindromi che determinano la perdita di controllo della fame e della saziet e di altri messaggi ormonali che invadono la sfera sessuale e che sono anchessi in relazione al rapporto vitale con il cibo.

In futuro si pu prevedere, gi da quanto accade attualmente, che i rischi che gravano sulla situazione nutrizionale, tenderanno ad aumentare pertanto al principio di precauzione utilizzato fino ad oggi dai regolamenti e leggi sulla produzione industriale, dobbiamo sostituire il principio di co-responsabilit civile e sociale, che corrisponde principalmente a dotare di conoscenze aggiornate il sistema educativo, nel quadro della educazione permanente in rete telematica interattiva, sulle tematiche che riguardano la alimentazione contemporanea.

Luomo da sempre ha violato la natura propria e dellambiente per i suoi fini economici e di sviluppo i cui limiti oggi divengono sempre pi evidenti, solo se poniamo riflessione sulle situazioni veramente allarmanti quali il recente problema di alimentazione a rischio detto della "Mucca Pazza" (8). Tali "campanelli di allarme" del raggiungimento dei limiti in cui i tempi biologici di adattamento non si correlano pi alla velocit del cambiamento provocato dall uomo, sono evidenti proprio in quanto si generano "mutazioni", ancora inspiegabili nel quadro conoscenze scientifiche acquisite. La situazione e quindi al limite di rottura; e necessario pertanto capire bene quanto stiamo giocando d azzardo con la natura che e anche in noi stessi. In primo luogo risulta evidente che importante porre un freno alle conseguenze negative improntate dalla accelerazione dello sviluppo economico, che purtroppo sono preordinate sulla prevalente base del profitto, proprio in quanto le alterazioni alimentari stanno oggi acquisendo un carattere di elevata pericolosit, che tende a determinare una risposta incontrollabile e mutante, di quei principi di graduale selezione evolutiva, che la natura mette in atto, per attuare ladattamento delle specie allambiente modificato.

Sotto questo profilo delle necessita di attuare strategie di cambiamento che siano impostate sul controllo cognitivo, consapevole del rischio, di recente si e aperto un nuovo capitolo di grande responsabilit.

Esso riguarda le strategie della industria bio-chimica, che adopera le ricerche della ingegneria genetica molecolare, finalizzandola per la produzione di Organismi Geneticamente Modificati (OGM); le attivit di alterazione generica sono infatti mancanti di profonde e diffuse conoscenze, pertanto trasmettono un'idea di una natura violata molto pi inquietante dei mille veleni che ordinariamente entrano nei nostri piatti e nei nostri bicchieri con gli additivi i pesticidi e le manipolazioni chimiche per la conservazione dei cibi.

Le conoscenze acquisite nel campo della genetica molecolare, hanno recentemente permesso di approntare numerosi sistemi di manipolazione dellinformazione genetica, sia di piante, che di animali, trasferendo geni da una specie ad un altra , creando in tal modo incroci transgenici tra piante e animali, proprio per rendere le piante resistenti agli attacchi dei parassiti (9) Le finalit sono molteplici: i geni estranei possono servire a rendere le piante trattate, resistenti a erbicidi (che invece agiranno solo sulle erbe infestanti), possono produrre veleni specifici per insetti, virus e funghi per debellarli, ovvero divenire resistenti ai parassiti o alle muffe, possono inoltre migliorare alcune caratteristiche nutrizionali delle piante o degli animali o addirittura trasformare in antibiotici e vaccini contro determinate malattie i prodotti alimentari.

L'attrezzatura necessaria per provare a produrre nuovi OGM e alquanto semplice e poco costosa , pertanto tale attivit, nella speranza di formulare possibili ed elevati profitti, si espande in tutto il mondo e non basteranno difficili accordi internazionali sui brevetti e sui regolamenti di mercato per regolarne la diffusione.

 

Lunico modo di procedere e quello di dare ampia comunicazione e di una cultura innovativa capace di utilizzare le reti telematiche interattive per fornire una educazione adeguata ai tempi, essenziale per attuare una collaborazione internazionale per il rispetto dei principi legali e degli gli ordinamenti e normative internazionali tese alla precauzione del rischio alimentare, mediante un sistema di co-responsabilit sociale e culturale. Tale soluzione sar indispensabile per rendere operativo un controllo cognitivo e cosciente della nuova situazione di rischio in modo tale che il sistema educativo diffuso in rete a livello internazionale, renda sostenibile il progresso scientifico e la cultura ambientale nel quadro di una logica evoluzionistica e creativa.

Attualmente alcune piante geneticamente modificate che producono sementi di largo consumo tra cui il mais , il grano, il riso, la soia, e la colza il cotone il tabacco, ed alcune specie di frutta senza semi e pi resistenti alla maturazione, sono gi state immesse sul mercato, anche per il diretto consumo alimentare. Nonostante le migliorate caratteristiche di alcuni alimenti derivanti da protocolli di selezione OGM, la preoccupazione maggiore suscitata dai cibi transgenici riguarda la loro sicurezza a riguardo delle modifiche ambientali e di quelle biologiche che possono essere indotte nell sistema metabolico umano. Questa preoccupazione nasce dal fatto che e giusto ritenere troppo breve la fase di sperimentazione realizzata per accelerare i ricavi di profitto di impresa, proprio perch la dispersione nellambiente e nellhumus del polline e dei semi transgenici, pu provocare contaminazione causata da incroci indesiderati difficili da estirpare, specie se andranno ad esprimere la loro azione di inquinamento biologico su microrganismi terrestri od acquatici che hanno una minore protezione genetica e grande diffusione conducendo a modifiche sostanziali degli ecosistemi.

Pertanto, pur apprezzando le finalit di ricerca sulle alterazioni delle attivit genetiche degli OGM certamente razionale ragionare nellambito della logica del fare qualche passo allindietro, prima di spiccare il salto nel buio; ci significa che nelle condizioni di conoscenza e sperimentazione attuali della ricerca sugli OGM , e indubbiamente utile limitare la immissione nel mercato dei prodotti OGM e viceversa e estremamente utile promuovere il consumo di prodotti sicuri e di qualit, legati al territorio, alle culture e alle tradizioni locali, ed informare i consumatori sulle tecniche produttive e le pratiche agronomiche eco-compatibili garanti della bio-diversit.

Vi infatti sono vari segnali di allarme che pongono alcuni seri dubbi sullutilizzazione degli OGM, che gi vengono espressi in termini di "inquinamento genetico" visto in relazione alle alterazioni della bio-diversita (10) ; cosi ad es. i bruchi delle farfalle "monarca" vengono uccisi dalla proteina specifica prodotta appositamente dalla modificazione genetica del grano, attuata con il proposito di proteggere le foglie del grano di cui si cibano; in Usa dove ormai il 25% delle piantagioni di grano sono seminate con grani OGM, oltre il 40% delle farfalle e stato eliminato, cosi che in breve tempo si procede verso la completa eliminazione di quella specie. Certamente il sistema mirato di alcune tecniche OGM, previene lutilizzazione dei pesticidi, che combattono i parassiti, ma la certezza di agire verso una eliminazione controllata delle specie dannose, capace di mantenere in modo controllato la bio-diversita e certamente impossibile nello stato attuale delle conoscenze. Inoltre seri pericoli ci riguardano direttamente proprio in quanto il nostro sistema immunitario, quello che nel nostro organismo sano serve a combattere virus batteri e comunque elementi estranei al nostri sistema fisiologico, non e esercitato a distinguere nuovi elementi, anche se essi non fossero venefici o pericolosi per la nostra salute e quindi potrebbe reagire in modo imprevedibile, creando rischi di alterazione delle nostre funzioni biologiche anche di fronte a sostanze, di per se innocue, ma sconosciute al nostro sistema di difesa immunologico.

Come si comprende, gli eventuali benefici degli OGM, che si pensa, potranno permettere un ulteriore crescita della produttivit e rispondere ai crescenti bisogni alimentari ed anche ad un miglioramento nutrizionale degli alimenti e agire per la prevenzione e cura della salute delluomo , possono divenire false promesse di fronte a disastri di inquinamento genetico che possono assumere una diffusione incontrollabile ed esplosiva

Lagire nella societ dellinformazione interattiva per lo sviluppo di una conoscenza condivisa ed una democrazia culturale e scientifica che permetta di analizzare coscientemente levoluzione del sistema alimentare decisivo per far s che luomo sia ci che mangia, senza pero incorrere nel rischio di creare problemi irreversibili ed irresolubili a se stesso ed allambiente in cui vive. E quindi importante capire che procedendo lo sviluppo solo in funzione dellunico parametro del profitto, parafrasando il detto Epicureo, potremo dire : non sapendo pi cosa mangiamo e di conseguenza non sapremo neppure chi saremo.

In conclusione oltre alle normative in merito gi attuate della Comunit Europea, a riguardo di ragionevoli limitazioni sulla emissione deliberata ed incontrollata nellambiente e nel mercato di alimenti transgenici (11), soprattutto importante che la scuola attui programmi e progettazioni sulla alimentazione cosciente di livello internazionale sul modello gi attuato in NET-Days da EGO-CreaNET/ Campania (12) .

E quindi importantissimo realizzare programmi di collaborazione tra scuola universit ed impresa proprio al fine di non condurre i giovani entro una arretratezza nozionistica disciplinare e libresca, incapace di far luce su questa frontiera innovativa delle conoscenze . Una progettazione culturale e scientifica su tema della " Alimentarsi nella societa della informazione. " costituisce quindi la proposta iniziale del LRE/EGO-CreaNET,in collaborazione con del Laboratorio Virtuale della Universit di Napoli, a cui vorremo aderissero varie scuole, al fine di attuare un sistema di apprendimento e di auto-controllo cognitivo, e diffonderlo in rete, in un ambiente di collaborazione internazionale, capace di limitare errori e rischi irreparabili nel settore delle problematiche contemporanee della alimentazione, senza per altro impedire le auspicabili possibilit di attuazione di miglioramenti della produzione alimentare , della nutrizione e della salute offerte dalle moderne tecnologie genetiche.

 Biblionline

Alimentarsi : http://www.alimentarsi.com/sanaalimentazione.htm#princi

Dieta : http://www.adieta.it/piramide.html

Dieta vegeratiana : http://www.scienzavegetariana.it/

Dieta macrobiotica : http://digilander.iol.it/macrobiotica/

Alimentazione principi: http://www.sportraining.net/alimentazioneprincipi.htm

Studio dei processi metabolici della alimentazione: http://www.edscuola.com/archivio/lre/metabol.html

Disturbi fobici nella Alimentazione: http://www.lidap.org/Aliment.html

Alimentazione a Rischio: http://www.edscuola.com/archivio/lre/mad-cow.html

Biotecnologie News http://www.comune.modena.it/cittadini/biotec00/index.htm

Inquinamento genetico : http://members.xoom.it/DOCG/Cibiad.htm

Direttive Comunitarie su OGM : http://www.greensite.it/ogm/direttivacee_1.htm

vedi : http://www.egocreanet-campania.org / - http://www.eat-online.net/

 

SUONO E TEMPO

Paolo Manzelli
LRE@blu.chim1.unifi.it

Il suono e’ inscindibile dalla nostra sensazione del fluire del tempo; come le onde del mare si smorza con il tempo fino a quietarsi; cosi’ qualsiasi onda acustica, ha un tempo di inizio ed uno di fine proprio perche’ l’ onda si smorza nella sua evoluzione temporale.

Che il suono sia correlato strettamente alla sensazione dello scorrere del tempo, lo dimostra il fatto che se un uomo, abituato al percezione di suoni fin dal grembo della madre, viene messo in una profonda grotta e comunque in una condizione di non udire suoni, perde man mano la cognizione del tempo. (1) Il silenzio infatti non è una condizione fisiologica naturale per l’uomo, proprio perche’ la vibrazione lo pervade e ne stimola una sana vitalita’ , sia dal punto di vista emozionale che delle altre piu’ complesse attivita’ di elaborazione mentale e motoria.

Il famoso conpositore Italo-americano - Frank Zappa (2) : asseri’ che la musica e’ una costruzione creativa della organizzazione di suoni e del tempo osservando che : "La porzione di spazio temporale che divide l'inizio di un brano dalla sua conclusione è, per il compositore, qualcosa di simile a ciò che le dimensioni della tela rappresentano per un pittore. Il compito del pittore consiste nel riempire di qualcosa lo spazio vuoto di una tela fino a farlo diventare quadro-opera. Analogamente, il compito di un compositore consiste nell'aggiungere, nel suscitare e nel far muovere delle cose all'interno di un determinato tempo".

Il suono e’ originato da vibrazioni di atomi e molecole della materia, che vibrano oscillando sotto l’ impulso di onde di energia di una vasta gamma di frequenze. (3)

La sensazione del suono la percepiamo piu’ specificamente tramite le orecchie (4) , ma anche le papille tattili della pelle, percepiscono la vibrazione di compressione e rarefazione dell’ aria, codificandola come messaggio trasmesso dal mezzo circostante ( aria, acqua, …od altro…) .

Il messaggio fisico di informazione, viene quindi recepito in maniera differenziata dalle due orecchie per comprenderne la direzione di emissione, ed inviato dal nervo acustico al cervello, che le traduce in termini di armonie, ritmi, o rumori … ed altre impressioni emozionali.

Le molecole vibrando, originano il suono che costituisce il messaggio , altre molecole (aria, gas liquidi o solidi ) agiscono come mediatori ovvero come mezzi di trasmissione, mentre la sensazione sonora che udiamo e’ una proprieta’ sensoriale prodotta dal cervello.

L’ organo del senso dell’udito e’ l’ orecchio ed agisce come una interfaccia tra il mondo esterno ed il cervello, passando i messaggi ricevuti al sistema neuronale, che li interpreta come sensazioni. L’ organo di ricezione dell’ orecchio e’ fondamentalmente composto da una serie di sottili filamenti , che sono disposti in fondo alle cavità auricolari ( coclea ) in modo da poter essere stimolati dal movimento dell’ aria, dando la necessaria sollecitazione al cervello, perche’ esso traduca ed articoli in sensazioni sonore l’ informazione sensoriale ricevuta; le sensazioni sonore sono quindi una simulazione cerebrale di quanto varia nelle campo delle vibrazioni proveniente dal mondo esterno.

La trasmissione di energia nel vuoto non corrisponde ad alcuna sensazione sonora, cio’ in quanto non c’è alcun mezzo di trasmissione che permetta la ricezione delle vibrazioni; si rese conto di cio’ il chimico Robert Boyle (1660), facendo il vuoto con una pompa in una campana di vetro cosi’ che disse : <se il mondo non avesse l’ aria, … la propagazione del suono a cui siamo abituati non esisterebbe piu’> . E’ importante notare che nel vari mezzi di trasmissione, il suono si propaga a differenti velocita’ e diversi tempi di smorzamento. Nell’ aria la velocita’ delle onde sonore e’ di circa 334 metri/sec. , nell’ acqua salata del mare e’ circa 1.520 m./sec.ma viene piu’ rapidamente assorbita , ed as es. nel cemento e’ di circa 3.400 m./sec. ma dopo breve distanza viene del tutto smorzata.

Le tre caratteristiche fisiche principali del suono sono : ALTEZZA (funzione della frequenza della energia trasmessa : si misura in Hertz - Hz, cicli/secondo), INTENSITA’ ( funzione della ampiezza media della vibrazione trasmessa ; si misura in Decibel -Db), ed il TIMBRO ( difficile da definire con esattezza, in quanto e’ una qualita’ che dipende da molte variabili e cioe’ dal sistema emittente del suono ed anche dalla sua ricezione sensoriale ed inoltre dall’ ambiente; quest’ ultimo puo’ generare onde complesse a causa di echi, risonanze e battimenti. Le onde di vibrazione sonora interagiscono infatti tra loro modificandosi durante il percorso che divide l’ emissione del suono dalla sua ricezione, per azioni di riflessione, rifrazione, assorbimento, interferenza (costruttiva o distruttiva) , effetto Doppler ..ecc… , cio’ avviene in modo del tutto simile alle altre frequenze di energia. (5)

Come gia accennato, il bambino percepisce le vibrazioni sonore gia’ nella vita intra-uterina, (in particolare da quattro mesi di vita), ed egli vivendo in ambiente liquido, risente di una velocita’ del suono e’ assai elevata; pertanto e’ opportuno farlo crescere in un habitat a bassa sonorizzazione (6) . Il bambino percepicce una gamma di suoni che va’ da 16 Hz a circa 25 mila Hz; nell’ uomo adulto e anziano, la gamma dei suoni udibili diminuisce e in condizioni di salubrita’ del sistema ricettivo, l’ adulto percepisce sensazioni sonore corrispondenti ad un minor intervallo che va da 20 Hz a 16 Mila Hz.

Nella musica l'ALTEZZA del suono viene codificata per tramite una convenzione che individua le principali delle note musicali (Do Re Mi Fa Sol La Si); per accordare gli strumenti musicali viene fatto riferimento alla nota "La" emessa da un diapason, e cioe’ uno strumento sonoro di precisione a forma di "U" , che emette una nota corrispondente a circa a 440° Hz. (7)

Le principali caratteristiche fisiche distintive del suono, non sono quindi sufficienti a spiegare l’ apprezzamento cerebrale della musica, intesa come rapporto tra suono esterno e tempo biologico della sensazione sonora interiorizzata, generatata dal cervello che ci fa percepire apprezzabili melodie e ritmi con modalita’ ben distinte dal rumore caotico.

La musica e’ quindi l’ arte di organizzare i suoni in una struttura coerente con le complesse attivita’ cerebrali ivi comprese quelle emotive, e per far cio’ i compositori utilizzano combinazioni di frequenze stabili definite dalle note musicali .(8) Le note musicali hanno rispondenza con i fenomeni di risonanza, dovuti al sincronismo tra del suono e struttura, che avvengono dell’ organo di ricezione dell’ udito, in particolare nell’ ambito della configurazione organizzata, come spirale, della "Coclea", che per la sua forma tende ad evitare interferenze tra le onde sonore. Similmente se si accosta all’ orecchio una conchiglia marina di un Nautilus, si sente la riproduzione delle onde del mare, perche’ i rumori dell’ ambiente creano sincronie di risonanza del moto dell’ aria contenuta nella conchiglia, rispetto alla sua struttura periodica, generando oscillazioni ritmiche simili allo sciabordio delle onde marine.

La correlazione tra suono e struttura si manifesta anche nella emissione del suono degli strumenti musicali; infatti suonando la stessa nota con identica ampiezza ed intensita’, con un pianoforte ovvero con una chitarra, sentiremo due suoni diversi; la differenza sta nel sostanzialmente nel timbro, che e’ differente per ogni strumento musicale. Gli strumenti hanno infatti appropriate definizioni strutturali, le quali hanno il compito di modulare le frequenze sonore, entro forme di struttura e materiali assorbenti, che nell’ insieme agiscono come casse di risonanza delle tonalita’ del suono; possiamo notare che anche ogni voce come ogni strumento, possiede una sua timbrica particolare che distingue ciascuno di noi.

La percezione del suono e’ comunque una attivita’ propria del cervello, lo dimostrano manifestazioni a volte fastidiose come la percezione di un fischio od un ronzio o fruscio nell’ orecchio (acufeni), che normalmente non sono percepibili in quanto il cervello in condizioni normali li attutisce filtrandoli. Il cervello infatti , va’ ricercando attivamente di percepire le frequenze e gia’ dalla fase uterina, la sua ricerca e’ infatti geneticamente sincronizzata sulle frequenze della voce umana, in particolare di quella della madre che ha portato in grembo il suo bambino.

Biblionline:

  1. Ricerca Suono : http://www.electronicroom.com/sin/italiano/ricerca.htm

  2. Frank Zappa HP : http://www.zappa.com/

  3. Il suono : http://ebox.economia.unical.it/infogen/argo99/il_suono.htm

  4. Orecchio ed Udito : http://www.starkey.it/comeSentiamo.htm
    http://www.starkey.it/images/orecchioUmano1.jpg
    http://www.tibervox.it/orecchio.htm
    http://www.otoneuro.it/oreint.htm

  5. Fisica del Suono : http://www.paciolo.com/rumore/il_suono.htm

  6. Udito in Gravidanza : http://www.babyitalia.com/reference/art041.htm

  7. La Natura del Suono ; http://www.affarefatto.com/opinione/artevaria_am1.htm

  8. Storia della Musica : http://guest.clarence.com/molteni/musica.htm
    Note Gif : http://guest.clarence.com/molteni/musicAnimata.gif

 

NON TRASCURARE LA MEMORIA PERICOLOSA
L'esperienza del campo di Fossoli
di Brunetto Salvarani

Un campo di concentramento
Con la Legge sul Giorno della memoria per la prima volta, istituzionalmente, viene rilevata una grave carenza di memoria storica nell'immaginario collettivo nazionale: e non c'è dubbio che, fra i luoghi più trascurati e più ingiustamente dimenticati ci sia il Campo di Fossoli, nelle campagne nei pressi di Carpi (Mo), a circa quattro km dal centro storico, le cui tracce sono ancor oggi visibili, al viaggiatore che vi capiti per scelta o per caso, soffocato dalla canicola estiva o immerso nella fitta nebbia autunnale, che qui si chiama fumana: quella stessa fumana, forse, che ha avvolto a lungo i ricordi pericolosi di quanto vi è accaduto, una sessantina d'anni fa. E' indispensabile, perciò, ripercorrere, almeno per sommi capi, la cronistoria del Campo di Fossoli: a partire da quel maggio 1942, nel cuore della seconda guerra mondiale, quando vi viene insediato un campo per prigionieri di guerra, gestito dalle autorità militari italiane e destinato all'internamento di sottufficiali inglesi catturati nell'Africa del nord. Dal dicembre del '43 il sito funziona come Campo di concentramento provinciale per ebrei, alle dipendenze della prefettura di Modena per conto della neonata Repubblica Sociale di Salò. Nel gennaio del '44 però le autorità naziste, attratte dalla sua collocazione sulla direttrice ferroviaria per la Germania attraverso il Brennero, avocano a loro la giurisdizione del Campo, che diventa così Polizei und Durchgangslager, campo poliziesco e di transito per deportati politici e razziali rastrellati in diverse parti d'Italia per essere avviati ai lager del centro Europa. Vi risiederanno, via via, non meno di 5000 prigionieri, fra cui il giovane chimico Primo Levi, o qui ambienterà le prime pagine di Se questo è un uomo. Nell'agosto del medesimo anno il Campo è abbandonato per motivi di sicurezza, e trasferito a Bolzano-Gries: dalla stazione di Carpi erano partiti, in sette mesi d'attività, otto convogli ferroviari, cinque dei quali destinati direttamente all'inferno di Auschwitz.

Nomadelfia
Dopo la fine delle ostilità l'ambiente sarà utilizzato a più riprese a scopo abitativo, registrando presenze quanto mai simboliche. Dal '47 al '52, infatti, esso ospita Nomadelfia, la comunità cattolica dove la fraternità è legge fondata dal sacerdote carpigiano don Zeno Saltini, con le sue frotte di bambini raccolti dalla strada o dagli orfanotrofi, le sue mamme di vocazione, la sua incrollabile fiducia nella Provvidenza, I nomadelfi, in tal modo, capovolgevano dichiaratamente il precedente uso del Campo, che da luogo di dolore e reclusione forzata diviene così uno spazio di convivialità giocosa pur se difficile da gestire, soprattutto in un tempo di ricostruzione postbellica che mette a nudo le peggiori radicalizzazioni ideologiche: fino a costringere don Zeno ad autoridursi allo stato laicale e i suoi ad emigrare nella Maremma grossetana, dove la comunità-villaggio è tuttora operante. Dagli anni Cinquanta a tutto il decennio successivo sarà poi la volta del Villaggio San Marco, coi profughi giuliani e dalmati giunti a Carpi alla ricerca di uno spazio collettivamente abitabile, sia pur di fortuna. Nel frattempo, la questione di come rielaborare positivamente la memoria delle sofferenze che avevano attraversato il Campo stava trovando una prima risposta istituzionale, a lungo meditata, con l'edificazione di un Museo Monumento al Deportato politico e razziale, posto nel centro storico della città, all'interno del rinascimentale Palazzo Pio, e solennemente inaugurato nel 1973. In quell'occasione il Comune avanzava all'Intendenza di finanza una richiesta ufficiale per l'acquisto dell'area fossolese, ancora di competenza statale. Solo nel 1984, peraltro, sarà perfezionata la trattativa: ora l'Amministrazione locale acquisisce il Campo a titolo gratuito, e si comincia a discutere in merito alla possibilità di un recupero di tipo filologico, giudicato, all'epoca, sostanzialmente improponibile, a causa dei troppi cambiamenti occorsi nel frattempo. Da qui, l'idea di indire un concorso internazionale per progetti, con la dichiarata intenzione di trasformare il Campo in un Parco della memoria per la cittadinanza.

Progetto memoria
L'ultima tappa vede la nascita da parte del Comune di un apposito Progetto-memoria (1995), teso a valorizzare il più possibile i diversi luoghi locali della memoria, con l'offerta di visite guidate, iniziative promozionali, mostre didattiche, produzione di materiali e organizzazione di corsi d'aggiornamento per insegnanti; e la contestuale istituzione di un'apposita Fondazione, la Fondazione Campo Fossoli (1996), promossa congiuntamente dal Comune e dall'Associazione Amici del Museo Monumento, dotata di un proprio statuto e di una struttura organizzativa che prevede anche un Comitato scientifico composto da storici e da pedagogisti. Come a sottolineare un doppio sguardo, uno ben rivolto al passato e uno fortemente aperto verso il futuro. La decisione principale del Comitato sarà l'invito a riprendere in considerazione la questione della risistemazione dell'area del Campo, ritornando su un'ipotesi dichiaratamente filologica, e senza alcun stravolgimento dello spazio: anche sulla scia di una nuova sensibilità di stampo europeo, che chiede di conservare quanto resta dei lager e dei campi di prigionia.
Siamo giunti così all'oggi. Con la Fondazione, nata allo scopo di conservare il racconto della memoria pericolosa degli eventi che là si sono consumati negli anni della Shoà, raccogliendo ricerche, documenti e testimonianze, chiamata a gestire direttamente sia il Campo sia il Museo Monumento. Il suo motto, desunto per contrapposizione dalla scritta che campeggiava parossisticamente all'entrata del lager di Auschwitz (Arbeit macht frei), è Differences make freedom. L'abbiamo tradotto - un po' liberamente, appunto - con La diversità rende liberi: allo scopo di mostrarne appunto la seconda vocazione, dopo la custodia della memoria storica della sofferenza, quella di adoperarsi con ogni mezzo per operare sull'educazione alla pace, alla gestione dei conflitti, alla mondialità, al confronto interculturale, alla salvaguardia dei diritti umani.
Compito della Fondazione, allora, nella presente epoca di fragili quanto orgogliose certezze, di pregiudizi radicati e di rabbie più o meno giustificate ma comunque malamente gestite, è di operare pazientemente nell'ambito educativo, investendo nel cammino faticoso del dialogo interculturale e interreligioso e lottando contro ogni forma di razzismo, di intolleranza e di fondamentalismo. Tale è la sua mission e la sua responsabilità, da sviluppare assieme alle altre realtà che - in Italia e in Europa - testimoniano il bisogno impellente di costruire finalmente una cosa nuova senza trascurare la memoria pericolosa di centinaia di luoghi sparsi nel vecchio continente, a perenne monito per le generazioni del futuro, come il Campo di Fossoli.


Articolo tratto da: CONFLITTI - Rivista del centro Psicopedagogico di Piacenza - 2004, Anno 3 n. 1, pagg. 14-16

 

Quando una lingua muore: Entro questo secolo il 90 per cento delle lingue parlate sul pianeta, spariranno. Moriranno così decine di culture indigene, fagocitate nella globalizzazione.

IDA  SCONZO            da www.italy.indymedia.org

Sul nostro pianeta si parlano circa 6.800 lingue. Ogni quindici giorni ne spariscono due e con esse muoiono antiche culture, usi, costumi, tradizioni, leggende, riti, medicine naturali. Entro il 2100, il 90 per cento di tutti gli idiomi umani, sparirà per sempre. Le previsioni più ottimistiche dicono che soltanto la metà, sarà estinta. Quelle ormai irrimediabilmente perdute, secondo i calcoli dei linguisti, potrebbero essere tra quattro e nove mila.
Il 96% della popolazione mondiale utilizza soprattutto quattro lingue: il cinese mandarino o putonghua, parlato da un miliardo di persone, come l’inglese, l’Hindi/Urdu (900 milioni) e lo spagnolo (450), seguito da russo, arabo, bengali, portoghese, giapponese, francese, tedesco, italiano. Il restante quattro per cento parla tutte le altre.
I ricercatori escludono dal rischio d’estinzione soltanto 600 lingue nel mondo, perché sono ancora insegnate ai bambini. In Canada e Stati Uniti, il 90% delle lingue native, non è appreso dalle nuove generazioni. Su 300 lingue parlate sul territorio americano in età colombiana, soltanto dieci sono ancora utilizzate da gruppi superiori ai diecimila individui. In Australia si stanno estinguendo il 90% delle 250 lingue aborigene, mentre in Alaska una sola persona parla l’Eyak, in Idao cinque abitanti parlano Coeur d’Alena. Idiomi come lo Iowa e Catawba, sono irrimediabilmente perduti.
Nel continente sudamericano resistono ancora 640 lingue, il 27% delle quali è a rischio. I quattro quinti degli idomi sono usati da gruppi inferiori ai diecimila individui. Nell’area amazzonica peruviana soltanto cinque persone parlano ancora il Chamicuro.
Gli scienziati stimano che, in Africa su un patrimonio di 1.400 lingue 54 sono ormai estinte, 116 sono vicine all’estinzione, 250 sono minacciate e 600 in forte declino. In Asia meno di diecimila persone parlano circa la metà delle lingue autoctone. Nel Kashmir il Brokshat è parlato da tremila persone, il burmese da 250, mentre nelle Filippine poche famiglie parlano ancora l’Arta.
Il 90% degli idiomi umani non è presente su Internet. I contenuti della Rete sono per il 68,4% in inglese; seguito dal giapponese con il 5,9%, dal tedesco con il 5,8% e dal cinese con il 3,9%.
L’80% dei linguaggi esistenti non ha una forma scritta e la metà di essi è concentrata in otto paesi: Papua Nuova Guinea (832), Indonesia (731), Nigeria (515), India (400), Messico (295), Camerun (286), Australia (268) e Brasile (234).
Le regioni con la più alta biodiversità sono quelle più ricche anche dal punto di vista linguistico: le lingue parlate nelle isole, ad esempio, si sono sviluppate, come le specie viventi, in modo unico e completamente autonomo. Gli abitanti del piccolo Arcipelago di Vanuatu, nel Pacifico, parlano ben 110 lingue.
La perdita di lingue uniche, nella loro identità culturale e nei loro contenuti storici, (l’Igo, parlato da seimila persone nel Togo meridionale, molto probabilmente conserva tracce della migrazione africana occidentale) rende più difficile la nostra comprensione della diversità biologica. I linguaggi utilizzati nelle foreste tropicali o sulle isole, sono notoriamente molto ricchi di vocaboli specifici per la descrizione della natura. Gli hawaiani chiamano i pesci con nomi che indicano il periodo di riproduzione, gli usi medicinali e i metodi per catturarli. In Papua Nuova Guinea, le lingue locali comprendono centinaia di nomi diversi per ogni specie di volatile presente sulle isole, mentre il Pidgin, (un misto anglo-cinese diffuso in estremo oriente) ne comprende al massimo due.
Molti ricercatori studiano gli elementi strutturali della grammatica e del vocabolario, per capire se alcune regole fondamentali del linguaggio, abbiano valenza mondiale e se è possibile trovare un riscontro fisico nella struttura del cervello umano. La scoperta del gene del linguaggio, Foxp2, da parte di ricercatori dell’Istituto di Antropologia Evoluzionistica di Leipzig, in Germania e del Centro di Genetica Umana di Oxford, nel 2002, ha chiarito il mistero del linguaggio umano. Le persone che nascono con una sola copia del gene, hanno, infatti, problemi ad articolare il linguaggio, a comprenderlo e a seguire le regole grammaticali. La mutazione del minuscolo frammento di DNA, sarebbe avvenuta fra i 120 e i 200 mila anni fa, nella stessa epoca in cui comparve l’Homo Sapiens. La perdita di migliaia di lingue, potrebbe dunque compromettere importanti ricerche scientifiche.
Una èquipe italo-tedesca di neurologi e linguisti dell’Università Vita e Salute del San Raffaele di Milano e dell’Ospedale Universitario di Amburgo, ha recentemente scoperto che esiste una “grammatica universale”, unica in tutte le lingue, governata da precisi meccanismi biologici. L’esperimento che ha portato alla scoperta, annunciata dalla rivista “Nature Neuroscience” nel giugno 2003, è stato effettuato ad Amburgo. La teoria sulla quale è stato eseguito il test, appartiene al linguista americano Noam Chomski, del Massachusetts Institut of Tecnology, fondatore della scuola “generativista” che studia le leggi che producono il linguaggio. Chomski ha sostenuto l’idea che il linguaggio umano potrebbe essere innato, chiedendosi se le regole, che si registrano in ogni singola lingua, hanno un fondamento biologico. Gli scienziati dell’èquipe italo-tedesca hanno insegnato l’italiano a un gruppo di tedeschi, mescolando alle regole grammaticali reali, altre impossibili. Quando i volontari imparavano le regole possibili, nel loro cervello, si attivava un’area specifica del linguaggio, chiamata “area Broca”, che rimaneva silente quando imparavano le regole impossibili. Come controprova, i ricercatori hanno ripetuto l’esperimento, insegnando ai soggetti di lingua madre tedesca, il giapponese, ottenendo gli stessi risultati. La conclusione dell’esperimento dimostra che il linguaggio ha un fondamento biologico e le operazioni linguistiche sono quindi “biologicamente determinate”.
 
PER SALVARE LE LINGUE
Il ruolo dell’UNESCO
 
Decine di esperti linguisti, rappresentanti delle comunità linguistiche e delle Organizzazioni Non Governative, provenienti da tutto il mondo, hanno partecipato, nel marzo del 2003, a un meeting internazionale, promosso dalla sezione olandese dell’UNESCO, sulle lingue in pericolo.
Nel corso dei lavori, gli esperti hanno chiarito il ruolo che può svolgere l’UNESCO per salvaguardare il nostro patrimonio linguistico, e hanno elaborato alcune “Raccomandazioni”, per i progetti previsti nel biennio 2003/2005.
Invitando gli Stati membri a mobilitarsi attivamente in difesa delle lingue in pericolo, è stata avanzata la proposta di creare un fondo finanziario a sostegno di tutte le iniziative, compreso l’aggiornamento di archivi e documenti già esistenti, come l’Atlante Mondiale delle Lingue a Rischio.
Le Raccomandazioni invitano a:
- stimolare la coscienza civile sulla situazione delle lingue in pericolo, attraverso l’informazione, l’organizzazione di eventi pubblici e artistici;
- realizzare un network internazionale in cui comunità e organizzazioni possano incontrarsi per condividere conoscenze e archivi;
- sostenere l’educazione e la formazione per le ricerche sulle lingue a rischio;
- facilitare gli scambi di informazioni tra gruppi indigeni e organizzazioni;
- coordinare il lavoro di ricercatori, ONG, e dirigenti politici, nello studio di soluzioni generali.
Per il 2004/2005, l’UNESCO ha previsto un budget di un milione 839 mila dollari americani per sostenere le diverse risorse, linguistiche e culturali e per conservare il patrimonio di audiovisivi e documentari.
 
La Giornata Internazionale della Lingua Madre
 
La Conferenza generale dell’UNESCO del 1999, con le risoluzioni n° 12 e 37, auspicando l’adozione di una politica linguistica mondiale basata sul multilinguismo e garantita dall’accesso alle tecnologie informatiche, ha istituito la Giornata Internazionale della lingua Madre. L’iniziativa è partita da una proposta presentata dal Bangladesh e sostenuta da altri 28 paesi. La scelta della data è caduta sul 21 febbraio, giorno in cui, (nel 1952) nell’allora Pakistan orientale, esplose la rivolta in difesa della lingua parlata nel paese: il Bangla.
L’iniziativa vuole risvegliare la coscienza civile in difesa del patrimonio linguistico, minacciato dalla globalizzazione. Fin dal 1999 l’UNESCO è dunque impegnata nella creazione di condizioni ambientali, intellettuali e sociali per la sviluppo del plurilinguismo, quale mezzo d’accesso democratico alla conoscenza. Le lingue materne devono essere difese non soltanto per salvaguardare le differenze culturali ma, soprattutto, per alimentare una cultura di solidarietà, sensibile alle tradizioni, aperta al dialogo e alla tolleranza. L’abbandono progressivo di una lingua – affermano gli esperti – può essere provocato da cause diverse: le migrazioni di intere comunità, l’omologazione di culture minoritarie a quelle dominanti dal punto di vista economico, lo sfruttamento esasperato dei territori, lo sterminio di popolazioni sottomesse.
L’UNESCO pubblica periodicamente il Libro Rosso, un atlante mondiale sulle Lingue in pericolo e sostiene il progetto Linguapax, ( http://www.linguapax.org ) che promuove una cultura di pace e il rispetto della diversità linguistica.
Per la Giornata Internazionale della Lingua Madre, in collaborazione con l’UNESCO, Discovery Communications, ha pubblicato sul suo sito ( http://www.discovery-italia.com/archivesbabel/feature1.shtml ) brevi filmati di popoli le cui lingue sono a rischio e numerose schede di presentazione sulle lingue Tobas (Argentina), Sharda e Idu Mishmi (India), Ainu (Giappone), Cucupa (Messico), Kadazandusun (Malesia), Saami (Svezia), Haida (Canada).
 
Messaggio del Direttore Generale UNESCO nella Giornata Internazionale della Lingua Madre – 21 febbraio 2004 -.
 
Il Direttore Generale dell’UNESCO, Koichiro Matsuura, in occasione della Giornata Internazionale della Lingua Madre 2004, ha diffuso il seguente comunicato:
“Questo è il quinto anno consecutivo che il 21 febbraio celebriamo la Giornata Internazionale della Lingua Madre. Noi celebriamo così quasi seimila lingue, tutte creazioni del genio umano, che esprimono ciascuna in modo unico una visione del mondo, un sistema coerente di valori e significati. Infatti le lingue costituiscono un vero specchio della diversità culturale dell’umanità. Assicurare che queste lingue, il 95% delle quali è parlato dal 4% della popolazione mondiale, possano continuare ad essere usate accanto alle maggiori lingue internazionali di comunicazione, è una vera sfida per i 200 Paesi del mondo.
È quindi fondamentale non solo, in nome della diversità culturale, ma anche in nome del diritto ad una educazione di qualità per tutti, che l’utilizzo delle lingue madri sia favorito nei sistemi scolastici, fin dall’infanzia. Le ricerche più recenti dimostrano chiaramente che l’insegnamento combinato della lingua madre con una lingua nazionale ufficiale, permette agli studenti di ottenere migliori risultati scolastici e stimola il loro sviluppo cognitivo e le loro capacità di studio. È questo lo spirito del sesto degli obiettivi formulati nel 2000 a Dakar, durante il forum dell’Educazione Mondiale, che fa riferimento alla necessità di migliorare, sotto tutti i suoi aspetti, la qualità dell’educazione, al fine di ottenere per tutti risultati di apprendimento riconosciuti e misurabili.
Mi compiaccio che la Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, adottata qualche mese fa dalla Conferenza Generale, faccia riferimento esplicito alle lingue come veicoli del patrimonio culturale intangibile. Spero che questa Convenzione contribuirà, in questo modo, alla salvaguardia della diversità linguistica, che costituisce una urgenza di fronte al ritmo con cui le lingue stanno scomparendo (due al mese in media). Penso in particolare alle popolazioni indigene, per le quali la difesa della lingua madre resta una rivendicazione centrale per il rispetto della loro identità e la salvaguardia del loro patrimonio. L’insegnamento delle lingue, e in particolare delle lingue madri, diventa quindi più importante che mai, in un mondo che deve sapere comunicare a livello globale ma che deve anche sapere preservare per ognuno la possibilità di parlare la sua lingua madre come unica forma di espressione nel corso della vita...”.
 
Internet arca delle lingue
 
Internet è oggi lo strumento di informazione e di comunicazione, più adatto alle esigenze del lavoro scientifico. La Rete offre non soltanto la possibilità di trovare in pochi minuti documenti e ricerche inserite da studiosi in ogni parte del mondo, ma consente anche l’incontro e lo scambio fra ricercatori impegnati nello stesso settore. Linguisti, Associazioni, Fondazioni, privati che hanno interesse verso le lingue in via d’estinzione, svolgono sul web una vivace attività. I siti sull’argomento sono centinaia, forse migliaia. In pochi anni la Rete è diventata uno dei veicoli più importanti per la catalogazione e la conservazione di ricchissimi archivi. Navigando in Rete con una semplice ricerca si trovano centinaia di siti, sostenuti da Fondazioni private, organizzazioni internazionali, grandi Università, progetti come Endangered Languages Fund, sostenuto della Yale University, mentre la Stanford University sostiene i progetti di The Long Now Foundation di San Francisco, promotrice del Rosetta Project.
L’Università di Tokio ha creato The International Claring House for Endangered Languages, un punto di raccolta di documenti internazionali (http://www.tooyoo.l.u-tokyo.ac.jp/ichel.html) e pubblica un bollettino periodico, sullo stato delle lingue a rischio. Oltre al vasto archivio, ha creato inoltre una sezione dedicata al Libro Rosso dell’UNESCO ( http://www.tooyoo.L.u-tokyo.ac.jp/Redbook/ ).
In Rete agisce anche Terralingua Internazionale, ( http://www.terralingua.org ) una organizzazione senza scopo di lucro che studia i collegamenti fra diversità biologica e culturale. Tra i siti più interessanti: Ethnologue ( http://www.ethnologue.com  ), il Sil ( http://www.sil.org  ), il progetto europeo Eblul ( http://www.eblul.org ).
 
La Fondazione Volkswagen
 
L’allarme lanciato dai linguisti di tutto il mondo, in questi ultimi anni, è stato raccolto da numerose istituzioni pubbliche e private. In Germania, la fondazione Volkswagen, (VolkswagenStiftung), dietro proposta del Comitato per le lingue a rischio, Fur Sprachwissenschaft die Deutsche Gesellschaft, ha lanciato il Progetto DoBeS – Dokumentation Bedrohter Sprachen - stanziando due milioni di dollari in borse di ricerca per creare un archivio multimediale che raccolga dati sulle lingue in pericolo. L’archivio si trova presso il Max-Planck-Institut per la Psicolingua in Olanda. Il Programma DoBeS finanzia attualmente 20 squadre di documentazione. L’archivio contiene dati, registrazioni video e audio, fotografie, illustrazioni, note lessicali e grammaticali. Tutte le informazioni relative al programma si trovano sul sito http://www.mpi.nl/DOBES/dnd2-index-pv1.html.
 
La Fondazione Ford
 
La Ford Fondation ( http://www.fordfound.org   ) ha invece stanziato un cospicuo contributo a favore di vari progetti, compresa l’iniziativa lanciata dall’Università di Berkeley e da alcuni nativi americani, nel 1992, per contrastare l’imminente scomparsa di circa 50 lingue indigene parlate in California. I membri delle comunità in grado di parlare la lingua madre, vengono pagati tremila dollari per insegnarla a un componente più giovane nell’arco di sei mesi. Lo studente viene a sua volta retribuito per imparare. Con questo sistema sono state trasmesse ai giovani circa 25 lingue.
 
Il Progetto Rausing
 
Una nuova iniziativa britannica, il Lisbet Rausing Charitable Fund, ha stanziato 30 milioni di dollari per un progetto che documenterà grammatica, vocabolario, fonetica, delle lingue a rischio, (http://www.sigrid-rausing-trust.org). Una parte del finanziamento è stata devoluta alla SOAS - School of Oriental and African Studies di Londra per la realizzazione del “Progetto Rausing” (HRELP). Un programma accademico per formare linguisti in grado di documentare sul campo le lingue in via d’estinzione; un programma di documentazione e finanziamenti a sostegno delle lingue a rischio; la realizzazione di un archivio digitale e di metadati  ( http://www.soas.ac.uk ).
La Fondazione ha donato circa 56 milioni di dollari, per finanziare dieci anni di ricerche. Il progetto del SOAS è, probabilmente, il più grande intervento di salvataggio in atto. Le ricerche fino ad oggi limitate, al già vasto campo delle lingue africane e asiatiche, sarà ampliato a tutte le lingue del mondo.
 
L’OLAC
 
Alcuni membri del SIL International (Istituto Summer di Linguistica), per mettere ordine tra le diverse ricerche, stanno realizzando un Open Language Archives Community (OLAC) che, utilizzando una sorta di catalogo di schede digitali (metadati) uniformerà i maggiori archivi linguistici. Una volta completato il mega-archivio, consentirà agli studiosi di analizzare grandi quantità di dati sull’evoluzione delle lingue, le migrazioni dei popoli, i limiti del linguaggio. ( http://www.language-archives.org  )
 
Il Progetto Ethnologue
 
Una delle fonti più autorevoli è rappresentata da (http://www.ethnologue.com) un vero e proprio motore di ricerca, realizzato a Dallas. Il progetto nato dal SIL International, (http://www.sil.org), promuove da oltre cinquant’anni, la diversità e lo sviluppo linguistico, la ricerca, la traduzione e l’alfabetizzazione. Ogni quattro anni stampa, in versione cartacea e digitale, il rapporto “Languages of the World”, giunto alla quattordicesima edizione. Il database di cui dispone è, probabilmente l’elenco più completo di informazioni sulle lingue conosciute. Migliaia di ricercatori, in tutto il mondo, possono contare sul materiale disponibile e continuare ad arricchirlo con i propri contributi. Il sito offre, oltre a una minuziosa catalogazione delle lingue viventi, anche una ricca bibliografia on line, consultabile per paese, per autore, per materia e con parametri di ricerca personalizzati.
 
Foundation for Endangered Languages
 
Nata a Londra, nel 1996, la Fondazione per le Lingue a Rischio d’Estinzione, (http://www.ogimos.org) stimola con ogni mezzo la consapevolezza della grave perdita che la scomparsa di una lingua comporta. Sostiene l’uso delle lingue madri in tutti i contesti: nella formazione, nella vita sociale, culturale ed economica dei territori. Sostiene economicamente la formazione di linguisti e ne agevola le pubblicazioni. Finanzia la raccolta di informazioni e diffonde i risultati ottenuti. “Quando una lingua muore – scrivono nel proprio Manifesto – ci sono anche altri tipi di perdite, in ogni campo della conoscenza. Con la morte di una lingua, la scienza, la linguistica, l’antropologia, lo studio della preistoria, la psicologia, perdono una fonte preziosa di dati, il senso delle cose, vario ed unico, che la mente umana esprime nella sua struttura linguistica e nel suo vocabolario”.
 
Dai geroglifici allo spazio
 
Il primo oggetto scritto dall’uomo, rinvenuto a Creta, nel palazzo minoico di Phaistos, è un disco d'argilla di circa 16 centimetri di diametro e 16 millimetri di spessore, risalente a 1.600/1.700 anni avanti Cristo. Sulle due facce del “Disco di Festo”, sono stati incisi dei simboli che seguono una precisa sequenza a spirale. Probabilmente i segni sono stati impressi con un punzone di legno o metallo (qualcuno pensa all’oro per la precisione dei contorni), sull’argilla fresca. Il linguaggio impresso sul disco non è stato ancora decifrato, in assenza di una iscrizione bilingue.
Il disco di Festo fu ritrovato dall’archeologo Pernier, inviato di una spedizione italiana, la sera del 3 luglio 1908. I simboli rappresentano guerrieri, prigionieri, natura mediterranea, oggetti d’uso comune. Il misterioso oggetto, si trova oggi nel Museo di Iraklion, a Creta.
Il secondo importante reperto è la famosa Stele di Rosetta, un blocco di diorite (basalto nero) sul quale sono incise tre sezioni di scrittura: una parte superiore con 14 righe in geroglifico, una parte centrale 22 righe in demotico e, in basso, 54 righe in lettere greche maiuscole. L’iscrizione, effettuata nel 196 avanti Cristo, è un decreto sacerdotale in onore di Tolomeo V Epifane, per una generosa offerta la Tempio. La pietra fu ritrovata nel luglio del 1798 dagli scienziati al seguito di Napoleone Bonaparte. Grazie alle iscrizioni, molti anni dopo, lo studioso francese Jean Françoise Champollion, genio della linguistica, riuscì a decifrare i geroglifici, basandosi su un'altra antica lingua egiziana: il copto, dando così origine all’egittologia.
Confiscata dagli inglesi dopo la sconfitta napoleonica, la Stele è oggi conservata al British Museum di Londra. Tra gli oggetti più antichi va ricordato anche il giapponese Hyukamanto Darani, risalente al settimo secolo. Si tratta di un punzone di legno katsura a forma di pagoda, con sotto impresso un sutra di pace. Risale alla fine del 700 il primo tentativo di elencare le lingue del mondo. L’indagine commissionata da Caterina la Grande, ha prodotto la traduzione parallela di una preghiera in 500 lingue nel noto documento Mithrades de Adelung.
 
The Rosetta Project (Long Now Foundation – San Francisco)
 
Piccoli archivi, ricerche personali. Il faticoso lavoro compiuto per salvare le lingue meno parlate, rischia di rimanere nascosto o perdersi anche a causa di supporti inadeguati. La conservazione linguistica richiede tempo e impegno. Basti pensare alle tre generazioni di studiosi che si sono alternate alla compilazione del dizionario in sanscrito. Il lavoro, avviato nel 1958 ha prodotto la prima parte soltanto nel 2003.Per i prossimi sei volumi, bisognerà attendere altri 50 anni. A Bombay, sedici linguisti lavorano manualmente a nove milioni di citazioni scritte nella lingua dell’antica India. In Europa, la stesura del Le Trèsor de la langue Française, ha richiesto trent’anni di lavoro.
Il Rosetta Project, della Long Now Foundation, ha lo scopo di salvare almeno 1.400 idiomi a rischio. A San Francisco sono stati organizzati gruppi di ricerca che hanno lavorato sugli archivi delle Università di Stanford, Yale e Berkeley, sulla Biblioteca del Congresso e sul materiale del Summer Institut. L’archivio nato dal progetto è disponibile al pubblico on-line, in versione cartacea e inciso su un particolare disco.
Per garantire al database la massima longevità possibile (circa 2000 anni) e una densità di memoria analogica molto alta, i tecnici dei laboratori di Los Alamos e di Norsam Tecnology, hanno approntato una tecnologia che consente di microincidere un disco di nichel all’acquaforte, con una densità di 30 mila pagine. Una parte dei caratteri potrà essere letta con una semplice lente d’ingrandimento, mentre per decifrare i caratteri più piccoli servirà un microscopio ottico 1000X. Il design del disco di Rosetta, circa otto centimetri di diametro, è stato elaborato da progettisti, artisti, linguisti e archivisti. Nella parte più esterna è incisa l’origine geografica della lingua seguita dai primi tre capitoli della Genesi, tradotti nelle otto principali lingue del mondo: inglese, russo, hindi, spagnolo, ebreo, mandarino, arabo e swahili. Le altre microincisioni sono tradotte in 1.400 lingue. La scala dei caratteri comincia con quelli visibili a occhio nudo, per ridursi sempre di più man mano che si avvicina al centro. Le immagini sono state incise con i raggi laser. Il contenitore è sferico ma tagliato in due parti: al centro, in una rientranza della superficie, è stato posto il disco. L’emisfero superiore è di vetro a doppia ottica con visore 6X, mentre l’emisfero inferiore è di acciaio inossidabile.
Uno dei mille dischi di nichel incisi, sta viaggiando nello spazio a bordo della sonda europea per lo studio delle comete, “Rosetta”, lanciata il 2 marzo in orbita intorno al Sole. Nel 2014, dopo tre passaggi attorno alla terra e uno attorno a Marte, raggiungerà la cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko, entrerà nella sua orbita e lascerà un lander sul suo nucleo.
“Anche dopo la fine della sua missione verso la cometa, nel 2015, – ci ha spiegato il dottor Guido De Marchi, astronomo dell’European Space Agency – Rosetta continuerà ad orbitare intorno al Sole, diventandone, in pratica, un satellite artificiale permanente. Rosetta, quindi, preserverà per un lunghissimo tempo questa preziosa memoria delle lingue terrestri. Se un evento inatteso dovesse un giorno cancellare tutte le civiltà della terra, Rosetta continuerà a orbitare intorno al sole, custodendo una parte del nostro patrimonio. Mi rendo conto che è un pensiero un po’ triste – ha commentato l’astronomo – ma è esattamente la ragione per la quale il disco di nichel è stato piazzato su Rosetta, per preservarlo da eventuali catastrofi sul nostro pianeta”.
 
Le leggi in difesa delle lingue
 
In ambito internazionale l’Articolo Uno della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 10 dicembre del 1948, afferma che – Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti... -.
Articolo 2 - Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciati nella Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione -.
Articolo 19 – Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione...
Articolo 27 – Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità... -.
In ambito europeo il documento conclusivo della Conferenza sulla Sicurezza e Cooperazione in Europa (Helsinki 1975), nella dichiarazione sui Principi che reggono le relazioni fra gli Stati partecipanti, “Questioni relative alla sicurezza in Europa”, punto VII. Rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali inclusa la libertà di pensiero, coscienza, religione o credo, precisa: - ...Gli Stati partecipanti nel cui territorio sono presenti minoranze nazionali, rispettano il diritto delle persone, che appartengono a tali minoranze, all’uguaglianza davanti alla legge, garantiscono loro la piena possibilità di godere effettivamente dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, tutelando in tal modo i loro legittimi interessi in materia... -.
In materia di Cooperazione nel settore umanitario e in altri settori, al punto 3 sulla Cooperazione e Scambi nel campo della Cultura: - Minoranze nazionali o culture regionali - Gli Stati partecipanti, riconoscendo il contributo che le minoranze nazionali o le culture regionali possono apportare alla cooperazione tra di essi, in diversi campi della cultura, si propongono, laddove esistano sul loro territorio tali minoranze o culture, e tenendo conto degli interessi legittimi dei loro membri, di facilitare questo contributo.
La risoluzione del Parlamento Europeo sulla Carta Comunitaria delle Lingue e Culture regionali e la Carta dei Diritti delle minoranze etniche, (Risoluzione Arfè) adottata il 16 ottobre 1981 - preso atto della rigogliosa revivescenza di movimenti espressi da minoranze etniche e linguistiche che aspirano ad un approfondimento delle ragioni della loro identità storica e al loro riconoscimento... ravvisando nel fenomeno di rinascita delle lingue e culture regionali, un segno di vitalità della civiltà europea e uno stimolo al suo arricchimento... ritenendo che la salvaguardia di un patrimonio vivente di lingue e di culture non possa realizzarsi se non creando e consolidando le condizioni idonee e necessarie... nell’intento di preservare le lingue viventi... Si rivolge ai governi nazionali e ai poteri regionali e locali, perché, pur nella grande diversità delle situazioni e nel rispetto delle autonomie, pongano in opera una politica in questo campo e li invita: a consentire e promuovere l’insegnamento delle lingue e culture regionali, nell’ambito dei programmi ufficiali, dalla scuola materna all’Università;
a consentire e a rendere possibile l’accesso alla radio e alla televisione... per garantire la continuità e l’efficacia della comunicazione...
Una successiva Risoluzione del Parlamento Europeo sulle Lingue e sulle Culture delle minoranze, (Risoluzione Kuijpers) adottata il 30 ottobre 1987, raccomanda agli stati membri di organizzare ufficialmente l’istruzione nelle lingue regionali e minoritarie, equiparata con l’insegnamento nelle lingue nazionali... Nella Risoluzione Killilea, adottata nel 1994, il Parlamento Europeo proclama la necessità di una cultura linguistica europea e riconosce che questa cultura comprende anche la difesa del patrimonio linguistico, il superamento della barriera linguistica, la promozione delle lingue meno diffuse e la salvaguardia delle lingue minoritarie... considerando i diritti dei popoli, affermando la diversità linguistica costituisce un elemento fondamentale della ricchezza culturale...
Il testo guida al quale si devono conformare le diverse leggi nazionali è la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie, adottata a Strasburgo, il 5 novembre 1992. L’Italia ha sottoscritto la Carta nel giugno del 2000, ma l’attuazione delle sue indicazioni era già in parte prevista dalla legge n° 482 del 1999 “norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”.
Nella Costituzione della Repubblica Italiana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, il tema della lingua è toccato direttamente negli articoli 3 e 6, indirettamente nell’articolo 9 e nel primo comma dell’articolo 21.
Articolo 3 – Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali. É compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Articolo 6 – La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.
Articolo 9 – La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Articolo 21, 1° comma – Tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. 
 


Laser  - "Il Sapere Liberato. Open Source e Ricerca Scientifica"

"Il Sapere Liberato. Open Source e Ricerca Scientifica" e' l'ultima produzione editoriale di LASER. L'edizione cartacea (Feltrinelli, 176 pagine, 8,5 euro) e' disponibile in libreria dal 1 settembre 2005. Ma il testo e' disponibile anche in rete, gratuitamente, con licenza Creative Commons.

 

Qui di seguito trovate lo stesso testo distribuito in libreria. Sul sito Ippolita.net, invece, si potrà modificare, inserire, correggere "Il sapere liberato", che vuole diventare un progetto di scrittura collettiva come gli altri ospitati da Ippolita grazie alla tecnologia wiki.

Il sapere liberato. Open Source e ricerca scientifica

Dedica
Introduzione
1. Il mercato dei sogni
2. I brevetti fanno male
3. Un copyleft in campo brevettuale
4. L'economia dei beni immateriali

Di seguito, il testo dell'introduzione a Il Sapere Liberato:

Fino a duecento anni fa, quasi nessuno si chiedeva di chi fossero le idee. Le idee erano di tutti, cioè di nessuno, ed andava bene così. Certo, quelle più sovversive non potevano circolare, perché sgradite ai censori al servizio dei governanti,dunque venivano controllate ed eventualmente ne veniva impedita la diffusione. Poi, con la rivoluzione industriale di inizio ottocento, l'innovazione tecnologica è diventata strategica per l'attività economica e ha dato vita all'attuale diritto di proprietà intellettuale, la proprietà privata sulle invenzioni tecnologiche o artistiche. Da poco tempo, dunque, rispetto alla storia della cultura, le idee hanno un padrone e possono essere vendute. Eppure, questa nozione è ormai entrata a far parte dell'immaginario di massa al punto da essere percepita come un principio naturale, antico quanto l'economia di scambio. E i principi non hanno bisogno di spiegazioni: non si discutono, esistono e basta.

La proprietà intellettuale è l'ultimo valore venerato dall'economia capitalista. Si tratta di un culto recente, propagandato con fervore sempre maggiore negli ultimi due o tre decenni, mentre l'economia del mondo occidentale è andata progressivamente smaterializzandosi e digitalizzandosi: l'industria ha lasciato spazio all'economia dei servizi, in cui la merce più scambiata sul mercato è l'informazione. Ma l'informazione, come tutti i beni immateriali, è una merce anomala: può essere copiata, diffusa e condivisa senza troppo sforzo. Provate a fare lo stesso con una tonnellata di carbone, e capirete la differenza.

Anzi, dal punto di vista economico, un prodotto che si cambia così facilmente non è nemmeno una "merce", ma un "bene comune", di cui nessuno può davvero appropriarsi. E il capitalismo non poteva certo riconoscere di aver creato, in quella che sembra sempre di più essere una fase finale di questo sistema economico, un'economia basata sui beni comuni, antitesi della privatizzazione, dunque del capitalismo medesimo.

Perciò, un apparato potentissimo, formato da grandi imprese, governi, gruppi di pressione e organismi sovranazionali, si è messo in moto per convincere anche i più scettici che utilizzare le idee altrui senza pagare sia un furto e che le idee, oltre ad un valore d'uso, hanno anche un valore di scambio, misurabile in moneta sonante. Gli strumenti giuridici per regolare questa nuova economia sono il brevetto e il diritto d'autore, o copyright: grazie ad essi, l'autore rispettivamente di una tecnologia o di un'opera letteraria o artistica detiene per alcuni decenni il diritto esclusivo allo sfruttamento commerciale della propria invenzione. Paradossalmente, negli stessi anni si abbattevano barriere doganali e monopoli in favore della competizione di mercato (persino laddove il mercato non garantisce un'equa distribuzione delle risorse) perché la democrazia esigerebbe anche illimitata libertà economica: con notevole spregiudicatezza, le stesse ragioni oggi giustificano monopoli "immateriali" anche crudeli (si pensi ai brevetti sui farmaci).

Come detto, brevetti e copyright nascono duecento anni fa, quando l'economia immateriale era ancora lontana e si affermava piuttosto l'industria capitalista classica, basata sulla fabbrica, sulla divisione del lavoro, sulla catena di montaggio. Allora, la proprietà intellettuale serviva più che altro a difendere il patrimonio tecnologico di una nazione contro l'altra, tanto è vero che mentre economie avanzate come quelle americane o tedesche rafforzavano brevetti e copyright, nazioni piccole come Olanda e Svizzera ne facevano volentieri a meno, così come in tempi più recenti le "tigri" del sud-est asiatico o la Cina. La transizione avvenuta negli ultimi decenni, però, ha fatto della proprietà intellettuale non già un'arma di un sistema economico nei confronti di un rivale, ma un principio del sistema economico capitalistico tout court, valido in paesi ricchi e poveri, affermati o emergenti.

Si è affermata cioè l'idea che il progresso tecnologico, motore dello sviluppo, si arresterebbe, se scienziati ed inventori non fossero remunerati con il monopolio dei propri risultati. Perché, altrimenti, investire nell'innovazione tecnologica, se chiunque avesse il diritto di sfruttarne il risultato senza pagare lo sforzo della ricerca? Secondo le leggi dell'efficienza economica, è un ragionamento indiscutibile. Eppure, forse perché le suddette leggi non sono infallibili, la realtà empirica è un'altra. Dal punto di vista della ricerca scientifica e dello sviluppo tecnologico, la proprietà intellettuale non costituisce affatto un fattore di progresso, anzi: i danni provocati dal monopolio della proprietà intellettuale appaiono ben maggiori dei benefici. Il monopolio su un'invenzione (ma come vedremo esso si è esteso alle stesse scoperte) rompe la natura collettiva del progresso scientifico. Esso, infatti, oltre alla competizione, si fonda su una condivisione delle conoscenze di cui non può privarsi. La libertà di riprodurre (confermando o invalidando) le scoperte altrui è un principio basilare dell'attività scientifica: il brevetto vieta tale consuetudine, in quanto la subordina ad un rapporto mercantile tra venditore e compratore di conoscenza. Altrettanto grave è l'effetto del copyright sulle pubblicazioni scientifiche, il tessuto connettivo che permette la circolazione delle idee nella comunità scientifica: sempre di più, il diritto d'autore viene utilizzato per impedire l'accesso alle conoscenze altrui, restringendo così il novero dei possibili rivali. Tale bilancio negativo tra costi e benefici della proprietà intellettuale sta emergendo solo ora, e soprattutto nel mondo anglosassone, ove tale regime è stato applicato più estensivamente causando l'impoverimento della ricerca pubblica e l'insensibilità alle esigenze della società in quella privata. Laddove i danni sono maggiori, nascono però anche le esperienze più innovative. Già il settore informatico aveva dimostrato, attraverso l'esplosione del free software ormai dominante in molti ambiti industriali, come si possa fare innovazione tecnologica senza le restrizioni della proprietà intellettuale. Sull'esempio dell'informatica, il cui caso è ormai abbastanza noto da non richiedere ulteriori approfondimenti, altre discipline scientifiche sono state contagiate dal virus della libera circolazione delle idee. Nascono così, sia nel campo del diritto d'autore che in quello brevettuale, sperimentazioni di ricerca condivisa e di comunicazione scientifica senza barriere, con la scommessa che, entro poco, sia la società stessa a premiare con maggiore partecipazione e sostegno un modo più aperto di fare scienza. Dal punto di vista del copyright, il sentiero tracciato dal free software sembra più facile da imboccare; in campo brevettuale il compito è più difficile, ma potenzialmente più dirompente.

L'Italia, e in generale l'Europa continentale, in netto ritardo nell'implementazione di un regime privatistico di proprietà intellettuale, risente in maniera minore dei suoi effetti negativi. Purtroppo, però, i governanti e le imprese intendono seguire pedissequamente le linee tracciate dai paesi anglosassoni, sperando che ciò permetta di colmare il "gap" tecnologico, e tale strategia impedisce loro di tener conto delle critiche e dei rischi. Ma nonostante gli scarsi finanziamenti pubblici alla ricerca attualmente siano sempre più vincolati alla privatizzazione dei risultati, l'Europa non ha raggiunto gli standard tecnologici americani, e nemmeno si è chiesta se siano desiderabili. Le pagine di questo libro tenteranno dunque di sintetizzare i principali effetti negativi della proprietà intellettuale sul progresso scientifico, e le possibili soluzioni che, in questi stessi mesi, stanno emergendo all'insaputa dei più. Abbandonare le strade già percorse potrebbe rivelarsi il miglior modo di competere.

LA MUTAZIONE ANTROPOLOGICA DELL’IRPINIA

di Lucio Garofalo

Ho atteso con ansia che trascorresse la ricorrenza del 30° anniversario della tragica morte di Pier Paolo Pasolini, per provare a scrivere qualcosa su di lui, per riflettere sul prezioso senso della sua figura e della sua opera, a 30 anni di distanza dalla sua precoce scomparsa, per ragionare sull’attualità e sulla verginità delle sue idee così avanzate e così ferocemente presenti oggi più di ieri, in quanto hanno anticipato notevolmente i tempi.

La prima impressione che ho ricavato dalle innumerevoli, scontate ed ovvie celebrazioni dell’evento, è la seguente.

Ormai tutti sembrano appropriarsi (o volersi appropriare) dell’eredità del pensiero pasoliniano, da sinistra a destra, rivalutando e riabilitando post mortem un personaggio che in vita era stato scomodo a tanti e da tanti (troppi) è stato osteggiato, perseguitato e diffamato, mentre oggi sembra far comodo a tanti, forse troppi per i suoi gusti di genio anticonformista.

Ormai il sistema sembra aver inglobato ed omologato persino le analisi e le riflessioni provocatorie e rivoluzionarie dell’intellettuale italiano (e non solo italiano) più geniale, più anticonformista e più eversivo del Novecento.

Ma Pasolini non può essere omologato e assimilato con tanta facilità, e tantomeno le sue idee possono essere addomesticate o neutralizzate nell’atto di sposarle o ripensarle così banalmente. Eppure, l’operazione in corso è proprio quella di un’assimilazione politico-culturale del pensiero pasoliniano, post mortem, in piena regola!

In particolare, l’industria culturale, e lo starsistem in generale, è ferocemente consumista ed ha cinicamente consumato i riti e le celebrazioni pasoliniane, divorando e metabolizzando il significato eversivo e rivoluzionario dell’opera di Pier Paolo Pasolini.

 

Chissà che cosa avrebbe da dire oggi Pier Paolo Pasolini se fosse ancora vivo

 

Chissà quali sarebbero le sue opinioni e le sue provocazioni “corsare” a proposito, ad esempio, della globalizzazione economica neo-liberista e del “pensiero unico” (che Pasolini seppe intuire già 30 anni or sono) , della guerra “preventiva” in Iraq e della nuova strategia del terrore globale, del “cavaliere nero” Silvio Berlusconi e del suo pessimo governo “clerico-fascista” in versione aggiornata, del subdolo tentativo di attuare il “Piano di rinascita democratica” promosso della P2 di Licio Gelli, delle leggi ad personam… E, dulcis in fundo, dell’ultimo colpo di mano, quel “golpe elettorale” pseudo-proporzionalista che non sancisce affatto la restaurazione del precedente sistema proporzionale che, non a caso, era molto più serio e più democratico di questa riedizione mistificante di un modello maggioritario travestito (appunto) di proporzionalismo. Altrimenti, quale senso e quale ruolo bisognerebbe assegnare al “premio di maggioranza” previsto dalla proposta governativa di riforma elettorale?...

 

2 novembre 1975 – 23 novembre 1980: tempo di anniversari…

 

Il 2 novembre scorso, e nei giorni immediatamente precedenti e successivi a quella data, si è consumato una rituale e piatta rievocazione del 30° anniversario della scomparsa, violenta e prematura, di Pier Paolo Pasolini.

Senza dubbio, questa morte ha costituito una perdita incolmabile per la cultura e per la società non solo italiana, ma universale.

Non si tratta di una frase fatta, né di una banale constatazione, bensì è la scoperta, magari tardiva, da parte della collettività nazionale, dell’annientamento, fisico e morale, di una coscienza critica estremamente acuta e spietatamente sincera che, per quanto fosse scomoda, ingombrante e destabilizzante, soprattutto per la classe politica dirigente del nostro Stato, esprimeva comunque una voce importantissima ed un pensiero estremamente utile e necessario per capire meglio la direzione presa dalla nostra società, ossia dal nostro destino, a partire ovviamente dalle nostre esperienze particolari e dalle nostre realtà locali, sempre più omologate ad un modello dominante. In tal senso, il pensiero pasoliniano è una preziosissima fonte di ispirazione ed un utile strumento di analisi e di interpretazione dei processi di trasformazione in atto anche nelle mia terra, l’Irpinia, negli ultimi 25 anni (25, infatti, sono gli anni trascorsi dal terribile evento tellurico del 23 novembre 1980).

La straordinaria statura morale, intellettuale ed umana di Pasolini, è soprattutto quella di un geniale precursore del suo tempo, al punto che il suo pensiero può risultare “profetico”, ma è solo il frutto di una mente assai acuta e profonda, capace di andare oltre il suo tempo, di andare oltre i momenti e i comportamenti effimeri e transitori, di oltrepassare gli aspetti superficiali e fenomenici, per carpire a fondo la vera natura delle cose.

La validità di molte analisi radicali e “corsare” di Pasolini consiste nell’aver colto nel segno, molto prima di tanti altri, quei cambiamenti sociali e culturali così profondi e drammatici della realtà italiana, che all’epoca (ossia verso la metà degli anni ’70) erano ancora ad un livello embrionale e non erano ancora emersi chiaramente in superficie.

Già 30 anni fa Pasolini aveva intuito in modo geniale alcuni segnali di trasformazione di natura strutturale e socio-economica, ma anche di carattere antropologico-culturale, mutamenti che all’epoca erano ancora in nuce, generati dall’avvento e dall’espansione dell’economia capitalistica e dall’imposizione di un’ideologia, quella consumistico-borghese, che Pasolini aveva riconosciuto come il nuovo, vero fascismo, anzi come il peggiore dei fascismi e dei totalitarismi dell’epoca contemporanea.

 

A quanto pare, non si sbagliava affatto...

 

Io, ad esempio, risiedo in un piccolo centro dell’Irpinia, che conta meno di 10 mila abitanti. Eppure, mi sembra di stare in una metropoli dispersiva ed alienante. Come mai?...

Probabilmente, il catastrofico sisma del 23 novembre 1980 (che rase quasi interamente al suolo il mio paese) e il successivo processo di ricostruzione urbanistica e sociale, con l’immenso fiume di denaro piovuto dall’alto, possono aver favorito, anche da noi, un’accelerazione improvvisa di quei processi di mutazione antropologica e di omologazione culturale e sociale di massa che Pasolini seppe comprendere e descrivere oltre 30 anni fa.

Infatti, l’infausta data del 23/11/80 segna e costituisce per noi irpini un vero e proprio spartiacque storico e antropologico-culturale.

Ormai non c’è più alcuna differenza tra gli stili di vita e di comportamento, totalmente consumistici, degli individui che vivono in un piccolo paese delle zone interne dell’Italia meridionale, e gli abitanti di un’estesa metropoli come Roma, Milano, Torino, eccetera.

Invece, 25/30 anni fa il divario era molto maggiore, direi quasi abissale; oggi si è ridotto in modo colossale livellandosi verso il basso.

Il predominio assoluto, e assolutistico, dell’economia di mercato, ha generato effetti di alienazione e di omologazione superiori a qualsiasi altra forma di dittatura o di sistema totalitario, dal fascismo al nazismo, e via discorrendo. Ciò che in Italia non era riuscito al regime fascista di Mussolini durante un intero ventennio, è riuscito al modello di produzione e di consumo neocapitalista nel giro di pochi lustri. Ciò è accaduto anche da noi, in Irpinia, una terra immobile ed immutata per secoli, stravolta e sconvolta in poco tempo, soprattutto a partire dai primi anni ’80, anche per effetto di accelerazioni causate dall’evento sismico e dai processi economico-sociali innescati dalla ricostruzione delle aree terremotate.

 

Lo “spaesamento” del mio paese natale…

 

Oggi, il mio paese natale è un luogo di vita alienante, sempre meno comunità a misura d’uomo, e sempre più una realtà a misura di bottegai affaristi e speculatori.

Certo, da noi convivono vecchi e nuovi problemi, piaghe antiche e secolari, come il clientelismo politico-elettorale, la camorra (in Calabria c’è la ‘ndrangheta, che si è recentemente manifestata in tutta la sua barbarie) e nuove contraddizioni sociali quali, ad esempio, la disoccupazione, le devianze giovanili, l’alienazione, l’emarginazione sociale e la disperazione che sono effetti provocati dalla modernizzazione puramente economica e materiale di una società che è diventata ormai una società di massa.

Purtroppo, già da diversi anni, anche nelle nostre zone i giovani muoiono a causa di overdose di eroina e fanno uso di sostanze stupefacenti, oppure si schiantano in automobile il sabato sera, dopo una serata trascorsa in discoteca, e via dicendo…

Persino il fenomeno dell’emigrazione si è “aggiornato” e “modernizzato”, nel senso che si ripropone in forme nuove e, forse, anche più drammatiche e più gravi del passato.

Infatti, una volta gli emigranti irpini, e meridionali in genere, erano lavoratori analfabeti o semianalfabeti, oggi sono in grandissima parte giovani con un elevato grado di scolarizzazione.

Inoltre, mentre gli emigranti del passato sovvenzionavano le loro famiglie rimaste nei luoghi di origine, a cui speravano di ricongiungersi il più presto possibile, i giovani di oggi che emigrano verso il Nord lo fanno senza più la speranza, né l’intenzione di far ritorno alla propria terra natale, anzi molto spesso formano e crescono le loro famiglie altrove, laddove si sono economicamente sistemati. Insomma, si tratta di un’emigrazione di cervelli, ossia di giovani intellettuali sui quali le nostre comunità hanno investito molte risorse per farli studiare.

Pertanto, questa è la più grave perdita di ricchezze e di valori per le nostre zone!...

Quelle che un tempo erano piccole comunità a misura d’uomo, depositarie di una memoria storica secolare e dotate di un profonda identità fondata soprattutto sulle tradizioni locali e particolaristiche, oggi si sono disgregate e addirittura atomizzate, avendo perso rapidamente la propria dimensione umanistica e popolare, avendo smarrito la propria originale identità socio-culturale, localistica e dialettale, senza tuttavia assumerne una nuova, con inevitabili e devastanti ripercussioni in termini di alienazione sociale e di vuoto esistenziale.

La “modernizzazione” del Sud come effetto della “post-modernizzazione” del Nord…

 

Sul piano strettamente economico, quella irpina non è più una società agraria, ma non è diventata qualcosa di veramente nuovo e diverso, ovvero non si è trasformata completamente, e spontaneamente, in un assetto industriale vero e proprio, pur vantando antiche vocazioni artigianali e commerciali, come quelle che animano le dinamiche e lo sviluppo, forse troppo poco regolato e razionale, dell’economia del mio paese.

Oggi, a 25 anni di distanza dal terremoto, la società irpina è più o meno un “ibrido”, sia dal punto di vista economico-materiale, sia sotto il profilo sociale e culturale.

Certo, occorre precisare che sul versante propriamente economico-produttivo, la “modernizzazione” delle nostre zone, che fino a pochi decenni fa erano dominate da un tipo di economia agraria, latifondistica e semi-feudale, è avvenuta in tempi rapidi e in modo convulso e controverso. Ciò si è determinato all’interno di un processo di “post-modernizzazione” del sistema capitalistico su scala globale, ossia in una fase di ristrutturazione tecnologica in chiave post-industriale, delle economie neocapitalistiche più avanzate dell’occidente, con il trasferimento di capitali e di macchinari ormai obsoleti in alcune aree arretrate, depresse e sottosviluppate dal punto di vista capitalistico-borghese come, ad esempio, il nostro Meridione. Voglio puntualizzare che anch’io, come Pasolini, credo nel progresso, ma non nello sviluppo, soprattutto in questo tipo di sviluppo selvaggio ed irrazionale che è generato dalla globalizzazione economica neoliberista.

 

Una speranza di palingenesi terrena, non ultraterrena...

 

Voglio concludere la mia analisi condotta in pieno stile pasoliniano, cioè in modo “corsaro” e “provocatorio”, con il richiamo ad una speranza e ad una volontà di palingenesi spirituale della mia terra, l’Irpinia, a cui sono visceralmente legato, nonostante tutto.

L’opera e le idee di Pasolini erano disperate, ossia prive di speranza, almeno in apparenza; in realtà erano pervase da un profondo sentimento di religiosità, scevro tuttavia di qualsiasi forma di moralismo o di fondamentalismo. La religiosità pasoliniana era indubbiamente laica.

D’altronde egli era un intellettuale marxista e marxisticamente ha cercato di analizzare e descrivere la realtà del suo tempo, con coraggio, lucidità ed onestà morale ed intellettuale.

A mio parere, il compito dell’intellettuale è certamente quello di provare ad interpretare e a conoscere la realtà, ma è anche quello di tentare di migliorarla.

Insomma, bisogna comprendere e spiegare il reale, l’essere, ma c’è ancora più bisogno di comprendere e spiegare, dunque attuare, l’ideale, il dover-essere. Ma, da solo, l’intellettuale è impotente, per cui deve riferirsi e agganciarsi alle forze materiali e sociali presenti e operanti nella realtà in un determinato momento storico.

In tal senso, la speranza di rinascita spirituale dell’umanità, a partire dalla mia umanità, deve esplicarsi in un progetto di trasformazione concreta, da proporre e promuovere politicamente, ossia in sede terrena, non ultraterrena.

Si può e si deve cominciare dal basso, dal piccolo, dal semplice, per arrivare in alto, per pensare ed agire in grande, cambiando magari il mondo in cui viviamo.

Io ci voglio provare scrivendo queste cose. Almeno spero che servano a qualcuno e a qualcosa

 

 

DEMOCRAZIA E SCUOLA- Tre interventi brevi new11.gif (941 byte)

di Lucio Garofalo

1) Da almeno un decennio la Scuola Pubblica, in modo particolare l’agibilità democratico-sindacale e gli spazi di libertà e legalità presenti al suo interno, stanno subendo colpi durissimi, inferti dai governi sia di centro-sinistra che di centro-destra. 

Con l’istituzione della cosiddetta “autonomia scolastica” e poi con l’applicazione della legge n. 53/2003 (meglio nota come “riforma Moratti”), è stata sancita ed eretta una struttura oligarchica e verticistica contrassegnata in modo autoritario. Di fatto si è instaurata una profonda divisione di ruoli gerarchici nel quadro dei rapporti umani e professionali esistenti tra le varie categorie dei lavoratori della scuola. 

In particolare, all’interno del corpo docente si è determinata una netta disparità di redditi e funzioni, non sempre rispondenti a meriti reali, a qualifiche professionali o a specifiche competenze tecniche di valore, attivando un processo di aberrante mercificazione della funzione didattico-educativa e di crescente, maldestra e volgare aziendalizzazione della Scuola Pubblica, degli ordinamenti e delle relazioni sociali al suo interno, strutturate sempre più in termini di comando e subordinazione, logorando e pregiudicando sempre più la democrazia collegiale, ormai quasi inesistente. 

Negli ultimi tempi è stato possibile sperimentare come l’avvento della “autonomia scolastica” e l’attuazione della succitata “riforma Moratti”, non hanno sortito esiti apprezzabili in termini di apertura della scuola verso le reali esigenze del territorio. 

La mera formulazione giuridica dell’<autonomia> non ha stimolato le singole scuole ad esercitare un ruolo incisivo e trainante, di intervento critico-costruttivo e di promozione culturale rispetto al contesto socio-economico e politico di appartenenza. 

In tanti casi, le istituzioni scolastiche ribattezzate come “autonome”, hanno assunto una posizione subalterna verso i centri di potere presenti nelle varie realtà locali, e mi riferisco anzitutto alle Pubbliche Amministrazioni, assolutamente incapaci o restie a supportare finanziariamente un arricchimento della qualità dell’offerta formativa delle scuole. 

A tutto ciò si aggiunga un progressivo imbarbarimento dei rapporti interpersonali, sindacali e politici tra i lavoratori della scuola, in quanto questa è diventata il teatrino di sempre più estese e laceranti conflittualità. Questi fenomeni di disgregazione sono una conseguenza prodotta proprio dalla tanto celebrata “autonomia”, nella misura in cui tale provvedimento normativo non ha generato un assetto organizzativo stabile, equo, efficiente, ma in moltissimi casi ha suscitato solo confusione, contrasti, assenza di certezze, violazione di regole e diritti, sia sindacali che democratici, favorendo comportamenti furbeschi, autoritari ed arroganti, ed esasperando uno spirito di competizione per fini venali e carrieristici. 

In tali vicende sono innegabili le responsabilità storico-politiche dei precedenti governi di centro-sinistra, che hanno intrapreso un’azione demolitrice della Scuola Pubblica e della democrazia partecipativa al suo interno, per cui l’attuale governo ha avuto gioco facile nell’infliggere il colpo letale alla Scuola Pubblica e al diritto costituzionale all’istruzione, in virtù della pseudo-riforma legata al nome della Moratti. 

In tal modo lo stato di palese disorientamento e di sfascio, già diffuso ed avvertito nella realtà di tante scuole, è aumentato. 

Il clima di caos, di assenza di regole, di crisi delle norme democratiche e sindacali, è destinato a crescere, aggravando le contraddizioni interne al mondo della scuola. 

La signora Moratti ha allestito un vero e proprio baraccone, ha costruito un contenitore enorme ma vuoto, privo soprattutto delle risorse umane e finanziarie necessarie, visti i tagli di cattedre e di fondi previsti per i prossimi anni scolastici.

Non intendo annoiarvi oltre, per cui vi saluto con una sincera esortazione a resistere, benché la nausea e lo sconforto tendano a prevalere.



2) L’OROLOGIO DELLA DISCORDIA


Evviva! Finalmente anche nella mia scuola è stato installato ed è in funzione un bellissimo orologio marcatempo, per “meglio verificare l’orario di servizio di tutti i dipendenti” (cito il testo del contratto integrativo di Istituto).

E’ ora di smetterla con questi insegnanti ritardatari, fannulloni e lavativi, capaci solo di prelevare lo stipendio e che lavorano 4/5 mesi all’anno… E si lagnano continuamente!

Invece, con questo “rivelatore di presenze automatico” tutti i mali della mia scuola saranno eliminati per sempre, a cominciare dal lassismo dei docenti che saranno costretti a svolgere il proprio dovere.

Mi chiedo: ma le cose stanno veramente in questo modo?

In realtà, la controversa questione dell’orologio marcatempo nasconde e richiama ben altre ragioni, problemi e contraddizioni, insite nel mondo della scuola e del lavoro in generale.

Anzitutto, voglio chiarire che la mia tenace opposizione all’impiego di tale strumento elettronico di controllo, non deriva certo dalla volontà di perorare la “causa” dei nullafacenti e dei lavativi. Oltretutto posso garantire che nella mia scuola non esistono casi gravi di lassismo, anzi. D’altronde sono convinto che il “malcostume”, laddove esista, non si contrasta con il ricorso a strumenti che possono apparire coercitivi. Infatti, per noi insegnanti il vero e principale deterrente contro, ad esempio, la tendenza ad fare tardi a scuola, è costituito dalla responsabilità penale verso gli alunni che sono minorenni. E con ciò la faccenda è a mio avviso risolta.

Dunque, sono altre le ragioni per cui io ho deciso di battermi contro l’adozione di tale sistema di controllo. 

Voglio esporle in breve.

Anzitutto contesto i metodi e le procedure assolutamente autoritarie e verticistiche adottate dal dirigente per imporre questo nuovo “arredo” scolastico.

Al di là se siano stati seguiti o meno i passaggi normativi necessari, sia per quanto concerne la delibera del Consiglio di Istituto, sia in sede di accordo contrattuale con le RSU (benché siano ravvisabili vizi formali), occorre segnalare l’atteggiamento di ostinato e arrogante rifiuto di aprire momenti di confronto e consultazione democratica con la base dei lavoratori, a partire dal Collegio dei docenti, nel quale invece si è registrata solo una brutale censura verso ogni richiesta di dibattito sull’argomento.

Questo passaggio di consultazione collegiale e democratica, pur non essendo obbligatorio sul piano strettamente normativo (cosa che è pure discutibile), era ed è moralmente corretto e significativo, soprattutto sotto il profilo della democrazia sindacale, che a quanto pare è diventata un semplice optional!

Tale vicenda conferma che l’introduzione della cosiddetta “autonomia scolastica” (che troppi dirigenti scambiano per tirannia personale) ha accelerato un processo di crisi e di svalutazione dei diritti, delle libertà democratiche e delle norme sindacali a tutela dei lavoratori della scuola, docenti e non docenti.

Inoltre, l’uso dell’orologio marcatempo, che è uno strumento tradizionalmente applicato in luoghi di lavoro quali fabbriche ed uffici, nel momento in cui si va diffondendo anche nelle scuole, costituisce il suggello, anche simbolico, di un processo di aziendalizzazione in atto ormai da anni nella realtà della scuola italiana.

Credo che sia superfluo ricordare che la professione dell’insegnamento non è assimilabile o inquadrabile in una logica aziendalista, date le originali peculiarità che la caratterizzano e la distinguono nettamente dalle funzioni impiegatizie e dalla produzione di manufatti.

Infatti, l’educazione e la cultura non sono merci misurabili, quantificabili o alienabili economicamente.

Il ruolo docente è una professione di tipo intellettuale, che comporta anche impegni straordinari in termini di studio, aggiornamento, preparazione delle lezioni, correzione dei compiti ecc., che vanno oltre l’orario di servizio certificato da una firma o dal timbro del cartellino, a meno che non si decida di installare una macchinetta elettronica anche nell’abitazione di ogni singolo docente.

Veniamo ora ad un altro punto.

Il costo economico di un orologio marcatempo non è di poco conto. Non conosco le cifre esatte, ma certamente si tratta di apparecchiature che, in quanto elettroniche, hanno un prezzo decisamente superiore a 1500 euro, e probabilmente possono superare i 2000/2500 euro. Vi invito a smentirmi.

Ebbene, io mi domando: considerando il misero budget finanziario della scuola in cui lavoro, il cui Fondo di Istituto è di per sé ridotto e limitato nelle sue dimensioni, tale somma non poteva essere investita in modo più proficuo per sovvenzionare progetti e attività didattiche di qualità, così da elevare, ampliare e potenziare l’offerta formativa della scuola? Ciò avrebbe consentito di promuovere e migliorare anche l’immagine della scuola all’interno del contesto socio-ambientale in cui è inserita. Al contrario, l’acquisto di un’apparecchiatura indubbiamente costosa ha comportato seri tagli alle spese previste per l’arricchimento dell’offerta culturale.

Queste ed altre motivazioni mi hanno indotto ad espormi contro l’introduzione dell’orologio marcatempo, che è (ripeto) un aggeggio tecnologico inutile e costoso, che suscita reazioni negative e controverse tra i lavoratori.

Eppure c’è chi trae un vantaggio dall’impiego di tale sistema di controllo elettronico.

Tale vantaggio consiste anzitutto nel permettere un controllo a distanza, così da evitare e risparmiare al controllore la “fatica quotidiana” di recarsi fisicamente sul luogo di lavoro per verificare l’orario di servizio dei propri dipendenti. Pertanto, il controllo elettronico giova solo al dirigente, che in tal modo non deve nemmeno scomodarsi da casa per effettuare i consueti controlli, che avvengono automaticamente.

Chi è dunque il fannullone o il lavativo della situazione? 

Mi auguro di aver messo in luce la netta contraddizione tra le ragioni, più nobili, giuste e democratiche di chi, come il sottoscritto, si oppone fermamente al ricorso a questi sistemi di controllo, da un lato, e dall’altro il carattere verticista e autoritario dei metodi e delle procedure seguite da chi tenta di imporre uno strumento di controllo a distanza, che serve soltanto ad inasprire ed avvelenare i rapporti tra i lavoratori.



3) UNA VERTENZA EMBLEMATICA


La dura vertenza sorta nell’Istituto Comprensivo di Sant’Angelo dei Lombardi sintetizza in modo emblematico le diverse e molteplici contraddizioni insite nel mondo della scuola in generale. 

In particolare emerge un’antitesi tra due opposte concezioni della cultura, dell’educazione, del diritto all’istruzione. Da un lato si colloca una linea burocratica e verticistica, che confonde un ambiente educativo e di apprendimento quale la scuola, con un’azienda o, peggio ancora, con una caserma; dall’altro lato si contrappone una visione più aperta, elastica, più democratica e più attenta alle istanze della collegialità e ai bisogni reali della comunità scolastica e sociale, formata dalle nuove generazioni e dalle famiglie, oltre che dai lavoratori della scuola.

Tale dicotomia, che rischia di generare conflitti, antagonismi e vertenze molto aspre (come nel caso dell’I.C. di Sant’Angelo dei Lombardi), si snoda a partire da un grave motivo di controversia, che cela una perversa ipocrisia di fondo: il docente che timbra il cartellino registra la sua presenza nell’Istituto (come se fosse un’azienda) ma non in classe, laddove invece è chiamato a svolgere il proprio dovere professionale che è di natura didattico-educativa, per cui esercita un ruolo chiave e decisivo nel processo dialettico di insegnamento/apprendimento.

La vertenza riflette anche una profonda divergenza di interpretazione rispetto alla cosiddetta “autonomia scolastica”, che tanti, troppi dirigenti scolastici (autoproclamatisi “manager”) scambiano per tirannia o arbitrio personale. Infatti, l’atteggiamento spesso arrogante, unilateralista e intransigente dei presidi, è il frutto di una mentalità dirigista che mortifica le spinte vitali e le potenzialità emancipatrici che possono derivare dall’applicazione dell’autonomia scolastica intesa come valorizzazione delle risorse umane, professionali, intellettuali e sociali presenti sul territorio, nel quale le scuole possono e devono assumere una funzione di traino e di promozione culturale.

Da 'il Manifesto', 13 gennaio 2006

Perché un aborto su quattro parla straniero 

di Manuela Cartosio



La condizione delle donne immigrate nella manifestazione di domani a Milano in difesa della legge 194. Effetto spaesamento. Questo, più che le ragioni economiche, spiega l'alto tasso di abortività tra le donne immigrate. L'analisi di due operatrici sanitarie. 

Il dossier sull'aborto nel mondo, diffuso ieri dall'Agenzia Vaticana Fides in sintonia con le ultime esternazioni papali, non può tacere che in America Latina l'aborto clandestino è la prima causa di morte materna. Clandestino, perché in quel continente solo tre paesi - Cuba, Santo Domingo e Guyana francese - hanno leggi sull'interruzione volontaria di gravidanza simili a quelle europee. In Cile è vietato persino l'aborto terapeutico. Lo sa bene la cilena Karina Scorzelli Vergara, mediatrice culturale, tra le organizzatrici della manifestazione di domani a Milano in difesa della legge 194. Le immigrate ricorrono all'aborto più delle italiane. Questo secco dato di realtà è stato ben presente nella riflessione (più ricca, articolata e nuova di quanto paia a osservatrici lontane) che ha preparato la manifestazione. Riflessione «mediata» da chi incontra, accompagna, informa, cura le donne straniere nei consultori e negli ospedali. Come Karina e la ginecologa Graziella Sacchetti che al San Paolo dirige il «Centro di salute e ascolto delle donne immigrate e dei loro bambini». Bambini che le immigrate fanno più delle italiane, una dato «dimenticato» quando sono uscite le tabelle che segnalano un aumento delle interruzioni di gravidanza «causato» dalle straniere.Il 25,9% degli aborti legali effettuati nel 2003 è stato fatto da immigrate. Nel 1995 l'incidenza era del 7,5%. La curva degli aborti ricalca ovviamente quella delle presenze. In Lombardia, la regione dove soggiornano più straniere, il 37,4% degli aborti è stato fatto da immigrate. A Milano la percentuale supera il 50%. 

Da un'indagine realizzata in due ospedali milanesi (San Carlo e San Paolo) risulta che una buona metà delle ivg delle immigrate avvengono nei due anni successivi all'arrivo in Italia. E' il sintomo di quel che Karina definisce «uno spaesamento» culturale, affettivo, sociale. Si rompono dei legami, si esce dai controlli della famiglia d'origine. Relazioni effimire, spesso incentivate dalla la promiscuità abitativa, espongono a rapporti sessuali occasionali e non protetti. In Italia, spiega Graziella, le immigrate non trovano i metodi anticoncezionali che usavano nel paese d'origine. Ad esempio, l'iniezione progestinica mensile ancora usata nei paesi latinoamerica. 

In generale, l'indagine evidenzia una scarsa conoscenza del proprio corpo. Il 50% delle immigrate non è in grado di identificare il periodo fertile. Il 44% delle straniere che hanno abortito nei due ospedali milanesi è rimasta incinta nonostante l'uso di contraccettivi (ulteriore dimostrazione di poca o nulla informazione). 

Il 70% ha già uno o più figli (spesso lontani) e motiva l'interruzione di gravidanza con «ragioni economiche». Il termine va inteso in senso lato, suggerisce Karina. Per le «badanti» significa non disporre di una casa propria, di una vita propria. Coabitano con gli anziani che assistono. Per loro, fare un figlio equivale a perdere il lavoro e anche il tetto. In questi casi, osserva Graziella, «i pacchi di pannolini, i vestiti usati distribuiti dai Centri di aiuto alla vita spostano poco».Il 30% delle immigrate che abortiscono al San Paolo si ripresentano due settimane dopo alla visita di controllo. Più che una visita, un colloquio per verificare se ci sono problemi con il contraccettivo scelto, onde evitare «recidive». Che, comunque, ci sono sempre, anche tra le italiane. I consultori vantano un dato ancor più confortante: quasi la metà delle immigrate che passano dal consultorio per un'ivg ci tornano, mantengono il contatto. Le più dispobinili a prendere la pillola o a mettersi la spirale sono le rumene. Nel loro paese d'origine il ricorso all'aborto è molto alto (altro brutto retaggio del socialismo reale). 

L'Istituto superiore di sanità stima che in Italia si facciano circa 20 mila aborti clandestini l'anno. Non è chiaro se la cifra comprenda anche quelli delle immigrate. Le latinoamericane ingeriscono o introducono in vagina manciate di pillole anti-ulcera, con il rischio di forti emorragie: diverse sono finite in rianimazione. Nulla trapela del «fai da te» delle cinesi. 

Le immigrate abortiscono «in casa» per vergogna e soprattutto per paura, dicono Karina e Graziella. Molte credono che si ha diritto alle prestazioni sanitarie solo con il permesso di soggiorno in regola. Tante non sanno che esiste una legge che permette l'interruzione volontaria della gravidanza. Per ridurre gli aborti sia legali che clandestini delle immigrate c'è molto da fare. Non solo sul versante dell'informazione e della mediazione culturale. In Italia non c'è più un contraccettivo gratuito. Una confezione di pillole di terza generazione costa 14 euro e dura un mese. «Andrebbe data gratis almeno alle fasce a rischio», dice la ginecologa Sacchetti. 

Nonostante il quadro sconfortante, le nostre due interlocutrici non si perdono d'animo e continuano a fare con passione il loro lavoro. Sono convinte che per le donne straniere succederà quel che è successo per le italiane. Nei primi anni dopo l'entrata in vigore della 194 il ricorso all'aborto si è impennato per poi diminuire costantemente. In parallelo sono diminuiti anche gli aborti clandestini (stimati a 100 mila all'inizio degli anni Ottanta).

da 'Il corriere.it' (http://www.corriere.it/Primo_Piano/Spettacoli/2006/01_Gennaio/01/lingue.shtml)

In un secolo andranno perse 3 mila lingue 

Oggi nel mondo si parlano circa 6 mila idiomi. Ma l'Unesco stima che la globalizzazione ne farà sparire la metà entro il 2100-

PARIGI - Delle 6.000 lingue parlate oggi nel mondo ne resteranno, fra un secolo, la metà, cioè 3.000. Il ritmo della loro scomparsa si accelera seguendo i tempi sempre più stretti della globalizzazione economica che porta con sè l'esodo dalle campagne e lo smarrimento degli indigeni nelle metropoli e negli stati più industrializzati. Ed è proprio in questi nuovi ambienti che perderanno progressivamente il loro antico idioma. 
AMERICA E AUSTRALIA - Il 96% delle 6.000 lingue diffuse oggi è parlato solo dal 3% della popolazione mondiale: nel 2000 se ne parlavano 1.995 in Africa, 1.780 in Asia, 1.250 nelle Americhe, 1.109 in Nuova Guinea, 234 in Australia, 250 nel Pacifico e 209 in Europa. La morìa delle lingue - secondo gli esperti dell'Unesco, l'organizzazione delle Nazioni Unite che tutela la cultura e la scienza - sarà molto più forte in Australia e in America. 
NAVAJO A RISCHIO - «Negli Stati Uniti - spiega al quotidiano parigino Le Monde la linguista Colette Grinevald, docente all'Università di Lione, specialista del mondo americano e collaboratrice dell'Unesco - si parlavano, prima dell'arrivo dei bianchi, 300 lingue. Nel 1992 ne erano rimaste 175 utilizzate almeno da una persona. Nel 2.100 ne resteranno cinque. Anche il navajo, che è la lingua indigena più parlata - da 120.000 persone - rischia di scomparire, perchè sempre meno bambini la imparano». 
ALLARME ANOMIA - Con la cancellazione delle lingue scompariranno anche numerose conoscenze, perché proprio gli idiomi locali - osserva Grinevald - «permettono di vedere in modo diverso il mondo e di mostrare le varie sfaccettature del genio umano. In Guatemala io sto lavorando su una lingua a rischio, il poptì, che definisce tutti gli oggetti attraverso la materia della quale sono fatti». «La scomparsa di una lingua - sottolinea ancora la professoressa - può creare inoltre dei problemi d'identità, perché permette di radicarsi in una storia. Nell'America Latina, per esempio, molti hanno dovuto rinunciare alla propria lingua a vantaggio dell'inglese o dello spagnolo, con il risultato di creare un'anomia, una assenza della regola, in cui nessuna delle due lingue è padroneggiata. Una situazione che può diventare fonte di violenza o di autodistruzione, come, fra quelle popolazioni, l'alcolismo o il suicidio». 
IL MUSEO DELLA PAROLA - Anche per questi motivi è necessario correre ai ripari per tentare di salvare il salvabile. A febbraio dovrebbe essere presentato all'Unesco il progetto del nuovo Museo della parola, un estremo tentativo di salvare le lingue in via di estinzione, lanciato all'ultima edizione del Festival della scienza di Genova. 
LE PIU' PARLATE - Attualmente le lingue più parlate nel mondo sono il cinese (1.120 milioni di persone), l'inglese (480 milioni), lo spagnolo (320), il russo (285), il francese (265), l'hindi/urdu (250). Nel 2100 maggioritarie saranno le lingue asiatiche, come il cinese e l'hindi, l'inglese, lo spagnolo, l'arabo. Nel continente africano lo swahili, parlato all'est e al centro, e il wolof, in Senegal, sono in pieno sviluppo e stanno divorando le lingue della regione. Secondo l'esperta, l'inglese diventerà una lingua mondiale, «una seconda lingua come veicolo, relativamente semplificata ed adattata al commercio e agli scambi». 
01 gennaio 2006 

FROM  http://www.letraurbana.com/articulo/394

Psicoterapias hoy

"Palabras que permanecen, palabras por venir..."
Entrevista a Marcelo Pakman

¿Cuál es el estado actual de los modelos terapéuticos? Entrevistamos al Dr. Marcelo Pakman para conocer la concepción crítica y poética de la psicoterapia, que considera como alternativa a los enfoques puramente técnico-racionales, que se han vuelto hegemónicos.

A propósito del libro "Palabras que permanecen, palabras por venir: micropolítica y poética en psicoterapia", que la Editorial Gedisa lanzara en Barcelona en Febrero 2011, conversamos con el Dr. Marcelo Pakman.

En su larga trayectoria como psiquiatra y psicoterapeuta alcanzó una vasta experiencia clínica que supo articular muy bien con su interés por la filosofía y epistemología. En sus observaciones se muestra atento a percibir cómo lo social se encarna en lo psíquico congelando la singularidad de cada ser humano y, a la vez condiciona a seguir guiones estereotipados, incluidos los modelos terapéuticos.

El Dr. Pakman nos habló acerca de la concepción crítica y poética que propone como alternativa a los enfoques puramente técnico-racionales que hoy dominan el campo de la salud mental y remarcó la importancia del evento poético que la terapia puede incluir, para alentar una sensibilidad cotidiana que permita trascender las identidades domesticadas.

Marcelo Pakman nació en Buenos Aires, donde se gradúo en medicina. Desde 1989 vive y ejerce en Massachusetts. Fue Vicepresidente de la American Family Therapy Academy , Vicepresidente de la American Society for Cybernetics y Profesor Adjunto del Departamento de Ciencias Sociales Aplicadas del Instituto Politécnico de Hong-Kong (2004-2009).

Los discursos académicos actuales suelen estar regidos por un principio de simplicidad que piensa por separados el cuerpo, la mente, lo social, la historia. En este reduccionismo la enfermedad mental es, por ejemplo, un trastorno del cerebro. ¿Cómo determina esta tendencia la práctica de la psicoterapia de hoy?

...para obtener un lugar de validación social y de viabilidad económica, un viejo problema de la psicoterapia, esta se cobija en la medicina, le es necesario vestirse de ropajes biológicos.
Ese principio de simplicidad al que aludes es constitutivo de la tradición disciplinar académica y da lugar a una visión desencarnada, abstracta, de lo mental como una entidad claramente distinguible de lo social, lo lingüístico, lo antropológico, lo comunicacional, lo histórico, etc., ya que, para validarse, cada disciplina requiere su propio objeto de estudio y su propia metodología. Todos estamos ubicados, insensiblemente, en un campo de fuerzas en el cual la psicoterapia, como parte de la tradición disciplinar psicológica ha de pensarse de un
modo abstracto y disociado. Cuando, para obtener un lugar de validación social y de viabilidad económica, un viejo problema de la psicoterapia, esta se cobija en la medicina, le es necesario vestirse de ropajes biológicos. Así, se reemplaza una visión simplista por otra. No se trata de afirmar a la psicoterapia como independiente de la biología, sino de ver como toda herencia disciplinar en conjunción con la economía de la salud, dentro de la cual se ubica nuestra practica, nos determina en todo lo que hacemos mucho más allá de lo que digan nuestros modelos teóricos. Así se constituye una trama de poder micropolítico a la que mantenemos. El homo therapeuticus es un producto y, al mismo tiempo, un motor de esa trama.

Los argumentos pragmáticos que hacen reinar al cerebro en detrimento de cualquier otra causa que diga sobre lo que le pasa al ser humano, se presentan, aparentemente, muy consistentes. Las verdades del campo de la salud mental quedan sustentadas por prácticas basadas en evidencias que no hacen lugar a ninguna incertidumbre…

Esa aparente clausura de la dimensión micropolítica dominante es parte fundamental del conocimiento hecho poder y del poder del conocimiento que tematizara Foucault, pero él también señaló que siempre hay lugar en el seno de ese sistema de conocimiento/poder para puntos de resistencia. De allí la importancia de encontrar una posición critica efectiva que, trabajando puntos indeterminados por ese dispositivo micropolítico del que somos parte, encuentre modos de
distanciamiento que hagan de la terapia algo más que un instrumento técnico de consolidación de guiones de vida uniformados, normalizados y repetitivos.

Los conocimientos sobre salud mental se han simplificado y difundido tanto que
hoy los pacientes ya consultan con su diagnostico hecho. ¿Cómo podemos leer este
fenómeno?

Ese fenómeno ejemplifica como la hegemonía micropolítica de la que la estructura diagnostica es parte constitutiva, no es impuesta, sino que la mantenemos en libertad. Esta cooptación de la libertad para transformarnos en agentes políticos activos que mantenemos las estructuras que nos determinan y trivializan, es constitutiva del fenómeno hegemónico que describiera Gramsci, un autor poco estudiado en el campo de la terapia, ya que en el saber disciplinar cae dentro de una política considerada ajena a nuestra disciplina de lo psíquico. El problema no es que el ejercicio del diagnostico deba estar limitado al experto, sino que la estructura diagnostica es parte del saber/poder micropolítico que engloba tanto a profesionales como pacientes/clientes. Hay una diferencia de saber explícito, ya que el profesional fue entrenado en hacer diagnósticos, pero la dimensión micropolítica de su saber lo determina tanto como a aquellos a quienes diagnostica.

El dispositivo diagnostico construye tanto a los profesionales como a sus clientes, ambos hechos objetos micropolíticos, aquellos que deben actuar en el teatro de la salud mental.

¿Cómo es que la política de salud mental que nace en USA, llega a ser adoptada
mundialmente?

... la innovación permanente va en paralelo a un alto grado de homogeneización de las estructuras institucionales.
Del mismo modo que esos vídeos cuya rápida difusión los jóvenes sujetos de la era digital han bautizado como "hacerse viral" ("to go viral"), las estructuras empresariales en general, y las de las instituciones de salud mental en particular, se clonan como un nuevo saber apropiado a la era del capitalismo posindustrial, de los mercados transnacionales, en la cual la innovación permanente va en paralelo a un alto grado de homogeneización de las estructuras institucionales. Hay aquí una transición desde la macropolítica con su legislación de cuestiones relacionadas con la salud, sus políticas de estado, la economía de la salud, etc., hacia lo micropolítico de lo que hablábamos anteriormente con sus cuerpos de conocimientos entrelazados con relaciones de poder, formas de sujeción de nuestra subjetividad.

En ese sentido, los cambios implementados por las políticas del managed care son restrictivas, exigen un modo de respuesta uniforme para todos los profesionales de salud mental. ¿Cómo afecta esto a los variados enfoques terapéuticos? ¿Y cómo ha respondido, por ejemplo, el campo de la terapia sistémica y de la psicodinámica?

Los procedimientos han reemplazado progresivamente a la teorías y los modelos, ya que la uniformación de procedimientos no es un mero trámite sin consecuencias en la clínica. La necesidad de utilizar los manuales de diagnóstico aprobados por quienes pagan los servicios, los formularios que los acompañan, contrabandean formas de comprender los problemas humanos en términos de enfermedad mental modelada sobre la medicina. Esto legitima la práctica y, al mismo tiempo, la hace transcurrir por carriles prefijados que incluyen una cierta incorporación y degradación de la psicoterapia como una especie de practica auxiliar. La práctica privada, en la que muchos terapeutas decidieron refugiarse para proteger su libertad de pensamiento, no deja de ser una institución, las paredes de la consulta no son impermeables a la micropolítica de la llamada "salud mental", últimamente promovida a una "salud comportamental". Los procedimientos de las compañías de seguros médicos que pagan por los servicios privados o públicos se acompañan de modos considerados efectivos de hacer terapia, de acuerdo a un principio universal indiscutido que entronizó a lo que está supuestamente "basado en la evidencia". Esa evidencia surge de seguir principios de investigación que no necesariamente tienen sentido para toda forma de psicoterapia, a lo que se suman los cuestionarios de satisfacción hechos acorde a otro principio indiscutido, el de que el cliente siempre tiene razón. No hay formas de psicoterapia a las que no haya alcanzado esta hegemonía micropolítica, que detrás de la variedad de enfoques terapéuticos uniformizó en gran medida el ámbito de lo que se hace e insensiblemente se concibe como la realidad efectiva.

¿Cómo entiende que ese pluralismo o eclecticismo en las orientaciones psicoterapéuticas, como usted menciona, estaría llegando a su fin?

Los procedimientos han reemplazado progresivamente a la teorías y los modelos, ya que la uniformación de procedimientos no es un mero trámite sin consecuencias en la clínica.
Desde la derechización progresiva que siguió a la caída del muro de Berlín hace veinte años, se hizo posible un triunfo de lo que se entendió como un pluralismo democrático. En su nombre, junto a la difusión del respeto por el "otro", de carácter más bien políticamente correcto, se dio una derechización efectiva que se hizo notar, por ejemplo, en la posibilidad de expresar abiertamente posiciones sumamente reaccionarias con el nimio disfraz de encuadrarlas como defensa de los derechos individuales, de la libertad de elección, de la "responsabilidad" desligada de todo compromiso social de protección a los menos favorecidos. Una posición superficialmente progresiva encubrió a una hegemonía profunda de raíz reaccionaria. De un modo semejante, la información del pensamiento en psicoterapia, disimulada por una libertad superficial de adopción de un pluralismo, dio lugar a una promoción del eclecticismo terapéutico, un paso intermedio hacia la promoción más abierta de terapias "efectivas" y de la desvalorización o el desaliento por adoptar otras formas del pensamiento, mentadas como ingenuamente idealistas. Las consignas clave de la micropolítica son: hay que hacer lo que funciona, un realismo que nos vuelve funcionarios de una psicoterapia tecnocrática.

¿Qué lugar queda en ese proceso para la singularidad en la experiencia de la psicoterapia?

El ocaso de la singularidad ante el embate de una abstracción radical que, con el argumento de lo científico, premia la uniformidad de lo trivial, es una de las consecuencias más serias...
El ocaso de la singularidad ante el embate de una abstracción radical que, con el argumento de lo científico, premia la uniformidad de lo trivial, es una de las consecuencias más serias de la micropolítica hegemónica que describo. De allí el acento que pongo en la necesidad de tomar una distancia crítica con esos guiones de vida que una terapia domesticada suele afianzar. No hay micropolítica, por hegemónica que sea, que determine totalmente el escenario de la terapia. Educando la sensibilidad para no ser ciegos a esos elementos indeterminados hay un camino de regreso a la singularidad de la experiencia. Por allí se da la posibilidad de vivir
eventos poéticos donde lo único e irremplazable de la experiencia se vuelve, mas allá de los modelos terapéuticos, una "linea de fuga", para usar la expresión de Deleuze y Guattari, de la reiteración de lo mismo, la posibilidad Sartreana de ser de otro modo.

¿Por qué afirmar que la condición única de cada ser humano, se vuelve una cuestión de la clínica psicoterapéutica y no un asunto filosófico abstracto?

La filosofía, como el arte, como así también la política, no son ajenas a la psicoterapia. Solo la extensión de la concepción de la psicoterapia como una tecnología de lo psíquico nos ha llevado a pensarlas como impertinentes, como si la aventura humana solo se pudiera pensar en términos de resolución de problemas, de aplicación de modelos, de educación, de interpretación. Pero no basta afirmar en abstracto un retorno a la singularidad, la ocasión singular de esa singularidad abstracta es lo que debemos recuperar, educando la sensibilidad poética. Esta no se trata de hacer poesía en la terapia sino de encontrar lo que escapa al patrón, incluido el patrón de nuestros propios modelos. Esto no es un hecho extraordinario sino una posibilidad absolutamente ordinaria. Pero nos hemos entrenado en ser ciegos a la misma o en desestimarla, por sometimiento, en libertad vigilada por nosotros mismos y el mundo de procedimientos en el cual nos desempeñamos, en nombre de la
cientificidad de nuestra disciplina y de una razón radical anclada a abstracciones.

¿Alcanza con que la psicoterapia sea una práctica micropolítica de crítica social para llegar al núcleo más singular e irremplazable de cada ser humano?

La posición crítica es un distanciamiento con los guiones prefijados que abre el espacio para la expresión de la vida en su singularidad. Es lo que da lugar a que esa singularidad se exprese en eventos únicos e irremplazables, a los que llamo poéticos.

La filosofía, como el arte, como así también la política, no son ajenas a la psicoterapia. Solo la extensión de la concepción de la psicoterapia como una tecnología de lo psíquico nos ha llevado a pensarlas como impertinentes, como si la aventura humana solo se pudiera pensar en términos de resolución de problemas
¿Cómo surge la dimensión poética en la terapia?

Como la hegemonía micropolítica nunca es absoluta, hay siempre puntos de indeterminación que escapan a su tiranía. Una palabra, un gesto, el vislumbrar de un sentimiento, una imagen furtiva, los jirones de un recuerdo, la vacilación de una voz, una pausa desmedida, se vuelven lugares donde un evento poético puede emerger, cuando somos sensibles a su presencia marginal. Su cualidad poética está en que viene a la presencia una posibilidad para todos aquellos que participamos de esa configuración única, de ser otros, más allá de nuestras identidades más consensuales forjadas por las fuerzas micropolíticas que nos vuelven objetos. De aquí que sea fundamental educar al psicoterapeuta tempranamente en su sensibilidad poética para no ser ciego a esos elementos indeterminados donde se abre inesperadamente un camino hacia lo singular. Mi libro se alinea con todas aquellas fuerzas contra-hegemónicas que buscan superar esa ceguera, lo que Heinz con Foerster llamaba una ceguera de segundo orden, por la cual no solono vemos, sino que no vemos lo que no vemos. Pero hay un límite en cuanto a hasta donde se puede hablar de lo singular en abstracto sin caer en una nueva abstracción.

Más allá de ciertos atributos generales de los eventos singulares es importante que solo se puede expresar la singularidad poética de los mismos hablando de la ocasión singular de su ocurrencia. Solo así aparece su sensualidad, su color como lo llamaría Lyotard, aquello que lo hace único. Lo cual no quiere decir que sea algo inefable.
Atribuirle esa cualidad ha sido una de las estrategias de pensamiento que lo condenan a la inexistencia.

En su trabajo parece estar muy atento a orientarse con el sentido y a los efectos de exceso de significación. ¿Cuál es su posición respecto a lo que escapa al universo del significado? ¿Cómo incide ello en la clínica?

En tanto terapeuta, solemos ser socializados como si el lenguaje se limitara al mundo de los significados, de lo ya dicho. Así podemos pasar por alto aspectos del habla que se encuentran el límite del significado. Para Jean-Luc Nancy el mundo es sentido antes de ser significado, y ese dominio del sentido se encuentra en la raíz del habla. Hay un aspecto del habla que, más allá del logos, acompaña a eventos que tienen sentido aunque su significado se nos escape. Nos envuelve como un regazo en la base de la comunicación antes de que nos comuniquemos acerca de esto u aquello. Es el habla como un hábitat del que habla Giorgio Agamben. Esa dimensión esta siempre como una potencialidad y se hace presente en los eventos poéticos.

Es muy interesante el concepto de espacio virtual que Ud. expone en el libro, ¿podría retomarlo?

Es justamente esa dimensión del habla la que le presta, a fuerza de palabras que permanecen como testimonio del evento poético y, como un espacio virtual, permiten retornar a ellas y reactivar el sentido singular del momento en que surgen. El sentido vislumbrado en esos momentos y las palabras que quedan de su ocurrencia, tienen siempre una cierta ambigüedad, piden ser visitadas nuevamente, prometen algo más por venir que pide ser dicho, es la entrada a un mundo que se hace presente. Las palabras son el soporte de ese sentido anunciado que permanece algo velado, la poiesis del evento es esa presencia singular. En terapia los que, para tomar otro concepto de Nancy, comparecemos en torno a ese evento, volvemos al mismo, no lo agotamos en interpretaciones de este o aquel significado.

¿Qué valor le otorga a lo sensual y lo estético como camino de expresión de la singularidad?

Esa dimensión artística de la terapia no reniega de la ciencia sino que la pone al servicio de la singularidad de la experiencia. Esa sensualidad singular abre un camino de superación de ese sujeto teórico anónimo que parece presidir la experiencia y ser el núcleo abstracto de nuestra experiencia.
La atención a los aspectos indeterminados de las estructuras micropolíticas, al lenguaje como un regazo, a los eventos de sentido más allá del significado, es parte de un retorno a la superficie sensal de las cosas, a la estética de la vida cotidiana, frente a la abstracción radical de la interpretación, la clausura de narrativas que enarbolen un otro self. Es esa sensualidad material la que le da su cualidad singular a lo poético. Esa dimensión artística de la terapia no reniega de la ciencia sino que la pone al servicio de la singularidad de la experiencia. Esa sensualidad singular abre un camino de superación de ese sujeto teórico anónimo que parece presidir la experiencia y ser el núcleo abstracto de nuestra experiencia.

¿Cuál fue el trayecto recorrido en su práctica clínica y en su formación que le permitió orientarse de esta manera?

Hasta donde yo puedo reconocerlo, tuve un interés desde el inicio de mi vida profesional en dos cosas: por una parte, en la alienación de los aspectos singulares de la experiencia ante una práctica interpretativa donde importaba más aquello que uno iba a descubrir, que la cualidad única de lo que confrontábamos, como si supiéramos antes de oír a nuestros pacientes qué era lo que teníamos que descubrir.

Y por otra parte, en cómo se encarnaba la dimensión política, omnipresente de un modo explícito para la gente de mi generación en Latinoamérica, en el seno de la terapia y no solo como un contexto de nuestra profesión.

¿Cómo incidió en su formación tener una práctica clínica en diferentes países?

Creo que como una oportunidad de prestar atención a esas fuerzas micropolíticas que dan forma a nuestra vidas, incluidas nuestras profesiones.

Dice que "lo poético promete palabras por venir…" ¿Qué anticipa acerca del futuro de las psicoterapias?

Al conceptualizar la importancia de lo poético singular en la practica psicoterapéutica, estamos también legitimando esa dimensión en la psicoterapia en su conjunto. Más que anticipar lo que sucederá como si fuera ajeno a lo que hacemos con la psicoterapia quienes la practicamos, tenemos que participar en el destino de la misma. Ese destino está indefinido. A pesar de las poderosas fuerzas micropolíticas que parecen haber instalado formas tecnológicas de la terapia, la dimensión artística de la misma, no como un aspecto inefable, sino como una experiencia vivida, está allí siempre y cuando la encarnemos en nuestra práctica. Así podemos recuperar un
protagonismo en la dirección que la terapia tomará sin ser meros vehículos de una micropolítica que todo lo transforma en objetos.

El libro acaba de ser lanzado en español. ¿Habrá una versión en inglés?
Veremos...


 

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